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per amore del mondo Edizione 20 - 2024/2025

Poesia

 Sul pensiero poetico di Ida Travi a partire da I Tolki

Il Saggiatore ha pubblicato I Tolki. Ha riunito assieme otto libri composti da Ida Travi dal 2011 ad oggi che si richiamano l’un l’altro. Sono otto testi poetici, che si sono susseguiti come fratelli, e che un po’ si assomigliano e un po’ hanno, ognuno, il loro carattere. La loro singolarità. Sono accomunati dal dare voce ai Tolki, a coloro che parlano. Leggendo, ci troviamo all’interno di un mondo di poche cose, al limite tra la città e una landa deserta, che richiama un non luogo. È abitato da donne e uomini che parlano sì, ma in un certo modo non referenziale, come se le cose a cui accennano avessero perso consistenza, sostanza ontologica. Eppure sono lì, in quel mondo povero di riferimenti, e continuano a risignificarlo a loro modo, cercando i nomi.

Ho letto questi testi-fratelli via via che venivano alla luce dello spazio pubblico. Ho avuto la possibilità di entrare nel loro mondo subito dopo la pubblicazione e anche in alcuni casi ascoltare Ida Travi dirli in presenza. Di fronte alla raccolta del Saggiatore ho deciso di immergermi di nuovo nel loro tessuto, cercandone quel filo che sento li annoda ad un livello profondo e che mi permette di entrare in contatto con il pensiero poetico di Travi.

Ho dunque ricominciato da capo. Mi sono fermata come stupita di fronte all’esergo del frontespizio del primo libro, TÀ. Poesia dello spiraglio e della neve. Mi sono detta improvvisamente che questa frase è la chiave dell’intero percorso. Almeno per me, conoscendo anche gli altri libri. C’è scritto: «”C’è infinito, là dentro”. Lucio Fontana (…mise poi della tela scura all’interno del taglio: guardando dentro si sprofondava in uno strano buio[1]. Questo riferimento a Lucio Fontana ci porta immediatamente alle sue tele, al taglio del bianco al di là del quale si sprofonda in un buio che non è esattamente buio.

I testi dei Tolki sono, potremmo dire, poesia dello spiraglio. Dello scorcio. Dello sguardo obliquo. È una scrittura che fa vivere nel mondo al di là, all’interno del taglio della tela, in quello strano buio che è presenza e non presenza, esserci ma anche quasi non esserci.  Dove le cose avvengono e svaniscono come in un soffio. Un luogo-tempo in cui tante cose accadono, ma è come se le si dovesse reimparare di nuovo, soppesandone i nomi. Fuori

dai lacci dell’abitudine che ci sostengono nel mondo solido al di qua, da cui possiamo gettare solo uno sguardo oltre il taglio della tela.

Leggiamo: «Non lasciare il fiore al sole, vedi bene/ come tiene giù la testa, povera testa/ Il cucchiaio va sotto il tovagliolo, il bicchiere/ va messo lì davanti»[2]. Ogni gesto va reimparato, ogni cosa ha il suo posto. Il pane, il sale, il catino, il libro… E chi vive nel mondo dell’infinito impara di nuovo i nomi che per noi – qui – sono abituali: «Ti ricordi come si chiama questo mondo?/ Tutti lo chiamano mondo, ma qual è il suo vero nome?/ Il sole, sai come si chiama il sole? E perché non risponde mai?/ E l’incendio?… È già finito? E l’acqua?/ che nome ha che nome ha?»[3].

Potremmo dire che è una poesia dello spiraglio nel senso che allude ad un passaggio nel modo di intendere il tempo, o meglio nel vivere il tempo, che nel mondo di là è completamente altro.

