diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Questione maschile e narrazione del potere

Storie d’Italia. Appunti su propaganda, storiografia e informazione nel nostro Paese a partire dalla guerra in Ucraina

Partiamo da un assunto semplice: non possiamo sapere con certezza cosa stia succedendo oggi in Ucraina. Spesso mi viene chiesto cosa accade oggi in quei luoghi e cosa ne penso perché come storico delle religioni amo cercare di capire i mondi complessi, quelli dove culture diverse si incontrano, si mescolano. Gli stessi luoghi dove spesso ad un certo punto non riescono più a convivere e arrivano allo scontro, come in nord Irlanda, in Siria, nei territori della ex-Jugoslavia o, appunto dell’ex-Unione Sovietica. 

Uno storico tende a trattare i conflitti “in corso” con estrema prudenza, poiché è ben consapevole che gran parte della documentazione necessaria a comprendere una guerra non sarà disponibile che dopo anni. Questo non vuol dire che non se ne possa parlare, ma che per farlo sono necessarie due cose: una conoscenza approfondita del background storico-culturale dei luoghi del conflitto e una corretta valutazione delle fonti, giacché ogni notizia o dato che proveniente dal teatro di guerra va pesata. La propaganda è infatti una componente essenziale dei conflitti: serve alle parti per spostare l’opinione pubblica, mantenere salda la convinzione della giustizia delle proprie azioni nell’opinione pubblica e disorientare gli avversari. Pertanto, chi si occupa di analizzare i conflitti odierni si deve destreggiare in mezzo a migliaia di notizie, di cui la maggior parte sono “fake news”. 

In Italia manca sia l’approfondimento storico-culturale che lo spirito critico, almeno per quanto riguarda i media mainstream. La narrazione generale dei fatti è apertamente schierata con una delle due parti, quella Ucraina (NATO); ne consegue un’informazione spesso acritica e astorica, che crea una notevole difficoltà nello sviluppo di un sano dibattito sulla questione. Da storico, riconduco questo approccio a due problematiche che hanno radici antiche e profonde, una di tipo culturale e l’altra di tipo storiografico. 

Andiamo con ordine. Per comprendere il problema culturale che ha il Belpaese col dibattito, vorrei partire dallo sconcertante articolo pubblicato nel giugno 2022 dal Corriere della Sera intitolato «La rete di Putin in Italia: chi sono influencer e opinionisti che fanno propaganda per Mosca»1. A parte il fatto che si tratta di una vera e propria “lista nera dei nemici”, non solo profondamente antidemocratica ma passibile di denuncia2, non tutte le persone citate nell’articolo sono effettivamente “putiniane” o si sono mai espresse a favore del presidente russo. Sono state definite tali solo perché manifestano una posizione critica sull’intervento occidentale nella guerra o sul governo ucraino, una posizione differente da quella “istituzionale” dell’Italia guidata da Draghi e in disaccordo con la linea politica del blocco NATO. Pertanto vengono identificati come nemici pubblici. Questa polarizzazione delle posizioni in conflitto in “tifoserie” a mio parere ha una radice sistemica profonda nell’accoppiata monoteismo-patriarcato.

Secondo la definizione di monoteismo dello storico delle religioni Giovanni Filoramo, «il termine monoteismo […] designa le tradizioni religiose (giudaismo, cristianesimo, islām) che praticano un culto devoluto ad un’unica divinità, della quale affermano l’unicità con l’esclusione categorica di ogni altro dio»3. Il monoteismo, pertanto, è per sé stesso un sistema escludente. «Il solo criterio che possa permettere di parlare di monoteismo è rappresentato dalla negazione di ogni altra divinità»4, scrive Paolo Scarpi nel suo Si fa presto a dire Dio. Il dibattito, nel monoteismo, ha quindi spazio solamente al di fuori dell’accettazione della verità assoluta dell’esistenza di un solo (e specifico) Dio.

