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per amore del mondo Edizione 19 - 2023

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Toccate dal male: un breviario per ritrovare la radicalità del bene

* NOTA: Una versione ridotta del testo è pubblicata su Leggere Donna 2023

Riconoscere il Male fatto da una donna a un’altra donna e trovare modalità per liberarsene, sapendolo schivare, è l’aiuto che il libro Toccate dal male (Edizione indipendente, 2022) ci offre. Si tratta di un compendio, una sorta di breviario, suddiviso in due parti ciascuna con un’immagine e una introduzione proprie, scritte rispettivamente da María-Milagros Rivera Garretas e Barbara Verzini. 

Le due autrici continuano le riflessioni portate avanti nei loro precedenti libri, Il piacere femminile è clitorideo di Rivera Garretas (Edizione indipendente, Madrid Verona 2021) e La Madre nel Mare. L’enigma di Tiamat di Verzini (Edizione indipendente, Madrid Verona 2020), inseriti nella collana A mano, da loro fondata, in cui sono pubblicate “Scrittrici fedeli alla genealogia femminile e materna, ispirate dalla creatività del caos, del piacere clitorideo, del sentire originario, della relazione senza fine e della radicalità di Dama Amore, orientate dal bene e dalla felicità”. Introducono il Male nel discorso, impedendogli di trionfare da solo. Ricorrono a poesia, filosofia, storia, arte, mitologia, alla mistica e alle fiabe, che, come Cristina Campo ci ha insegnato, hanno la stessa stoffa della mistica, e ne inventano di nuove, come fa Verzini, per parlare del Male. Suggeriscono pratiche per riconoscerlo e tenerlo lontano: innanzitutto tramite la relazione, qui ed ora, con un’altra che aiuta a nominarlo, quella stessa relazione che le ha portate a scrivere il libro, pur mantenendo ciascuna la sua singolarità. 

Riprendono le riflessioni che le filosofe di Diotima proposero circa venti anni fa ne La magica forza del negativo (Liguori, Napoli 2005), alla cui elaborazione partecipò Verzini, su come il negativo può trasformarci se non permettiamo di farlo degenerare. Lo fanno, però, con un linguaggio evocativo, che ora può attingere a piene mani nel sapere delle donne disvelato dalla ricerca femminista, e superano quello che Lia Cigarini aveva chiamato liturgia materna, un modo edulcorato di rappresentare se stesse e le relazioni femminili, concentrandosi sul Male agito da donne, sapendo riconoscere le relazioni felici e il piacere come guida. 

Rivera Garretas, autrice di molte pubblicazioni tradotte in italiano, docente emerita dell’Università di Barcellona e tra le fondatrici di Duoda, il Centro di ricerca di studi sulla differenza sessuale con master e rivista, e di altri luoghi di confronto femministi, l’ultimo dei quali è Dhuoda a Cáceres, apre la prima parte del libro con la sua intensa interpretazione della miniatura medievale dell’Hortus deliciarum di Herrada di Hohenburg, sul mondo come casa governata da una donna che lascia fuori la lotta tra Bene e Male. 

Poi, riprendendo l’antica traccia dei cinque elementi costitutivi dell’universo, propone un ribaltamento della tradizione fallosofica. Pone all’inizio la Quintessenza e i diversi nomi con cui storicamente viene indicata: la Prima, la Divina, Sapientia, Sapienza, Divina Presenza, Dama Amore, Shekinah, Lontanavicina – Loingprès

Aderente alla propria esperienza, considera cattiva abitudine la contrapposizione dialettica tra Bene e Male, caratteristica del pensiero maschile, costruito su antinomie. L’unico radicale è il Bene: infatti nasciamo da madre e nasciamo nel Bene e vive solo chi riceve amore materno. All’origine di ogni vita c’è in primo luogo una donna e con lei Amore. Il Male viene sempre dopo. Lo abbiamo conosciuto come rottura violenta del legame tra una madre e la sua creatura e, inoltre e prima, come separazione di una donna dal suo piacere clitorideo. 

Attraverso un percorso, ricco di intrecci e suggestioni, nel libro incontriamo ciò che dell’Amore ci dicono molte donne; scopriamo, ad esempio, le alchimiste che creano la vita, curando e amando la materia, al contrario degli alchimisti che cercano di dominarla e riprodurla in laboratorio. L’Amore è un sentire, il sentire originario, il sentire proprio che ci trasforma e orienta, se ci facciamo guidare non dalla sessualità, ma dalla sensualità, che unisce i sensi, il sentito e il senso, formando una “Triade piacevole, gustosa”, che può apparire anche come orgasmo della parola giusta, del segno giusto, e fermare il Male.

