Trascrizioni
Audio 1
Giacomo Mambriani
Qualcuno ha voglia di dire qualcosa. Ci sarebbe da dire per dei mesi..
Ascoltando l’ultimo intervento di Federica per esempio ho scoperto,
quando hai detto
che i bambini stranieri fanno esperienza della lingua materna, parlando in italiano soprattutto quando rievocano esperienze molto forti ed intense, dei ricordi,
mi sono reso conto in un certo senso di, ma in età adulta, di aver forse cominciato
a fare esperienza della lingua materna in italiano
come se per un sacco di anni l’avessi perso questo uso della lingua materna,
cioè parlavo una lingua che però non era connessa con quell’esperienza appunto
così intensa e forte e quindi nel momento in cui, esprimendomi felicemente,
o più felicemente rispetto ad altre volte,
ho fatto esperienza della lingua materna.
Sono fatti rivoluzionari
ed hanno portato a una serie di trasformazioni relazionali di varia natura.
Quindi mi sono sorpreso a riconoscermi in un’esperienza
come di lingua straniera nella mia stessa lingua.
Wanda Tommasi
Io dico una cosa molto breve ma è per rompere il ghiaccio.
L’apprezzamento intanto per il dono di Vita Cosentino che purtroppo non c’è.
E’ una relazione bellissima da quello che abbiamo potuto sentire
e che ho apprezzata tutta. In particolare mi aveva colpito un aspetto
che volevo riprendere quando dice
che il partito pubblico spesso segue questo schema binario positivo
per esempio egoismo/solidarietà che,
su questioni che stiamo dibattendo particolarmente così schierata,
già il discorso in una forma o nell’altra,
mentre invece dove sottolineava un’altra modalità, dice lei,
in cui i due aspetti non sono scissi, e anche questa modalità
che viene dal movimento delle donne,
dal pensiero che noi abbiamo,
di “lo faccio anche per me, mi interessa, mi piace”,
al di là delle contrapposizioni binarie,
per cui, o si è schierati da una parte sull’egoismo
o dall’altra sulla solidarietà e l’apertura.
Ho trovato molto vera questa cosa
che rompe in effetti uno schema fastidioso
e che fa schieramenti per cui non sembra esserci scampo.
In effetti, se devo pensare al mio interesse per persone di altre culture
che vengono qui, se c’è qualcosa che mi interessa nella persona,
e se la conosco soprattutto,
lì c’era anche il bellissimo esempio della conoscenza
che rompe certi pregiudizi,
e che forse è la sola cosa in grado di romperli,
dico se c’è qualcosa che mi interessa di un’altra persona,
scatta qualcosa, qualcosa che mi seduce, che mi attrae,
che sento come l’altro ecc.
altrimenti non è che come tali ho una simpatia,
come vorrebbe la sinistra appunto,
un interessamento spontaneo, come dire,
no interessamento non è giusta,
una simpatia spontanea per chiunque arrivi qua.
Volevo dire intanto questa cosa.
Poi l’altro che volevo aggiungere che è una riflessione mia,
penso si incroci,
piccolissima riflessione, con quelle cose che ha detto Vita per interposta persona.
E questa, stavo pensando, nella misura in cui, riesco a convivere con lo sconosciuto
che è in me, che è forse la sconosciuta che è in me,
sono espressioni che vengono da Maria Zambiano
però non ha importanza,
possiamo capire cosa si intende
quando pensiamo a quei lati che non accettiamo di noi,
a quelle immagini, aspetti inconsci,
possiamo dargli vari nomi
ma insomma è molto efficace l’idea dello sconosciuto/sconosciuta che c’è in noi.
Nella misura in cui riusciamo a convivere e a dare un minimo di ascolto,
che in realtà ne diamo pochissimo,
perché in realtà ci teniamo alla nostra facciata più o meno sociale.
In questa misura forse riusciamo a dare ascolto
e anche attenzione a quell’altro fuori di noi.
La mia idea è anche di richiamare la connessione fra realtà intrapsichica,
forse si deve chiamarla così,
e la dimensione invece di scambio con l’altro
che viene da un’altra cultura e di un’altra lingua.
Delfina Lusiardi
C’è davvero una ricchezza paurosa, come dici tu.
Voglio solo richiamare due o tre pensieri
che mi sono venuti in questo periodo attraverso alcune esperienze
che sono esperienze fatte da donne nell’ambito delle relazioni famigliari.
Come dire, tra quelle forme di blocco mentale, di cui parlava Vita,
metterei anche questa, pratica pubblica e pratica privata,
nel senso delle relazioni,
chiamiamole proprio famigliari,
lì dove ci sono gli affetti e dove in qualche modo noi siamo,
stiamo dentro un’educazione che viene dalla madre.
Allora una cosa che mi ha sorpreso
e che io ho sempre pensato che lingua materna in un certo senso,
cioè la pratica linguistica di mia madre della madre nella casa,
la mia lingua è una lingua, il dialetto, quindi una lingua molto concreta,
una lingua del fare, che è una lingua appunto come diceva Lisa,
che protegge la sfera più intima del sentire
che non va detta
che va in qualche modo tenuta per sé,
ora ho scoperto che al fondo di questa lingua materna c’era anche un divieto,
un divieto ad agire la libertà
e quindi a stare nelle relazioni più intime ed affettive ,
e qui non tanto rispetto al padre e alla legge, ma i fratelli ad esempio, le sorelle,
lì c’è come un divieto ad aprire il conflitto.
C’è il divieto ad agire liberamente,
la libertà interiore è assolutamente minacciosa rispetto a queste relazioni,
rispetto a questi legami.
Ed agire una lingua, che parte appunto dal basso, dalle viscere,
che parte che mette lì quell’altro che c’è dentro di noi ,
rischia di far crollare tutto, rischia di mettere in questione l’amore
che tiene insieme questi legami,
e questa è una cosa che non avevo mai messo in relazione con la lingua materna,
questo può anche essere fonte di divieto,
di impotenza ad essere e a stare nella libertà,
soprattutto lì dove in qualche modo la madre è stata
senza permettersi questa libertà interiore.
Poi ho visto un’altra pratica, l’ho visto proprio due giorni fa ,
a proposito dell’esercizio della lingua nello spazio per esempio del sacro.
Al funerale del padre di un’amica ho visto il potenziale di rottura rispetto alla istituzione, mi ha colpito questa cosa e la porto qui.
Di fronte all’evento “morte” il celebrante accompagnato da un fratello,
quindi anche preparato, un fratello carmelitano,
non hanno avuto parole,
non avevano parole per accompagnare questo passaggio dalla vita,
chiamiamola terrena all’oltre.
Quest’amica, straordinariamente, nell’accompagnare questo padre
ha scritto una storia essenziale del padre
e se l’è trovata pronta nel momento in cui questo padre ha lasciato questa vita.
Quindi durante la cerimonia ha preso la parola per ringraziare
come a volte si fa chi è stato vicino, e poi, come dire,
ha raccontato la storia secondo un po’ la pratica che è quella dei griot.
Mentre ci lascia lo spirito lì viene raccontata la storia di questo padre.
Questo ha immediatamente creato una scena
che ha reso consistente, viva, proprio prima del suo trapasso,
la vita e la qualità di quest’uomo.
Ha, come dire, rivelato questa persona prima di lasciare la terra.
Allora io ho visto e ho visto anche in altre situazioni, donne oggi
che sanno, e questa è una novità, che sanno agire secondo,
proprio attingendo dal bisogno profondo ed intimo una lingua
che sta modificando e anche in un certo senso dissacrando,
se il sacro è proprio anche quel proteggere quel velo
che non si deve rivelare
mentre altre donne oggi sanno proprio togliere questo velo
e portare il sacro, sanno portarlo ad un livello
che è un livello più vicino alla rivelazione ,
quindi è uno svelare, mostrare il volto, dei legami
che è proprio un azione fatta con la parola.
Elisabeth Lisa Jankowski
Posso aggiungere a questo discorso che nella chiesa protestante,
vengo da una zona della Germania che è mista, metà cattolici e metà protestanti,
c’è da sempre questa abitudine.
Il pastore accompagna al seppellimento il morto e parla della sua vita,
però, come in tutte le pratiche linguistiche
quello che succede facilmente diventa una gabbia,
anche lì ci sono modi di dire, forme fisse che non dicono assolutamente niente
anzi mia mamma era una volta presente a un funerale
e il pastore aveva scambiato il foglietto
che aveva avuto e ha parlato di una signora che aveva sette figlie,
è stata una brava madre,
invece era un uomo quello che stava accompagnando.
Ultimamente in Germania invece si preferisce le donne “pastore” al funerale
perché sanno dire parole più vicine alla persona e meno ingabbiate in formule standard. Effettivamente a molte donne si riconosce, come dici tu,
di esprimere qualcosa che è delle relazioni e di non usare testi standardizzati.
Oriella Savoldi
Devo dire che le suggestioni e i richiami, le riflessioni sono state davvero molteplici, però la cosa che a me pare,
almeno per quello che io registro, o avverto, intuisco,
che c’è un rapporto diverso di uomini e donne nel ricorso alla parola
e che la parola però è una,
parola in movimento che si fa nella dinamica delle parole
che si mettono al mondo
ma nel momento che si mette al mondo il linguaggio
è come dire che si mette al mondo lo stato dei rapporti,
quello che parla attraverso il linguaggio o l’incontro con il linguaggio o la parola,
anche in termini di orientamento, disorientamento ecc.
è esattamente quel che si sta dando in quel momento lì nella dinamica dei rapporti.
Nella mia vita registro questa cosa sia nelle situazioni personali
che attraverso la vita che faccio ma anche nei luoghi che attraverso per lavoro
e quindi contesti molto segnati dalle dinamiche dei rapporti di potere
se allora il gioco è un gioco di parole e anche strettamente legato al gioco dei rapporti tutto può darsi. Dipende molto dalla parola
che si mette al mondo e in quale posizione ci si mette in gioco.
A me veniva in mente questa cosa della bolla
che le varie ipotesi che tu nominavi sono sempre tutte presenti nella realtà
e spesso e volentieri quelli che leggono la parola femminile come inadeguata
sono sempre in agguato e si percepiscono.
Quindi tutto è sempre più difficile però, però mi veniva in mente
rispetto alla bolla che nominava Vita,
che in una discussione a proposito dell’acqua,
si discuteva dell’acqua come bene pubblico,
e c’era una posizione di un collega di sinistra
che diceva che ad esempio la regione Lombardia
ha un atteggiamento molto ideologico nella gestione dell’acqua
perché in realtà privatizza
e un funzionario che era lì presente, della regione Lombardia,
ha mostrato in quel contesto tutto il suo risentimento
e continuava a dire ‘non è vero, non è vero’.
A quel punto io sono intervenuta e gli ho chiesto,
come mai lui sentiva questa forte reazione
se provava a dirci perché era così, la causa di tanto risentimento.
E lui ha spiegato che non era una posizione ideologica ma era la ricerca
che lui e i suoi colleghi avevano fatto
perché siccome la rete idrica è un colabrodo e quindi si disperde l’acqua,
i comuni avevano bisogno di soldi per rifare la rete idrica
e il fatto di fare una scelta come quella
che stava facendo la regione Lombardia
significava fare in modo
che le banche avrebbero aperto la possibilità di finanziamenti ai comuni
e con il finanziamento ai comuni si sarebbe riparata la rete idrica
e tutta la sua tensione era per dire
‘non è una posizione ideologica’,
è la possibilità di porre riparo alla rete idrica che è uno sfacelo.
Questo mi ha dato la possibilità di far vedere a lui
che in realtà nella tensione a porre rimedio a un disastro ne stava aprendo un altro
che era l’indebitamento delle amministrazioni pubbliche rispetto alle banche
che avrebbero aperto la borsa e che forse l’elemento vero era quello
di provare a cominciare a ragionare
come si fa a evitare gli sprechi e a provare a prenderla da un’altra parte.
Quello che è accaduto lì però è che mentre lui raccontava,
fuori dalle accuse di ideologia, si svelava ai suoi stessi occhi il fatto
che il rimedio che era stato pensato, non aveva funzionato.
Era un rimedio fasullo, irrisorio e avrebbe provocato altri danni.
Questo per dire che siamo sempre in gioco ma in gioco sono sempre le persone,
gli uomini e le donne, con le relazioni che hanno,
in questo caso rispetto all’acqua, al proprio lavoro,
e a quel livello lì si danno sempre delle possibilità,
la possibilità di svelare è un inizio
che in quel contesto aveva spostato i giochi.
Quello che penso è che ci sono possibilità di nuovi inizi
se ci si pone autenticamente, ad esempio una cosa
che a me capita di sentire e che apre possibilità di spostamento e di cambiamento
è, che quando nell’attraversare i contesti,
si lascia sullo sfondo il vestito dell’altro, dell’altra
e quando penso al vestito penso per esempio ai ruoli,
anche nei contesti molto segnati dal potere.
Se lo sguardo è centrato sul ruolo dell’altro i rapporti in qualche maniera ne risentono
e le possibilità non si aprono.
Il fatto di lasciare sullo sfondo il ruolo
e muovere a partire da quello che ti ha portato lì, dalla curiosità che hai,
da quello che si sta giocando lì e che ti interessa, che ti coinvolge
e che magari apre delle possibilità ,
parlare all’altro rispetto a quello che muove l’altro, insomma,
si aprono delle possibilità che intanto mettono al mondo un linguaggio
che è meno disorientante, meno estraniante
che permette di non farti a pezzi, quindi di stare lì intera
rispetto a tutto quello che vuoi, che ti muoveva
dall’altro però credo che l’elemento essenziale cambia la dinamica dei rapporti
e spiazza anche i rapporti di potere
che sono in gioco nei diversi contesti.
Cristina
Ringrazio delle tre comunicazioni, tutte e tre molto interessanti
e dal dibattito sono uscite tante cose
-questa parola in prossimità della morte – mi piacerebbe riprendere,
ma mi limito invece a un’unica osservazione,
riferita a un passaggio del testo di Vita
in cui parlava di un articolo dell’Unità di Diana Pavlovitsch.
Questo ‘gap’, questo difetto interpretato come ‘gap’ di comunicazione,
interpretato come difetti di Diana P. nel presentarsi,
ora il mio caso è molto vicino a quello di Diana P.,
anche non essendo mediatrice culturale, per una lunga frequentazione dei Rom,
mi sono trovata tante volte nella situazione di Diana P.
e avrei detto la stessa cosa.
Allora io trovo che alcuni discorsi vanno abbastanza bene
se c’è uno sfondo condiviso, quando si arriva a certi temi
puoi fare quello che vuoi ma quell’argomento non passerà.
Allora io dico,
mi lego anche a questo discorso ultimo
sulla condizione di rapporti delle parole di potere sulle disuguaglianze
anche dal punto di vista etnico-sociale
che compaiono comunque nel discorso.
