Semiologia dell’esilio ereditato, dove è il mio accento?[1]
Il tema del grande Seminario di quest’anno si interroga sulla terra attraverso le domande politiche che le guerre contemporanee e le migrazioni coatte sollevano. In una guerra è sempre questione di terra e di lingua assieme, così come lo è in un esilio costretto che porta lontano da dove si è nati.
Il tema della mia relazione riguarda l’esilio dall’Istria della mia famiglia, e i segni che ha lasciato in me nell’averlo inevitabilmente ereditato.
Vorrei iniziare con una lista di nomi che non conoscevo, autrici, poete, scrittrici e ricercatrici istriane e dalmate, che ho scoperto quasi tutte insieme, in questi mesi di ricerca, mentre mi chiedevo come mai prima d’ora non fossi andata a cercarle, o non ne sospettassi l’esistenza: Lina Galli, Elsa Bragato, Anna Maria Mori, Nelida Milani, Anita Forlani, Ester Sardoz Barlessi, Vlada (Lada) Acquavita, Gianna Dallemulle Ausenak, Isabella Flego, Adelia Biasol, Laura Marchig, Lidia Delton, Loredana Bogliun, Maria Grazia Ciani, Silvia Cuttin. Sono donne di generazioni diverse, che ho trovato in una pubblicazione antologica curata da Giusy Criscione e Patrizia C. Hansen, nel 2018, intitolata Dove andare, dove tornare, Autori italiani dell’Istria, di Fiume, e della Dalmazia dal Novecento al nuovo millennio che mio zio Andrea Pitacco, custode e ampliatore della biblioteca istriana di mio nonno, mi ha consegnato per l’occasione. Mio nonno Guerrino era di Siciole, vicino al confine italiano attuale, dove ci sono le saline, e per tutta la vita ha ricordato una vigna perduta che scendeva digradando fino alla riva del mare.
Da questo primo riferimento sulla letteratura istriana femminile ho seguito delle piste, in base a ciò che sentivo necessario e a cosa risuonava in me, le direzioni in cui muoversi erano/sono tantissime, e non ho ancora letto tutte le autrici che ho nominato. Ho scelto Lina Galli perché in una sua poesia ho trovato questa domanda: dov’è il mio accento?[1] E Maria
Grazia Ciani, per la storia di Argo. Ho tra le mie guide Bora, lo scambio tra Nelida Milani e Anna Maria Mori, e come riferimento e premessa politica la voce di Silvia dai Prà, in Senza salutare nessuno. Voglio citare anche un articolo di Matilde Moro, giovane giornalista e parte del ramo istriano della mia famiglia, che ha pubblicato sulla rivista on-line Italy segreta nel settembre 2023 e che ricostruisce una parte delle vicende accadute ai suoi nonni durante e dopo l’esodo.
Ho anche preso coraggio e chiesto a mia madre di ricordare qualcosa.
L’esilio è un trauma, e l’esilio ereditato è un trauma ereditato, in assenza di narrazione, un’attitudine. Ho riconosciuto nella mia pratica artistica una forma di semiologia dell’esilio ereditato, e la tengo qui come ancoraggio visivo del discorso.


Put your bulky bag in the right container, 2002, performance/sequenza fotografica/video
SACCHI
Cucitura di grandi sacchi di tela.
Questo lavoro Put your bulky bag in the right container del 2002 si componeva di un’azione di spostamento di bagagli e sacchi che avevo cucito io, in una stazione abbandonata (per la mostra Working Inside, a cura di Sergio Risaliti, Stazione Leopolda, Firenze). L’azione viene fotografata in sequenza, con l’aiuto di un fotografo (Arnaldo Genitrini), e poi rimontata in un video di 3’20” che procede a dissolvenze incrociate ma con uno sguardo discontinuo, a cui mancano sempre dei fotogrammi, e in silenzio. Fino che la figura si allontana e i bagagli scompaiono in una specie di deposito.
