Sogno e risveglio. Leggere i segni dei tempi
Vorrei partire piuttosto da lontano, dal 2009, quando uscì un libro di Diotima, Immaginazione e politica, insieme a un altro, Potere e politica non sono la stessa cosa.[1] Nel primo libro era messo a tema più o meno quello su cui vorremmo ragionare anche quest’anno: la capacità, più di donne che di uomini, di transitare liberamente fra il sogno e la veglia, di coltivare quello spazio di mezzo in cui l’invisibile, l’angelo della cosa, custodisce la realtà, di curare quello spazio transizionale, messo bene a fuoco da Winnicott, costituito dall’area del gioco, sia il gioco infantile sia i giochi adulti con l’arte, la filosofia e la religione, spazio che non è né vero né falso, ma che è sottratto a questa dicotomia, e che è assolutamente creativo, capace di modificare il nostro rapporto con la realtà.
Non è che dietro a quel libro non ci fossero anche delle esperienze inquietanti: c’era stata nel 2008 una crisi finanziaria che aveva rovinato molti negli Stati Uniti e altrove, e che aveva provocato una recessione economica; c’era stato, parlando personalmente di me, un episodio di grave sofferenza psichica, di cui resi conto sobriamente e in modo molto indiretto nel mio saggio Soglia.[2] C’era inoltre l’immagine inquietante e molto pericolosa, evocata da Chiara Zamboni, di quei piloti israeliani a cui per la prima volta nel 2002 era stato ordinato di bombardare obiettivi civili nei territori occupati; dapprima questi piloti si rifiutarono, poi obbedirono, ma la prima volta non dormirono la notte per l’inquietudine e l’angoscia. In seguito quasi tutti (tranne uno che si dissociò, si rifiutò di eseguire gli ordini e per questo fu processato e condannato) dimenticarono questa inquietudine, diventarono indifferenti; agirono come in sogno, eseguendo i comandi dei loro capi.[3] Ricordo questo agire come in sogno perché ci ritornerò più avanti.
Eppure, nonostante questi elementi inquietanti, quel libro aveva una certa leggerezza: era sostenuto infatti dalla fiducia di poter creare dei ponti fra il sogno e la veglia, di poter transitare liberamente fra visibile e invisibile, a patto di saper creare le mediazioni necessarie.
Sono passati 14 anni dalla pubblicazione di quel libro, ma a me sembra che sia passato un secolo, che ora siamo in tutt’altra epoca. C’entra il fatto che abbiamo attraversato tre anni di pandemia e che siamo quotidianamente bombardati dalle notizie della guerra in Ucraina e ora anche in Medio Oriente, che la crisi ambientale e climatica è diventata drammatica ed è ormai sotto gli occhi di tutti, e infine c’entra il fatto che le disuguaglianze sociali si sono fatte più drastiche e addirittura insostenibili, creando molte categorie di nuovi poveri.
Con la pandemia per la verità a noi donne era andata un po’ meglio: avevamo lavorato sui bisogni in quei tempi difficili e da quella riflessione è scaturito un libro.[4] Ci eravamo concentrate sulla cura femminile dell’ambiente e delle relazioni, sulla constatazione diffusa della vulnerabilità umana, già segnalata da tempo dal femminismo, ma divenuta evidente a tutti proprio con la pandemia. Ciò non toglie che quest’ultima, riducendo drasticamente gli incontri faccia a faccia, abbia sferrato un duro attacco alle relazioni, che sono la sostanza prima della nostra politica. Io ne sento gli effetti tuttora: mi è rimasta impressa nel profondo una rarefazione delle relazioni che perdura ancora. Alcuni fili dentro di me si sono allentati fino quasi a spezzarsi. Ancora peggiore è stato il bombardamento mediatico quotidiano sulla guerra in Ucraina e altrove: immagini di guerra, di morte e di distruzione hanno invaso del tutto la veglia, rendendo il presente angoscioso e inabitabile. È come se delle isole di sogno permanessero nello stato di veglia, dominandola; è come un sognare a occhi aperti, in una luce abbagliante della coscienza, una coscienza molto pilotata ed eterodiretta.