C’è qualcos’altro, di cui bisogna tener conto, nel discorso
quando la comunicazione non funziona,
certo in Diana P., ma potrei parlare di me perché mi è successo tantissime volte, possiamo anche tener conto di quello
che pure si diceva nel passaggio dalla complicità al conflitto,
cioè nel momento in cui una relazione, un dibattito,
ho avuto una situazione di complicità nel momento
che questa complicità innesca un conflitto,
anche in me innesca un conflitto,
quindi può darsi che io o Diana P. in quel caso,
all’attacco su tutto il fronte reagiamo in maniera conflittuale
e questo è un aspetto possibile,
però c’è un’altra questione
che forse remotamente ha a che fare con la possibilità dell’agire comunicativo
Una possibilità di agire comunicativo
che va al di là dell’immediato rapporto
‘parola tra te/ parola tra me, parola tra me/parola tra voi’
ma che riguarda il modo di stare nella società,
i rapporti di potere in questo caso
che ha a che fare con una sorta di pregiudizio
che ha a che fare con forme ancestrali dell’altro/a
che è in me ma che ha a che fare anche con forme sociali codificate
con una violenza strutturata che impedisce e che sbarra.
Allora le osservazioni sono semplicemente due, appunto una è questa:
se non sia bene tenere costantemente integrato nello sguardo
che cerca il senso della parola e della comunicazione la situazione sociale
nel senso ampio del termine,
e l’altra è un’ulteriore osservazione legata a questo ,
se l’inadeguatezza della parola femminile,
che può fare tutto quello che vuole,
ma che verrà interpretata come inadeguata
non possa essere molto simile a quest’altro caso
in cui una parola Rom è comunque sempre inadeguata.
Chiara Zamboni
Volevo riprendere un’espressione usata da Vita che citava Francoise Doltò
che diceva che la creatura piccola ha un’attenzione larga alla lingua,
per cui tutto è significante nel mondo,
perché tutto è significante, e a me interessa molto questa posizione di Doltò
e di Vita perché c’è l’idea
che la lingua materna non è un ritorno alla lingua materna,
cioè non sta in una nostalgia di un ritorno alla lingua materna
ma in un modo di stare nella lingua dove tutto il mondo è significante.
E a me interessa tanto perché secondo me la possibilità di modificare la lingua
sta all’interno della lingua
accettando la lingua di oggi così com’è.
Io ho letto il vostro documento iniziale,
c’era un elemento che sottolineava, l’inciviltà che stiamo vivendo,
è vero, ma è anche la nostra lingua, è la lingua che stiamo abitando
che ha queste modalità, per cui io riprenderei il fatto
che tutta la lingua, anche questi aspetti, è significante.
Ha delle cose che ci toccano e ci coinvolgono
anche se non è esattamente la nostra ma fa parte di questo.
Allo stesso tempo quindi ha quegli elementi di finzione,
se vogliamo parlare di certi effetti della lingua,
oppure se vogliamo affrontarla dall’interno,
alcuni aspetti di dedizione ad alcune parole piuttosto che ad altre,
per esempio all’interno della politica delle donne
c’è stata una dedizione ad alcune parole che diventavano quasi sacrificali [sacrali?],
e allora capire, interrogare perché alcune parole chiedano dedizione
mi sembrerebbe un atto politico all’interno della lingua
ed anche penso ad attuali movimenti che hanno posizioni non di guerra
ma adoperano un linguaggio di guerra come il “No dal Molin”
che adoperano ancora parole come resistenza, presidio
che sono tipicamente parole di guerra.
Eppure la loro intenzione è un’altra, c’è una differenza tra, come diceva Lisa,
quella che è la realtà e l’accompagnamento delle parole alla realtà.
Sono parole sbagliate, diciamo, nei confronti di questo accompagnamento alla realtà.
Mi viene in mente una frase di Cristina Faccincani che mi aveva molto colpito
che la realtà per resistere va nutrita.
E questa espressione che la realtà per resistere va nutrita,
va nutrita con le parole che accompagnino in modo giusto la realtà,
mentre altre persone che mi sono molto vicine, appunto quelle del “No Dal Molin”, adoperano parole di guerra per quello che non vuole esserlo,
è contro la guerra. E quindi stare nella lingua così come è,
dove tutto è significante però trovare le parole giuste per nutrire la realtà,
perché solo con le parole giuste la realtà appare.
Audio 2
Chiara Zamboni
Come è difficile stare tra privato e pubblico, diciamo,
tra parole che dicono e parole che accennano trovare la misura su questo.
Questo stare nella situazione pratica e trovare momento per momento la misura
per dire contestualmente ciò che hai da dire,
e nello stesso tempo, lasciare ciò che non va detto nel silenzio
senza pensare che questo sia un errore,
data la nostra cultura illuminista che ci portiamo alle spalle,
è difficile trovare la misura giusta.
Questo è altrettanto difficile.
Poi un altro punto che volevo dire era ,
siccome lavoro con studentesse e studenti alle lezioni, agli esami ecc.,
e sono molto interessata al tipo di creatività che le donne hanno con me,
e io vedo che la creatività del pensiero femminile,
perché la lingua è pensiero, diciamo,
come si parla così si fa pensiero, la lingua è portatrice di pensiero.
La maggior parte, adesso non voglio esagerare,
se tu gli dai uno spazio di pensiero relazionale,
loro creano pensiero intrecciandolo assieme a te
che è molto diverso dai ragazzi,
se tu gli dai un po’ di valorizzazione e di autorizzazione
hanno la possibilità di costruire un pensiero,
come dire, circolare, aperto agli altri,
ma molto costitutivo per conto proprio.
Lo so che questo l’hanno detto tantissime persone
ma siccome sono interessata veramente alla creatività del pensiero,
sia dei ragazzi che delle ragazze,
so che le ragazze, la maggioranza, diventa assolutamente creativa
se io sono creativa con loro
e viceversa si crea un mondo
che poi però difficilmente puoi portare a una oggettivazione
perché non ha una forma esterna
e rimane nello scambio orale
e difficilmente poi la stessa creatività riesce poi a esserci nei libri,
nelle cose che loro fanno.
Questo lo dico solo per ritornare a quello che è
dove c’è pensiero creativo con gli uomini e per le donne.
E con le studentesse io vedo tantissimo questo aspetto.
E poi un ultimo punto
che non c’entra tanto con le vostre relazioni
ma c’entra con la riflessione che stavo facendo sul linguaggio
che noi abbiamo messo al centro,
e continuiamo a mettere al centro
perché il linguaggio è la nostra politica.
Poi il linguaggio è la modalità del pensiero
per cui c’è tutta la ricchezza del simbolico in questo
però è anche vero che il linguaggio è anche qualcosa di distorto……. Dio ha grazia ,
c’è chi dice gli animali hanno grazia,
per gli uomini che hanno il linguaggio,
i momenti di grazia sono soltanto alcuni momenti di grazia,
come dire che per noi, che abbiamo il linguaggio
perché siamo esseri umani, donne e uomini,
trovare momenti di grazia richiede molto esercizio, non volontà,
non possiamo darci come obiettivo la grazia,
ma molto esercizio, esercizio sul linguaggio.
Poi i momenti di grazia sono come un dono quando c’è molto esercizio.
Per cui lo sento anche come qualche cosa
a cui siamo obbligati nella lingua
e su cui lavorare a partire da pratiche.
Alessio Miceli
Io vorrei dare una testimonianza
a partire da un’esperienza nel campo dell’antiviolenza,
cioè violenza maschile contro le donne,
poi riprendere un punto della relazione di Vita in cui diceva,
speriamo che gli uomini su questo dicano qualcosa.
Allora la testimonianza nell’ambito dell’antiviolenza riguarda me stesso
da tre-quattro anni a questa parte,
cioè da quando mi sono coinvolto con questo tema,
abito a Milano, dove c’è Marisa Guarnieri della Casa delle donne maltrattate di Milano, ma c’è un rapporto che è diventato di amicizia,
di richiamarsi in tutte le occasioni che si può,
e allora volevo dire questo,
sostanzialmente sta avvenendo un passaggio molto importante,
non riguarda ovviamente soltanto me ma anche me,
che è quello del parlare in due,
del parlare in due nel campo dell’antiviolenza
sia come contrasto
che come prevenzione della violenza maschile contro le donne.
Non so se ricordate anche la parte di Marisa di questo articolo
che è apparso, credo, l’anno scorso su “Liberazione”
che in un momento particolarmente buio
di una sequenza di omicidi più efferati del solito,
se è possibile,
scriveva “Uomini contro la violenza dove siete?”.
E non a dire che ci siamo, sicuramente siamo pochi,
ma per dire dove siete, cioè parliamo in due,
pensiamo in due,
articoliamo qualcosa che non può essere soltanto a carico delle donne,
anche se naturalmente la relazione fra donne
è quella assolutamente scardinante per le donne:
il problema di subire violenza,
però a partire da questa società
che è fatta, costituita a partire da questa differenza di uomini e donne,
fino alle infinite differenze fra soggettività.
Per questo, queste stesse donne
che hanno praticato da 20 anni e più l’antiviolenza
a un certo punto dicono “Uomini contro l’antiviolenza dove siete?”.
Cioè questa cosa, agli effetti della politica, del sociale nel suo complesso,
va fatta parlando in due,
pensando in due pubblicamente
e allora questo pensiero io lo vedo vivere negli incontri pubblici,
cioè quando siamo negli incontri pubblici
e siamo in presenza, intanto,
non è appunto la scrittura che io faccio per conto mio,
di un articolo che va da qualche parte,
siamo in presenza e siamo in piazza,
cioè a un incontro aperto a chiunque voglia partecipare,
succede che stiamo parlando delle stesse cose,
però davvero le assorbiamo e le restituiamo diversamente,
io sento, so, capisco tutto insieme,
che sto dicendo in un altro modo,
tu sei lì e in un altro modo
dice Marisa per esempio,
e so che nel pubblico, nei partecipanti succede qualcosa di completamente diverso,
cioè io, si rivolgono in un altro modo,
il silenzio si fa diversamente a seconda se parla un uomo o una donna
e se c’è di fronte uomo e donna la circolazione e l’identificazione a tutti i processi, adesso non sto qui a dire,
succedono davvero diversamente.
Io questo lo vedo succedere da tre o quattro anni.
E quindi mi dice che almeno in questo che sperimento
il linguaggio, in accordo con i nostri corpi, è un luogo di differenza.
E in questo non sto a riflettere particolarmente
sul fatto che il linguaggio sia derivato da mia madre
o che rapporto io abbia avuto con quella donna in carne ed ossa,
ci penso comunque
ed è una storia tutta da ritessere,
però quello che interessa
che questa nostra differenza viene rinnovata
ogni volta che noi come uomo o come donna andiamo a parlare,
a pronunciarci nel campo dell’antiviolenza.
Da questo punto di vista vorrei riprendere un titolo
dall’ultimo numero della rivista di Via Dogana
che si intitola “Quello che lei pensa è pensiero per tutti”.
Allora è un’affermazione che condivido
perché trovo molto nutrimento, davvero,
nella scrittura e nella produzione di Via Dogana,
e partecipo alla redazione allargata da tre-quattro numeri
ed è un luogo veramente di grande esperienza e ricchezza.
Insieme a questo però vorrei dire che questo passaggio
che mi sembra avvenire,
io lo direi in altro modo,
cioè io direi
“Quello che lei pensa è pensiero per tutti,
politica delle donne, quello che loro pensano, parlano
è pensiero di tutti”
perché questa circolazione che avviene tra noi,
tra qualunque donna e qualunque uomo
che si applicano alla stessa materia
e che intendono davvero che questo sia ‘bene comune’,
cioè bene di tutti
che possa arrivare a tutti nella più completa circolarità possibile,
allora io lo esprimerei così,
lo esprimerei in questo modo
“Quello che si pensa in due è pensiero di tutti”
e basta su questo versante dell’antiviolenza,
anzi no, non basta
perché devo dirvi una cosa molto bella riguardo a questi scambi,
abbiamo pensato con Marisa di chiedere alle molte donne e ai pochi uomini
che a Milano si spendono su questo tema
di costituire un tavolo
che abbiamo nominato come un tavolo vero,
cioè, un tavolo che parta da chi c’è,
cioè da chi si fa presente e con chi abbiamo relazioni significative su questo,
allora possiamo allestire un tavolo con l’idea appunto
di far circolare la verità che noi sentiamo su questo argomento,
così rappresentata, e in questo modo cerchi anche di rafforzare pacificamente le istituzioni cieche o sorde o miopi
a quello che davvero sono i punti di queste cose.
Per quanto riguarda quello che diceva Vita invece,
che parlava del nostro mito degli uomini di una lingua chiara e ideale,
in cui tutto si compone, si ricompone
o addirittura non si sgrana.
Io questo, purtroppo, lo trovo molto vero
e penso che qui ci sia l’eco di conflitti sanguinari,
cioè dello spargimento del sangue proprio tra uomini,
c’è una storia millenaria che è più o meno andata così
nei diversi contesti
e che il linguaggio maschile pretenda di essere quel monolite
che individua, appunto, la verità ed anche i modi di propagarla
e per sgretolare questi monoliti linguistici ci voglia molta fiducia,
cioè l’orizzonte della fiducia di poter gestire i conflitti,
che nel linguaggio si possa aprire delle crepe, delle non chiarezze, dei residui,
non è che ….quest’immagine sanguinaria
che ci portiamo dentro di noi,
questo attraversa tutti gli schieramenti
e lo trovo tantissimo anche nelle persone che incontro di sinistra,
nella versione anarchica, rifondarola o altri,
ne parlavo prima con Laura
di come questi blocchi di linguaggio e di significati
vengano usati come un tutt’uno
che dice sì o no a un discorso
che ti vuol far dire sì o no.
Perché? Forse perché non c’è la fiducia,
non c’è abbastanza fiducia di poter avere delle crepe lì dentro
e di parlare proprio di noi, in prima persona.
Jeanpierre Bell
Mi chiamo, ma credo che non serva,
visto che tu hai detto a me che io non ci sono.
Hai detto a me che io sono l’uomo perduto…quindi non ci sono.
Hai detto a me che io sono l’uomo brutto.
Chiedo scusa perché ho anche mal di denti,
dicevo che non serve presentarmi,
visto che tu che mi guardi, tu che mi vedi, hai detto che io non ci sono.
Hai detto che io sono l’uomo brutto che non ho storia.
E quindi devo soltanto pensare quello che pensi tu,
la verità totale ce l’hai tu.
Ho detto di sì. Ti ho seguito, ho visto le tue donne, tu e le tue donne.
Ci sono alcune donne, dal punto di vista rigorosamente filosofico,
che quando sono sbarcate nel tuo “Uno”,
hanno detto ‘caro mio, no’,
in questo mondo il mondo non è uno, il mondo è due,
questi scienziati qua hanno dovuto seguire due criteri per provare ciò,
hanno dovuto prendere questo pensiero come pensiero,
cioè hanno detto, che questo mondo qua non è sessuato e non incorporato
come pensiero. Questo è il primo criterio.
Lo hanno dimostrato da lì per arrivare alla “ragion teorica”
perché sia scientifica, scientificamente provato.
Il secondo criterio era quello di fare
e di passare a un livello molto elaborato delle ricerche,
passare dal mito al concetto,
e quindi sono riusciti a concettualizzarlo,
quindi due criteri essendo uniti,
pensiero in questo modo sessuato come pensiero,
poi fa la distinzione fra mito e concetto.
Allora quel pensiero a quel punto è diventato un pensiero filosofico.