In una donna e tra donne il Male può presentarsi come relazione tossica, che cresce all’ombra dell’idealizzazione dell’altra. Se l’idealizzazione è stata vissuta come necessaria all’inizio del femminismo per svincolarsi dall’onnipresenza maschile e andare avanti, è tuttavia ingannevole e rende difficile chiudere una relazione dannosa proprio perché essa non è mai cominciata in modo veritiero. Tuttavia il Male, agendo, produce una trasformazione personale e possiamo credere di amarlo, nonostante provochi sofferenza. A volte esce alla coscienza attraverso gli incubi che fanno emergere il nostro sentire. 

Se si può affrontare e lottare contro il Male come ingiustizia sociale, il Male dell’animacorporea possiamo solo schivarlo, riconoscendolo. Infatti impedisce il piacere clitorideo, l’unione nel godimento, la radicalità del Bene, la sola che ci radica e ci fa fiorire. 

Il Male entra nella relazione, oltre che con l’idealizzazione, anche attraverso l’invidia. Invidia provata e patita che distrugge l’ammirazione per la grandezza dell’altra, che fa inaridire e seccare, togliendo l’Acqua, fonte di vita, habitat del piacere clitorideo. Mentre il femminismo ci ha insegnato a liberarci dell’uomo che ti invidia e dice invece di amarti, non ci ha aiutate a riconoscere l’invidia della donna che ti ama, né tanto meno di quella che non ti ammira. È una situazione fortemente distruttiva della capacità di amare e creare, dove subentra una tristezza indefinibile che isola e inaridisce il piacere. La mancanza di piacere segnala la necessità di chiudere le proprie acque, smettendo di irrigare questa relazione mortifera.

Il Male entra anche nella relazione vitale con la madre, annullando la genealogia femminile delle tre madri, nonna – madre – figlia, come ha fatto il patriarcato con l’imposizione del contratto sessuale, in cui la madre ha ceduto la sua indipendenza simbolica a un uomo, la sua Aria libera. Allora la madre distrugge la figlia, la sua creazione più bella, se desiderata e libera. Nasce così la vendetta materna “che fa alla figlia un danno inconcepibile perché incommensurabile”, lasciandola senza Aria, senza respiro. Oggi, nell’Era della Perla, come chiama Rivera Garretas l’era della fine del patriarcato, sempre più madri scelgono la maternità come piacere e le figlie parlano dell’esperienza dell’amore ricevuto e conoscono e valorizzano la genealogia femminile.

Quando non si vede la grazia di essere una bambina, di dare giorno per giorno un senso libero all’essere donna entra il Fuoco dell’ira, della ripicca, della superbia. Si fa Male a sé stesse. Si arriva persino a pensare di morire per far soffrire chi ci ama. Il piacere clitorideo si ritrae. Si diventa aride, fredde. È entrata l’inimicizia tra Acqua, che è piacere e vita, e Fuoco, che è passione e sentire in massimo grado. Subentra l’ira contro sé stesse, la superbia che fa dubitare che ciò che si fa non sia mai abbastanza buono. Il Male prende la forma di un perfezionismo che porta all’autodistruzione. Si entra nell’avidità del potere che nasce dal contratto sessuale su cui si fonda e che lo rafforza. Si perde il sentire ed entrano le ideologie, che uccidono l’avventura. Come scriveva nel 1977 Carla Lonzi nel Secondo Manifesto di Rivolta femminile: “Chi ha detto che l’ideologia è la mia avventura? La mia avventura sono io”. L’essere donna clitoridea, che pratica l’amicizia tra Fuoco e Acqua, è quell’avventura misteriosa e quotidiana che ci fa stare bene.