La prima indicazione che vorrei dare – a me e a chi mi legge – viene dal saggio di Diana Sartori, contenuto nel libro di Diotima Potere e politica non sono la stessa: Diana ricorda l’esortazione di Simone Weil a non sognare il sogno dei vincitori, a risvegliarsi dal sogno della forza e del potere.[5] Questa indicazione mi sembra preziosa proprio oggi, quando si tratta innanzitutto di risvegliarsi dal sogno o incubo del potere, prima imposto per tre anni con le notizie quotidiane sulla pandemia, con l’inflazione di virologi, infettivologi, e di statistiche di malattie e di morte, poi con il martellamento mass-mediatico sulla guerra in Ucraina. Simone Weil dice che i vinti sono costretti a sognare a occhi aperti il sogno dei vincitori.[6] Questo mi sembra oggi terribilmente vero: siamo costretti a sognare quotidianamente l’incubo della guerra, catturati dalle immagini di morte che questa porta con sé. Siamo inoltre indotti al falso sogno di una democrazia, che in realtà è in agonia (come dimostra lo scarso numero di votanti elle elezioni), la quale democrazia, si dice, sarebbe difesa dal popolo ucraino in guerra. Un incubo a occhi aperti, accecante.
A questo proposito, bisogna fare molta attenzione al linguaggio, il quale spesso distorce con eufemismi inaccettabili la realtà: c’è innanzitutto, ed è fin troppo tristemente noto, il tremendo eufemismo di Putin, “operazione militare speciale” al posto di dire guerra. C’è spesso l’uso del termine “conflitto” al posto della parola guerra: ora, il conflitto relazionale in sé non è affatto negativo, mentre la guerra è solo mortifera e distruttiva. Non si può più dire “mercanti di morte” per designare i fabbricanti di armi belliche, ma ora si parla di “complesso militare industriale”, espressione che sterilizza e decolpevolizza, neutralizza e fa sembrare le armi asettiche. Dobbiamo avere cura del linguaggio e non soggiacere passivamente a questi eufemismi ipocriti.
Risvegliarsi dall’incubo di un potere che si dice democratico, ma che è in agonia, è il primo compito che ci spetta. La realtà è altrove: la sua essenza è invisibile. Si tratta di risvegliarsi e di aprirsi a un’altra realtà, invisibile ma non per questo meno reale.
Il titolo del seminario di quest’anno parla di “trame invisibili nella realtà contemporanea”. L’immagine delle trame mi rimanda ai fili da cui ogni trama è costituita: la trama è un tessuto di fili intrecciati fra loro fino a formare una rete o un tessuto. Vorrei soffermarmi su alcuni dei singoli fili che costituiscono una trama. Quando sono particolarmente angosciata e minacciata, sento che sta per spezzarsi il filo esile che mi lega agli altri e alla realtà. Allora, per non ricadere nella sofferenza psichica che avevo già sperimentato in passato, mi aggrappo al filo di relazioni che ancora tengono: chiedo aiuto a qualcuna di cui mi fido, riattivo il filo di una relazione profonda. E questo funziona davvero: ricevo aiuto, e il filo così non si spezza. Ma questo filo interiore è fragile, invisibile, e va alimentato, nutrito, rafforzato per non spezzarsi del tutto. I fili che mi legano alle relazioni con alcune amiche di Diotima sono ancora oggi preziosi affinché non si spezzi del tutto il filo che mi lega alla realtà, una realtà invisibile agli occhi ma sorretta dal cuore e ben radicata nel sentire.
Nel libro di Gloria Anzaldùa, Luce nell’oscurità, l’autrice sostiene che l’essenza della realtà è invisibile.[7] L’invisibile è per lei una realtà ontologica, che rimanda al sacro e allo spirituale. La realtà primaria è invisibile: è, potremmo dire, il flusso della vita spirituale, non visibile agli occhi ma assolutamente reale. Anche noi possiamo riallacciarci al filo invisibile che ci lega ai nostri antenati, ai morti, a coloro che abbiamo amato e che non ci sono più, ma di cui conserviamo memoria e con con cui continuiamo a dialogare nel nostro intimo. Lì, nella realtà primaria invisibile, ci sono anche le genealogie femminili, quelle reali e quelle liberamente scelte con le nostre autrici di riferimento, da Weil a Zambrano ad Arendt e a molte altre. Tuttavia, per tenere presente questa realtà primaria invisibile, occorre un lavoro creativo, un diverso modo di raccontare: e questo è a rischio, non è affatto scontato. Bisogna averne cura.