Si, io ho visto questo – ah si? –
Sono allora ritornato in me,
hai detto che io non ci sono,
e facendo in questo modo qua,
come l’ha scritto la professoressa Luisa Muraro nel suo testo “corporeità e alterità”,
il fatto di creare questa parzialità, tra tu ed io,
perché quando tu dici ‘donna’, io capisco subito, il sesso gentile,
ma quando devi dire ‘uomo’ è ambiguo.
Allora, facendo questa distinzione qua,
questa distinzione è diventata un’alterità
che è diventata per loro come un divenire, un movimento,
questo è il fondamento del pensiero della differenza sessuale,
allora anche io dico,
tu che vedi, quando dici che io non ci sono,
io seguendo esattamente come hanno fatto loro,
io devo provocare una rottura epistemologica di quello che hai in testa
quando dici che io non ci sono.
Io ci sono, dico soltanto quello che sto per dire,
non lo sviluppo perché anche io ho fame, come tutti qui,
quell’altra cosa che secondo me dovrò dire..
siamo nell’attualità.. ma provo a dire quando io ci sono.
Prima ha rubato la mia storia di attualità.
Quando ritorno da me, io so che il pensiero della differenza sessuale ha detto…
che si interessa alla sua cultura.
Io dico che non ci sono perché non ho una spiritualità,
allora per prova che ci sono,
supponiamo di tentare di trovare la mia spiritualità…
allora vado dai miei antenati e mi dicono
che secondo la loro cosmogonia, la visione dell’universo,
secondo loro esisteva una materia primordiale, le acque, i buoi, il nulla
che si chiamava “nun”, e siamo nella teoria dei due contrari, a fianco del “nun” hanno creato il “nunet”. Il “nun” significa “non essere”, non è il nulla,
il nulla non so da dove è venuto, da marte,
significa il non essere e “nunet”, l’essere,
significa soltanto che questa materia era inorganizzata,
la teoria dei contrari
e da lì quella materia primordiale conteneva in sè tutti gli archetipi,
e quegli archetipi lì erano esseri viventi,
gli dei avevano in sè la legge
come dice il mio amico, che si chiama l’uomo brutto,
la sua lingua si chiama……..
salendo il livello della coscienza
quel movimento di trasformazione lì,
i miei antenati lo hanno, dal punto di vista simbolico,
divinizzato secondo una parola che si chiama ….
anche il “nun” era divinizzato……
vuol dire lo scarabeo.
Quelli che conoscono lo scarabeo sanno
che lo scarabeo fa lo sterco.
Quando lo scarabeo fa le ….
Apparentemente è una materia inerte,
ma perché lo scarabeo mette le sue uova lì
e queste uova sono come …..
si nutrono e poi escono.
Ecco lì, siamo qua.
Poi questa materia lì, apparentemente inerte contiene in se il…..,
ovvero il divenire, la prima coscienza
che è uscita da questo “nun”
era il dio Amongra.
Fin qua questa cosmogonia è di tipo materialista.
Sappiamo chi erano quelli che hanno imitato questa cosmogonia qua.
Siamo qua, sappiamo che la prima coscienza è uscita dal “nun”,
uscendo in questo modo qua, per questo motivo i miei antenati hanno detto
che è un dio, ‘incree’, cioè creato da solo,
è androgino, ‘incree’ vuol dire che non ha né papà ne mamma,
si è fatto da solo, uscendo così,
poi è autogeno che significa che è uomo e donna,
siamo dunque qua, a questo punto
questa cosmogonia negra prende una espansione di tipo ideologico,
quello che il presunto monoteismo nordico,
il presunto miracolo greco hanno plagiato da qua,
il testo ce l’ho qua, ….quando …
era lì ha creato tutto, tutto l’essere,
ha creato quattro coppie divine,
ha creato prima dalla bocca, ha spruzzato prima,
mi sembra, l’aria o l’acqua, comunque è scritto lì, ho il testo, …
e dopo questo ha creato la terra e il cielo….
Ha creato…..
Finisco, dato che non ci sono, state lì a fare le vostre leggi,
i negri che sono a Lampedusa non vi chiedono niente,
vi guardano e vi dicono cosa fate con la nostra moneta…
cosa fatte con la nostra moneta?. Non sapete che avete la nostra moneta? I negri devono morire….non solo confiscare persino la loro moneta…
non mi venite a dire che quelli lì che vanno a fare comizi lì…
quei dirigenti africani che sono lì non sono i nostri rappresentanti
………………….questa moneta è quella dei rappresentanti bianchi
e nessun africano riconosceva questa moneta,
è la moneta vostra.
Quindi voi e questi rappresentanti siete seduti sul sangue dei negri…
Elisabeth Lisa Jankowski
Uso la pausa un attimo per far passare un foglio…
Chi voleva intervenire?
Giacomo Mambriani
L’episodio che raccontava Delfina prima
mi ha fatto venire in mente una situazione
in cui mi sono trovato a rapportarmi con la sfera del negativo forte,
non proprio della morte ma insomma vicina,
mi è capitato di trovarmi con un mio caro amico
a essere informato della situazione di grande difficoltà di un altro nostro amico
che stava da più di un anno facendo una vita praticamente da recluso
assistendo sua madre che stava molto male
e lui aveva fatto la scelta di prenderla in carico da solo.
Gli altri famigliari per motivi vari non lo facevano
e lui ha fatto questa scelta
e dopo un periodo in cui ci eravamo persi di vista
il suo primo riapparire nella nostra vita
è stato tramite una lunga mail,
molto forte, molto accorata, molto affettuosa nei nostri confronti
in cui ricordava la amicizia con noi, molto forte,
e nello stesso tempo
la comunicazione di questo stato di grande difficoltà, di fatica,
di confronto anche con il pensiero della morte,
della morte di sua madre nella fattispecie
e mi ricordo che all’inizio mi aveva infastidito la reazione del mio amico,
quello che leggeva, che aveva letto con me questa lunga mail
perché da una parte mi spronava, dovevamo rispondere,
aveva molta voglia di rispondere a questo amico
che avevamo perso e dall’altra però mi delegava l’opera di scrittura
perché lui diceva, non so, io non so cosa dire,
cioè io non so scrivere, non mi viene in mente niente, fai tu.
Allora la prima reazione è stata quella di fastidio
sentendomi scaricare la responsabilità
poi dopo effettivamente io ho scritto una risposta
in cui c’era la partecipazione emotiva anche del mio amico.
Poi però riflettendo ho fatto un mio percorso,
dal fastidio, dallo stupore, dal suo silenzio,
dalla sua incapacità totale di parola in questa situazione,
sono passato a un sentimento di un po’ di tristezza,
di dispiacere per questa sua difficoltà,
tra l’altro riconoscendo qualcosa di me anche in questo vissuto,
riconoscendo per esempio anche qualcosa in mio padre,
di un atteggiamento come di abdicazione dalla parola
in certe situazioni nella sfera dei rapporti, delle emozioni, delle relazioni,
per esempio in mio padre notavo
una specie di sottrazione, anche se rispettosa e riconoscente …
e una maggiore autorevolezza e competenza di mia madre.
Era questo sguardo di rispetto e di valorizzazione di mia madre,
ma anche questa abdicazione,
come ritirarsi in se stessi
perché in certe situazioni lui non c’è, non c’era,
non poteva contribuire.
E mi riconosco perché è l’esperienza di mio padre,
l’esperienza della mia famiglia, e naturalmente anche la mia,
però, appunto, da questo senso di tristezza, per me, sono in parte uscito,
e quindi, da chi è venuto fuori da questa difficoltà di parola,
e adesso ha la fortuna di poter nominare a volte,
magari in qualche momento di grazia come diceva Chiara, la mia esperienza
anche in situazioni complicate, difficili anche gioiose, a seconda,
vedo quanto è grande la perdita, in questo caso più maschile che femminile,
nel non aver parole e che non vuol dire naturalmente,
non avere emozioni, non avere vissuti complicati,
non avere come la connessione con il portare alla luce questo altro
forse che è dentro di noi e metterlo in comunicazione con l’altro
che c’è fuori e creare qualcosa di imprevedibile,
che accade in situazione. Quindi
Audio 3
Diana Sartori
Di questa iniziativa, devo dire che, più che promotrice
- ci siamo attaccate tardivamente-
abbiamo approfittato dell’iniziativa che il gruppo di Lisa aveva promosso
però l’abbiamo trovato assolutamente centrale
anche per la nostra impresa.
Oggi qui ci sono anche altre della nostra redazione ed altre arriveranno,
Barbara ed altre. Per molti motivi, dico solamente questo.
Non soltanto. La nostra rivista è una rivista
che ha affrontato il tema della lingua dell’altro in un modo molto semplice.
E’ una rivista di più lingue. Abbiamo fatto la scelta
di avere interventi dove ognuna scrivesse nella propria lingua,
a volte ci sono delle traduzioni, a volte non ci sono le traduzioni.
E’ comunque una rivista che ha fatto questa scommessa di essere in più lingue.
Poi abbiamo sempre avuto una rubrica,
alla quale Lisa e Chiara Zamboni hanno partecipato spesso.
E’ una rubrica che è dedicata alla lingua, lingua materna
e poi devo dire che ci sono stati ultimamente due motivi per cui
quando abbiamo saputo di questa iniziativa
siamo state subito ben pronte ad aggregarci e a sostenerla.
La prima è che il tema è emerso da solo,
il tema del rapporto fra le lingue, fra le differenze, nella rivista
anche quando non era richiesto per esempio nel numero
che adesso è visibile on-line c’è una rubrica che si chiama
“Lei non sa chi sono io”
dove molti degli interventi sono dedicati alla comprensione, e incomprensione soprattutto,
e il numero a cui stiamo lavorando,
perché dovrà uscire fra poco,
sarà un numero che aveva posto come questione la domanda
quale è il punto di leva rispetto a problemi, situazioni
in cui ci si poteva trovare in difficoltà. Non per una coincidenza
ma per un segno della realtà che ci sono adesso molti degli interventi
che potrete leggere fra un po’ sono proprio relativi a situazioni
dove il problema affrontato è proprio quello dell’incontro
con differenze, tra uomini e donne certo, ma con altre culture e con altre lingue ,
con altri modi di pensare, quindi – come una volta si è fatta una domanda –
questo è emerso come il contesto. Quindi è emerso da solo. Poi vi dico un’altra cosa
che per me è importante rispetto all’essere qui. Per certi versi
noi abbiamo costruito con quella rivista lì
un luogo di comunicazione, di incontro fra differenze,
registri diversi, lingue diverse virtuali, tuttavia abbiamo riscontrato delle difficoltà,
lo ammetto, è faticoso, a volte c’è stata una caduta del desiderio,
a un certo punto abbiamo pensato che rispetto agli incontri
che si possono fare nel pensiero, nelle parole, nelle comunicazioni scritte
era importante tornare ai posti dove gli incontri fossero reali,
e di una discussione vera fra le persone, questo anche secondo una convinzione
che le pratiche, gli incontri concreti vengono prima di quelli
che noi immaginiamo, anche nella lingua
gli incontri immaginati a volte sono proprio frutto di immaginazione
e non hanno le risorse che hanno gli incontri reali.
Quindi anche il nostro venire qui oggi aveva il senso di mettersi in rapporto
con una discussione reale, offrendovi anche una sponda.
Io immagino che dalla riflessione di oggi, per gli interventi,
per chi vorrà, si potrà costruire una parte monografica di uno dei numeri della rivista
per tenere in rapporto quel progetto con delle situazioni
in cui la discussione fra le persone sono veri e concreti.
Ecco, darò la parola a Giacomo che invece riprende il discorso
se mai mi riservo di intervenire quando avrò capito qualcosa.
Giacomo Mambriani
Non so se succederà. Infatti, ho l’arduo compito di fare una specie di riepilogo,
sintesi, di quello che è emerso stamattina e mi è venuto un senso di vertigine
all’idea di doverlo fare appunto per la ricchezza di quello che è uscito, ci provo.
Diciamo, velocemente, cercando di riportare lo scheletro essenziale degli interventi di stamattina e poi qualche punto che mi ha colpito del dibattito.
Ha cominciato Lisa che ha ripercorso le tappe della riflessione sul linguaggio,
le differenze nello stare nel linguaggio degli uomini e delle donne,
anche naturalmente l’intreccio con le differenze culturali e l’intreccio con la politica.
E’ stata una panoramica per me molto interessante di cui tra l’altro sapevo non tanto
e quindi si è passato dall’ipotesi deficitaria del linguaggio
e del pensiero femminile del 1925: da Jespersen a Irigaray,
alla evoluzione moderna del pensiero di Irigaray o all’idea del Code-switching,
cioè pensieri più aggiornati e più moderni, posizioni più complesse.
Mi ha colpito il capitolo con l’idea della povertà linguistica e povertà relazionale.
Poi ha parlato della lingua materna come esperienza, come lingua
in cui non c’è la necessità di una traduzione. Si tratta di un’esperienza linguistica
che si svolge sempre in compresenza con gli atti. Non è sostitutiva degli atti,
perciò non si pone come arbitraria. Sarebbe come una sorta di esperienza assoluta. Dopodiché un’altra cosa molto bella è l’idea della sacralità del linguaggio
e l’idea che appunto ho trovato molto interessante è quella in cui praticamente
notando la scomparsa, in un certo senso, il nascondimento del femminile nel linguaggio, attraverso per esempio il meccanismo dei plurali maschili
che valgono come neutri per tutti, Lisa si chiedeva del perché di questo nascondimento all’interno della lingua del femminile e questo poteva aver a che fare con il tabù,
il velo che si mette sulle questioni più fondamentali per l’esistenza
e quindi potrebbe avere anche una valenza di custodire,
preservare il sacro nella nostra esperienza però c’è un confine sottile,
forse, che si può varcare e quello che è la venerazione, custodia dello spazio del sacro nella nostra vita poi può invece diventare svalutazione, cancellazione
e oggi forse siamo decisamente più su questo versante.
E’ una sintesi molto lacunosa per cui prego Lisa stessa o chiunque
di completarla eventualmente in seguito.
Poi l’intervento purtroppo in contumacia di Vita Cosentino.
Un’immagine che mi ha colpito molto è quella della bolla comunicativa
per analogia con la bolla finanziaria, cioè come idea di un mondo parallelo,
di un mondo della comunicazione parallelo, avulso dalla realtà
ma che tende a sostituirla o che pretende di sostituirla e però diciamo
che questa bolla comunicativa, se non è del tutto esplosa come quella finanziaria,
è forse lì lì per farlo. Comunque ci sono molte persone
che sentono l’esigenza di fare questa bolla..
Citava atti politici efficaci che le ridanno una certa speranza nella politica,
questi atti politici efficaci affidati alla fragilità delle parole,
e citava l’esempio delle maestre elementari che nell’opporsi a questa idea
di riforma del maestro unico per esempio sono riuscite a utilizzare un linguaggio efficace raccontando un’esperienza forte e positiva e sono riuscite effettivamente
a modificare la realtà con questa presa di parola. E anche il caso di Veronica Lario
che ha fatto un atto politico che ha avuto anche questo conseguenze concrete,
che lei citava come espressioni politiche efficaci. Poi parlava anche della poesia,
dell’arte come modalità del linguaggio
che spesso hanno una potenza trasformativa della realtà.