Non è il tempo che va dal passato al futuro, né è il tempo in cui ricordiamo semplicemente il passato. Non è neppure il tempo in cui facciamo progetti per modellare quel che verrà. Leggiamo nei testi la loro visione del tempo: «L’area è suburbana e soprannaturale. Il futuro è remoto»[4]. Gli uomini e le donne, che ascoltiamo parlare da quel mondo, Inna, Usov, Zet, Anton, Katrin e gli altri, sono «puri sintomi del tempo, sono intrecciati al tempo, niente altro. (…) Sperano cose sospese nell’aria»[5]. Il loro presente è mescolato alle presenze dei morti. La loro vita è un affiorare all’esistere e contemporaneamente ha mille anni. Un tempo senza inizio e senza fine. Leggiamo: «Una piccola porta e l’insegna che sbatte/ – umanità -/ Entra, allora TÀ./ Una piccola porta e l’insegna che sbatte/ svegliati, dunque, hai mille anni, ora!»[6].

Nel mondo della fessura, che si vede oltre il taglio, il luogo è soprannaturale e il futuro remoto. Lo possiamo appena concepire vivendo nel tempo di qua, storico, finito. I morti tornano con le loro voci, con il loro lamento, mentre i vivi sono soltanto “parvenze di tempo”.

Ida Travi, nell’introduzione al libro, scrive che ciò che l’ha guidata nella tessitura dei testi è stato il desiderio di prendere congedo dal tempo dell’ora calcolata, dell’attualità, dello scandire dei secondi. Per questo i Tolki sono inglobati in uno spazio-tempo separato dal tempo cronologico. Perennemente altrove. Leggiamo: «Molti anni prima, studiando Saggio sui dati immediati della coscienza, avevo imparato con Henri Bergson che, se là fuori c’è un’unica posizione della lancetta sul pendolo e delle sue posizioni precedenti non resta

traccia dentro di noi, s’attiva un continuo e costante processo di rielaborazione dei dati che va a formare la vera durata: la coscienza. La coscienza s’intravede nel punto in cui un essere umano lascia vivere il tempo e smette di stabilire separazioni, smette di trattarlo come una materia da dividere in parti, come se il tempo fosse un pezzo di ferro, un pezzo di pane: il concetto di durata non separa il passato dal presente né il presente dal futuro. Forse per questo nell’immaginazione come nella scrittura, ogni Tolki brucia in due righe la sua incosciente eternità. Mentre i parlanti stanno lì a esistere, il tempo tace e tace, sovrasta come una continua nevicata»[7].

Come si vede dal brano, uno dei segni di questo tempo avvolgente e inglobante, che siamo e non calcoliamo, è la neve. Troviamo la neve nei testi di Ida Travi nei tanti modi in cui possiamo incontrarla. La neve infangata, la neve che cade così tanto da soffocarci, la neve come un manto. La neve ha a che fare con il tempo senza tempo perché è silenziosa e crea silenzio. I rumori della storia si attutiscono e restano sì presenti, ma come se fossero lontani, in un altrove.

La neve è segno dell’entrare in una dimensione estatica. Non per questo armonica o priva di tensioni. Piuttosto come uno stato di veglia in cui l’ascolto del mondo, dell’affiorare degli esseri è reso intenso dal silenzio, dal biancore e dal niente di cui è portatrice, dove l’io in qualche modo si dissolve. I corpi e le parole vengono in primo piano, sentiti in modo attonito, come per la prima volta.

La neve è una figura-mito in questa scrittura, se si leggono via via i testi di Ida Travi. Non solo I Tolki, ma anche altri. In La forma orale della poesia edito da Moretti&Vitali racconta un’esperienza dell’infanzia: «La prima notte legata al sentimento dei corpi era una notte di neve, forse un capodanno. (…) Ero sdraiata su un letto circondata da una massa di cappotti. (…) Di là, nel salone luminoso, voci sovrapposte, risate e piccole grida (…) I calchi e le voci riunendosi nella distanza generavano vaghi esseri di cui, forse, un giorno avrei riconosciuto la realtà dei corpi. Il sentimento del tempo e il sentimento di corpi restano a fondamento di una poetica che si sospende tra i segni e le voci, anzi li intreccia. Forse è per questo che a un sentimento attonito ricollego spesso la parola neve»[8].