L’antropologia e la storia insegnano che una religione riflette le caratteristiche di una società, perché ha contribuito a plasmarla. Per questo, laddove vige un politeismo, ci troveremo di fronte a una società complessa e stratificata, costruita sulla molteplicità, la gerarchia sociale e la cooperazione; persino le divinità, organizzate in un patheon, conoscono la gerarchia e la divisione del lavoro. La società monoteista invece si caratterizza nella Storia per una società di modello piramidale, dove sono accettati un solo dio, un solo sovrano e un modello molto specifico di vivere la vita comunitaria.5
Queste caratteristiche di sistema sono condivise anche dal patriarcato, che riconosce un solo modello di società e di famiglia, guidate da un preciso modello di mascolinità che si accompagna al ruolo sistematicamente subalterno della donna e di altre soggettività. Non esistono alternative: qualsiasi cosa si discosti da questo modello è rifiutata, dileggiata, combattuta, annientata. 

Si può portare una coppia di esempi storici che ben illustrano nella Storia europea l’interdipendenza tra ordine socio-politico, modello religioso e strutture di pensiero: la Francia e l’Inghilterra a cavallo tra XVII e XVIII secolo.
Alla fine del Seicento, in Francia si era affermato l’ancién regime, un modello di potere accentrato nelle mani del re e sostenuto dalla convinzione che ogni regnante sia scelto direttamente da Dio. Il potere politico – temporale – era quindi legittimato e garantito dall’alleanza con il potere spirituale dominante, il Cattolicesimo, in cambio della partecipazione alle sue battaglie: nello specifico, la repressione degli Ugonotti. I due primi ministri del re Sole erano dei cardinali: Richelieu e Mazzarino. In contemporanea si afferma nel campo della filosofia una nuova struttura, derivata dal Discorso sul Metodo di Cartesio: Il Razionalismo. Una struttura accentrata sulla ragione umana – la ratio – principio di verità che costruisce e rifonda tutta la conoscenza umana gerarchicamente, attraverso il ragionamento deduttivo. La conoscenza del mondo non deriva dall’esperienza, dal “suolo”, ma viene dedotta dal “cielo” della ragione, dai suoi principi assoluti. La sensibilità e le passioni terrene sono ritenute fonti non attendibili, pura illusione. Le tre strutture di potere seguivano lo stesso schema: una piramide retta da un vertice con potere assoluto, che ordina e governa tutto ciò che sta sotto di sé secondo una verticalità di importanza e potere.
Dall’altra parte della Manica, in Inghilterra, le cose andavano molto diversamente. Già dai tempi di Enrico VIII l’assolutezza del Cattolicesimo era stata smantellata con la fondazione della Chiesa Anglicana – retta dallo stesso re, che deteneva quindi sia il potere spirituale che quello temporale e militare. Tuttavia, a seguito prima della Rivoluzione inglese (1642-1651), poi della Glorious Revolution (1688-1689) con cui salì al trono Guglielmo d’Orange, la struttura di potere cambiò radicalmente: al sovrano restava, in sostanza, solo il potere esecutivo, per il resto governava con l’aiuto di un Parlamento. Il suo ruolo come capo della Chiesa è diventato, col tempo, quasi simbolico, mentre l’Arcivscovo di Canterbury è riconosciuto come principale autorità morale e primus inter pares: oltre a questo, nessuno e nessuna chiesa nazionale detiene un’autorità centrale e universale, è invece concessa una forte autonomia a tutte le comunità. La nuova monarchia costituzionale garantì notevole coesione e pace sociale all’Inghilterra per i secoli successivi. In questa situazione, si sviluppò nel corso del primo Settecento l’Empirismo, una corrente filosofica fortemente critica nei confronti dei principi assoluti e delle idee innate della ragione, che fondava invece la conoscenza sul metodo induttivo, sull’esperienza e sugli esperimenti. Dalla “terra” al “cielo”, non viceversa. Filosofi come John Locke teorizzarono la divisione dei poteri, concetto che sta alla base del moderno stato liberale6.