Citava il documentario “processo per stupro”, la cui forza non era tanto solo
per il tema forte e d’impatto
ma era anche per il modo scelto per la narrazione senza commenti,
senza pretese di spiegazioni oggettive
ma lasciando aperto la questione senza anticipazioni,
senza sintesi finali e poi mi ha colpito anche l’enunciare alcuni punti
che lei ha denominato ‘strumenti inservibili’, ormai inservibili
o anche ‘strutture trappola’, per esempio questa idea della bipolarità
che cancella la realtà semplificandola e schiacciandola
costringendo le persone a prendere posizione sul sì o sul no,
quasi sempre comunque con una gerarchia,
c’è la posizione buona e quella sbagliata.
Sono intercambiabili ormai nel discorso politico
perché c’è qualcuno che dice una cosa e l’altro che la contesta
in una dinamica sempre più lontana dalla complessità della realtà.
Poi c’è l’altro strumento inservibile che è l’arroganza della posizione giusta
e questo è già più facile, più immediato da capire.
Terzo non saprei come sintetizzarlo, se qualcuno ha una sintesi
perché io ho scritto “il posto da fare alla scomodità dell’altro”.
Comunque a proposito di questo terzo punto citava l’esempio della mediatrice Rom
che andava nella scuola e questo scacco nella comunicazione
da cui forse si potrebbe ricavare una riflessione utile
sulle modalità della comunicazione trasformativa con l’altro
ma se qualcuno ha capito meglio mi auguro che interverrà nel corso del dibattito. L’ultima cosa, i due miti, a proposito del linguaggio un po’ speculare
che sono quelli del linguaggio perfettamente trasparente,
cioè l’idealizzazione del linguaggio e dall’altra parte
l’idea di intimità relazionale o anche fusione senza bisogno di parole.
Sono due miti, sembrano un po’ ripetere la bipolarità prima citata,
e invece Vita riportava con forza questa idea che ci si incontra solo nella pratica
e non nella teoria, cioè in situazioni spurie, per usare un suo aggettivo
in cui ci sono fraintendimenti, ci sono passi falsi, scivolamenti,
comprensioni a posteriori, però accadono un sacco di cose,
però accadono nella pratica concreta più che nella teoria.
Poi c’è stato l’intervento di Federica che ha riportato,
ha raccontato l’uso della lingua materna dei suoi giovani studenti.
Mi hanno colpito questi aggettivi: lento, spontaneo, inaspettato uso della lingua materna. Raccontava che in classe si accolgono anche i dialetti oltre che le lingue diverse.
C’è accoglienza anche per i dialetti, e cioé la possibilità per questi bambini e bambine
di trovare un loro posto e anche la possibilità
di sperimentare una specie di riconoscimento,
di autorevolezza nel comunicare le caratteristiche della propria lingua materna,
della propria esperienza agli altri bambini e bambine.
E questo lo sintetizzava così: a queste bambine e bambini quello che importa
è il posto che noi gli diamo, il che vale anche per ognuno e ognuna di noi,
cioè quello che conta alla fine, è il posto che ci viene dato
e che noi stessi ci diamo prima ancora. E diceva che è fondamentale
la qualità della relazione con la maestra e anche tra loro.
E quindi parlava di quasi miracoli che avvengono quotidianamente a scuola.
Avvengono spesso senza che fuori se ne sappia molto, forse anche uno dei motivi
perché possano avvenire dei miracoli, me lo chiedevo durante la pausa pranzo
se trovare il modo di nominare questi miracoli all’esterno
senza però creare attorno a questo luogo quella pressione dei media d’informazione
che già metterebbe a repentaglio la possibilità di farli avverare questi miracoli.
E’ come se ci fosse uno spazio, forse legato a quella sacralità
di cui si parlava prima in cui le cose possono accadere,
se ci si entra troppo direttamente i miracoli non accadranno più.
Poi è iniziato il dibattito di una ricchezza bestiale e mi ha colpito il collegamento
che faceva Wanda, mi sembra, che metteva in evidenza
il nesso molto stretto fra l’attenzione
che noi dedichiamo al nostro altro, che si può chiamare inconscio,
vita intrapsichica o mistero, ci sono tante parole,
ognuno forse può usare la sua,
comunque con questo altro dentro di noi e quello concretamente fuori di noi.
Il riconoscimento di un altro dentro è molto legato a quello fuori.
Poi mi ha colpito quello che diceva Delfina sulla sua esperienza,
però anche qua, mi correggerete se sbaglio, di rapporto con la lingua materna
anche come blocco, in un certo senso, come sperimentazione ed esperienza di un blocco, nella fattispecie se ho capito bene, nell’agire una conflittualità
e mi colpisce perché ieri sera con il gruppo uomini di cui faccio parte
è venuto fuori una cosa che aveva molte analogie con questa esperienza.
Poi citava l’episodio della mancanza di parole di due uomini
in occasione di un funerale. E invece la felice capacità di una donna
che ha letto anche uno scritto sulla figura di suo padre che era morto.
Facendo questo aveva in un certo senso restituito un senso,
restituito la qualità della relazione di suo padre con i suoi famigliari
e aveva illuminato una scena che se no,
sarebbe rimasta un po’ opaca e grigia
e praticamente donne che sanno togliere il velo dal sacro
portandolo più vicino alla rivelazione, quindi svelamento, rivelazione,
questi giochi, anche di parole, etimologici. Poi un’altra cosa
che emergeva nell’intervento di Oriella invece che mi ha colpito
era la grande potenzialità trasformativa anche in contesti,
fortemente segnati dal potere, del riuscire a fare spazio alle persone
andando oltre il loro vestito o ruolo e riuscendo magari in prima persona
a nominare ciò che ci muove e ottenendo su questo delle risposte
e in un certo senso a volte ottenendo degli svelamenti,
il che può accadere sia a chi ascolta sia a chi parla,
si possono aprire degli sguardi nuovi sulla realtà, e situazioni
che sembravano abbastanza chiuse e impermeabili al cambiamento
si possono improvvisamente aprire. Passo oltre, sorvolando probabilmente
su un sacco di cose…
Chiara diceva che nel nostro invito aveva colto una piccola chiusura
nel senso che tutta la lingua è significante,
come se ci fosse una piccola non accettazione della lingua corrente
che ci circonda in cui in realtà siamo immersi tutti
anche quella è in un certo senso la nostra lingua, se ho capito bene
il che è interessante e mi interroga a riflettere.
Citava il caso paradossale del “No dal Molin” come un caso
in cui c’è una posizione contro la guerra ma che utilizza parole di guerra.
Anche questo mi aveva colpito e poi parlava del fatto rispetto agli animali,
essendo umani rispetto agli animali usando il linguaggio, possiamo sperimentare
solo alcuni momenti di grazia, o di comunicazione felice,
in altre parole come esperienza, come espressione in lingua materna,
no, non lo troverò mai, comunque. Andiamo avanti.
Alessio citava la pratica del parlare insieme uomini e donne,
anche per la diversa presenza, la diversa qualità della presenza
che lui, nella sua esperienza politica e pubblica degli ultimi 3 o 4 anni,
vede che ha sempre delle risposte diverse, parlando anche dello stesso tema
vede che la voce di un uomo, la parola di un uomo e la parola di una donna
suscitano, in chi ascolta, reazioni diverse ma anche a livello di sguardo, di silenzio
che si crea o di risposte in generale
e quindi è una pratica potenzialmente molto importante.
Poi mi ha colpito anche l’intervento di Jeanpierre, non so se sbaglio il nome,
che è stato un intervento molto forte di cui non so se ho capito tutto,
anzi so con certezza che non ho capito tutto
però mi ha toccato per la modalità di comunicazione quindi, secondo me,
è molto pertinente essendo una riflessione sulla comunicazione,
sul linguaggio dell’altro, un linguaggio
che è sia linguistico ma anche extralinguistico.
Quindi è molto pertinente e poi riallacciandomi all’episodio di Delfina
ho raccontato un episodio invece mio per illuminare questa specie di afasia maschile soprattutto su certe questioni, sul negativo nella sfera relazionale
e ho detto che è una enorme perdita per molti uomini,
l’ho vissuto anche su di me, l’ho visto nella mia famiglia,
in mio padre e anche nelle mie amicizie maschili,
ed è una sorta di abdicazione, di astensione dal prendere parola,
dal nominare certe cose, perché non c’è riconoscimento di una capacità,
cioè a volte c’è esplicito riconoscimento di un’incapacità,
a volte è semplicemente un evitamento della cosa che comunque,
penso che nell’esperienza maschile sia molto grave,
crei molto spesso perdita e frustrazione e però, come segno di speranza,
mi sembra ultimamente che negli uomini aumenti la voglia di parlare,
o se non altro, cercare di capire, di illuminare aspetti della loro esperienza
su cui fino a questo momento c’era poca o nessuna consapevolezza.
E dopodiché mi fermerei qua.
Elisabeth Lisa Jankowski
Si è già iscritta Antonietta a parlare.
Antonietta Lelario
Allora gli stimoli sono stati veramente tanti.
Io spero poi che troveremo le relazioni sui siti, sui siti di Diotima
perché sarebbe necessario risentirle, rileggerle.
Allora io cerco di rilanciare il dibattito, partendo dall’invito di Vita
di dire che esperienza stiamo facendo noi relativamente al discorso della lingua
e quali sono i punti di forza e quali sono i punti di debolezza in questo discorso.
Qui colgo questo spunto. Ci è capitato, cioè abbiamo voluto,
come la maggior parte dei posti dove si fa politica della differenza,
abbiamo voluto discutere il libretto sull’economia
che ha girato dopo un convegno, – Come si chiamava?-
‘La vita alla radice dell’economia’ – ecco,
una dei punti forti del discorso è stato proprio quello che potevamo fare noi,
di parlare di economia sottraendo l’economia all’oggettivazione
che ne viene fatta e alle leggi a cui viene normalmente sottoposta
sia che si tratti di liberalismo, di statalismo ecc.
e rimettere nel discorso i nostri desideri. La possibilità
enorme che ha oggi la lingua per me
è proprio questo di permettermi di rimettere in circolazione i desideri
però dicendomi che i desideri sono la realtà, non sono altro rispetto alla realtà. Della realtà fanno parte anche i nostri desideri
e in questo modo riconquisto un’idea unitaria della realtà,
non solo perché fatta di desideri e cose, ma perché è di tutti e,
così come la lingua effettivamente è la lingua di tutti,
allora mi veniva come battuta di dire,
che in effetti la bolla comunicativa non è vero che non è esplosa,
quello che noi nominiamo come posizione fra un discorso pubblico
e un discorso che si sta modificando nella realtà,
e in realtà l’esplosione potrebbe essere letta
come l’esplosione della bolla comunicativa. Solamente
mentre la bolla finanziaria è all’attenzione di tutti ed è molto più visibile,
c’è stato subito chi ha voluto registrarla e anche proporsi come guaritore,
non a caso dico al maschile, c’è anche la guaritrice di questa bolla,
invece quella comunicativa nessuno ne registra lo sdoppiamento,
però è registrato invece nelle nostre vite, appunto,
lo si registra come quella sofferenza di cui voi parlavate
che è presente nel gruppo che ha riflettuto sulla lingua
e si registra come sofferenza continua –
la maggior parte di noi non riesce più a leggere i giornali, a guardare la televisione–
c’è una sofferenza enorme che potrebbe essere letta
come il segno di questa esplosione. Allora però torniamo al punto di forza.
Il punto di forza è questo: l’economia è una, la lingua è una
e noi abbiamo delle pratiche per esempio questa,
di tenere insieme la materialità delle cose e il desiderio considerandolo un’unica realtà, abbiamo delle pratiche che abbiamo utilizzato in questi anni
scoprendo attraverso quelle molto spesso che quello che emergeva
non era solo la nostra realtà, era la realtà di tutti. Ora faccio un esempio
sempre rispetto alla lingua: la timidezza nel prendere la parola pubblica,
tradizionalmente delle donne, –
vorrei vedere una donna che non è passata per questa timidezza –
che era una timidezza che nasceva dalla rigidità dell’apparato di potere,
che dovevi sconfiggere per prendere la parola,
è in realtà di tutti gli uomini che sono al di fuori dell’apparato di potere,
insomma, è uno di quei casi nei quali nominando o attraverso le pratiche
oppure registrandola, dicendola questa timidezza,
in realtà nominavamo la timidezza di tanti,
per cui non solo l’economia è una e la lingua è una
ma la comunità degli umani è una e quello che scopriamo per noi
lo scopriamo anche per gli altri, o almeno rendiamo possibile
scoprirlo anche per gli altri. Dicevo ecco che questi sono alcuni elementi di forza,
questo tenere insieme di cui si è parlato stamattina,
il partire da sé, il parlare per sé, sapendo che quello che dici per te
può valere anche per gli altri. C’è questo offrirsi come mediazione ,
questa ricchezza dell’offrirsi, viversi come mediazione è una cosa su cui,
secondo me, bisogna tornare a riflettere, che mai come ora è stata vera,
è stata vera anche invece perché ………
e non chiuderci nelle cose che abbiamo già capito,
anche in un momento di così veloce e spesso feroce trasformazione,
ognuno di noi si aggrappa a quello che può e forse capite,
diventano più spazi nei quali rinchiudersi che non spazi dai quali partire
per continuare la riflessione sulle pratiche, per portarle più avanti,
per portarle più in pubblico. L’ultima cosa che ho scoperto
e che volevo dire anche nelle pratiche del circolo ‘La merlettaia’ di cui faccio parte –
per chi non lo sa – e quindi l’ultima frontiera è rimasta non il maschio,
non il nero, ma il cretino. Quando vogliamo chiudere con l’altro diciamo
“no, è troppo cretino” e ci sentiamo autorizzati a fare quell’operazione di chiusura
che non faremmo per il colore dell’altro, per la pelle o per il suo sesso ecc.
Questo comunque lascia intatto il meccanismo della chiusura
è qui che io vedo ancora l’elemento di debolezza nostra su cui lavorare
e qui la lingua è certo uno strumento principe.
Traudel Sattler
Volevo proprio allacciarmi al quello che diceva Antonietta
che io sento una vera e propria domanda sociale rispetto al sapere
che si produce qui in questo contesto. Tant’è vero che è uscito un giornale,
nuovo quotidiano, che si chiama guarda caso “l’altro”.
Anche la fiera del libro di Torino che si tiene in questi giorni
ha come titolo “io e l’altro”. Questa cosa viene avvertita
come una cosa che circola però c’è mancanza di elaborazione.
Io mi ricordo, è già un po’ di tempo fa, che ho letto la presentazione della fiera del libro, e sono rimasta delusa da questo testo
perché il titolo mi sembrava promettente, mi dicevo,
adesso qui succede qualcosa, però dopo il discorso è ricaduto sull’identità ecc
e quindi io credo che sia enormemente importante, come colmare una lacuna
che esiste una necessità, una chiamata addirittura, e qui ci deve anche incitare
a superare questa chiusura, visto che c’è proprio il bisogno,
a parte che la fiera del libro ha anche da anni questa iniziativa
che si chiama “lingua madre”. Però anche lì, ci sono delle cose
che vengono recepite ma dopo manca l’elaborazione
e rimane come una delusione perché noi aspettiamo qualcosa
che invece dobbiamo produrre noi in prima persona
Elisabeth Lisa Jankowski
Veronica voleva dire qualcosa sull’identità.