Anzaldùa ritiene anche che occorra passare dalla rappresentazione oppositiva e dicotomica nos/otras, noi/altre al noialtre, termine desueto in italiano ma che ancora si può usare. Per illustrare quest’ultimo punto, vorrei aiutarmi con un racconto di Flannery O’ Connor, Rivelazione.[8]
Il racconto narra di una donna di mezza età, la signora Rita Turpin, che si reca in un ambulatorio medico. Lei è florida, piuttosto grassa, si ritiene buona, allegra e generosa, ed è mediamente benestante. Un’immediata antipatia si crea nella sala d’attesa dell’ambulatorio fra la signora Turpin e una sgradevole e brutta giovane donna, Mary Grace, che la guarda con odio anche perché la prima, con il suo chiacchiericcio ininterrotto, le impedisce di leggere il libro che ha fra le mani, L’evoluzione umana (un titolo dal vago sapore darwiniano). A un certo punto, Mary Grace non ne può più e scaglia addosso alla signora Turpin il suo libro, colpendola sopra a un occhio e provocandole una vistosa tumefazione, prendendola poi per il collo e tentando di strangolarla. Subito interviene il medico dell’ambulatorio, che fa un’iniezione calmante a Mary Grace e la fa ricoverare in un ospedale psichiatrico, ma non prima che lei abbia rovesciato addosso alla signora Turpin un insulto sprezzante: “Torna all’inferno da cui sei venuta, brutta scrofa brufolosa”,[9] le dice Mary Grace prima di essere sedata e portata via.
Questa frase lavora instancabilmente nella testa della signora Turpin, capovolgendo la sua visione della realtà: queste parole diventano per lei una rivelazione. Prima pensava che nel paradiso che certo l’attendeva – lei si diceva –, visto che si considerava buona e generosa, sarebbero entrati per primi i bianchi mediamente benestanti come lei, poi i neri ordinati e rispettosi, e poi altre categorie di persone, disposte gerarchicamente a seconda della loro condizione sociale e del loro grado di rettitudine. Ora, dopo che è stata definita una “scrofa dell’inferno”, ha una visione del paradiso ben diversa: i maiali, che lei in effetti possiede e che lava scrupolosamente con la pompa dell’acqua, le permettono di guardare attraverso “il cuore profondo del mistero”[10]. Lei accede così a una sapienza abissale, vitale, ha una visione rivelatrice: nel paradiso, per primi andranno i gruppi di bianchi poveri, che lei tanto disprezza, ben vestiti e puliti, poi gruppi di neri in vesti candide e, insieme a loro, molti derelitti, scarti della società; tutti questi precederanno di gran lunga lei e quelli come lei, la cui virtù, grazie a questa rivelazione, si sta “dissolvendo nel fuoco”[11].
Vorrei servirmi di questo racconto per suggerire di passare da noi/altre a noialtre, senza trattino di separazione né alcuna dicotomia oppositiva. Certo, possiamo imputare al governo italiano di destra attuale delle politiche indubbiamente scellerate per esempio nel trattamento disumano verso i migranti (mi riferisco soprattutto alla strage di Cutro), nell’accrescere la povertà di molti, nella gestione discutibile della giustizia e della pace fiscale e così via. Tuttavia, la maggioranza degli italiani (non io, ovviamente) questo governo l’ha votato: probabilmente molte categorie di persone, credo soprattutto le più svantaggiate socialmente, si tengono stretto il poco che hanno, temendo di cadere in una condizione ancora inferiore, fra i più poveri ed emarginati, fra gli scarti della società. Nella visione di O’ Connor, questi ultimi saranno i primi nel regno dei cieli. Benché oggi nessuno, neppure i credenti, abbia più fede né nel paradiso né nell’inferno, è certo che, dal punto di vista religioso, gli ultimi saranno i primi, come è scritto nei Vangeli.