L’Italia di oggi è una repubblica democratica. Ha assunto come sistema politico un prodotto diretto del politeismo, giacché la “democrazia” come sistema di governo nasce nell’Antica Grecia, e dell’Empirismo inglese, poiché vige la divisone dei poteri tipica dello stato liberale, grazie ai Padri e alle Madri fondatori e fondatrici della Costituzione. Si deve a loro, al referendum con cui si scelse la Repubblica e, soprattutto, alla Resistenza Partigiana e alla cultura socialista e comunista, l’inizio di una rottura con l’impostazione strettamente patriarcale e monarchica del nostro Paese. Ma rimane una terra profondamente cattolica e, soprattutto in seguito ai decenni del berlusconismo, la visione patriarcale della società è tornata dominante, come testimoniato dall’attuale governo (le politiche sulla natalità, la maternità, contro l’immigrazione, per riportare un’immagine “tradizionale” della famiglia e della donna), dal linguaggio sessista e dal dilagare della violenza di genere. Proprio a Verona si è tenuto nel marzo del 2019 il Congresso Mondiale delle Famiglie7, espressione delle frange europee più retrograde e bigotte. 
Cosa causa questo nella società italiana odierna? Una scarsa propensione al dibattito e un difficile rapporto con il dissenso. Di esempi purtroppo ne abbiamo di celebri, tra tutti spiccano tristemente i fatti del G8 di Genova del 2001 e, giornalisticamente parlando, ne fu un grande esempio il cosiddetto “editto bulgaro” di berlusconiana memoria, una dichiarazione con la quale l’oramai defunto ex-Presidente del Consiglio aveva fatto rimuovere dalla RAI Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, colpevoli di averlo criticato, nell’aprile 20028.

Il secondo grande problema dell’approccio propagandistico dei media italiani alla guerra in Ucraina è di tipo storiografico. In Italia esistono due Storie, una popolare e una accademica. Tra le due c’è uno scollamento, che è strettamente legato alla Storia della Repubblica, in particolare alla Resistenza. Gli attacchi ai Partigiani e alla loro condotta iniziarono fin dagli anni Cinquanta, sia mediaticamente che con dei processi ai danni di alcuni di loro. La delegittimazione della Resistenza da parte della politica iniziò abbastanza presto e fu portata avanti soprattutto dal giornale Il Secolo d’Italia, al tempo organo ufficiale dell’MSI. Alla vigilia del decennale della Liberazione, il quotidiano, che aveva avviato una campagna per l’abolizione delle celebrazioni del 25 Aprile, uscì con una prima pagina in cui erano già presenti tutti i capisaldi della strategia argomentativa di revisionismo storico delle destre: la Festa della Liberazione come festa “divisiva”, l’esigenza urgente di una “pacificazione”, i resoconti sulle “stragi compiute dai partigiani” e la conseguente proposta, presentata come necessaria, civile, pacificatrice di celebrare tutti i caduti senza fare alcuna distinzione politica9. Si tratta della medesima strategia comunicativa utilizzata oggi, allora poco efficace, oggi invece quasi egemone.

Per analizzare cosa è derivato da questa “tradizione” e le caratteristiche di questi sconfinamenti intenzionali, è uscito nel 2022 un prezioso vademecum scritto dal «gruppo di lavoro sul revisionismo storiografico» che usa lo pseudonimo collettivo “Nicoletta Bourbaki”, ovvero, come spiegato in terza di copertina, «un détournement in chiave femminista di “Nicolas Bourbaki”, gruppo di matematici francesi attivo dagli anni Trenta agli anni Ottanta del Ventesimo secolo, composto esclusivamente da maschi». Il libro, La morte, la fanciulla e l’orco rosso, tratta il caso particolare di una famosa “leggenda antipartigiana”, l’assassinio di Giuseppina Ghersi, per poi affrontare il più ampio tema di come nasce e come si sviluppa una storia antipartigiana, spesso e volentieri falsa. Fra i caratteri ricorrenti si nota ad esempio che questo tipo di narrazioni o leggende nascono sempre da un articolo pubblicato da un giornale locale, anche online, che viene poi rilanciato – senza il benché minimo controllo sulle fonti – da un quotidiano nazionale10.