Veronica Mariaux
Difatti, io vedo in questo il problema più grosso perché quando si parla
e si usa il termine “l’altro” facilmente poi si intravede come sfondo l’idea
che c’è l’uno e l’altro. E il problema più insidioso sarebbe quello
dell’andare al di là di questa idea dell’identità che è chiaramente l’idea dell’uno
e quando prima Federica diceva che non necessariamente è una perdita,
una confusione imparare un’altra lingua, naturalmente siamo in tantissime qua
che sappiamo perché abbiamo fatto esperienza di questo
che non lo deve essere, potrebbe succedere ma non sempre
e a proposito di questo volevo dirvi di un brevissimo testo
che ho letto di una scrittrice inglese che insegna anche all’università inglese,
lei è nata a Londra ma di origine giamaicana di pelle scura,
e quindi segnata fortemente da una differenza, e lei racconta in questo bellissimo testo che è intitolato “le mille voci di Obama” della sua esperienza personale
come quando lei è cresciuta con un grandissimo amore per la letteratura inglese –
ha studiato letteratura poi è diventata insegnante e docente di inglese –
come lei, per conformarsi alla lingua ufficiale che si parla in questi ambienti,
a un certo punto si è accorta che non riusciva più a parlare con la voce,
dice lei, della sua infanzia, del suo quartiere in cui ha vissuto
e rimpiange molto questa cosa, però lei chiaramente,
lavorando sulla letteratura, parla a lungo, che è molto bello,
che fa riferimento al Pigmalione,
questo orrore della cultura inglese per la perdita dell’identità,
perché bisognava parlare con una voce e non con più voci
e dove invece lei vede che proprio una cosa che è un arricchimento
che naturalmente non è una cosa automatica e facilissima
però quando riesce arricchisce e lei usa tutto questo per presentarci poi
il modo di parlare che lei ha naturalmente potuto gustare anche più di noi
di Barack Obama dove lui invece, a differenza di lei, è riuscito
a integrare le varie lingue, le varie culture che lui ha attraversato
e anche nei testi che ha scritto riesce a parlare con più lingue,
naturalmente in inglese perché riesce a riprodurre
il modo di parlare dei neri a Chicago ecc.
e naturalmente poi di tante altre figure e lei dice chiaramente,
lei parla di voci, comunque apprezza questa non identità,
e questo ritorna al discorso che diceva Wanda che noi e l’altro
che c’è in noi. Noi non siamo identici neanche a noi stessi,
siamo differenti e questo è il passo importante in tutti questi discorsi
che parlano dell’altro, io sono io identica e l’altro pure,
ed questo è il grande rischio, il passo secondo me va fatto.
Oriella Savoldi
Riprendo la cosa che diceva Antonietta. Su questa cosa della bolla comunicativa
il cui scoppio si vede meno di quello della bolla finanziaria,
mi pare che stia un po’ nelle cose che stanno capitando,
anche se la bolla finanziaria era il risultato di comportamenti che sono reali,
cioè la bolla accreditava un’irrealtà ma in realtà figlia di comportamenti
che sono reali. E anche sulla questione della bolla comunicativa
è il risultato di comportamenti reali. Poi è vero che c’è uno scoppio
che si vede molto meno, è meno evidente sulla bolla comunicativa
ma che sta accadendo. A me viene in mente
che per mesi sui giornali milanesi per esempio c’è stata questa discussione
sui compensi d’oro di molti amministratori,
allora un milione e seicentomila euro all’anno ecc.
ed erano dati di realtà. Era una discussione fatta sulle prime pagine dei giornali
quasi fosse una cosa assolutamente normale
che si discutesse di questo e sembrava che tutta la realtà fosse quella cosa lì.
Mi ricordo che io ho mandato in circolo una dichiarazione che diceva
che insomma mi indignava questo dibattito
che dava conto di una assoluta mancanza di misura,
anche di mancanza di rispetto anche nei confronti di quelle persone
che in quel momento versavano in sofferenze ben differenti.
Audio 4
Oriella Savoldi (prosegue)
Nessuno ha pubblicato quella dichiarazione ma dal giorno dopo è cambiata l’onda
nel senso che alcuni giornalisti hanno cominciato a dire che, insomma,
che era indecente quel confronto ed era indecente
che ci fossero poi dei compensi di quei livelli.
Quello che voglio dire èche sta accadendo molto di più di quello che si riesce a leggere
però si dà nella assoluta confusione e quindi è come se ti chiedesse
quasi uno sforzo in più nel leggere la realtà di quello che sta accadendo.
Però la bolla comunicativa, come si diceva stamattina,
mette in campo molto disorientamento e anche molta sofferenza
e spesso e volentieri è come se venisse segnalata anche da una sorta di inquietudine,
di tarlo che è legato molto al buon senso
che ti fa vedere l’insensatezza di molte cose
che ti capitano sotto il naso. Sono così insensate che quasi non ti sembra vero.
Ti sembra quasi una fantasia. In realtà solo nominare quello che provi,
mettere al mondo il piano del desiderio, del sentire
produce degli spostamenti
e probabilmente l’implosione o lo scoppio può anche essere visto in queste… ..
però vederle e leggerle è lo sforzo di questo tempo.
Natalia Parmigiani
Soltanto alcune impressioni dopo quello che ho detto prima,
durante la mattinata e dopo l’intervento di Jeanpierre,
la cosa che mi ha molto interessata di Jeanpierre,
no, non mi ha interessata, mi ha turbata e ha toccato le viscere
ancora prima del senso delle parole che lui ha usato.
Questa messa in scena del dolore e della rabbia,
ecco, la mia di molti anni, anche del passato ma anche attuale,
prima con i bambini, ora con una madre molto anziana con una demenza senile,
mi dice che c’è un modo di comunicare,
e non solo con lei, penso, anche con gli stranieri che abitano nel mio condominio
e non parlano la mia lingua,
una persona che conosco che è schizofrenica, e con molte altre persone
che non hanno grande facilità con il linguaggio, quello verbale,
ma che però comunicano moltissimo con l’espressione del corpo,
con una forma anche di teatralità, esagerando a volte.
In questo momento, ecco, io trovo questo estremamente interessante.
Mi tocca e mi tocca in modo da aprire una grande curiosità rispetto a una comunicazione che va oltre le parole che stiamo spesso dicendoci, e scusate,
anche molto ripetitive e ce le stiamo dicendo da un bel po’.
Allora io, senza voler togliere niente,
la mia ricerca sta più in quello che non va, in quello che non va liscio,
in quello che non mi arriva immediatamente,
quello però che vivo quotidianamente, e spesso anche senza accorgermene,
cioè facendo finta di non vedere,
è quel dolore di cui si parla
io spesso lo incontro proprio nei visi, nei corpi,
qualcosa che ancora per me non ha un preciso nome.
Sono lì che sento, che ascolto e che cerco insieme ad altre ed ad altri con cui vivo.
Non so che via è, è la mia.
Anche stare in quello che si diceva stamattina,
non ricordo chi, anche stare in quello che non va, in quello che non quadra,
in quello che non va via liscio, in quello che interrompe il meccanismo,
cioè Jeanpierre ha interrotto il meccanismo di una comunicazione
che noi conosciamo abbastanza bene. Va bene vero.
C’è solo quel modo nostro di comunicare, le emozioni vere, dove stanno,
c’è altro modo, cioè tutte domande che io mi faccio nell’esperienza viva.
L’incontro con un bambino è altra cosa, eppure lì passa la lingua,
la conoscenza fra lingua e cose, il loro nome è vita e la spiegazione della vita
ma anche con la persona anziana ed anche con altri,
non sto dicendo che mi sto chiudendo in una situazione estremamente eccezionale
ma è come se lì io sento che ci sono risposte o comunque qualcosa da cercare
per andare a trovare qualcosa che non c’è.
Anche il sentire il dolore dell’altro ancora prima che nominarlo
è starci con la pelle viva a contatto in una relazione
in cui le parole a volte non ci sono, non sono così chiare.
Per me questo è attualmente molto interessante. La domanda che io faccio:
come possiamo stare anche qui, anche in questa iniziativa tra di noi
mettendo in campo tutto quel che non sappiamo ancora.
Allora più le domande, più le forme,
in modo da uscire da questo incontro con tanti interrogativi.
Le viscere, quelle di Maria Zambrano, contano ancora per me tantissimo,
quello del sentire assieme al dire e non so se riesco anche a dire
se c’è un altro modo anche per noi di stare più vicini a un sentire,
che quello che stiamo dicendo è molto sentito.
La sensazione di non desiderare di parlare di tutti gli uomini
che adesso stanno andando verso…
no alcuni uomini, quali, chi, come, tra di noi, cominciano ad essere più …
non ho la parola, più vivi, più all’esperienza viva delle cose che diciamo.
Alcune sono anche molto interessanti, lo state già dicendo voi…
Jeanpierre Bell
C’è probabilmente un aspetto che non sono riuscito ad esprimere,
chiedo scusa, dal punto di vista linguistico, si, voglio chiarire una cosa
che probabilmente non sono riuscito ad esprimere.
Quando dico che io non ci sono, significa, immaginati per esempio quando non ci sono, in un paese come il Camerun, io vengo dal Camerun.
La mia lingua non la imparo a scuola, devo imparare la lingua francese o l’inglese. Quando io ho preso per esempio il libro della dottoressa Muraro, quando Guglielma dice, io sono lo spirito santo
si appropria di una spiritualità che non è la stessa cosa quando io dico
“nel nome del padre del figlio dello spirito santo”.
Quello spirito santo la Guglielma non lo sente come lo senti tu.
Per esempio quando vado a leggere il tipo di distinzione,
quando tu fai la critica dell’uno per esempio –
ho il testo di Luisa Muraro qua “corporeità e sessualità”–
lei ha fatto capire in modo chiaro e preciso che quando tu parli “donna”
si capisce come un sesso debole – è scritto lì – invece quando tu dici “uomo”
nella tua lingua è una parola ambigua.
Visto che io parlo una lingua che non è mia.
Se io devo chiamare un uomo “uomo” e una donna “donna”
devo partire da una radice nella mia propria lingua.
Vedi che perdita ho quando non so neanche parlare la mia lingua
perché per parlare, devo partire da “mut”,
è una divinità nella mia lingua di origine uterina e per dire “Uomo” dico “mut” ,
per dire “donna” dico “mut”. Non è la stessa cosa,
devo fare una critica dal punto di vista linguistico su quella parola lì,
uomo, non posso fare la stessa critica perché nella tua lingua ho una perdita –
non ti immagini – La stessa cosa vale per la spiritualità mia che non ho .
Nella spiritualità degli africani – come volevo spiegare oggi –
quello è molto importante la spiritualità –
la persona che porta il peccato nella mia cultura non è la donna, è l’uomo
Natalia Parmigiani
A me interessa, mi immagino cosa significa, cosa ha significato il allontanamente per te, per me era entrare in un luogo dove l’unico modo di comunicare era tra uomini
ed io ho trovato, il problema della lingua, come comunichi te stesso,
è effettivamente enorme, certo che anche per noi, per me è stato un’altra cosa
andare in un luogo dove io non ero inclusa con la mia lingua materna
o con la mia capacita, però è molto lunga
Veronica Mariaux
Io volevo proprio intervenire su questo perché c’entra con quello che ha detto prima,
io capisco naturalmente, posso immaginare, non sapere, una realtà come quella coloniale, la posso immaginare, e sicuramente è stata terribile, quello che però secondo me va fatto, e per quello ho citato questa scrittrice, che anche lei ha attraversato
il sentirsi straniera in un’altra cultura e comunque se l’è fatta propria in qualche modo,
lei cita questo esempio di Obama. Chiaramente la sua esperienza non è la tua,
questo è chiaro, lui non viene dall’Africa,
però la tua lingua materna l’hai imparata da tua madre.
Questa è la tua lingua. Dovresti, questo è il mio invito, cercare, per esempio,
di passarla a tua figlia e non il francese che lei imparerà se le capita,
capisci che questa è la tua lingua, secondo me,
e tu forse riusciresti a soffrire meno di questa cosa
perché è una grande sofferenza, e lo capisco, questo è il mio invito
Elisabeth Lisa Jankowski
Mi sembra, a leggere alcuni interventi sulla lingua,
per esempio, ultimamente di Zagrebelsky su Repubblica,
e anche sentendo alcune relazioni, mi sembra un po’, quello che diceva la Traudel,
che molti non hanno elaborato quello che sta succedendo
e mi riferisco al tuo discorso che invece tocchi quel punto
che forse dobbiamo discutere di più. Zagrebelsky per esempio dice
che la democrazia è il regime della circolazione delle opinioni e delle convenzioni,
del rispetto reciproco. Tutto pulito, perfetto, la realtà invece è completamente fuori.
Lo strumento di questa circolazione sono le parole.
Lo spirito democratico richiede una cura particolare,
una cura in duplice senso quantitativa e qualitativa.
Il numero delle parole usate e conosciute è direttamente proporzionale
al grado di sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza, delle possibilità.
Poche parole vuol dire poche idee, dice lui.
E secondo me questo è in aperta contraddizione con quello che stiamo dicendo
tutto il giorno sulla bolla comunicativa.
Negli anni sessanta questa poteva essere un’intuizione giusta quando c’erano popolazioni
che venivano dalle campagne e non so, c’era l’analfabetismo,
allora la scuola aveva questo compito di introdurre una lingua
che fosse anche una lingua standard che fosse comprensibile in tutto il paese,
insomma per tanti motivi, che conoscete benissimo.
Oggi non è più il punto questo. Non è la quantità delle parole,
è proprio quello che dici tu, lo stare in uno spazio
dove le parole non sono possibili, quello che tu dici anche con i tuoi esempi,
mi sembra anche una grande occasione per noi questa realtà che ci si è presentata
e che non l’abbiamo costruita noi e non l’abbiamo necessariamente voluta noi
questa realtà, questa compresenza di persone di tante lingue, e di tante culture
e però ci riporta alla realtà della vita. Quando guardo negli occhi di una persona,
mi devo relazionare come nella lingua materna, nel contesto, con i miei sensi. Relazionandomi come posso, mi sembra che in questo modo
distruggo la bolla comunicativa, cioè questo eccesso di lingua
che quantitativamente viene meno perché non mi serve.
Parlo a una persona che non conosce questa lingua.
E questo eccesso che ho costruito sul nulla
diventa inutile, diventa uno strumento inutile
e forse da lì possiamo ripartire per guardare, per sentire maggiormente la realtà. Naturalmente dobbiamo tener presente anche quello che dicevo stamattina,
cosa posso far capire e cosa non posso far capire
perché devo vedere quello che possiamo costruire assieme
e quello che resta fuori dalla possibilità di relazionarci,
cioè possiamo relazionarci su un terreno piccolo, ma moltissime cose,
ignorando la vita dell’altro, le sue esperienze, devo lasciare fuori,
devo avere questa consapevolezza che non le devo toccare,
cioè quando una donna si presenta col velo, io non devo parlare necessariamente del velo, io devo lasciare nel non nominato alcune cose
che forse col tempo diventeranno nominabili.