Passare da noi/altre (quelle che votano a destra) a noialtre, senza trattino di separazione, è possibile. Me lo confermava Gisella Modica, in una conversazione avvenuta qualche tempo fa: lei diceva che, in un’iniziativa politica da lei intrapresa nella periferia degradata di Palermo, era venuta in contatto con donne di destra, e che aveva collaborato con loro molto bene. Passare da noi/altre a noialtre, senza separazione, significa innanzitutto sapere che forse anche noi non siamo poi così diverse da queste “altre”, che anche noi ci teniamo stretti i nostri piccoli privilegi, come loro probabilmente spaventate dalla prospettiva di cadere sempre più in basso. Solo che questo accostamento fra noi e altre/i rischia di essere al ribasso, di farci perdere il senso della nostra comune umanità.
Ricordo allora che la più straordinaria cancellazione del trattino che separa noi dagli altri fu fatta da Etty Hillesum, quando scrisse, nel cuore della Shoah, lei ebrea che sarà vittima dei nazisti: “il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi”[12], e dobbiamo cominciare da noi stessi, strappando via il nostro marciume, se vogliamo che qualcosa cambi. La sua soluzione fu quella di contrapporre all’odio, all’esclusione e alla cancellazione dell’altro, provenienti dai nazisti, l’amore e la compassione, che lei praticò in prima persona. Questa soluzione è valida ancora oggi, nella sua radicalità, per poter dirigersi verso un “noialtri” che ci restituisca la nostra piena umanità. Dobbiamo però essere consapevoli, come ci ricorda O’ Connor, che in noi il bene è sempre incompiuto, imperfetto, e che spesso un generale senso d’impotenza accompagna i piccoli gesti di apertura e di generosità che ancora siamo capaci di fare verso gli altri. In ogni caso, noialtri (senza trattino di separazione) è una prospettiva che rifiuta la logica della contrapposizione, dell’essere contro (che sembra essere l’unica risorsa del principale partito d’opposizione in Italia), per poter guardare diversamente la realtà.
Ma come è possibile? Quali segni dei nostri tempi ci danno un po’ di fiducia in qualcosa di positivo che la realtà del nostro tempo custodisce, nonostante tutto? Ne elenco alcuni.
Mi ha molto colpito la notizia delle dimissioni dal governo di due premier donne, non sfiduciate dal loro partito né dalla loro compagine governativa: la premier scozzese Nicola Sturgeon e quella neozelandese Jacinda Arden. Entrambe hanno rinunciato al potere per andare altrove, dove ci sono vita, relazioni, affetti. Non è un caso che entrambe siano donne, e donne che fanno la differenza: hanno dimostrato di non essere attaccate al potere a tutti i costi e di saper anteporre a quest’ultimo il primum vivere.
Penso alla rivoluzione pacifica, benché repressa duramente, iniziata circa un anno fa in Iran, di donne e anche di molti giovani uomini, all’insegna del motto “Donna, vita, libertà”: una rivoluzione che non è ancora finita, benché i mass media l’abbiano ben presto accantonata.
Penso alla cura quotidiana, portata avanti soprattutto da donne, delle persone a cui sono legate, della vita, della casa e dell’ambiente che le circonda: una cura tanto più preziosa quanto più i tempi sono difficili.
Penso alla cura delle relazioni – politiche, non di potere né strumentali – in Diotima, alla Libreria delle donne di Milano, a casa di Ramìa e in tanti altri luoghi legati alla politica delle donne.
Penso alle tante persone che s’impegnano nel volontariato, cercando di fare argine all’indifferenza e di dare vita a una comunità più umana.
Penso ai giovani di Fridays for future, che ancora protestano, sulla scia di Greta Thunberg e di altre attiviste, per un futuro diverso e meno distruttivo per il corpo celeste che noi abitiamo. Ricordo inoltre a questo proposito che diverse compagne di Diotima da anni sono impegnate attivamente nella questione ambientalista: Chiara Zamboni, Giulia Testi, Caterina Diotto, Anna Maria Piussi, Teresa Muraca e altre.