C’è alla base un meccanismo pericoloso: il o la giornalista prende il posto degli storici o delle storiche, pur non sapendone farne il lavoro. I giornalisti, prevalentemente maschi, dall’immediato dopoguerra fino a fine secolo si sono dimostrati più efficaci degli storici come divulgatori e hanno pertanto voluto narrare la Storia agli Italiani. Ne è un clamoroso esempio Indro Montanelli con la Storia d’Italia11, ma anche la Storia dei Greci12 e la Storia di Roma13. Personaggio dall’oggettività quantomeno dubbia, non solo a causa della sua mai rinnegata esperienza coloniale, ma anche per il suo anticomunismo viscerale, nei tre volumi dell’opera L’Italia dell’AsseL’Italia della Guerra Civile e L’Italia degli anni di piombo – caso vuole che siano quelli che trattano i periodi più controversi –, Montanelli non fornisce una bibliografia di riferimento. Scrive invece di aver deciso di non pubblicare una bibliografia sistematica, poiché «vastissima» e «per non affollare pagine e pagine di titoli e citazioni, e per non fornire indicazioni incomplete», rassicurando infine che nel testo sono indicati i «riferimenti essenziali»14. Un approccio quantomeno scorretto. Impossibile non citare anche un altro esempio, calzante in particolare per quanto riguarda l’opera di revisionismo storico sulla Resistenza: Giampaolo Pansa e il suo Il sangue dei vinti15. Un libro che ha sollevato polemiche per anni, perché completamente privo di bibliografia o di qualsiasi tipo di riferimento. Non è possibile verificare nulla di quanto vi è scritto o giudicare la validità delle fonti, il che lo rende un testo assolutamente inaffidabile. Eppure, il valore culturale e la diffusione che ha avuto sono stati enormi, tanto che a questi sono seguite molte pubblicazioni simili. La conseguenza di tali pratiche faziose di “divulgazione”, se così si può chiamare, è che si è creato uno scollamento tra la realtà storica conosciuta e condivisa in accademia, più articolata e complessa, e quella semplificata e spesso fuorviante raccontata da giornalisti e scrittori, che ha attecchito nella cultura popolare.

Ora, con questo non si vuole dire che di Storia possano parlare solo gli storici. La Storia è però una materia complessa e che merita rispetto. Non basta esserne “appassionati” per scrivere un saggio storico, bisogna rispettare delle prassi metodologiche. Per poter raccontare la Storia bisogna prima saperla guardare da lontano, perché da lontano arrivano le cause che si concatenano per far scaturire un evento. Per saper individuare tali cause ci vogliono anni di studi e metodo, come per qualsiasi altra disciplina. Esistono anche esempi di giornalisti che hanno ben scritto di tematiche storiche, fornendo una bibliografia adeguata ed esplicando il proprio metodo di ricerca, dando quindi la possibilità di giudicare realmente il valore della pubblicazione. 
Questa situazione nasce chiaramente anche da mancanze da parte del mondo accademico, che per molti decenni ha prodotto poco materiale da divulgazione fruibile ai non addetti ai lavori16. Il fatto pertanto che la voce degli studiosi specializzati sia oramai ritenuta valida tanto quanto quella dei giornalisti crea un problema nella qualità dell’informazione. Per comprendere il conflitto ucraino, estremamente complesso, bisogna conoscerne le cause profonde. Ma oggi, in Italia, sembra di assistere ad uno scontro tra tifoserie, dove la ricerca della verità è una questione di poco conto. Andiamo a vedere allora come tutto questo è iniziato.

Cominciamo col confutare alcuni elementi: questa guerra non comincia nel febbraio 2022; il governo russo non ha invaso l’Ucraina in maniera imprevedibile; nel conflitto gli Ucraini non sono attori principali. Alcuni potrebbero dire che è tutto cominciato nel 2014, con la “rivoluzione di Euromaidan”, altri nel 2004, con la “rivoluzione arancione”. Ma, come ci insegnava Fernand Braudel, un evento è come un’onda superficiale, per capire la Storia bisogna cercare i grandi movimenti oceanici17.

I grandi movimenti oceanici iniziano negli anni Settanta, come giustamente fa notare lo storico Vijay Prashad, ovvero quando l’Unione Sovietica iniziò il suo declino e gli Stati Uniti «iniziarono a mettere in atto piani di ristrutturazione degli equilibri mondiali»18; a quell’epoca risale infatti la fondazione del G7, che riuniva – e lo fa ancora oggi – le maggiori economie industriali capitaliste occidentali. Gli USA si consolidarono economicamente, finanziariamente e militarmente, generando uno strapotere oltremodo evidente dopo il 1989, testimoniato dalle numerose guerre intraprese o sostenute (Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, ecc.) per imporre la propria influenza economica, militare e politica. A tutto ciò si aggiunge il potere che hanno sulla BCE dopo aver pompato denaro nelle sue casse durante la crisi del 2016/17. 

