Se manca la terra sotto i piedi. Vivere in lacuna
Introduzione
Pensare la Terra è il tema al centro di questo seminario, e il titolo invita a farlo a partire dall’immagine del camminare sulle acque.
Un invito che ha dell’impossibile, del miracoloso, del sovrumano. Immagino sia suonato sconcertante: diotima propone di fare miracoli?
Confesso che sono stata io ad aver suggerito questa immagine, che è stata accolta da altre e che guida gli incontri con quelle che ne declineranno il senso per come a loro è risuonato.
Sono qui quindi a cercare di spiegare, anche se si tratta piuttosto di un cercare di dispiegare,una immagine che mi venne con l’intensità di quando ti viene la parola giusta. Sì, è quella, è l’espressione felice e illumina, ma è come un punto di luce concentrato, un corto circuito, un incrocio di molti e chissà quali percorsi, un’immagine contratta che richiede di essere dispiegata nelle sue pieghe e dimensioni. Non ho fatto altro da allora che lavorare su queste pieghe e incroci, il quadro si è allargato ed ha un aspetto più riconoscibile, ma non era un puzzle i cui pezzi vanno tutti a posto, né c’è lo svelamento del vero volto sottostante.
Non avrò perciò una spiegazione, o almeno non nel senso in cui con questo si intende lo scoprire cosa c’era sotto, quale il significato letterale sotto l’immagine o la metafora o l’espressione simbolica.
E con ciò sono già entrata in merito. La terra è infatti per eccellenza ciò che abbiamo sotto i piedi, ciò che ci sostiene. Ed è la terra che a volte sentiamo mancarci sotto i piedi, la terra trema, manca, viene meno, si apre una lacuna, noi stesse ci sentiamo venir meno e la terra ci manca terribilmente.
La presentazione al Grande seminario di quest’anno dice di come siamo arrivate a mettere la terra al centro della nostra attenzione, mosse da domande sollevate drammaticamente dal nostro presente di una terra scossa.
“Terra occupata, strappata, martoriata, bombardata e poi divisa, spartita alla lettera. Metaforicamente, terra delle radici, delle origini, dei miti, terra dei luoghi amati nei quali ci si riconosce, terra della speranza, del futuro”
E poi la terra come pianeta stesso stravolta e offesa, minacciata dal modo in cui la abbiamo abitata e intesa, e che anche sentiamo diventata più minacciosa.
La terra ci viene a mancare, ma d’altra parte anche noi stessi siamo mancati alla terra.
Hannah Arendt scriveva di una fuga dalla prima delle condizioni umane, la Terra, di una “fuga dalla prigione terrestre” che ha portato alla perdita della terra e del mondo. Per altri versi registrava come il suo tempo fosse segnato dall’aprirsi di una lacuna, una lacuna tra passato e futuro per la rottura del filo della tradizione. Avvertiva come il nostro compito, il compito del pensiero, fosse di stabilirsi in questa lacuna[1].
Ecco le altre immagini, quelle del mio titolo oggi: la terra che manca e ci manca, e la lacuna. Tornerò su queste dispiegandole. Ma prima le acque, e il camminare sulle acque.
Chi cammina sulle acque
Parrà strano, ma non è un richiamo direttamente evangelico per me, anche se evidentemente la capacità miracolosa di Cristo è il riferimento originale. L’immagine e il motivo per cui la ho proposta mi vengono da un vecchio e famoso film, Oltre il giardino,originariamente Being There[2], e dalla sua scena finale nella quale il protagonista, Chanche il giardiniere, si allontana camminando sull’acqua[3]. È stata questa a venirmi in mente durante le discussioni per il seminario in rapporto al tema della terra, e in particolare alla cura del proprio giardino, un’altra delle immagini che è venuta a costellarsi a quelle della terra, della sua mancanza, della lacuna.
È una storia inquietante, addirittura paradossale, ha il tono di una parabola, di una favola con la morale, ma la morale che se ne può trarre è indecisa, ambivalente, non univoca. E
non sto parlando solo dei presumibili intenti dell’autore e del regista, come sempre il senso di una storia non è esaurito o spiegato dalle intenzioni autoriali. È a disposizione. In questo caso che si tratti di qualcosa che va oltre l’intenzione, la volontà di un controllo soggettivo riguarda il contenuto stesso del racconto. La favola, la metafora, non è un mero spostamento semantico di un discorso che si può fare letteralmente.
Oltre il giardino. Sintesi del film

Titolo originale: Being There Titolo italiano: Oltre il giardino Regia di Hal Ashby (1979) Sceneggiatura di Jerzy Kosinski, dal suo romanzo Chance (1971) Oltre il giardino.