Ci vuole una particolare sensibilità in questo momento
però io personalmente lo vivo come una grande occasione.
Diana Sartori
Mi inserisco, non so se ho capito bene, alcune cose sulla bolla comunicativa
però per certi aspetti quello che diceva Vita lo conosco
perché faceva riferimento a cose che avevo scritte, pensate
che avevo anche discusso con lei e una cosa
che mi fa pensare all’esplosione della bolla comunicativa,
per come l’ho vissuta io, anche se secondo me è esplosa, però
se faccio l’esempio della parallela bolla finanziaria, pensate cosa succede,
succede che immediatamente vengono fuori dei desideri di tappare questa realtà,
questa bolla e si trovano alle volte delle risposte
che sono in un certo senso peggiori del problema stesso
ma che rivelano qualcosa di vero, in realtà, della situazione.
Penso che si capisce improvvisamente che alcune cose non erano così vere
come sembravano, si erano prese delle cose come reali,
in realtà la realtà era più grande, più complessa oppure più piccola, più diversa,
da un’altra parte, sposta il livello di realtà e capisci che alcune cose erano descritte
come reali e non lo erano, per esempio che la comprensione
che noi immaginiamo di vivere nella nostra vita,
fosse quella raccontata dalla teoria del linguaggio è una cosa
che felicemente esplode con la bolla comunicativa,
quello che per esempio io vedo nell’esplosione della bolla portata da molte differenze
che sono più circolanti adesso e scopro per esempio
che io capivo ben poco il mondo dove vivevo prima.
Non mi è incomprensibile la famiglia dei pachistani che vive sotto di me
o quella degli indiani o degli africani di fronte nel mio condominio
ma mi è diventata improvvisamente incomprensibile la signora
che mi abita di sotto, di Vicenza, la signora
con cui vivevo prima e tutta una serie di rapporti umani di comunicazione,
che prima davo per scontati, mi si rivelano per quello che erano,
il livello di comprensione, di comunanza, di presunta identità
che avevo con loro, si rivelano in realtà una grande bolla.
Capisco che le cose funzionavano non perché condividevamo un significato comune, eravamo d’accordo perché stavamo nello stesso condominio.
Cioè, il vedere le altre differenze mi fa capire che in realtà
molte cose che stanno su nella nostra vita comune, non stanno affatto su,
questa onnipotenza mediatrice del linguaggio come essere ciò che nomina l’uno. Assolutamente no, succedono una montagna di cose in realtà nella nostra vita,
un sacco di fraintendimenti, ma le cose vanno avanti.
Adesso vedo per esempio più chiaramente, prima potevo solo sospettarlo
ma adesso ce l’ho proprio chiaro. Quelle altre differenze
mi hanno fatto esplodere alcune illusioni che avevo su me stessa,
sul linguaggio, su come vivevo nel mio condominio,
su cosa mi teneva legata alla signora di sotto che non capisco più
o a una città che posso non capire più in alcuni comportamenti,
in discorsi che non posso capire più, che non sono fatti dalle persone
che sarebbero differenti e che girano intorno a me ma da quelle di prima,
cioè, da quelle con i quali presumevo di vivere l’identità,
quindi se stiamo a guardare, come diceva Veronika, le cose che non capiamo,
ce ne sono molte, ma questo non è la sostanza di quello
che ci rende impossibile vivere assieme.
In realtà sono moltissime le cose del linguaggio che sono molto meno chiare
molto meno legate a una comprensione linguistica.
Quando diciamo che la lingua è una
è importante non pensare la lingua che fa uno.
Non c’è un Uno sotto che regge la lingua, ci siamo tutti quanti dentro,
è certo non ciò che ci identifica. La comprensione è un atto simbolico,
noi siamo in ballo, tengo assieme due cose, non sono uguali,
sono insieme ma non diventano una, sono tenute insieme,
convivono ma non sono la stessa cosa. Ecco quindi l’esplosione della bolla comunicativa mi fa vedere questa situazione. C’è però un pericolo che io avverto.
Delle volte ti viene da pensare, ah devo tornare alla cosa reale,
e magari sottovaluti la realtà di quello che sta davvero succedendo,
anche la bolla, come quello che diceva Oriella, era un effetto reale
e come mi costruisco allora un mito………..(finita la registrazione)
E come mi costruisco allora un mito?
Immagino che portare alla regolazione e alla chiarezza il controllo
sia la soluzione della bolla e c’è qualcosa di parallelo nell’immagine
di come si superano i problemi delle incomprensioni, delle differenze nei linguaggi,
dei modi di vivere che è esattamente parallelo
a quello che succede nel campo della lingua, del logos,
a quello che succede nel nomos, cioè immagino che si faccia una legge uguale per tutti
e che va bene e mi tapperà il buco dei problemi che ho.
Nella lingua succede qualcosa di simile: l’idea che devo costruire il luogo perfetto
dove allora ci capiremo. E’ il modello che diceva Lisa
che forse poteva essere un’illusione, un tempo funzionava,
ma adesso è esplosa finalmente la bolla.
Giacomo Mambriani
Mi sembra che gli uomini abbiano in questo momento maggior desiderio,
bisogno di presa di parola o consapevolezza,
può sembrare un’affermazione astratta,
ma dentro di me penso ad esperienze magari proiettando una speranza nella realtà,
però vado nelle scuole e vedo adolescenti maschi spesso qualificati come bulli,
violenti, aggressivi privi di valore e di valori, li vedo confusi,
con problemi, ma con genuina curiosità o spiazzamento
nel sentire parole di un loro simile, di un’altra generazione,
vedo anche nel modo di ascoltare quello che dico, di guardarmi
vedo un’apertura, curiosità, a volte prendono la parola e dicono cose belle e interessanti. Anche nelle relazioni coi miei amici e coetanei,
che io stesso vedo in modo diverso, è cambiato il mio sguardo
e sono cambiato anche io,
in questo senso mi veniva di allargare al maschile in generale
a partire da una mia esperienza
Audio 5
Donatella Franchi
Vorrei aggiungere qualcosa alla riflessione sul linguaggio
partendo dal mio osservatorio, dal mio punto d’osservazione,
che è quello delle pratiche artistiche delle donne,
pratiche di linguaggio visivo,di visioni, oltre che di pensiero
che mi hanno aiutata moltissimo a vivere l’esperienza della mia vita più recente
Fondamentale è stata quella di accompagnare mia madre nella sua estrema vecchiaia,
mia madre è morta lo scorso settembre che aveva compiuto 100 anni.
E quindi la riflessione che ho fatto sulle pratiche artistiche, sul linguaggio
che io manipolavo all’interno di questa situazione,
si è molto approfondito attraverso l’esperienza che ho avuto della vecchiaia di mia madre.
Mi hanno aiutato naturalmente a stare dentro quest’esperienza così forte
la pratica di relazioni, di riflessione con le donne,
e la pratica che conduco ancora dagli anni settanta,
e questa appunto delle pratiche artistiche
che sono strettamente legate al pensiero delle donne
e che hanno messo in circolo un linguaggio importantissimo,
specialmente in questi ultimi anni,
che sono una visione della realtà attraverso il linguaggio visivo
che sta dentro il quotidiano.
E’ un linguaggio che aiuta a togliere dalla vita quotidiana
la patina dell’abitudine, focalizzando quello che spesso non riusciamo più a vedere
e che, appunto, aiuta a stare nella vita.
Difatti a me più che “arte” piace chiamarla “pratica artistica”,
perché “arte” può suonare come un nome pomposo e inaccessibile,
è un modo di fare arte che è cura della vita, nel senso di prendersi cura di sé
e della vita degli altri, aiuta a stare dentro la vita.
Adesso non voglio farla lunga, potrei fare tantissimi esempi
a partire da artiste affermatissime, conosciute a livello internazionale
come l’artista coreana Kimsooja che è un artista che io cito moltissimo
perché mi ha aiutato molto con il mio rapporto con l’immigrazione per esempio.
E poi io stessa, nello stare con mia madre e con le badanti, le cosiddette badanti,
ho utilizzato moltissimo anche il loro linguaggio
per poter stabilire con loro, nei rapporti spesso estremamente difficili,
una forma di comunicazione che mi rimanda molto alla lingua materna,
nel senso di mescolamento di codici e di compresenza di vari elementi
come per esempio corpo, voce e non solo parola,
e che mi hanno aiutata molto a stare dentro queste situazioni che altrimenti,
in certi momenti, avrebbero potuto schiacciarmi.
Adesso non so se è il caso di fare esemplificazioni su questo,
comunque, volevo far presente che il linguaggio delle pratiche artistiche delle donne oggi, che appunto va dallo stare dentro i rapporti del quotidiano
e comunicarli attraverso le visioni, allo stare a abitare la città,
fatta attraverso l’arte pubblica per esempio,
è una forma di linguaggio che aiuta moltissimo nella vita,
insomma a stare nella vita.
Delfina Lusiardi
C’è un nodo che Natalia ha tirato fuori oggi e che non smette di intrigarmi, di inquietarmi – ci conosciamo – ed è, provo a dirla così, come si fa ad andare,
visto che siamo umani, e in quanto umani abbiamo il dono della parola,
ad andare con la parola là dove c’è un collasso della parola.
Questa mattina, alla fine del racconto di Jeanpierre, è venuto fuori un fatto,
perché è un fatto la morte degli uomini che attraversano il canale di Sicilia.
Allora è come che al di là di tutto quello che ha raccontato prima
quella cosa lì resta come qualcosa che sembra il buco nero
intorno al quale noi continuiamo a girare
e che sembra togliere valore e significato a tutto quello che noi ci stiamo dicendo.
Ci sono altre esperienze che sembrano dei buchi neri,
quella a cui alludevi tu, Natalia, comunque c’è, ci sono.
Queste realtà, perché fanno parte della realtà, dove si registra il collasso
non solo della parola ma dell’umano, cioè proprio di noi, degli esseri umani,
di quel tanto di umanità che appartiene a noi donne ed uomini,
quell’umanità a cui faceva riferimento Jeanpierre,
da prima della differenza, questa cosa qui.
Ed allora vorrei riprendere quel punto che Vita diceva “quell’altro”
che non è altro nel senso della multiculturalità o della differenza sessuale
ma quella specie di, come dire, di luogo dell’essere, del sentire
che resiste a ogni possibilità di dire se non – che cosa- di una dichiarazione di colpa,
di vergogna, di impotenza – cosa possiamo fare? -.
Jeanpierre stamattina l’ha espresso con il linguaggio,
è il linguaggio della disperazione e della rabbia,
Sì, sì, nella disperazione c’è la rabbia, c’è la collera, c’è il dolore.
Per me è una cosa molto importante, che Vita ci ha messo lì.
Quasi come quella cosa che noi non mettiamo in conto ma che c’è
e quando ci viene portata – stamattina ce l’ha portata Jeanpierre
ma in altre situazioni ci viene portata da altri –
quella cosa lì è come quel buco nero che si mangia anche la possibilità della parola
che invece è ed io continuo a salvare questa possibilità, comunque della dicibilità
e della parola. Non ci sto a scivolare nel buco nero,
però so, so, so, perché so che c’è anche altro rispetto a quel buco nero.
Sandra Divina
Mi interessava intervenire un po’ su tutti gli interventi di Natalia e di Delfina
e poi di Antonietta, sei tu? Nel senso che tu dicevi che ti interessano le cose
quando tu sei confrontata, anche in una situazione come questa, con qualcosa che non va. Io ho pensato che forse tu vivi con una certa continuità, una situazione privilegiata,
di poterti, senza particolari difficoltà rapportare a queste forme di politica fra donne,
di relazioni, di conferenze, di scambi, questa pratica
che in questi ambienti è considerata ovvia, ovvia,
e che io ho conosciuto da giovane studentessa e che mi ha dato molto:
tanto più giovane tanto più ovvia io la consideravo. Se io penso invece, sì,
di poterti rispondere, dal punto di vista, dopo 10 anni che non sono più qui
e non sono più studentessa e che quotidianamente vengo confrontata
non con qualcosa che non va, piuttosto,
avendo appreso queste pratiche di relazioni da giovane,
si, mi sono costruita delle relazioni e mi sono proposta di mantenere certe relazioni –
io vivo in provincia, al nord, a Bressanone – veramente, dove certamente –
leggo i testi di Diotima e di Via Dogana e così – cerco delle risposte a delle domande
che immagino che in questi ambienti non si debbano neanche porre.
Allora ho trovato una bellissima risposta in un saggio di Diana Sartori
dove lei -parla probabilmente di tutt’altre cose-
quello che io mi sono tirata fuori era una contrapposizione, no?
Io mi aiuto molto con le contrapposizioni. Mi immagino un concetto
che è il contrario di un altro concetto. Non serve che deve essere veramente così,
però ogni volta che lo applico funziona.
Per esempio la contrapposizione tra il linguaggio dei diritti e invece –
perché lei parlava del rovescio dei diritti in quel saggio-
e invece tutte quelle situazioni in cui io parlo
e ho degli scambi e sto nella logica del dono.
Nella relazione non c’è assolutamente la parità dei diritti
ma c’è la simmetria, c’è una persona che dona e un’altra che,
proprio perché ha ricevuto questo dono, desidera il legame.
Allora mi sono fatta forte di questa cosa, da tanto tempo,
però ho detto, quando ho letto il saggio di Diana Sartori,
“Oh, è questo che io faccio”. Allora, sì, penso che sia una pratica quotidiana
con tutta la gente, donne e uomini ma soprattutto donne,
gli uomini non mi interessano così tanto,
di stare in questa logica, creando agli altri, non a me, molti problemi.
Però la logica regge e cioè di stare nella relazione
che significa dono e desiderio di legame:
ricevere e dare doni e desiderare di avere dei legami ed accettare legami,
desiderio di legami di altri e lì però, rispetto a quello che ha detto Antonietta,
una pratica che per me è necessaria per riuscire ad attuare questo,
è di tagliare fuori il cretino: cioè ci sono delle persone
che mi irritano talmente tanto, ma talmente tanto che io ho deciso basta,
quello per me è morto. Non so mi hai messo molto in dubbio con il tuo intervento oggi
e poi, si, lì invece dove c’è, alla fin fine, stare in quelle relazioni
dove c’è scambio tagliando fuori il cretino,
per quello mi interessa il discorso sul linguaggio che stiamo facendo oggi,
io sono continuamente costretta a inventare un nuovo linguaggio.
Fra l’altro vivo in un ambiente di lingua tedesca e faccio una continua mediazione, prima, sì, penso che non sia un caso,
forse anche un po’ un desiderio di continuità con me stessa,
perché in tutta la mia vita io sono sempre oscillata tedesco-italiano, tedesco-italiano..
e allora, a un certo punto, dopo che sono venuta all’università,
ho appreso qui questa pratica del dono in cui si libera il linguaggio
ho detto “vuoi che io appena dopo i venti anni ho imparato questa cosa
che è un rimandarmi alla lingua materna, che mi ritorna,
che mi permette anche di riallacciarmi a tante esperienze della mia infanzia
che pensavo di dover annullare, non posso tornare a casa mia,
in un ambiente anche di lingua tedesca,
assolutamente estraneo al pensiero della differenza,
a fare queste mediazioni e devo dire che è estremamente difficile.