C’era però un problema: il crollo dell’URSS nel 1991 aveva creato undici Stati, spesso ostili fra loro, che potenzialmente avrebbero potuto possedere armamenti nucleari. L’amministrazione Bush (USA) e Kohl (Germania), secondo il politologo Fabrizio Tonello, operarono per «consolidare la potenza militare sovietica in Russia, per avere un solo interlocutore (che in quel momento era presieduta dal filooccidentale Boris Eltsin) e promisero di non espandere verso Est la NATO, l’organizzazione militare creata nel 1949 per contrapporsi all’URSS».19 Queste promesse furono disattese: con l’entrata nella NATO dei Paesi Baltici, della Polonia, dell’Ungheria e della Romania, l’Alleanza si avvicinò molto al confine russo, iniziando, nei primi anni Duemila, a corteggiare anche Georgia e Ucraina. La Russia, ormai governata da Vladimir Putin, non poteva accettare che questi due Stati, con cui condivideva confini importanti, diventassero avamposti militari atlantici. A tutto questo va aggiunto che l’atteggiamento dei governi USA riguardo alle armi nucleari non fu dei più rassicuranti per la Russia. Scrive Vijay Prashad:

Nel 2018 […] in un documento strategico, gli Stati Uniti affermano essenzialmente che la guerra al terrore era finita e ora gli sforzi andavano orientati a prevenire l’emergenza del blocco di potere composto da Russia e Cina. L’allora segretario della Difesa James Mattis disse che non bisognava lasciare a questa coppia di “quasi-alleati” (near peers) la possibilità di crescere. Indebolire la Russia e indebolire la Cina in sostanza diventavano dei principi fondanti della politica estera statunitense. Donald Trump annunciò che gli Usa si sarebbero ritirati dal Trattato sulle Forze Nucleari a medio-raggio, mentre già nel 2002 Bush si era ritirato dal Trattato anti-missili balistici. Queste due decisioni hanno di fatto messo fine al regime di controllo internazionale sugli armamenti. Ciò significa – ed è terribile farlo notare – che un conflitto nucleare rappresenta uno scenario di fatto accettato come possibile, dato che non c’è più nessun regime di protezione contro una tale eventualità.20

Alla fine degli anni Novanta i governi USA hanno operato in maniera molto aggressiva nei confronti della Russia perché questa si stava avvicinando alla nuova potenza emergente dell’Asia, la Cina. 
Considerati questi elementi, appare chiaro che il conflitto in Ucraina va ben oltre l’Ucraina stessa e il conflitto regionale, ma rientra in un confronto ben più ampio tra l’Occidente e l’emergente Eurasia. Era possibile evitare questa guerra? Sicuramente. L’Ucraina “neutrale” e il controllo internazionale degli armamenti nucleari erano punti imprescindibili da cui partire affinché il conflitto non arrivasse al punto attuale. Bisogna avere anche l’onestà di ammettere che gli errori dell’Occidente sono stati molti. Non è stata la Russia a ritirarsi dai trattati sul controllo delle armi nucleari e non è stata la Russia a disattendere promesse. L’Unione Europea avrebbe potuto fare molto di più, ma ha dimostrato, come detto dallo storico Egidio Ivetic, «la mancanza di qualunque visione strategica […] sia sul fronte dell’energia, laddove il progetto verde non basta, che da quello geopolitico. Davanti alle incognite che si profilavano, bisognava cominciare a ragionare in questi termini già nel 2014».21