Penso alla paziente ricostruzione di Cristina Cattaneo, dell’Università di Milano, autrice del testo Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo:[13] l’autrice lavora da anni per dare un volto e un nome, e quindi una dignità, ai moltissimi morti scomparsi nella tomba del Mediterraneo. È un lavoro che non è affatto inutile né superfluo, perché morire con il proprio nome e con la propria storia, che possono essere trasmessi ai parenti di chi è scomparso, è ben diverso dal morire anonimamente, senza un volto e senza nome, solo un numero fra tantissimi altri tragici numeri.
Penso infine ad alcuni miei sogni – notturni, non a occhi aperti: in uno di questi, un amico, morto da molto tempo, si era trasformato in una mucca, e mi indicava una strada percorribile dagli animali, diversa da quella degli umani. In un altro sogno, una carissima amica aveva sulla testa, al posto dei capelli, dei rami di agrifoglio pieni di bacche rosse. Penso alla relazione speciale con la mia gatta, al filo invisibile ma fortissimo che mi lega a lei.
Queste ultime contaminazioni fra umano, animale e vegetale mi rimandano al libro di Donna Harraway, Chthulucene:[14] qui l’autrice immagina parentele e alleanze degli umani con specie animali e vegetali lontane e diverse, soprattutto con quelle a rischio di estinzione. Fili invisibili ci legano a molti esseri di una natura violata e infetta, ma tuttavia ancora capace di reazioni sensate e a loro modo intelligenti. Fare alleanze con esseri così lontani da noi, come animali e vegetali, può creare contaminazioni inedite e promettenti.
Da Harraway, vorrei riprendere solo alcuni spunti: innanzitutto l’immagine dei fili, da intrecciare con altre/i, in un lavoro di connessione che unisce arte, scienza e femminismo speculativo (o politica del simbolico, come diremmo noi). Particolarmente interessanti, per andare oltre l’Antropocene e il Capitalocene attuali, mi sembrano il Chrochet Coral Reef, cioè la tessitura artistica a uncinetto, fatta soprattutto da donne, a imitazione e difesa simbolica delle barriere coralline, e la tessitura di tappeti Navajo, pratica tessile anch’essa portata avanti prioritariamente da donne, una tessitura che porta con sé la bellezza e il sacro custodito dalla cosmologia Navajo.
Donna Harraway parla di parentele impreviste. Il femminismo ci ha insegnato a fare tesoro delle relazioni che già abbiamo, a nutrirle e a vivificarle, ma anche a cercare alleanze con donne lontane nel tempo e nello spazio, creando parentele e affinità elettive che ci sostengano e ci aiutino nel cammino. La politica delle donne agisce annodando reti di relazioni con altre donne (e con uomini), in pratiche sperimentali libere e aperte all’imprevisto.
Harraway in questo libro abbandona l’idea, che lei aveva precedentemente sostenuto, del post-umano,[15] e dichiara che gli esseri umani sono humus, legati alla terra, e che devono farsi e sentirsi compost, luogo di macerazione e di trasformazione degli scarti, da riutilizzare in modo creativo. Ricordo che l’idea di compost compare prepotentemente anche nel libro di Gloria Anzaldùa, su cui mi sono soffermata in precedenza e che è fondamentale per questa mia relazione.
Ritornando su sogno e risveglio, ricordo che María Zambrano dice che il sonno è ciò che accomuna gli esseri umani e gli animali: nel sonno, noi ricadiamo nella physis, cadiamo o sprofondiamo nell’apeiron, nell’indeterminato primario. Il transito fra il sonno e la veglia è un risveglio che ci immette nella molteplicità dei tempi che nel loro intreccio compongono la vita umana. Il sonno ci rende partecipi del flusso indeterminato della vita e del suo flusso circolare. Ma dobbiamo integrare la zona d’ombra rappresentata dal sogno nella veglia, affinché quest’ultima non sia una luce abbagliante che di fatto c’impedisce di vedere, accecandoci. Nei sogni, talvolta, la verità ci viene incontro senza che noi l’abbiamo cercata: ma anche allora abbiamo il compito innanzitutto di sentirla, facendoci carico della nostra passività, e poi di decifrarla e d’integrarla nella vita diurna, creando dei ponti, delle mediazioni necessarie con quest’ultima.[16]
La stessa Zambrano ci presenta un’immagine che è una buona approssimazione a quello che noi abbiamo chiamato realismo femminile.[17] A tale proposito, vorrei specificare che il realismo femminile è ben diverso dal realismo della tradizione filosofica: quest’ultimo afferma che la realtà è già data e compiuta, e che si tratta solo di rispecchiarla nel pensiero e nel linguaggio; il realismo femminile include invece anche i desideri soggettivi. A maggior ragione, il realismo femminile si differenzia nettamente, anzi è addirittura opposto al realismo politico, il quale dice che la realtà è quella che è e che va accettata come tale; il realismo femminile scommette invece sulla modificazione della realtà a partire dall’intimo di noi stesse.
