diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 3 - 2004

Filosofe

“tutta la Vita lasciata in disparte dal pensiero”. Dal convegno su Maria Zambrano

 Nei giorni 30 settembre e 1 ottobre 2004 si è tenuto presso Palazzo Giuliari dell’Università di Verona un Incontro Internazionale di studi dedicato al pensiero di Maria Zambrano.

Il Seminario, incentrato sul tema della passività, strutturato in tre sessioni di contributi di docenti delle Università di Verona, Barcellona, Firenze, Salerno, Milano, Trento, è stato completato da un dibattito finale aperto in cui si è discusso delle suggestioni e delle problematiche nate grazie ai contributi stessi. In queste righe vorrei sottolineare alcuni spunti di riflessione che mi sono arrivati ascoltando le parole dei docenti e delle persone che hanno partecipato al seminario, senza alcuna pretesa di esaustività rispetto alla molteplicità dei punti di vista messi in campo.

Sono una studentessa di filosofia e ho avuto modo di avvicinarmi al pensiero di Maria Zambrano grazie ad un corso tenuto dalla professoressa Chiara Zamboni presso l’Università di Verona.

Parto sottolineando il mio “ andare in punta dei piedi “ nello scrivere a proposito del pensiero di un’autrice a cui riconosco una profondità inestinguibile . Mi permetto di andare a raccogliere alcuni pensieri nati all’interno del seminario e so di farlo con una buona dose d’incoscienza. Ma ho dalla mia una genuina passione che mi aiuta ad affacciarmi con rispetto, che mi aiuta ad avere cura, nel mio scrivere, delle parole di Maria Zambrano e delle persone intervenute al seminario.

La filosofa spagnola ha riconosciuto la grave frattura che nella cultura occidentale si è prodotta fra pensiero e vita , ha riconosciuto la minaccia del fatto di nascere in un contesto culturale in cui si è portati a vivere senza la capacità di dire cosa viviamo. Questa passività è come dimenticata, per cui non viene pensata e detta.  Da qui la necessità di una trasformazione per unire di nuovo pensiero e vita . La pensatrice arriva a slegare la parola passività dall’ambito in cui è stata relegata dall’uso comune ( quello dell’inazione) , per portare alla luce una sorta di attività della passività , in quanto la riconosce parte , momento di un processo che può portare ad una rinascita. Cito le parole di Pina De Luca “ Pensare l’ossimoro di una passività efficace significa interrogarsi sul pensiero, su un modo di portare al pensiero ciò che non si è ancora detto”.

Passività quindi come ponte fra la coscienza (ciò di cui si sa e si può dire) e le “ viscere” (ciò che è muto, che non ha parola, ciò che è impensato nella sua molteplicità vivente).

Se la tradizione filosofica occidentale ha assunto come proprio paradigma la chiarezza delle idee, ascrivendo la conoscenza al solo campo della razionalizzazione, si può allora dire che la Zambrano ha ridonato al pensiero filosofico “tutta la Vita “ che da quel pensiero era stata lasciata in disparte. Zambrano non ha misconosciuto l’importanza della “ratio“, principio del discorso filosofico, ma ha dato importanza ad una ragione pratica che non recida il legame con ciò che è umano. Il suo filosofare ha assunto la necessità teorica, esistenziale e politica di un sapere mediatore che sappia porsi in contatto con la molteplicità del reale, con un sentire dell’esperienza; ha assunto la necessità di una ragione poetica, dove la parola possa recuperare il suo essere insieme pensiero , immagine , ritmo e silenzio . Dove la parola possa essere azione pura, parola creatrice. Da qui l’importanza di trovare un metodo per trovare una lingua filosofica nuova.

Luigina Mortari ha incentrato il suo intervento proprio su questo punto, sottolineando degli aspetti fondamentali del pensiero di Maria Zambrano. Pensare una passività “attiva”, significa porre una critica alla pretesa di pienezza e autosufficienza dell’identità. Zambrano riconosce il carattere frammentato dell’esistenza e sceglie come metodo proprio quello del frammento posto in relazione ad una coscienza che per sua natura è scostante (il presente è molto più ampio, più vasto di quello della consapevolezza ).