Di tutta questa narrazione, frutto del lavoro di analisi di studiosi specializzati, nella stampa italiana si trovano poche isolate testimonianze. Assistiamo invece ad un nuovo scollamento tra mondo accademico e giornalismo. I primi esprimono criticità sulla guerra, mentre i secondi hanno in gran parte sposato la linea di sostegno incondizionato all’Ucraina. Ecco che inizia quindi, da parte di un gran numero di media italiani, la delegittimazione e demonizzazione del dissenso. Oltre al sopracitato articolo del Corriere della Sera, che inserisce tra i “putiniani” Alessandro Orsini, sociologo che mai in vita ha espresso una solo affermazione a favore di Putin, troviamo un articolo de Il Foglio, pubblicato in data primo marzo 2023, che titola «Canfora come Putin»22. Qui lo storico Luciano Canfora, tra i più celebrati del Paese, viene attaccato e accusato di aver «abbracciato la linea e il metodo di Putin» a causa delle sue posizioni sulla guerra e, nello specifico, per aver scritto la prefazione al libro di Benjamin Abelow Come l’Occidente ha provocato la guerra in Ucraina23. L’accusa di “putinismo” è politicamente trasversale: colpisce Canfora, proveniente dalla tradizione comunista, ma anche il celebre storico Franco Cardini24, membro dell’MSI in gioventù che ha più volte espresso apprezzamento per Giorgia Meloni25. Accuse, corredate privatamente dai peggiori insulti misogini, sono arrivate anche a Benedetta Sabene (su Instagram @nonmipiaci), collaboratrice di Michele Santoro come esperta di geopolitica, che studia il conflitto nel Donbass dal 2014. Medesimo trattamento anche per la filosofa Donatella Di Cesare, che il 20 luglio 2022 tocca il nocciolo della questione in un post sulla sua pagina Facebook:

In politica estera abbiamo assistito a tentativi di indebolire il sostegno del governo verso l’Ucraina, di fiaccare la nostra opposizione al disegno di Putin”. Queste le parole di Draghi per il quale – lo sappiamo – i pacifisti non sono che traditori al servizio del nemico il cui unico scopo è mettere in pericolo il governo patrio. Questo modo di considerare apertamente il dissenso come un’azione riprovevole avrà conseguenze gravissime26

Vediamo dunque che la stampa, nel delegittimare il dissenso, non fa nulla di diverso dal governo. Nello specifico, Draghi ha rappresentato e rappresenta non solo il governo, ma il potere politico-economico dell’occidente neoliberale per eccellenza, osannato dalla stampa nostrana che si fa megafono del suo messaggio come se fosse un illuminato, un “santo” salvifico. Ed è proprio questo il messaggio: dividere il mondo in santi e demoni, buoni e cattivi, bianco e nero. Perché così fa il monoteismo, così fa il patriarcato e così fa anche il capitalismo27.

La stampa italiana non si è limitata solamente a delegittimare il dissenso. Ha diffuso vera e propria propaganda del governo ucraino e di gruppi neonazisti in maniera totalmente acritica. Un esempio clamoroso è stata la diffusione di un video di “donne ucraine combattenti”, nell’8 marzo 2022, dal contenuto altamente problematico. L’inquadratura mostra un gruppo di donne armate fino ai denti e dal volto coperto, con alle spalle una bandiera ucraina. Una portavoce declama al centro un discorso “patriottico”, col quale queste donne affermano la volontà di unirsi agli uomini dell’esercito per difendere la terra Ucraina e distruggere i nemici Russi28Il Sole 24 ore ha così descritto il video: «Il messaggio delle donne ucraine combattenti arriva l’8 marzo, giorno della festa della donna. “Abbiamo messo in salvo i nostri figli, ora ci uniamo agli uomini. Distruggeremo il nemico in ogni centimetro di terra ucraina”»29. Il già citato Corriere della Sera riporta le medesime parole30. L’attenzione è focalizzata sull’aspetto “materno” dell’aver messo i figli in salvo. Peccato che il discorso delle combattenti continui dicendo: «Il patrimonio genetico della nostra nazione è protetto in modo affidabile». Questa componente del discorso passa acriticamente nei due quotidiani, quando invece è la diretta testimonianza di una propaganda apertamente nazista, giacché richiama esplicitamente il concetto di blut und boden, ovvero “sangue e suolo”, di purezza della razza. Inoltre, è anche un esempio di come la retorica nazionalista e patriarcale ha indottrinato molte donne ucraine. Sul medesimo argomento Valerio Nicolosi su Micromega31 analizza come il reggimento neonazista Azov sia stato “riabilitato” dalla stampa (non solo italiana).