La dimensione del silenzio, della neve, del bianco che è niente e dell’ammutolirsi dell’io allude ad una esperienza estatica che si traduce in attenzione corporea e al medesimo tempo distaccata. Non a caso i Sermoni tedeschi di Meister Eckhart sono una guida a volte

esplicita e a volte implicita di Ida Travi[9]. Eckhart e la concezione del fondo dell’anima, che è senza fondo, che è ni-ente, e in cui l’anima, se si apre ad esso, ascolta il silenzio di una parola generativa, come un balbettio. È un silenzio che permette l’emergenza di altro. Senza che questo significhi abbandono del mondo, ma un mondo visto a partire da un altrove. È così in un certo senso: il luogo-non luogo, che si intravede oltre lo spiraglio, non è annientamento del mondo. Il mondo permane, ed è visto dal luogo del vuoto, del silenzio e della neve. Questo va e vieni tra un livello d’essere e l’altro provoca paradossalmente uno slancio. Un impulso trasformatore. Un movimento dinamico.

A rendere i testi dei Tolki in un certo senso politici è proprio questo doppio aspetto, cioè vedere il mondo nostro dal luogo-non luogo dei tolki e sentire che – nel va e vieni tra un vivere e l’altro – uno slancio, un desiderio in divenire ne vengono provocati. Il fatto è che gli esseri oltre la soglia ci fanno pensare in modo critico la realtà che viviamo. La critica non è diretta. Questo è escluso. Piuttosto ci fa vivere un malessere, un’inquietudine, che, se ascoltato, è molto più trasformativo della critica esplicita e razionale. Attraverso I Tolki sentiamo l’ammassarsi di oscuro che come nubi minacciose incombe sul nostro presente storico.

Ad esempio, nelle pagine finali proprio dell’ultima raccolta, Janì. L’ora della cancellatura, viene descritta l’esplosione della guerra, che percepiamo molto vicina in questi tempi nostri. Certo nel testo si tratta della guerra concepita a partire dall’infinito del mondo di là, ma se ne sente il rumore minaccioso anche oltre la soglia, oltre il taglio e risuona in modo oscuro. Viene messa in parole con una forza così detonante dell’immaginario simbolico che noi nel mondo di qua non ci permettiamo di esprimere in termini così nudi e apocalittici: «Fu per via della dichiarazione di guerra/ e la crosta terrestre si spaccò/ e il cielo si spaccò, è così che nacquero/ i sentimenti rotti»[10]. «Dal nulla comparvero all’improvviso/ col sacco in spalla, gli stivali neri/ E Olga, e Zet, e Jàn, e Urban, Eloisa/ e Zattero e Kant, tutti senza fucile, tutti senza»[11]. È una guerra sentita da lontano, che però ha la forza simbolica di lacerare materialmente la terra. Rende la storia umana e geologica per sempre diversa da com’era, eppure allo stesso tempo si riallaccia a guerre lontane nel tempo, che nell’impasto della coscienza sono altrettanto presenti e future. Gli stivali neri, chi ha il potere del fucile e chi è inerme. Sono figure insistenti che ritornano.

Percepire il mondo storico dal taglio del mondo di là rende indirettamente politico il nostro sguardo.

Vorrei ora fermarmi su due figure ricorrenti ne I Tolki. Figure-mito come lo è la neve. Intendo la presenza dei morti e quella – fondamentale – del bambino.

I morti sono presenti in tutto l’arco di questo ciclo epico, con maggiore intensità negli ultimi libri della raccolta. Sono figure di passaggio tra il tempo storico e quello infinito. Sono commoventi. Nel tempo infinito i morti tornano con le loro voci sottili. Come i vivi sono soltanto “parvenze di tempo”: «Insiste la vocina della sera/ l’eterna vocina dei morti nella sera»[12].