Zambrano, nella sua riflessione sul sogno, dice che risvegliarsi significa entrare in un continuum, nel flusso della vita che è già lì: significa partecipare alla vita, che è “indipendente da noi, e tuttavia invoca la nostra presenza”.[18] Certo, vita e realtà non sono la stessa cosa, ma sono vicine. Con questa sua affermazione, Zambrano si avvicina al realismo femminile, che di fatto lei pratica in tutta la sua filosofia. La migliore formulazione del realismo femminile si trova in Clarice Lispector, ne La passione secondo G. H., quando la protagonista constata con sollievo che “il mondo indipendeva da me”.[19] Tuttavia, questa constatazione non esaurisce il realismo femminile: bisogna aggiungere che noi siamo in relazione con la realtà che “indipende da noi”, che essa ha bisogno della nostra partecipazione affinché si possano scorgere i germi di qualcosa di positivo che sta per sorgere e che occorre aiutare a fiorire.
Per Zambrano, svegliarsi significa anche incorporarsi: entrare nel proprio corpo e nel corpo della vita.[20] Vuol dire pensarsi come humus e come compost, come suggeriscono sia Donna Harraway sia Gloria Anzaldùa.
Non sono molti oggi, a mio modo di vedere, i segni dei tempi positivi, i germi di vita capaci di fiorire e di andare verso il meglio. Alcuni li ho ricordati prima. Finite le utopie, tramontati i sogni di un mondo migliore che hanno accompagnato la mia giovinezza, mi resta tuttavia la fiducia nelle reti di relazioni, nei fili che mi collegano ad altre donne, e anche ad alcuni uomini. Del resto, già negli anni Settanta Carla Lonzi, sorretta dalla pratica dell’autocoscienza, prese nettamente le distanze dal sogno o dall’utopia di un mondo migliore, che era sempre rimandato al futuro, al sol dell’avvenire.[21] Carla Lonzi fa esistere la libertà femminile qui e ora, nel presente, dando origine al femminismo della differenza sessuale, a una rivoluzione femminista che è l’unica rivoluzione pacifica veramente riuscita del Novecento.
Fra i segni più vistosi, e nient’affatto invisibili, del tempo che stiamo vivendo, c’è la connessione fra il riscaldamento climatico e l’intensificarsi delle migrazioni: non solo è scontato che siano meritevoli di accoglienza e di asilo coloro che fuggono da paesi in guerra, da regimi dittatoriali e persecutori, da torture e sofferenze inimmaginabili, ma è anche sotto gli occhi di tutti che il riscaldamento globale spinge alla migrazione, spesso a rischio della vita, molti i cui paesi natali sono divenuti inabitabili anche per il riscaldamento del globo terrestre. Noi occidentali, oltre a essere quelli maggiormente responsabili di tale riscaldamento climatico nonché del colonialismo che ha a lungo oppresso altri popoli, viviamo uno stato di decadenza. La speranza, alimento primo di ogni desiderio di cambiamento e di una vita migliore, è dalla loro parte: sono loro, i migranti, i veri portatori della speranza. Dalla nostra parte, rimane la possibilità di allacciare dei fili con i più lontani, non solo con i migranti che si affollano sulle nostre coste, ma anche con specie animali e vegetali a rischio di estinzione. Questo auspicio è esile ma necessario, per non sprofondare del tutto nell’incubo di un mondo che altrimenti sembrerebbe condannato al peggio, se non alla catastrofe.