Il Male può togliere anche il senso di gravità perché detesta la fecondità della Terra. La donna che ti fa del Male non molla la presa cercando di fare sentire in colpa la vittima per ciò che subisce, sradicandola dal suo sentire. Così viene rotto il vincolo misterioso e mistico tra piacere clitorideo e sensualità, impedendo la conoscenza e la trasformazione di sé. “Quando il piacere femminile e la Sensualità, che è senso, si separano, si perde la verità di ciò che viene detto, la parola senza sostanza è cava, vuota, non porta a sentire niente, non emoziona, non dà né felicità, né desiderio, né pianto, non c’è incarnazione né pensum, peso, pesata, pensata. La mistica femminile lo fa vedere quando dice che senza piacere non c’è conoscenza o, meglio, non c’è sapienza, né intendimento in tutti i sensi di questa meravigliosa parola.”
Allora gelosia e invidia entrano nella relazione tra donne, rendendo triste e infecondo il mondo femminile.

Barbara Verzini, apre la seconda parte con la famosa immagine di Dürer dei quattro cavalieri dell’Apocalisse galoppanti e distruttivi con i loro simboli; poi nell’introduzione racconta com’è nata l’idea del libro, offre delle istruzioni d’uso e percorre il metodo da lei usato nello scriverlo. È lo stesso metodo de La madre nel Mare. L’enigma di Tiamat in cui Verzini rilegge il poema mesopotamico Enuma Elish, inciso in alfabeto accadico nel XII sec a.C. Come insegna Carla Lonzi, fa Tabula Rasa, titolo del corso che Verzini tiene nel Máster La Política de las mujeres di Duoda all’Università di Barcellona, cioè presta grande attenzione al testo, lo fa risuonare in lei mettendosi in gioco in prima persona con tutte le proprie conoscenze senza lasciare che queste cancellino ciò che vede. 

Nei quattro capitoli seguenti reinterpreta i simboli dei cavalieri. 
Innanzi tutto, il bianco, l’arco e la corona del primo, le suggeriscono l’immagine della falsa immacolata, quella donna che vuole soppiantare la madre e te: cerca una fusione mimetica perché desidera stare al tuo posto, ti imita in modo seduttivo, fino a confonderti. Soppiantare, ci ricorda Verzini, non è usurpare: chi soppianta occupa un posto da te lasciato vuoto grazie alla sua abilità strategica, ti allontana e separa dalla relazione con la madre, dalla relazione con l’origine, disorientandoti.

Il rosso e la spada del secondo cavaliere simboleggiano il desiderio di potere e di dominio sull’altra, distruggendone la grandezza e rimpicciolendone ogni tipo di autorità. Quando una donna entra e rimane nell’ordine simbolico maschile, che la allontana dal luogo dell’origine e dal suo sentire, perde la propria misura e nell’esercizio del male non ha freno, perde quindi la capacità di distinguere ciò che genera piacere da ciò che produce dolore, come ad esempio abbiamo visto nelle foto di Lyndie, la soldata di Abu Graib.

Il terzo cavaliere, sul cavallo nero, regge una bilancia: rappresenta la cattiva giustizia, quella dell’equivalenza perfetta, dell’uguaglianza che è una finzione. Quella di chi non ammette la disparità, di chi opera per appiattire e negare il di più dell’altra, perché evoca la propria mancanza considerata umiliante. Vuole che tutto sia diviso a metà, creando danni irreparabili, come nel giudizio di Salomone, in cui la falsa madre preferisce il male comune piuttosto che il godimento dell’altra. La giustizia, invece, è un continuo processo di approssimazione che richiede il tuo contributo, mosso dall’amore e non dal desiderio di togliere il di più dell’altra, perché si dichiari pari ciò che pari non è. 

Il colore impossibile da definire del quarto cavaliere, un verdastro-giallo mortifero indica la capacità del Male di sottrarsi a una identificazione precisa, perché si muove rapidamente come un contagio. La donna che lo diffonde è dominata da un delirio di onnipotenza: crede di poter attraversare indenne gli spazi di libertà femminile, devastandoli. Anche morire, pur di far fallire il progetto delle altre, è considerato una vittoria. Solo un taglio netto e deciso può impedire questa devastazione.

Verzini accompagna le sue interpretazioni con il racconto di una fiaba cinese, da lei creata, una pratica che apre all’immaginazione e consente a ciascuna lettrice di avvicinarsi a situazione della propria esperienza. 

Le due autrici ci offrono una guida che coinvolge tutti i sensi e ci aiuta a cogliere alcune caratteristiche di come il Male agisca nelle relazioni femminili, quale condiscendenza, e a volte complicità, lo accresca e in che modo invece possiamo liberarcene, amando il Bene, l’unica forza radicale.
Un libro da leggere e rileggere quando ci abbandona il piacere nelle relazioni.