Ci sono anche articoli che operano una vera e propria mistificazione storica. Porterei l’esempio dell’articolo firmato da Maurizio Stefanini pubblicato da Linkiesta, intitolato «Mistificazione sovietica – sono stati gli Ucraini a liberare Auschwitz, non i Russi».32 L’articolo è in realtà molto confuso e lascia intendere che Auschwitz fu liberata da un battaglione formato prevalentemente da Ucraini, comandati da un ebreo ucraino. Queste affermazioni sono inesatte: vero è che il comandante Anantoly Shapiro era ebreo e nato a Poltava, odierna Ucraina, ma non è esatto che la maggior parte dei componenti del battaglione lo fosse. La maggior parte proveniva infatti da Volgoda, Arkhaneglsk e dalla Repubblica Sovietica Autonoma del Komi, tutti territori oggi nei confini russi33. Tuttavia è sbagliato fare anche questo tipo di ragionamento, in cui proiettiamo i confini nazionali odierni su quelli del passato. La cosa giusta da dire è che Auschwitz fu liberata da un battaglione multietnico dell’Armata Rossa sovietica. I suoi componenti erano cittadini sovietici, catalogarli oggi come possibili cittadini ucraini o russi è solo mistificazione, non Storia. 

Un altro esempio di mistificazione, anche più goffo, è quello in cui il TG1, in un servizio dalla celeberrima scalinata di Odessa parla della rivolta del 1905, in cui la città “si ribellò ai bolscevichi”34. Uno strafalcione incredibile: inutile dire che nel 1905 il potere in Russia era saldamente nelle mani dello Zar e che la rivolta, iniziata dai marinai della corazzata Potëmkin, era di matrice antizarista e dallo stesso sovrano fu repressa nel sangue35.

In conclusione, se questi media possono dirci davvero poco sulla guerra in Ucraina e i conflitti geopolitici in corso – o quantomeno devono essere affrontati con grandissimo senso critico per estrapolare le notizie valide –, possono però mostrarci con grande chiarezza i problemi che l’Italia ha con la differenza tra storiografia e informazione, tra propaganda e divulgazione, e con il dibattito politico. Allo stesso tempo, si mostrano di nuovo quelle strutture profonde del monoteismo e del patriarcato che, se non prese attivamente in considerazione, continueranno a riproporsi identiche a sé stesse ad ogni mutare della marea.

1 https://www.corriere.it/politica/22_giugno_05/rete-putin-italia-chi-sono-influencer-opinionisti-che-fanno-propaganda-mosca-fce2f91c-e437-11ec-8fa9-ec9f23b310cf.shtml

2 Molte delle persone citate hanno infatti querelato il giornale: https://www.ilriformista.it/lista-di-proscrizione-dei-putiniani-i-nominati-querelano-il-corriere-per-il-processo-in-contumacia-304397/

3 Giovanni Filoramo, Marcello Massenzio, Massimo Raveri, P. Scarpi, Manuale di Storia delle Religioni, Laterza, Bari, 2009, pag. 176. 

4 Paolo Scarpi, Si fa presto a dire Dio, Salani editore, Milano, 2010, pag. 71.

5 Paolo Scarpi, Si fa presto a dire Dio, Salani editore, Milano, 2010, pag. 61-71.

6 Markus Ophälders, Filosofia arte estetica. Incontri e conflitti, Mimesis 2009, pag. 35.

7 Sito dell’organizzazione del congresso: https://wcfverona.org/it/about-the-congress/

Commento della rivista Internazionale: https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2019/04/01/congresso-famiglie-verona

8 https://www.ilpost.it/2022/04/18/editto-bulgaro/

9 http://digitale.bnc.roma.sbn.it/tecadigitale/img/giornale/CFI0376147/1955/Aprile/131/original

10 Nicoletta Bourbaki, La morte, la fanciulla, l’orco rosso, Alegre, Roma, 2022, pag 25.

11 Indro Montanelli, Storia d’Italia, Rizzoli, Milano, 1991.

12 Indro Montanelli, Storia dei Greci, Rizzoli, Milano, 1959.

13 Indro Montanelli, Storia di Roma, Rizzoli, Milano, 1969.

14 Questo tipo di formulazione si trova alla fine di ognuno dei volumi indicati, appena prima della cronologia degli eventi e degli indici.

