Un’esperienza di lettura
Recensione a Gloria Zanardo, Scene madri, Gabrielli Editori, Verona, 2024
“Come mai porta sua madre dentro il suo sogno?”
“Succede così, c’è un’esperienza forte, un’emozione intensa, e si desidera condividerla con le persone a cui si vuole bene.”
Con queste parole Gloria Zanardo risponde alla domanda della sua analista. E mi offre la chiave per entrare nel rapporto della figlia con la madre. Così che il libro, Scene madri, diviene il luogo di condivisione piena e generosa di un’esperienza di vita, al cui centro stanno la relazione tra Gloria e sua madre e le trasformazioni che avvengono in entrambe nel corso del tempo. Un cammino, il loro, durato quasi 70 anni, tra luci e ombre, sorrisi e lacrime, conflitti e riconciliazioni… Sempre, comunque, orientato da un intenso amore della figlia verso la madre e dal desiderio della figlia di stare in armonia con lei, la madre, perché “questo le era necessario come l’aria”.
Ho fatto l’esperienza di leggere il libro, prima accogliendo la voce narrante di Gloria in silenzio e poi, come suggerito dall’autrice, leggendolo ad alta voce. Solo così ho potuto coglierne appieno la ricchezza e la fecondità, nel farsi spazio di questa sua voce, profonda e leggera allo stesso tempo. Una voce autentica che, entrando nelle pieghe dell’anima, ha risuonato in me creando echi che hanno portato a galla ricordi sopiti e riaperto ferite non del tutto rimarginate.
Anch’io, come Gloria, desideravo rendere felice mia madre e sentirla contenta di me ma non sono mai stata capace di creare quella complicità di cui Gloria racconta: “Un legame, il nostro, nutrito da sempre del piacere di parlare, di scambiare parole, fossero battute, storie, versi ripetuti a memoria o divertiti sms”.
Di questo loro piacere di parlare, di raccontare e raccontarsi, ho potuto fare esperienza diretta. Ho infatti avuto la fortuna di conoscere la signora Carla a San Zeno di Montagna, nella cornice meravigliosa di questa incantevole località sospesa tra cielo e lago. La incontravo per le vie del paese mentre, sempre accompagnata dalla figlia, andava a messa, a fare spesa, dalla parrucchiera o al bar. Era una bella signora, con splendidi occhi verdi che brillavano, quasi magnetici. “Era sempre attenta alla cura di sé” (Scena 8): leggermente truccata, con i capelli ben acconciati, vestiva con sobria eleganza, con colori e monili scelti
per valorizzare, in particolare, il suo viso. Le piaceva molto raccontarsi e ricordo con affetto e piacere i momenti trascorsi insieme.
“La mia Gloria”: era questo l’appellativo che usava per parlarmi della figlia e sempre esprimeva amore e gratitudine nei suoi confronti. Negli ultimi anni, la modifica dell’espressione che alludeva all’ indissolubile legame della madre con la figlia, tradiva un cambiamento. “La mia povera Gloria”, diceva Carla, alludendo al troppo di attenzioni, all’eccesso di dedizione che il legame con la madre esigeva dalla figlia. E forse, nell’aggiungere quel “povera”, poteva esorcizzare il timore di pesare troppo sulla figlia, liberandosi dal senso sotterraneo di una eccessiva dipendenza portandolo alla luce.
“Era come se la vita di sua madre fosse un’opera d’arte, per lei. Opera sempre in fieri, che andava completata, aggiornata, migliorata…” (Scena 2): potente l’immagine, che rende davvero conto di tutte le energie amorose profuse da Gloria nel prendersi cura della madre e di cui sono stata testimone. Ricordo, ad esempio, il suo sguardo amorevole posarsi sulla madre quando andava a prenderla dalla parrucchiera e la vedeva in ordine, sorridente e soddisfatta per i capelli ben acconciati. Altri ricordi affiorano leggendo il libro, accompagnati da un sentimento di tenerezza verso entrambe. Se la madre era contenta, anche la figlia lo era e il loro procedere affiancate, Carla sottobraccio a Gloria, mi diceva del desiderio di protezione della figlia e del bisogno della madre di affidarsi a lei.
Alcune Scene Madri mi hanno colpito più di altre, come la Scena 7, “Vasi Comunicanti”: “Soltanto quando sta male la figlia si sente autorizzata a prendere distanza dalla madre, arrivando addirittura a disinteressarsene senza sentirsi in colpa. È in questi momenti che si spezza il filo continuo con l’altra, come se ci volesse la malattia a restituirle interezza e separatezza…”
In questo passaggio riconosco appieno la mia esperienza di figlia che accompagna la madre nel suo lungo periodo di malattia, fino alla morte. Solo quando un serio problema alla schiena mi ha bloccata, mi sono autorizzata a spostare lo sguardo su di me e a concedermi un periodo di “diserzione” senza sentirmi in colpa. Quando il lavoro di cura diventa sempre più pressante, avviene un capovolgimento di ruolo, da figlia a madre della propria madre.: “Ma a fare davvero resistenza, a suscitare un’aperta ribellione dentro di lei, è il dover rinunciare che l’anziana le faccia da madre. Come le fosse impossibile smettere di essere figlia. E chissà se è perché non lo è stata mai completamente… e la figlia si trova così a fare i conti con se stessa”. (Scena 9). Conti che non sempre tornano, che fanno correre il rischio di eccedere nel farsi carico, restando così prigioniere di un amore soffocante che non
è stato capace di “trovare una giusta distanza e saperla mantenere”. Inevitabile sentire quanto le parole di Gloria facciano luce sulla materia oscura con cui è impastato il legame della figlia con la madre. Anche il mio, che di questa oscurità non si è liberato.
“E’ la percezione della propria vita in pericolo a portare allora la figlia fuori da quell’indifferenziato che continua a legarla alla madre, a farle sentire chiaro il momento di tirare i remi in barca e badare a sé” (Scena 12). È molto faticoso tirare i remi in barca quando la corrente ti vuole portare altrove, quando il conflitto tra il dover essere e l’essere semplicemente, fa di te un campo di battaglia. La fragilità della madre in viaggio verso la tappa finale ha bisogno della forza della figlia, del suo esserci, interamente presente e partecipe a ciò che sta avvenendo. Quasi fosse necessaria alla madre l’autorizzazione della figlia per potersene andare e alla figlia la morte della madre per non soccombere alle fatiche di una cura prolungata nel tempo.
Leggendo Scene Madri, mi sono ritrovata più di una volta a sorridere ma anche a piangere per tutta la verità che mi veniva incontro e che parlava anche di me, della mia storia. A partire dal titolo in cui sento risuonare, come fosse ancora lì, la voce della mia nonna, che mi chiedeva di smettere la scena madar che stavo recitando ogni volta che prepotentemente mi prendeva il desiderio di qualcosa impossibile da ottenere. Questa verità, raccontata con l’ironia intelligente e la leggerezza di penna proprie di Gloria, ha saputo donarmi una profonda serenità.