Attraversano le soglie del tempo con passo leggero: «Sotto il cielo di Zard/ ho sentito scricchiolare le assi/ ho sentito i morti che tornavano a casa/ via, via! Questa è la nostra casa/ andate via, tornate giù/ giù sulla terra, in terra./ Siedono allora sospirando/ si tolgono le calze gocciolanti/ dicono – mamma, mettimi/ vicino al fuoco – come facevi/ con le castagne, così vivrò di nuovo/ di nuovo, come un rametto, sì»[13].

Qual è davvero il mondo dei morti? Il mondo infinito, senza tempo, senza oggi, senza domani poiché noi siamo impastati di qualcosa di avvolgente e non misurabile, oppure il mondo della terra, nel quale viene riconosciuta una condizione di morte definitiva quando la vita è conclusa e c’è un prima e un dopo? Il testo suggerisce una porosità, una sfasatura, un entrare ed uscire da un mondo all’altro. I morti, con la loro tenerezza, mostrano la contraddizione e allo stesso tempo la contaminazione tra tempo infinito del mondo di là e la terra con il suo tempo scandito, misurabile, preciso, finito, dove la morte è morte e la vita è vita. Nel tempo del sogno infinito non avviene la morte eppure i morti attraversano il passaggio e con la loro presenza leggera e morbida non si lasciano scacciare via. Vi rimangono e chiedono sempre qualcosa.

I morti, gli antenati sono un perno fondamentale del ciclo epico che I Tolki rappresentano. Perché epico? Siamo di fronte ad un inanellarsi di testi attorno a questa figura del taglio, della soglia, del compenetrarsi del mondo finito e quello infinito. Ogni segmento autonomo di testo è come una leggenda contemporanea attorno ad un nucleo mitico.[14]  Mitico perché rimane in ombra, invisibile, e tuttavia produce tanti frammenti di racconto. Eventi narrati disposti a raggiera. Un andamento circolare. La costellazione dei testi mostra le azioni di

personaggi appena affioranti all’esistenza, che costituiscono un popolo di cui abbiamo conoscenza solo attraverso queste narrazioni.

In questo ciclo epico il bambino – assieme all’antenato – è una figura fondamentale. A lui è affidata la speranza, perché è portatore di uno slancio nuovo, perché non sa, non conosce e perciò si muove con libertà senza l’impaccio del conosciuto.

Il bambino è strettamente legato alla figura della madre, di lei che si preoccupa che il bambino stia nella casa, perché la casa preserva dal vento furioso. Di lei che invita gli altri a prendersene cura.

Il bambino è segno di speranza ed è visto come qualcosa che si intona con la nostra capacità di ringraziare e benedire la vita, la terra: «Dorme il bambino/ con l’aiuto di dio/ con l’aiuto della foglia/ dorme la foglia/ con l’aiuto, con l’aiuto…/ – sia benedetta la terra – / sia benedetta la terra/ nel tuo occhio dormiente/ chiuso»[15]. Il bambino è benedetto dalla terra e induce a benedirla a nostra volta. A ringraziarla.

Nel legame tra il bambino e la madre si genera il nucleo della lingua balbettante, semplice, che è lingua poetica nel suo sorgere.

 Ida Travi dedica molti suoi scritti alla lingua poetica. Ricordo L’aspetto orale della poesia (2000, 2007), Poetica del basso continuo. La scrittura, la voce, le immagini (2015). Molto c’è, in forma indiretta, anche nel ciclo epico de I Tolki. In L’aspetto orale della poesia Travi accosta la lingua degli antenati, dei morti, a quella del bambino. I morti, le anime dei defunti «forse parlano una lingua vocalica, morbida (…) intorno a uno o due suoni, così come fanno gli appena nati nella loro poetica non coscienza di esserci»[16]. Una non coscienza di esserci rimanda ad una sensibilità in movimento senza rappresentazione di sé. La lingua è vocalica, sensuale, balbettante. Colta nel suo generarsi.