15 Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2003.

16 Encomiabile è pertanto la collana Fact Checking: la storia alla prova dei fatti (Laterza Editori) curata dallo storico Carlo Greppi, che coinvolge numerosi storici e storiche con specializzazioni su diversi aspetti della storia d’Italia, con l’obiettivo dichiarato di voler recuperare il terreno perduto.

17 Imprescindibile, per chi è alle prime armi nello studio della storia: Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’Età di Filippo II, Einaudi, Milano, 2010.

18 https://www.dinamopress.it/news/lillusione-di-un-mondo-multipolare-intervista-a-vijay-prashad/

19 https://ilbolive.unipd.it/it/news/ucraina-russia-origine-crisi

20 https://www.dinamopress.it/news/lillusione-di-un-mondo-multipolare-intervista-a-vijay-prashad/

21 https://mattinopadova.gelocal.it/regione/2022/02/26/news/l-invasione-dell-ucraina-l-esperto-vedete-non-e-vero-che-e-solo-l-economia-a-muovere-il-mondo-anche-i-carri-armati-1.41258978

22 https://www.ilfoglio.it/esteri/2023/03/01/news/canfora-come-putin-manipolare-la-storia-per-difendere-l-invasione-russa-5005383/

23 https://fazieditore.it/il-blog-di-fazi-editore/prefazione-di-luciano-canfora-a-come-loccidente-ha-provocato-la-guerra-in-ucraina/

24 https://www.youtube.com/watch?v=qIuc23qI-eY

25https://www.repubblica.it/politica/2021/10/03/news/franco_cardini_giorgia_meloni_e_brava_ma_non_sara_premier_attorno_a_lei_dirigenti_inaffidabili-320472582/?ref=RHTP-VS-I287409039-P8-S2-T1

26https://www.facebook.com/donatella.dicesare/posts/pfbid0XPJEuPNRFto1mh9Dzej8LDjRgx4Vh7PwaZ9uLuGTqP2xADzgaVQAVHf6jogDHvttl

27 Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il sistema economico capitalista e la sua ideologia nasce dall’etica calvinista, confessione cristiana riformata caratterizzata da una forte aderenza alle scritture, pertanto ne è impregnato delle medesime caratteristiche strutturali. Opera di riferimento fondamentale in questo caso è L’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber; Paolo Scarpi, Si fa presto a dire DioImperialismo, universalismo e globalizzazione, Ponte alle Grazie, 2016,pag. 93-102; 

28 «Siamo le donne dell’Ucraina. Abbiamo benedetto i nostri uomini per proteggere la nostra terra. Abbiamo già portato in salvo i nostri figli. Il patrimonio genetico della nostra nazione è protetto in modo affidabile. Ci uniamo agli uomini e all’esercito ucraino. Distruggeremo il nemico su ogni centimetro di terra ucraina. In ogni città, in ogni villaggio, foresta, campo. Per ogni bambino, donna vecchio, casa in rovina strada, persino fienile. Vispareremo come cani rabbiosi. Gloria all’Ucraina. Morte ai nemici.»

29 https://stream24.ilsole24ore.com/video/italia/ucraina-videomessaggio-donne-ucraine-combattenti-distruggeremo-nemico/AEMpmgIB

30 https://video.corriere.it/esteri/videomessaggio-donne-ucraine-combattenti-proteggeremo-nostra-terra/6442ba76-9eb4-11ec-937a-aba34929853f

31 https://www.micromega.net/battaglione-azov/

32 https://www.linkiesta.it/2023/01/auschwitz-ucraina-russia-campo/

33 https://www.butac.it/auschwitz-ucraini-russi/

34 https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/03/13/guerra-russia-ucraina-la-gaffe-storica-del-tg1-sulla-scalinata-potemkin-odessa-si-ribello-ai-bolscevichi-ma-la-rivoluzione-era-contro-lo-zar/6524391/

35 Ancora una volta ci viene in aiuto Micromega, dove Michele Martelli scrive sull’abuso della storia nella propaganda: https://www.micromega.net/guerra-ucraina-disinformazione-propaganda/