Da qui un altro ossimoro: il metodo di Zambrano è a-metodico, per avere metodo bisogna entrare nella realtà, puoi assumere un metodo se “naufraghi “, se ti butti nell’esperienza. Ancora una volta se per il pensiero filosofico occidentale antico (Platone) conoscere è razionalizzare, è praticare distacco, per Zambrano solo attraverso un’etica dell’accoglienza riesco a trovare un oggetto nella sua realtà. Lo stare in povertà di spirito e in purezza della mente è un concetto che fa appello alla mistica della nascita, ma possiamo vedere come la filosofa riprenda il principio dell’iniziare dall’assoluta povertà di conoscenza dalla fenomenologia di Husserl, si possono trovare notevoli affinità anche con il pensiero di Scheler e Merleau Ponty riguardo al “ pensare dalla parte delle cose“. Metodo quindi non come tecnica , ma come lavoro su di sé , accettando un presente più ampio, accettando la pratica del “ fare vuoto “ , dello stare in una mancanza d’essere. Da qui l’estrema attualità del messaggio di Zambrano, che sottolinea la necessità di lavorare non solo per cambiare postura cognitiva, ma anche emotiva .

Durante il seminario ho avuto il piacere di ascoltare la testimonianza di Luis Javier Ruiz Sierra, direttore dell’ Istituto Cervantes di Roma e amico di Maria Zambrano. Raccontando alcuni aneddoti rivelatori del modo di intendere l’attività del pensare di Maria , nel suo contributo  Luis Javier Ruiz Sierra  ha tracciato una sorta di “geografia “ emotiva , cercando di formare un quadro preciso sul metodo , sull’attività creatrice della filosofa. Dando così testimonianza di come Maria Zambrano rintracciasse nell’ascolto, nella musicalità e nel ritmo che sorreggono il pensiero , una loro fonte originaria, un cammino, quello dell’ “oido“ , del sentire, come legame con il fondo “vivo “ dell’esistenza. Di come Maria avesse la straordinaria capacità di intessere delle conversazioni corali con più persone. Conversazioni che diventavano così una sola ed unica conversazione. Zambrano riconosceva alla musica una capacità di ascensione, riconosceva nella musica una forma per poter salire a scenari di conoscenza ineffabili. Credo che proprio per questo Luis Javier Ruiz Sierra nel suo intervento abbia sottolineato il legame fra l’attività creatrice di Zambrano con il concetto di improvvisazione.

Cerco di enucleare alcune delle caratteristiche dell’improvvisazione. Improvvisazione è la composizione di un brano musicale nel corso della sua esecuzione. La parola deriva dal latino “improvisus “, non previsto. E’ una forma di comunicazione dove il processo diventa più importante del prodotto e dove lo stesso intento del compositore-improvvisatore si attualizza attraverso l’uditore. Maria Zambrano ha riconosciuto come nella frammentazione è presente un dare rilievo al sapere del momento, che si rifà alle forme del sapere iniziatico, da bocca ad orecchio, un sapere che sta alle singolarità. Se la coscienza è discontinua e il presente è più vasto di quello della consapevolezza, allora il tema del fare creativo è del piano dell’evento , si sottrae al controllo dell’io, fa riconoscere l’origine ispirata e “straniera “ che è alla base di questo fare .

Chiara Zamboni ha sottolineato come per Maria le azioni efficaci sono quelle che portano ad una vera trasformazione, le azioni vere sono quelle che sciolgono le identità dell’io, sono le azioni che mostrano movimento dove la passività è un momento del processo .

Passività come pratica significa allora accettare che non tutto dipenda da noi , significa riconoscere , alla passività come all’amore e alla speranza, il loro essere doni, il loro non essere regolati dalla nostra volontà. E questo  non vuol certo dire non pensare, ma far sì che il pensiero non sia solo pensiero . Non a caso Luis Javier Ruiz Sierra nel suo intervento ha chiamato il modo di pensare di Zambrano, un modo indiretto di pensare.

Nel mondo contemporaneo abbiamo quotidianamente davanti a noi il risultato di una lunga mistificazione del dolore, sempre più assorbito dalle logiche “espositive “dei mass-media che hanno creato un vero e proprio mercato, più che dei sentimenti oserei dire del “sentimentalismo”. Questo processo a mio parere ha provocato come controparte un relegare il dolore ad una sorta di rumore di fondo (che giorno per giorno si fa sempre più assordante ), visto come qualcosa di cui ogni uomo o donna “adulti “ devono farsi carico nella loro solitudine , creando così un ingigantimento esponenziale dell’incomunicabilità di ciò che proviamo in quanto esseri umani .Questa “anestetizzazione“, questo “infossamento“ del dolore non permettono la presa di coscienza del fatto che la sua matrice è un sentire. Ecco perché credo che il riposizionamento della passività attuato da Maria Zambrano come un momento di un processo, di un cammino nella comprensione di ciò che siamo e ciò che viviamo, il legare il tema della passività ad un’etica dell’accoglienza (che può avere a che fare con l’atto creativo, come con l’apertura a tutto ciò che è altro da noi), rendano il pensiero della filosofa spagnola veramente insostituibile.