La ripresa di questo movimento della lingua è affidata ne I Tolki a una lingua semplice che va reimparata come se si fosse agli inizi della relazione tra la madre e il bambino.  Nel mondo di là oltre la fessura, è il gesto dell’indicare, primo passo dell’insegnare a parlare, che avvia a rinominare le cose che altrimenti rimarrebbero mute, slegate. Questo nuovo inizio, che mostra le cose e ne parla, prende nel fare poetico di Ida Travi una valenza più ampia, un orizzonte grande, diventando una posizione di grande forza politica, necessaria per aprire gli occhi sul mondo e su di noi senza veli. Contro il falso. «Dì solo quello che vedi/ dì solo quello che senti/ e il sole bacerà le mura/ il presidio sarà tutto illuminato»[17].

Imparando a dire questo è il pane, questa la tazza, questa è l’acqua, si impara, allargando lo sguardo, ad essere fedeli a quel che si vede e si percepisce il mondo con la testardaggine della verità sentita con tutto il proprio essere. Con l’amore per il reale.

È quello che mi affascina della poesia: le cose vi splendono di una luce quotidiana e insolita, terra terra e insondabile. Tutto sembra come un avvertimento. Questo è per me vero in generale e ancora di più nei testi poetici di Ida Travi.

Per finire, vorrei accennare a cosa significhi la forma orale della poesia nel caso de I Tolki. Gli esseri umani del mondo al di là dello spiraglio sono dei parlanti. Non usano l’alfabeto per scrivere o per parlare. Osserva Travi: «L’alfabeto sono loro: oscuri all’inizio, diventano man mano trasparenti»[18]. Cosa significa veramente?

Per comprendere, mi rifaccio all’esperienza di ascoltare Ida Travi dire testi poetici a memoria. Il suo dire in presenza non è un di più o a parte o successivo rispetto alla sua scrittura. Ne è parte integrante. Non a caso la sua voce, nel dire, viene da un lontano e da una memoria senza ricordi espressi. Apre uno spazio di presenza simile a quello delle favole dell’”era e non era”, un imperfetto senza passato e perciò senza futuro. Non le favole con una linearità narrativa, ma frammenti di un epos il cui nucleo mitico rimane invisibile, con l’effetto di farci vedere il mondo che abitiamo in una luce imprevedibile.

Un dire impersonale che si genera da tutta e con tutta la sua persona. Nasce lì, in quel momento davanti a noi e si fa così nella voce corpo vivente[19]. Nessun quadro immaginato, nessun riferimento descrittivo: il discorso nasce qui e ora in relazione a noi, che ascoltiamo, si forma da un balbettio sonoro, da un ritmo che quasi per miracolo prende figura e significato. Il generarsi della parola è azione. Fondamentale è l’agire: «Fa’ in modo che le parole non facciano pensare ad una poesia, ma lo siano»[20]. Lei aggiunge: «Poesia? Certamente l’azione che si compie è il mio lavoro»[21]. È un agire che fa accadere qualcosa che è della stessa natura del vivere.

Ritorno ai personaggi dei tolki, dei parlanti, coloro il cui esserci sta nel parlare. Il loro dire affiora all’essere in modo lieve. Agiscono nella parola e la parola è la loro azione. Arrivano all’espressione come per un miracolo di generazione. Emergono nella voce corporea della poeta.

Scrive Ida Travi in L’aspetto orale della poesia: «La disposizione “orale” è a priori nell’intenzione del poeta: l’esatta maniera in cui l’eco di questa intenzione entra nella sua veste sonora resta un enigma. (…) Se è vero che il carattere orale della poesia, anche contemporanea, entra già nella struttura del testo nei versi di una poesia scritta per essere detta, coi modi del dire si fondano i modi dell’agire»[22]. Prevalgono gli enunciati di fatto. Mostrati però nel mondo di mezzo tra essere e non essere, dove si indica e si indica come si fa al bambino che è nato da poco e non sa ancora del mondo.