Per la difficoltà che io vivo quotidianamente mi ha fatto veramente commozione
quando tu hai detto “A me interessa quando qualcosa non va”.
Questo è una cosa così ovvia per me – ah ho capito malissimo –
oh mio dio, devo cancellare tutto quello che ho scritto – grazie –
e però non so se sono almeno riuscita a farti capire quello che ho capito io
e che ultimamente ho trovato un po’ un aiuto
per questa necessità di inventare nuovi linguaggi,
quello che succede anche a te quando sei sempre confrontata con qualcosa
che non va nello scambio di storie da raccontare
e anche nell’erudizione dei termini.
Quando io vado a cercare nella lingua tedesca, latina, italiana, greca le parole
da dove vengono e questo insieme così di immagini
che vengono fuori dalle storie con parole che prendo quasi come cose
che devo regalare, ricevere. Dà la possibilità di inventare un linguaggio
o almeno da la possibilità di vivere in questa necessità di invenzione di un linguaggio.
Wanda Tommasi
Io volevo dire due cose, non so se ci riesco, la prima forse sì.
La prima è forse più semplice è come se circolassero nel discorso,
nei vari discorsi che sono circolati – adesso posso riferirmi ad alcuni –
due accezioni di lingua materna che è quel concetto di lingua materna
che io continuo a non capire esattamente cosa voglia dire –
me lo farò spiegare da Chiara Zamboni che lavora da anni su questo,
me ne ha parlato varie volte ma io continuo a non capire,
si vede che lì c’è un punto – però molto brevemente sentivo come due accezioni: nell’intervento di Donatella, che ho molto apprezzato, c’era il senso della contaminazione di lingua materna a vari livelli coinvolta,
fin qui mi sento anche di capirlo abbastanza e mi interessa, insomma,
cioè che ha elementi di inconscio che ha rapporti fra corpo e linguaggio e mondo
e poi dal discorso di Donatella veniva fuori la contaminazione di diversi aspetti,
forse un patchwork. E questo mi interessa molto, mentre un’altra accezione
che sentivo circolare, e questo semplicemente, e non so bene dove,
ma in alcuni punti lo ho sentito, forse anche nell’ultimo punto che diceva Lisa
all’inizio della sua relazione, a proposito del sacro del linguaggio
come invece una specie di nostalgia della lingua materna come luogo mitico
mi verrebbe da dire e lì ho più difficoltà a seguire questo versante, questo crinale,
poi l’altra cosa era, non so bene cosa sia,
provo però forse è meglio che stia zitta. Non so. Il perché dell’intervento di Delfina,
un po’. Era questo che ha toccato come già l’intervento di Jeanpierre stamattina,
un punto naturalmente terribile come dire della politica e della cronaca di questi giorni,
di questo periodo. E allora questo di Lampedusa. Non so.
In un certo senso mi verrebbe da dire le parole di Vita per darmi un po’ di conforto rispetto a un nodo che è terribile, insomma,
perché l’alternativa che è offerta sembrerebbe quella di schierarsi.
O ci si schiera dalla parte delle misure governative pressoché razziste
però condivise da moltissima gente, teniamo presente perché questo è,
e dall’altro l’atteggiamento grosso modo della sinistra, della chiesa
– no della chiesa non è giusto – dei cattolici grosso modo,
che è dell’accoglienza, diciamo così. E’ un nodo troppo grosso per quello dicevo,
forse non riuscivo a dire niente, ma rispetto a questioni di questo tipo
io so solo che riesco ad essere sommersa dai sensi di colpa, una parte di me …
la gente condivide le misure che possono suonare forse anche razziste,
non so, lo sono forse, decisamente, xenofobe, quanto meno, forse addirittura razziste, adesso non so, insomma, ma una parte di me non è lontanissima da un sentire vicino
e quindi poi dall’altra poi sommersa come da sensi di colpa.
Allora dico che l’intervento di Vita, però non so,
può darsi che stia dicendo una stupidaggine, per quello che io ho sentito,
che cercava di invitare di uscire da questa necessità di schierarsi, delle contrapposizioni
e della logica binaria, ecco così e non so trovare le parole,
io non le trovo, non ne trovo proprio nessuna rispetto a questa storia,
quelle che ha detto qui proprio Jeanpierre. Però, ecco così.
Fermarci un attimo qui a dire che dobbiamo forse trovare delle altre parole,
o qualcosa, boh, qualcosa.
Monica Benedetti
Io volevo solo dare un piccolo contributo perché tra poco me ne vado
e ho ascoltato con gratitudine tutte le cose che avete detto
e ho solo due idee, le dico:
Allora quando questa mattina Jeanpierre ha fatto il suo intervento,
per cui lo ringrazio, io avevo parlato con lui poco prima
perché sono andata a salutare Sandra che è sua moglie e una battuta
che mi aveva fatto e che aveva detto prima in privato,
“bella legge che avete fatto contro gli immigrati”
ed effettivamente io mi sto vivendo e me la tengo stretta questa vergogna
che io comunque sento in questo momento di essere comunque cittadina di uno stato
che in larga parte condivide queste disposizioni.
Capisco tutte le paure, le angosce di questa immigrazione selvaggia
di cui ho paura anche io che comunque il sentimento prevalente è la vergogna
e me la tengo cara perché per me è come una bussola che mi impedisce
di farmi prendere dalla visceralità di certe paure
che comunque potrebbero attecchire dentro di me.
Dopodiché, mentre lui parlava, di fronte a questo senso di colpa,
io cos’è che ho pensato, ho pensato che ha sposato una donna italiana,
che ha una figlia che ha scelto di allevare in Italia
e quindi, una parte comunque della mia storia è intrecciata alla sua,
è intrecciata a quella di sua moglie che è italiana e questo è stata una cosa anche
che mi ha permesso di stare di fronte alla mia vergogna, alla sua giusta rabbia, mantenendo comunque uno spazio d’apertura che mi permette di andarmene da qui
oggi con una consapevolezza in più e con una voglia in più
di mettere in conto nelle relazioni con le persone che incontro
che in questo momento rappresento anche un paese agli occhi di chi abita vicino a noi, che sta facendo delle cose brutte.
Dopodichè molti di questi ostacoli vengono superati quotidianamente
stando con le badanti che accudiscono i nostri vecchi e le nostre vecchie
e con i bambini a scuola e per fortuna di fronte a questi abissi
ci sono tanti piccoli momenti d’incontro e di fare comunità
che forse sono l’unico antidoto che ci può permettere
di non restare completamente senza parole,
assieme a quella cosa che diceva Vita di ammettere il negativo,
cioè di fare un passo indietro e di partire dalle nostre ambiguità reciproche.
Poi avevo un’altra cosa da dire ma non me la ricordo più,
forse non era importante..
Riccardo Fanciullacci
Anche io penso che la voragine che citava Natalia renda difficile fare altri discorsi
però, visto che l’ha introdotto Wanda, mi sento giustificato
di ritornare un attimo sulla lingua materna perché anche io avevo notato
che la seconda accezione che ha citato Wanda Tommasi
quella per cui si costituisce come qualcosa per cui si può provare nostalgia.
E penso che l’indicazione che è teorica ma che arriva poi a servirci
a trattare in maniera non ripetitiva le questioni più scottanti è proprio quella
che evocava Chiara quando lei diceva citando Bateson
“Grazia, talvolta abbiamo la grazia”. Allora secondo me il punto è questo.
Pensarla, è la cosa che dico per discuterla, pensarla nella forma dell’evento,
cioè la lingua materna non è qualcosa verso cui uno si ritrae,
la lingua di quando era bambino, in senso semplice ma poi lo spiego,
ma è qualcosa che può accadere, in questo senso “grazia” è ancora più bello di evento
e che cosa è questo? Far circolare una cosa, io l’ho imparato da Luisa Muraro,
far circolare l’esperienza e la parola. E’ una cosa che talvolta accade
e non è necessariamente il tornare alla lingua che si parlava da bambini
però c’è un legame con la lingua che …………..no audio …………….
Punto che si è vista questa differenza nella relazione di Vita
in cui la lingua materna interveniva in questa seconda accezione
e nella bellissima relazione di Federica che parlando dei bambini
si riferiva naturalmente soprattutto alla lingua materna dei bambini,
cioè a quella prima concretizzazione di quel rapporto fra esperienza e linguaggio
e questo, secondo me, ha creato un po’ ….. E la seconda cosa collegata che volevo dire,
è sulla “Bolla” ed è un po’ anche quello che secondo me, se ho capito bene,
anche voleva dire Diana: allora il linguaggio oggi, diceva Vita,
falsifica e deforma l’esperienza e questa ci fa pensare schematicamente:
linguaggio falso, esperienza vera, però c’è il fenomeno della astrazione reale,
quel falso diventa vero, l’esperienza si impoverisce.
Quindi in realtà il discorso mass-mediatico diventa vero
perché c’è un’esperienza che lo invera, cioè un’esperienza impoverita.
Non è così facile, non è che basta dire “basta guardare l’esperienza”,
bisogna smuovere quell’esperienza, insomma non sto dicendo niente di nuovo,
sto semplicemente collegando delle cose che mi sono sembrate importanti
e che sono emerse oggi, quindi secondo me questo fenomeno ci dà astrazione reale, quella deformazione diventa reale.
Questo non vuol dire che diventa vera tout court, si può ancora dimostrare
che è falsa ma non semplicemente dicendo guarda che l’esperienza è diversa
ma facendo vedere che nell’esperienza c’è qualcosa che rompe l’esperienza stessa,
dentro l’esperienza. Non a caso Vita, c’è una frase bellissima sulla relazione,
che c’era già nell’invito, che questo linguaggio deformato
finisce per non farci più avere fiducia nemmeno in noi stessi
delle nostre parole e della nostra esperienza
e quindi non agisce soltanto in rapporto all’altro ma anche in rapporto a te
e qui c’è un po’ secondo me il nodo che tiene insieme le due cose.
Ma non volevo comunque rispondere a Wanda,
è semplicemente che mi sono collegato
Monica Benedetti
Sentendo lui mi è venuto in mente che l’altra idea era ispirata a Tosi
che per noi veronesi è una grande fonte d’ispirazione.
E in che modo c’entra con quello che diceva Riccardo.
C’è per me adesso uno spazio interessante di lavoro politico è proprio quello
che si sta verificando quando è scoppiata la bolla
bisogna riportare le parole aderenti alla realtà
ed è in questo cuneo tra realtà e la comunicazione vuota e l’esperienza
che si inserisce l’interpretazione anche politica.
Cosa fa Tosi quando succede qualche fatto a sfondo razziale a Verona.
Adesso sposta secondo me il confine e continua a rassicurare noi veronesi
dicendo che non importa extracomunitari, veronesi, italiani,
ci sono i delinquenti e ci sono le persone oneste.
Quindi questa è un interpretazione razzista. La difficoltà sta nel riuscire
a trovare parole abbastanza efficaci da far risuonare nell’altro
che ci ascolta che la realtà così come la stiamo spiegando noi
è più vera in qualche maniera di come tentano di spiegarla a tutti.
Tosi è convincente quando dice: i delinquenti e gli onesti.
E questo può essere un modo per sgonfiare la bolla
ma spostare comunque il crinale verso una direzione
in cui noi non vogliamo andare. Io credo che chiunque sia impegnato nelle relazioni debba tenere presente questa.. [intervento dal pubblico]… No, si o.k., fatalità che i delinquenti siano quasi tutti extracomunitari
Lisa Elisabeth Jankowski
Vorrei aggiungere brevemente un altro esempio della falsificazione della realtà:
alla rassegna stampa qualche settimana fa
quando in Francia gli operai avevano bloccato certi manager
il giornalista diceva che qua si dimostra l’invidia della gente.
Io sono rimasta senza parole, cioè interpretare il mio sentire come invidia
rispetto a un manager che percepisce queste cifre inimmaginabili.
L’ho trovata una operazione linguistica molto riuscita per lo scopo che aveva lui ovviamente, però con questa unica parola’ invidia’ ha cambiato tutta una politica,
è stato molto efficace.
Chiara Zamboni
Volevo riprendere, per questa cosa che Antonietta diceva, mi ha un po’ colpito,
il fatto che poi dell’altro, dell’extracomunitario, dell’altro, boh, ..
tu dicevi alla “Merlettaia” quel cretino è l’altro sul quale non si riesce a —-
Io mi sono un po’ interrogata su questo cretino perché, un po’
perché citavo sempre quella frase di Vita che citava Doltò,
che per l’attenzione larga della creatura piccola tutto è significante,
allora che cos’è questo cretino, nel senso non so per te, dico per me,
può essere la persona che considero cretino
con la quale uno vorrebbe interrompere il rapporto come tu dicevi
e siccome mi interessa molto l’elemento del pensare assieme,
loro rappresentano lo scacco del pensare assieme, in qualche forma,
però la modalità che ha questa persona cretina è lo schema ripetitivo del discorso.
Non è tanto il fatto che sia stupido ma in quanto
ripete in modo circolare sempre lo stesso discorso per cui pensare assieme,
che ha bisogno di scambio, in qualche modo non riesce a stare in uno scambio
perché obbliga te a stare in una posizione cretina, ti obbliga di ripetere
nel senso che non si riesce ad andare avanti nel discorso.
In qualche modo chi sta nella posizione ripetitiva ti obbliga
di stare nella posizione ripetitiva e fa stare te nella posizione cretina.
E’ uno scacco del pensare, diciamo. E poi l’altra cosa che stavo pensando su persone
che potrei dire così, ne ho citata una nel seminario di Diotima
quando dicevo “ci sono persone che hanno così tanta paura degli extracomunitari
che ..del giardino vicino a casa hanno detto, beh, per fortuna sono senza siepi
perché dalle siepi potrebbe venire fuori uno che ti aggredisce.
Per cui quella paura è irrazionale. Tu puoi fare un ragionamento.
Non serve dire non è vero. E’ un tipo di paura che va molto oltre le ragioni,
puoi argomentare. E questo elemento della paura è legato a un dolore,
un dolore rimosso. Veramente di fronte a queste persone qui io mi interrogo molto.
Le persone con le quali è così difficile comunicare
perché lì secondo me c’è un dolore rimosso e affrontare il dolore
porta a spostamenti significanti che non solo queste persone
ma tante altre non vogliono affrontare
e quindi io starei attenta a capire chi sono proprio
perché mi sembra che sono significanti in modo particolare.
Anche perché io stessa mi trovo un’ombra cretina dentro di me.
Proprio pensando, avendo attenzione al pensare, le modalità ripetitive del discorso
che ti vengono in mente che ripeti sempre quelle sono cretine.
Oppure questa paura che ti fa vedere alcune cose piuttosto che altre
che ti portano a non accettare il dolore
che ti trasforma ti porta a una forma di non pensiero, a una forma di non scambio
però ce l’ho dentro di me e a me mi interroga molto
siccome mi interessa proprio il linguaggio nello scambio del pensiero
queste modalità sono proprio modalità che interrompono lo scambio
però come diceva Vita questa mattina “è tutto significante
per chi ha attenzione alla lingua”, ecco…
Antonietta Lelario
Il cretino è l’ultima frontiera. Ho visto questo pericolo, ultima frontiera,
quella che non si vuole superare e lo dicevo appunto come elemento di debolezza
oggi rispetto ad altri che sono elementi di forza.