Cucire sacchi è un’attività che si è presentata spontaneamente nella mia pratica artistica. All’inizio li cucivo per trasportare le opere, poi ho continuato a farlo anche senza motivo, senza opere, ora mi capita di farne di nuovi a volte al posto delle opere, vuoti. Mi sembra che l’essere preparata alla partenza o alla fuga veloce sia come un primo segno dell’esilio ereditato, così come provare affezione per piante in vaso, trasportabili.
Sono bagagli vuoti o nascosti, l’azione che accompagnava questo stivare il bagaglio avveniva nel vuoto e nel silenzio.

BUCHI E SILENZI
Gli esuli istriani in molti casi forse nella maggioranza dei casi non hanno parlato. Di Silvia dai Prà hanno scritto che affronta il tema delle conseguenze, per generazioni, della violenza subita e delle sofferenze, delle amnesie e dei silenzi necessari per continuare a vivere; Di Lina Galli, che pure ha annotato nei suoi taccuini per tutta la vita dettagli, date nomi, pensieri e commenti, Roberto Spazzali scrive: “In lei il dolore era indicibile, avevano deciso di non parlarne più nemmeno ai figli nati nell’esodo per non coltivarli nel rancore e nel dolore”.
Annota Lina Galli:
Insediamento a Pisino del Comitato Provinciale provvisorio del 26 settembre 1943, secessione autoproclamata dell’Istria dall’Italia e sua annessione alla Croazia. L’atto verrà antedatato al 13 settembre, lo stesso giorno in cui Hitler nominava un supremo commissario per la Zona operazioni litorale adriatico (Alois Friedrich Rainer). L’Istria veniva tolta all’Italia per due volte simultaneamente in due atti diversi, in direzioni opposte, vuoto di potere, di referenti, debole autorità del Vescovo di Pola, …tra gli italiani dell’Istria prevalgono ingenuità e attendismo
Qui dentro di me si aprono gli occhi azzurri limpidi increduli di mio nonno Guerrino: è forse in questo stato di stupore che iniziano le forme del trauma. Lina Galli scrive, annota tutto, violenze e fatti di cronaca, voci e notizie di conoscenti, ma non riesce a raccontare. Scrive poesie come Notte sull’Istria, 1958
Quando sarò per morire la vedrò
la mia città, nella pioggia che ravvolge
le case cadenti in velari di pianto.
La mia città nelle fiamme
dei crepuscoli a settembre, tutta la rovina
trasfigurata in bellezza,
la mia città, sul plumbeo mare
invernale, avvolta da nebbie leggere
e colma di abbandono.
A casa nostra non hanno scritto poesia (che io sappia), la parola poetica ha cercato il suo spazio nella lingua scientifica, e i buchi sono rimasti nel linguaggio. Che cosa non si poteva dire? Cosa si poteva non dire, regola espressiva alla base del lessico familiare scientifico.
Forse si può dire tutto quello che può essere espresso scientificamente, con un’esattezza, una formula, un’affidarsi alle sicure regole della logica e della misurazione delle cose. In famiglia nostra per il dolce, armonico declinare di una collina potreste sentir dire ad esempio, con voce soave: “Guarda com’è costante la derivata di quella curva”. Così si indica senza saperlo una seconda realtà non completamente nominabile. Dov’è il mio accento? Dov’è la mia collina? C’è stato nel discorso a volte lo spazio per descrizioni del territorio, per il profumo della salvia selvatica, e del miele di Cherso, del mare, della terra rossa e della terra di prima, del rosa di Dignano; mia nonna era nata lì. Quando il discorso si avvicina ai buchi scompare o si scompone nel vino.
L’esilio ereditato è un dolore d’altri tempi, e pure impresso alle molecole del corpo, una mancanza politica di voce. Ci ho messo tanto tempo a localizzare quel dolore dentro di me, ora è quasi una guida, alla quale so cedere nel profondo fino a raggiungere la prossimità a un vuoto, a un buio che risuona in quello del racconto di Maria Grazia Ciani: l’oscurità scrutata dagli occhi del suo cane, che striscia appena la catena nella notte in cui lei, bambina, sta partendo, e il cui centro resta indicibile.
Indicibile come la violenza che provoca l’esodo e che a un certo punto è inevitabile guardare.