L’agire poetico è senza perché. Perciò, proprio per ciò è ricco e profondo[23]. Il dire senza perché a volte fa accadere il sacro, che di frequente nella poesia di Ida Travi prende la figura dell’azzurro. Questo non solo ne I Tolki, da cui cito: «Quel grumo, quell’azzurro/ all’improvviso, mentre passa una rondine/ mentre passa un’altra rondine…»[24], ma anche in testi precedenti a I Tolki. E l’azzurro trascina con sé il bianco, che è anche un segno di quel sacro che si vive semplicemente nelle cose materiali, vicine, nei gesti più concreti. Leggo in Il distacco: «Se mette il cappello azzurro, odi la coltre bianca»[25], e anche in Janì. L’ora della cancellatura: «Il libro s’è aperto da solo/(…) – era la pagina dell’assoluzione – / C’era solo quel canto/ c’era solo quel bianco, Jàn/ dobbiamo imparare a scrivere»[26]. L’assoluzione ha a che fare con la benedizione delle cose così come sono, accettate nella loro nudità.

Le radici mistiche del pensiero poetico di Ida Travi sono molteplici e potrei citare Eckhart, Heidegger, il pensiero della differenza in relazione all’aspetto religioso della lingua materna, alcuni registi molto amati come Bergman, Godard, Bresson, ma non è questo il punto, né questa enumerazione serve per coglierne la forza che va tutta guadagnata a partire dai frammenti poetici, dove la dimensione mistica è profondamente legata alla concretezza dei gesti, dei fatti. Il sacro si apre in ciò che è più prossimo a noi.

Vorrei scrivere una conclusione più personale. Ne I Tolki c’è un frammento poetico che interpreto come una scarna autobiografia, in cui ritrovo Ida Travi: «Quand’ero nella culla venne un angelo/ e mi annunciò la vita spartana, disse/ che dovevo sollevarmi, correre/ e lungo il fiume c’era la città/ e dietro la città c’era la battaglia/ giù fino al parcheggio degli aratri»[27].


[1] Travi Ida, I Tolki, Il Saggiatore, Milano 2024, p. 15.

[2] Ivi, p. 23.

[3] Ivi, p. 161.

[4] Ivi, p. 98.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 21.

[7] Ivi, p. 12.

[8] Travi Ida, L’aspetto orale della poesia, Moretti&Vitali, Bergamo 2007, p. 64.

[9] Troviamo ad esempio riferimenti espliciti e articolati a Meister Eckhart in Travi Ida, Poetica del basso continuo. La scrittura, la voce, le immagini, Moretti &Vitali, Bergamo 2015, pp. 31-33.

[10] Travi Ida, I Tolki, Il Saggiatore, Milano 2023, p. 437.

[11] Ibidem.

[12] Ivi, p. 34.

[13] Ivi, p. 431.

[14] Del fatto che sia mitico ne parla Ida Travi nell’introduzione. Cfr. ivi, pp. 12-13.

[15] Ivi, p. 271.

[16] Travi Ida, L’aspetto orale della poesia, cit., p. 76.

[17] Travi Ida, I Tolki, cit., p. 232.

[18] Ivi, p. 175.

[19] Cfr.Travi Ida, L’aspetto orale della poesia, cit., p. 51.

[20] Travi Ida, I Tolki, cit., p. 95.

[21] Ivi, p. 13.

[22] Travi Ida, L’aspetto orale della poesia, cit., p. 50.

[23] Cfr.Travi Ida, L’aspetto orale della poesia, cit., p. 92.

[24] I. Travi Ida, I Tolki, cit., p. 232.

[25] Travi Ida, Il distacco, Anterem edizioni, Verona 1998, p. 19.

[26] Travi Ida, I Tolki, cit., p. 445.

[27] Ivi, p. 409.