Diana Sartori
Io avverto questa cosa del cretino. E’ certamente un problema del giudizio.
Qualcosa di già detto, di buono che è la retorica del multiculturalismo
che andiamo a dire che noi dobbiamo comunicare con tutti,
tutti buoni e noi saremmo i più buoni di tutti. Questa cosa qua
che non mi va fuori dalle orecchie.
Lo trovo un blocco totale della possibilità di andare avanti.
E’ chiaro che c’è un problema….pubblico ma il punto è che la nostra vita normale – questo adesso è un discorso che facciamo a fronte della incapacità
di stare in maniera normale – ci immaginiamo
che ci sia il contatto e lo scambio universalizzato come la medicina,
in realtà noi comunemente nella nostra vita non abbiamo affatto a che fare con tutti.
Ti invita a guardare il tuo quartiere, il tuo condominio e i tuoi amici.
Noi siamo in una società in cui viviamo, in cui questa cosa accadeva costantemente
che noi non stiamo con tutti, non comunichiamo con tutti,
siamo in mezzo a un sacco di situazioni che vengono rette da non-comunicazione.
Adesso lo puoi vedere quanta non solo poca comunicazione
che ho con la signora di sotto ma anche la scarsa voglia di avere comunicazione con lei, quanto la mia vita è tutelata da avere rapporti con lei
e questo succedeva prima, fortunatamente adesso lo vedo un pò meglio
però non è che immaginando il mito della comunicazione totale
risolviamo il problema delle incomprensioni.
C’erano già elementi di superamento delle incomprensioni comuni
che avevamo nella nostra vita
prima che nella mia scala ci fossero tre famiglie di colore stranissimo
e di lingue stranissime. Prima invece eravamo tutti i quanti veneti
e con differenze apparentemente minimali.
Questo pone il problema di un giudizio di un’immagine idealizzata di quello
che ci teneva insieme nella vita che non erano…
se noi qua pensiamo alle pratiche della relazione,
certo noi abbiamo una visione fasulla di quello che ci ha tenuti assieme fino ad adesso.
Vanni Bertolini
Per uno che è legato estremamente al territorio come sono io,
al mio paese e alla mia lingua e al mio dialetto,
le parole di Jeanpierre mi sono arrivate stamattina come una saetta.
Sono arrivate come una saetta perché mi hanno messo in condizione di pensare
come avrei reagito io di fronte ad una sua situazione
e mi ha messo anche in condizione di riflettere su cosa penso e cosa pensavo
rispetto all’immigrazione e a delle situazioni che si sono create in questi anni.
Ancora oggi delle volte, e lui mi ha dato un’illuminazione
che mi servirà tantissimo, ancora oggi mi chiedevo fino a pochi minuti fa,
come mai una bambina indiana vicino a me non parla l’italiano
e i ragazzini più grandi mi dicevano “perché impara quando va a scuola”.
Ed è secondo me giusto che così sia perché sua madre vuole che impari la sua lingua come indicazione che qualcuna ha dato a Jeanpierre, è la lingua materna
perché tramite quella lingua materna la bambina riesce a capire chi è, da dove viene
e cos’è la sua tradizione. Tutta questa cosa prima non la capivo,
non riuscivo a capire. Oggi invece questa illuminazione che mi ha dato Jeanpierre
mi fa piacere, mi piace, anzi meno male che vado via con delle cose in più
sempre e poi questa cosa qui dell’altro. Anche io sono d’accordo con Diana:
l’altro adesso è il mio vicino che conoscevo da tanti anni che adesso non conosco più
che ha un altro linguaggio, che dice delle cose che anche io vorrei allontanarmi
o forse considero cretino però capisco anche che non devo fare così
perché se faccio così do ragione a chi dice “vai in isolamento e parli solo con pochi”
il che è difficile anche perché io ho avuto per anni e a volte ce l’ho anche adesso,
un demonio che mi fa ragionare diversamente da quello che vorrei
e poi ritorno sul mio pensiero e mi dico come mai slitto così
perché l’altro cretino mi ha detto una cosa che per un attimo mi ha influenzato.
Perciò questo mi serve a capire che l’altro che è quello
che non vorrei sentir parlare è quello che mi dà anche una strada
per ritornare su quello che io non voglio essere assolutamente.
Queste sono quelle cose che sono difficili da farsi perché poi ti esponi
e dopo uno ti dice ma cosa stai dicendo. Sto facendo qui della bolla che è vero anche.
In un momento di crisi tutti rincorrono la crisi anche molti sconsiderati senza pensiero.
Di conseguenza cadi in un tranello che è quello “mi rubano il lavoro,
mi fanno questo e quello” che poi non è vero, insomma,
però un’illuminazione mi è stata data e lo ringrazio di questo suo dire
perché io ho capito quasi tutto di quello che ha detto anche se era molto concitato.
La sua teatralità ha messo in campo un essere che veramente vuole farsi capire
e si è fatto capire anche con il suo mal di denti
Natalia Parmigiani
Due cose. Anche se moglie siamo due esseri separati.
La questione di stare alla problematicità della vita e alle cose che non quadrano.
Non è perché – io voglio vivere il più dignitosamente e più felicemente possibile –
però è pur vero che ciò che mi svela qualcosa d’altro,
qualcosa che ancora non c’è spesso mi viene da ciò che mi fa problema nella vita,
cioè a non fuggire, a non scappare da questi problemi e lì trovo qualcosa di più..
qualcosa che apre a qualcosa che non c’è ancora, per me.
Capita anche nel rapporto con lui, con l’altro che è l’uomo, uomo donna,
dove apparentemente parliamo la stessa lingua ma lui ha parlato del demone,
volevo solo citare questo. Spesso il demone che esce e ci mette lo zampino
mi mostra qualcosa che apparentemente è molto futile ma se io scavo, scavo
e sto in quella roba li, dolorosa , faticosa o difficile
che spesso uno cerca di cacciare il demone e di andarsene scopro realmente qualcos’altro, cioè non so se riesco a spiegarmi, che c’è sotto qualcosa che io devo indagare
e quindi mi metto a cercare, a scoprire e non sempre con soltanto tristezza anche con momenti difficili bui ma anche con –
Virginia Woolf li chiamava momenti d’essere di conversazione –
ma anche se tu stai in una comunicazione difficile a volte ci sono momenti d’essere
che tu passando da quel demone lì, stando lì, scopri che c’è qualcosa che ti arriva,
anche la parola ti arriva perché se c’è qualcosa che io non ho assolutamente voglia di fare è smettere di parlare o di avere da dire una parola che ha senso per me.
Diana Sartori
Invece che usare la parola demone usiamo la parola diavolo
che è il contrario del simbolo (simballo/diaballo, unire/dividere),
il contrario sono il simbolico e il diabolico.
Giacomo Mambriani
Scusate, io volevo tornare sul problema del cretino perché sento
che mi tocca molto da vicino probabilmente mi sento cretino,
mi capita di sentirmi cretino nella vita, anche quotidiana ma lo dico davvero,
mi capita di sentirmi come cretino e qui secondo me si gioca una questione che –
almeno come la vivo io- non è buonismo, volontà di dire che sono tutti buoni
o che siamo tutti buoni e quindi bisogna comunicare con tutti.
Sono d’accordo che non comunichiamo con tutti nella vita ed è una fortuna.
Non sento più, forse ho sentito da una frase il dovere sotterraneo di essere buoni con tutti, parlare con tutti, sentire tutti, però penso che entra in ballo la questione del giudizio
che per me è un nodo, è stato un nodo doloroso per tanto tempo
e sciogliere un po’ questo nodo è stato molto liberatorio per me
nel senso che magari appunto posso notare, come diceva Chiara,
una persona con la quale non riesco a pensare e questo lo trovo un’impasse,
ed effettivamente anche a me piace pensare a volte da solo a volte in relazione,
anzi il nutrimento del pensare è la relazione e quindi sento la frustrazione anch’io
sia quando sono cretino io che quando ne incontro “uno”
però trovo che sia molto diverso.. per me è stato molto diverso sentire
che io sono legato a quella persona e io sono d’accordo
che secondo me quella persona è portatrice di un dolore
che non riesce ad attraversare e si blocca alla ripetizione.
Ecco, io quel dolore lì, seppure in un certo senso sento di averlo superato,
ho fatto degli attraversamenti che mi consentono di non stare fermo
e di non ripetere le stesse dinamiche però, a volte succede anche a me,
io sento di essere legato, c’è qualcosa che mi impedisce di esprimere un giudizio
e di dire semplicemente, io non voglio più averci a che fare con una persona del genere. Poi magari nella pratica non ci ho a che fare perché vengo chiamato da altre affinità,
da altri percorsi e non me ne faccio un dovere però,
e non mi impedisce eventualmente neanche di litigare con un “cretino”,
anzi penso che sia naturale a volte entrare in conflitto,
però è un conflitto molto diverso da quello che si gioca quando c’è un giudizio,
una separazione, appunto quella cosa lì non mi riguarda invece io sento
che mi riguarda pur nella differenza.
Lisa Elisabeth Jankowski
Sì, anche a me piace abbastanza questo essere cretini. Nelle fiabe viene molto rivalutato. Ci sono sempre gli stolti. Gli uomini lo sono spesso nelle fiabe,
però alla fine rivelano comunque una grande competenza, su un altro piano.
Invece mi da più fastidio il non-cretino quello che Vita chiamava
“l’arroganza della posizione giusta”. Mi riferisco poi al suo
che anche io alle volte non vorrei tornare indietro nel tempo,
con Veronika abbiamo assistito a una conferenza di un professore
che parlava delle religioni nell’area mediorientale ecc con grande competenza
e in modo molto vivace che poi avremmo avuto da dire delle cose,
che comunque è stato piacevole, molto competente ecc.
ma appena lui non aveva neanche finito di sfiatare,
è intervenuto un altro uomo della stessa età più o meno
che l’ha aggredito facendo capire che non era competente ma che lui,
chi interveniva era molto più competente, si è alzato il terzo
che ha fatto lo stesso gioco che invece era lui più competente ancora,
al che noi siamo uscite dalla sala perché abbiamo detto “no, questo ci sia risparmiato” possiamo fare passatempi più divertenti, ecco. Questa cosa mi fa molta più paura,
di fatti da quando conosco Giacomo ed altri uomini come lui pensavo
che non esistessero più uomini di questo genere. Poi c’era anche qualche donna
che ammirava questo uomo che metteva in mostra una competenza sua immaginaria . Perciò tutto questo ambiente ci ha fatto un po’ di paura, era un po’ come un flashback, cioè di tornare a un tempo che noi pensavamo che fosse estinto.
In questo senso preferisco gli stolti, se non altro mi danno più possibilità di esserci,
di sentire, magari a livello non verbale, di trovare un modo per dirsi qualcosa.
Invece con queste persone non si può, di fatti uscire era forse l’unica cosa da fare.
Non c’è nessuna possibilità in una situazione del genere di trovare un posto.
Diana Sartori
Riempio il buco. Ci eravamo dette incontrandoci con Lisa e con Vita
che una cosa problematica proprio quando viene meno il collante della lingua comune,
la finezza della lingua, è proprio la capacità di giudizio.
Diventa estremamente difficile giudicare, estremamente difficile confliggere
in modo sensato, non quel conflitto con il semplice rifiuto
ma uno può essere travolto dai sensi di colpa per esempio
perché lo scomodo dell’altro, come dice Vita, non vuole accettarlo, rivelarlo ecc.
Può fare fatica anche a fare i più semplici comuni livelli di giudizio sulle persone
perché si è in una situazione come di eccezionalità .
Quindi è tutto molto difficile in questo senso e chi è il cretino
è anche più difficile da individuare. Per me il vero cretino è il professore in questione, non lo stolto delle fiabe, è quello che fa problema, l’arrogante
non certo il simpatico cretino che dice la verità ma la caduta della lingua
è anche caduta di questo. Si crea una situazione in cui solo le pratiche di relazione possono ristabilire ciò di cui normalmente godiamo facilmente
che è la semplicità di avere dei metri fini di giudizio.
Senza la lingua ci vengono meno e dobbiamo attivarne degli altri
a volte inventarli di sana pianta. Questa è quindi una situazione sorgiva
non solamente della lingua ma delle pratiche di vita comune e di giudizio.
E’ un po’ tutto in gioco.
Lisa Elisabeth Jankowski
Posso raccontare il felice esempio che alcuni conoscono.
C’è stata una rappresentazione teatrale sul velo una settimana fa,
messa in scena da Letizia Qunintavalla, la regista,
poi con la collaborazione di molte personalità anche dell’università di Verona.
C’è stato un gruppo di narrazioni di varie donne di diversa provenienza,
italiane e straniere, e alla fine si è cristallizzato questo gruppo di sei donne
e loro hanno messo in scena questo spettacolo sul velo.
Ma tutte quante noi che abbiamo assistito a questo spettacolo siamo rimaste,
a parte che alle lacrime, ma comunque impressionate per questa alchimia
che non avevo mai vista fra le varie lingue. C’era una veronese, una siciliana,
due donne del Marocco, una del Libano, una algerina e una argentina.
Forse adesso sono diventate più di sei ma comunque non importa, a
h erano sette, sì, c’era un percorso di racconto delle loro situazioni di vita ecc.
La cosa più bella è stata veramente la parlata in veronese
perché quella donna veronese aveva anche scritto tutto il testo,
parlava un veronese stupendo e sentivo come un brivido della gente in sala
quando parlava perché era bella questa lingua, bellissima, piena di emozioni
e questo mi ha fatto ricordare un’altra situazione
quando c’era invece una lettura di poesie in dialetto sempre a Verona
dove ho trovato falsissimo questo dialetto
che rievocava una situazione agreste senza conflitti di bellezza, romanticismo
e l’ho trovato veramente ripugnante, devo dire.
Questo è il primo punto, poi la siciliana parlava in siciliano,
poi si traduceva il suo siciliano che per me era incomprensibile in un italiano standard
e poi quando Nahjat di Casablanca recitava il suo corano un’altra di lingua araba in scena traduceva in italiano. Si traducevano tutte quante senza avere un centro,
la lingua vera o la lingua di potere. C’era una circolazione
che dipendeva sempre dalle relazioni che stabilivano.
E poi anche conoscendo alcune persone in scena,
la loro personalità non era stata modificata dalla regista.
Le persone erano così con tutto quello che io posso ritenere un difetto,
qualcun altro può non ritenerlo, la regista non ha cercato di modificare loro,
nella loro personalità e questo l’ho visto raramente
perché in genere in questo discorso interculturale
in fondo avviene un tentativo di modificare l’altro e l’altra,
per portarlo più sulle tue posizioni, i tuoi modi di comportarsi, sui contenuti.
Invece questo non è avvenuto. Insomma, l’ho trovato un bell’esempio di relazione d’essere in cui succedeva qualcosa.
Chiusura del convegno.