Infine, vorrei ricordare che il filo del mistero di cui è intessuta la vita è custodito in modo particolare dalla sapienza mistica. Come scrive Antonietta Potente, l’esperienza mistica protegge il segreto e la profondità in cui germina la vita, un segreto che viene mantenuto anche nei periodi più oscuri dell’umanità, quando esso sembra eclissarsi. Le autrici mistiche, le amiche di Dio, sanno bene che l’invisibile è una caratteristica non solo della Divina presenza, ma anche di tutti gli esseri, forse la loro essenza più profonda. Anche quando abbiamo il timore che tutto ciò che ci circonda e che viviamo finisca, sprofondi nel nulla e nel non senso, in realtà la vita lo alimenta sempre dal di dentro, segretamente, perché la vita stessa è un mistero, nonostante tutta la nostra scienza e i nostri saperi.[22] La realtà mantiene un segreto che possiamo percepire solo se ci affidiamo a quel sentire profondo che María Zambrano associa a un fiducioso abbandono, se confidiamo in quel sentire originario che solamente può farci accedere a una visione della trama invisibile della realtà.
[1] Entrambi editi da Liguori, Napoli 2009.
[2] In Diotima, Immaginazione e politica, cit., pp. 67-102.
[3] Cfr. Chiara Zamboni, Immaginazione giocosa e l’altra faccia del mondo, ivi, pp. 21-22. Poco tempo dopo aver tenuto questa relazione, è iniziata una sanguinosa e terribile guerra in Medio Oriente, fra Israeliani e Hamas, che provoca sgomento e angoscia in tutte e tutti noi.
[4] Cfr. Diotima, L’irrinunciabile. Alla radice dei bisogni, Mimesis, Milano 2023.
[5] Cfr. Diana Sartori, Indizi terrestri, in Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa, cit., pp. 18-19.
[6] Cfr. Simone Weil, Venezia salva, a cura di Cristina Campo, Adelphi, Milano 1987, pp. 53-54.
[7] Cfr. Gloria Anzaldùa, Luce nell’oscurità. Luz en lo oscuro. Riscrivere l’identità, la spiritualità, la realtà, tr. it. di Laura Scarmoncin, Meltemi, Milano 2022, pp. 102-103.
[8] Cfr. Flannery O’ Connor, Rivelazione, in Tutti i racconti, tr. it. di Marisa Caramella e Ida Omboni, Bompiani, Milano 2009, pp. 531-554.
[9] Ivi, p. 545.
[10] Ivi, p. 553.
[11] Ibidem.
[12] Etty Hillesum, Diario 1941-1943, tr. it. di Chiara Passanti, Adelphi, Milano 1981, p. 99.
[13] Raffaello Cortina, Milano 20128.
[14] Cfr. Donna Harraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, tr. it. di Claudia Durastanti e Clara Ciccioni, Nero edizioni, Roma 2019.
[15] Cfr. Donna Harraway, Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, a cura di Liana Borghi, Feltrinelli, Milano 2018.
[16] Cfr. María Zambrano, I sogni e il tempo, tr. it. di Lucio Sessa e Mara Sartore, Pendragon, Bologna 2004, pp. 17-35.
[17] Sul realismo femminile, cfr. Luisa Muraro, La nostra comune capacità d’infinito, in Diotima, Mettere al mondo il mondo. Oggetto e oggettività alla luce della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1990, pp. 61-76, e Annarosa Buttarelli, Politica dell’altro mondo, in Diotima, Immaginazione e politica, cit., pp. 117-127.
[18] M. Zambrano, I sogni e il tempo, cit., p. 43.
[19] Clarice Lispector, La passione secondo G. H., tr. it. di Adelina Aletti, La Rosa, Torino 1982, p. 164.
[20] Cfr. M. Zambrano, I sogni e il tempo, cit., pp. 43-44.
[21] Cfr. Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Rivolta femminile, Milano 1974.
[22] Cfr. Antonietta Potente, Il filo del mistero, in Wanda Tommasi, Vivere Dio qui e ora. La sapienza mistica di autrici del nostro tempo, Paoline, Milano 2023, pp. 5-19.