28.12.2008 dans la Ville Spatiale, china e pennarello su cartone, cm 500 x 405, 2011
Il disegno della strage di capodanno a Gaza, (dalla copertina del Manifesto, 2008)
è il secondo lavoro che presento qui: la fotografia di un disegno di 5 metri per 4 a pennarello e china su cartone. Si intitola 28.12. 2008 dans la Ville Spatial, la data è quella della strage di capodanno a Gaza, l’immagine è presa da una fotografia di copertina del Manifesto di quei giorni. Esposto nella Ville Spatiale pour artistes, un labirinto di cartone progettato da Yona Friedman e installato alla base dei Sette Palazzi Celesti le enormi sculture di Anselm Kiefer negli spazi di Hangar Bicocca a Milano (durante la mostra Terre vulnerabili, curata da Chiara Bertola nel 2011). Yona accompagnava quel suo lavoro con una frase: “Si dice che i popoli felici non abbiano storia”.
E qui è solo un accostamento, una vicinanza a quei corpi la cui storia è lasciata a mezzi semplici di ricordo e di narrazione. Alla memoria del cartone e alla tenerezza del tratto. Alla luce dei giorni presenti, non potrei più fare un lavoro così.
Vuoti, buchi, e interruzioni nella narrazione di tante e tanti si collegano alla terra anche nella forma letterale di immagini di voragini, luoghi di discontinuità umana e sprofondamento, sono doline carsiche, ed è vero questo, come lo dice Silvia dai Prà:
Scoprii che esiste un’altra parola per definire una foiba, dolina, e provai a usarla per sostituire quel brutto termine nella mia testa – dolina portava con sé tutta una languida atmosfera ungarettiana, mi faceva sentire una docile fibra dell’universo. Ma non ce l’ho fatta: il termine dolina non ha attecchito. Non si può mettere in mezzo la poesia per attenuare il suono dei cadaveri che scricchiolano sotto le scarpe.
(Ricordo che mia nonna non pronunciava questa parola e forse solo una volta, abbassando la voce e guardandosi intorno).
Non raccontava mia nonna, al massimo alludeva, ed è invece ineludibile, a un certo punto attraversare i racconti delle violenze avvenute in terra istriana negli anni che vanno dal settembre del 1943 al grande esodo e poi a chi rimane.
È inevitabile immaginare/sentire lo spavento e il trauma di chi ne era vittima, testimone, uditore. Mio nonno fu prigioniero per un periodo breve nel campo tedesco di Trieste, la Risiera San Sabba, disse che si era salvato perché conosceva il tedesco, ripeteva che bisogna conoscere le lingue, le lingue, ma poi non ha raccontato. I miei nonni fuggirono dall’Istria, da Portorose, una notte d’estate, il 4 agosto del 1945, in una barca piccola, di cui ricordano il nome, portando con sé poche cose e perdendo tutte le altre, così orti, vigne e animali. Mia madre aveva un anno da pochi giorni, dice che non ricorda il viaggio, ricorda il primo trasloco, “un camioncino fermato un po’ in salita con alcuni nostri piccoli mobili, a Torreglia Alta, che presto abbiamo abbandonato per andare a Torreglia”. Da quel primo trasloco i miei nonni ne fecero 38, fino ad arrivare a Venezia negli anni ‘70, al Lido, dove poi sono nata io.
I vuoti narrativi del trauma sono vuoti diversi, che danno struttura al movimento fisico, del pensiero, e a volte del discorso: nei buchi c’è dolore. Sprofondando, dopo strati di rabbia, di roccia, di reticenza, di resistenza, di paura, infine c’è dolore puro, senza riflesso.
Sono mancate le parole intime alle persone per dire questo dolore, sono mancate le parole politiche per costruire la propria identità in un paese che aveva lo stesso nome e la stessa lingua ma gli mancava un pezzo, e un accento. Sono mancate le parole ufficiali delle autorità alla minoranza istriana (150 mila esuli) che pagava con l’esilio i danni di una guerra perduta, mentre, come dice Anna Maria Mori sull’uso pubblico della storia del confine orientale italiano “ci siamo raccontati per anni che la guerra l’avevamo vinta con la resistenza, e quindi non potevamo dire che invece l’avevamo persa, e quindi l’Istria, la questione dell’Istria, era la testimonianza di una storia che non si voleva raccontare così come era veramente avvenuta”.
Una parte di storia scomoda e difficile da raccontare da entrambe le parti, ignorata, taciuta per decenni e poi ingigantita o minimizzata a seconda dell’uso politico, strumentalizzata da torsioni interpretative forzate, e ancora dolorose, inutili. La retorica della patria da una parte, l’accusa di vittimismo dall’altra: non voglio stare in questa logica, ma piuttosto notare come la voce delle donne anche in questo caso porta una differenza attraverso la pratica delle relazioni, dell’ascolto dell’altra, del racconto personale, e del partire da sé. Dice bene Silvia dai Prà che cresce con una nonna Istriana, (che per verdura, fa patate fritte) e una nonna partigiana sulla linea gotica, di fronte a queste versioni della storia che cominciavano ad emergere, distorte, negli anni ’80: “Non dicevo: scusate, questa storia sarebbe più mia che vostra. Non alzavo una mano timida. Come se avessi preso in consegna l’operazione del silenzio di mia nonna, stavo zitta”.
E così ho fatto io, mentre all’identità politica e ai canti popolari mancava sempre un accento.
ANEMOSCOPI

Anemoscopio (Lussino 2023), tessuto long life e tela stampata, cucito a mano
Nel silenzio, l’attenzione al vento e alle forme climatiche è, ed è stata, una forma di resistenza. Mori chiama la bora il vento dell’esilio, perché soffia da nord est, Balcani. E sono infine buchi quelli trasformati in maniche a vento nella mia pratica artistica.
Nell’immagine (Anemoscopio, Lussino, 2023) una manica a vento cucita da me ed esposta al vento per mia nonna, l’estate scorsa, a Veli Losinj, Lussin Grande.
Prendo ancora un’immagine dalla Storia di Argo di Maria Grazia Ciani. La sua scrittura che sposta sulla figura mitica di Ulisse e del cane Argo la forza poetica e politica del suo esilio istriano è essenziale e tagliente, mi accorgo che tocca in me corde molto precise.
Una bambina con un coltello in mano. Continuo a vedere in questo gesto, impulsivo ma spontaneo, l’antica e sempre rifiutata e rimossa, eredità del sangue slavo. E’ iscritta nelle cellule, non si può estirpare così.
Questo passaggio, assieme ad una attrazione per le lame, contiene una questione problematica al centro della possibilità trasformativa dell’esilio e del trauma ereditato.
Sentirmi balcanica, lasciar emergere un dato identitario indicibile, una sfumatura, riflesso di luce su una lama: “l’antica eredità rimossa”, prossimità e appartenenza comune alla stessa terra. Mia nonna Liana, portatrice d’accento, forse non sarebbe d’accordo con questa affermazione, sento gli ultimi echi della sua voce nella memoria, ormai quasi imprendibili. Mia madre quell’accento non lo prese mai, né alcun altro.
Resta in alcune parole, che ci teniamo care: sbrazzolar, bazzilar, e scovazze anche nel loro diminutivo scovazzete.
Mia nonna morì a Berlino Est, nel settembre del 1991. Quando nel 1989 è stato abbattuto il Muro di Berlino, che fissava l’immaginaria linea di confine tra le zone europee occidentali (legate alla Nato) e quelle socialiste dell’Europa orientale (legate dal Patto di Varsavia) con la Jugoslavia di Tito e l’Istria, lei decise che doveva andare a vedere con i suoi occhi. Partirono in autobus con mio nonno e un gruppo organizzato, e tornò lui solo, portando per noi dei pezzi di muro che mia nonna aveva comperato in ricordo. Dopo una vita di reticenze e di silenzi da una parte, e di Istria fatata come un luogo di memoria felice di miele di salvia e di vento dall’altra; eravamo davanti alla storia in un colpo solo, in un punto in cui la storia personale, quella familiare, e quella ufficiale alla quale nessuno di noi sentiva di appartenere del tutto, per un istante si incrociavano, coincidevano in una piccola maceria. Nel momento in cui lei aveva scelto di andarsene di là, dall’altra parte del confine, lato istriano della cortina di ferro, vedemmo sparire il suo corpo assieme a quello del muro, in un silenzio che non era più quello di prima.
Il nuovo, privo di illusioni e privo di lei, è quello col quale assistemmo alla guerra nei Balcani, incapaci di ogni reazione, senza accesso diretto ai sentimenti.
Ed è qui che la voce di Nelida Milani diventa per me la più forte, commovente e somigliante a quella di lei tra quelle che ho letto e ascoltato in questi mesi, e ho solo appena iniziato a leggere la sua opera. Nelida Milani è tra le rimaste di là, tra quelle che studieranno e cresceranno in un’altra lingua una parte di sé, mentre un’altra parte non perderà l’accento.
È nella sua voce oltre che nella scrittura che ho sentito qualcosa di riconoscibile, come, di familiare. Prendo da un suo intervento che le parole e la radice politica che voglio portare oggi:
Sono, queste, storie di una minoranza.
Per le maggioranze e per i vincenti c’è la pubblicità, per i vinti c’è la memoria personale, che non è storia, è soggettiva, personale, e non condivisa.
Sono storie di perdita e di mutazione.
L’esilio ereditato è un processo di mutazione, doloroso come tutte le mutazioni animali. A costo di un’attenzione e di un lavoro, contiene in sé la possibilità di variazioni libere per la vita, che a loro volta sembrerebbero trasmissibili.
BIBLIOGRAFIA
Bespaloff Rachel, Sull’Iliade, Adelphi, 2018
Bespaloff Rachel, L’istante e la libertà, Einaudi, 2021
Ciani Maria Grazia, Storia di Argo, Marsilio, 2006
Ciani Maria Grazia, Tornare a Itaca, Carocci editore 2021
Ciani Maria Grazia, La morte di Penelope, Marsilio, 2019
Coslovich Marco, Nemici per la pelle, Trieste terra di confine, Mursia, 2011
Crainz Guido, Il dolore e l’esilio, L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli editore, 2005
Criscione Giusy, Hansen Patrizia C., Dove andare, dove tornare, Autori italiani dell’Istria, di Fiume, e della Dalmazia dal Novecento al nuovo millennio, Carta Adriatica, 2018
Dai Prà Silvia, Senza salutare nessuno, un ritorno in Istria, Laterza, 2019
Mori Anna Maria, Milani Nelida, Bora, Istria il vento dell’esilio, Frassinelli 1998
Milani Nelida, Cronaca delle Baracche, Ronzani, 2021
Muraro Luisa, Introduzione in Diotima, La magica forza del negativo, Liguori editore, 2005
Scotti Giacomo, Fiabe e leggende dell’Istria, Editrice Santi Quaranta, 2003
Spazzali Roberto a cura di /Lina Galli, …dei crepuscoli a settembre, tutta la rovina, Oltre/Gammarò, 2022
Wolf Christa, Cassandra, edizioni e/o, 1984
In Nelida Milani: Il contropotere della cultura italiana nell’Istria del ‘900
ANVGD, comitato di Milano 7/6/ 2024
ANNA MARIA MORI
“Maria Pasquinelli uccide a Pola il generale Robert de Winton come gesto di ribellione verso le Grandi Potenze”.
[1] Lina Galli, Altro è quel mare Inquieto fiuta l’aria / cercando un odore smarrito. / Chi dimentica il riso delle vele / ai soffi del maestrale, / e il rotolare dei carri / lungo le siepi che serrano le vigne? / Chi dimentica i vicoli assorti / nel rombo del meriggio / e il bisbigliare dei vecchi sulle soglie / nel fuoco violetto delle sere? / Ogni terra, ogni città è straniera – / altro è quel mare, altro quel vento. / Dov’è il mio accento? Dove la mia collina? Da Notte sull’Istria, Editrice l’Arena di Pola, Trieste 1958