La madre di Chance faceva la serva nella casa del “Vecchio”, era mentalmente debole e lo ha messo al mondo, per caso, con il cervello “molle” di un idiota. Chance lavora come giardiniere. La casa e il giardino sono tutto il suo mondo, ma da questo viene cacciato alla morte del Vecchio. Se ne va elegantemente vestito, con bombetta, ombrello, valigetta come l’omino di Magritte, senza identità. Viene investito dall’auto di Eve che lo soccorre e alla domanda circa il suo nome risponde “Chance, giardiniere”. Eve fraintende e capisce Chance Giardiniere (Gardiner). Nella lussuosa casa del marito, il potente Mr.Rand, l’equivoco prosegue: l’elegante abbigliamento, i modi gentili, le risposte ammodo lo fanno entrare nelle grazie di tutti, convinti che egli sia un distinto uomo d’affari colpito da rovesci economici. Il suo linguaggio semplice e diretto viene considerato segno di carattere profondo e incurante
delle formalità. Mr.Rand, influente sostenitore del Presidente, discute con Chance di economia, di politica, delle sorti del paese, e questi risponde sempre parlando del proprio giardino e di come vada curato. Le parole di Chance vengono intese metaforicamente e giudicate saggi e competenti giudizi. Nell’incontro con il Presidente, Chance è invitato a esprimere la sua opinione sulla situazione critica della contingenza economica: “Finché le radici non sono recise, tutto andrà bene nel giardino. Nel giardino la crescita ha le sue stagioni. Ci sono la primavera e l’estate, ma anche l’autunno e l’inverno. E poi di nuovo la primavera e l’estate.” Convinto che Chance sia un importante consigliere di Mr.Rand, il Presidente lo cita in una conferenza stampa: “Finché le radici dell’industria rimarranno saldamente piantate nel suolo nazionale, le prospettive economiche saranno indubbiamente radiose”. L’ottimistica previsione produce un’enorme impressione, al punto che Chance viene invitato alla televisione come esperto vicino alla Casa Bianca. Alle domande risponde riproponendo le parole sull giardino. Il suo linguaggio semplice viene grandemente apprezzato dal pubblico: alieno da astrusi tecnicismi e dal gergo politico Chance è capace di farsi capire da tutti e trasmette un senso di sicurezza e fiducia. Tutti cercano di scoprire chi sia, ma non si trova nulla, è una pagina bianca. Chance non è nessuno, ma ciò viene imputato al suo essere qualcuno di talmente importante da aver fatto scomparire ogni segno della propria identità. Intanto Eve manifesta i suoi sentimenti per Chance e gli si offre: la sua reazione di impassibilità viene interpretata come resistenza ad abbandonarsi ad una relazione che tradisce la fiducia del marito. Questi, prossimo alla morte, incoraggia il loro avvicinamento e spinge Chance a sostituirlo a fianco di Eve ad un ricevimento. Qui Chance, ormai famoso, è incalzato da giornalisti che gli chiedono opinioni sui commenti alla sua apparizione televisiva. E’ avvicinato da politici influenti e dall’ambasciatore sovietico. Le sue risposte sempre accondiscendenti inducono la convinzione che egli parli molte lingue e abbia un’enorme cultura che per modestia nasconde. Mr Rand prima di morire raccomanda a Chance il futuro di Eve e dei suoi progetti. Al funerale il Presidente tiene l’elogio funebre. Chance si allontana e cammina tra le piante. I politici che portano la bara discutono dell’elezione presidenziale e dei possibili candidati. Viene proposto Chance, appare bene in tv, piace, non ha un passato che possa ostacolarlo: “La nostra unica chance è Chance Giardiniere!”. Mentre Chance cammina verso un lago si sente la voce del Presidente che cita le parole di Rand su come gli uomini entrino ed escano nudi dalla vita: “La vita è uno stato mentale!”. Intanto Chance si è avvicinato al lago, e procede tranquillo, camminando sull’acqua. Scorrono i titoli con in sottofondo le voci di un cartoon. Chiunque cerchi di fermarmi, col mio superschiacciapiedipiatti, deve essere completamente idiota!
Morale della storia. La leggerezza di Chance
A questo punto sospetterete che sia io a essere completamente idiota, e non siete in verità così lontane dal vero…
In effetti l’idiota che parla del suo giardino e cammina sulle acque, e ha il suo superschiacciapiedipiatti, è qui un po’ un mio eroe (e in questa circostanza mi ha ispirato più dello stesso Messia).
Ci avevo già riflettuto su e persino scritto, quasi 20 anni fa, e la sua figura mi è balzata alla mente come in un contraccolpo evocata dal nostro tanto parlare della terra, dell’urgenza di metterla al centro dell’attenzione nei suoi vari aspetti, fossero questi riferimenti buoni o cattivi…
Ho iniziato a sentire la parola pesante, ho avvertito un carico pesante del riferimento alla terra, troppo piena, solida, troppo dura, o viceversa troppo buona e salvifica… Ad avvertire anche il senso di schiacciamento di cui parla l’introduzione, quello per domande e compiti per i quali l’intero peso della terra pare gravarci sulle spalle, una missione di farci carico di tutto il peso della terra intera, lasciandoci impotenti, davvero noi sì a terra.
Lì mi è apparso Chance, l’idiota, con il suo passo leggero, il suo giardino, il suo vuoto, il suo camminare sulle acque del lago.
La prima volta che lo avevo incontrato mi aveva aiutata ad alleggerire e smitizzare certe consolidate visioni del linguaggio e della comprensione e delle lacune che in questa si aprono, ad esempio con i fraintendimenti o peggio con le differenze di linguaggi che ci dividono. Tradizionalmente i tentativi di superare queste differenze hanno cercato di appellarsi a un fondamento comune ancorandosi al riferimento interno all’io, soggettivo, o a un fondamento oggettivo esterno, qualcosa che consentisse di trovare qualcosa di identico e solido a fare da sostegno. Riprendo qui le conclusioni della riflessione di allora:
“Dalla Babele delle incomprensioni non ci salva la garanzia del fondamento in uno stesso linguaggio comune, del parlare in fondo la stessa lingua, di essere, dentro o sotto, uguali. Molto a lungo questa idea ha informato i tentativi di superare le incomprensioni che vengono dalle nostre differenze. Pensiamo che se ci capiremo potremo stare insieme. Che la comprensione intesa come la condivisione di qualcosa di identico cui possiamo riportare le differenze sia la condizione del nostro incontrarci e convivere. Ma nella nostra vita quotidianamente non ci capiamo, l’incomprensione fa parte integrante del nostro vivere insieme, addirittura del nostro poter convivere. L’incomprensione, il malinteso, lungi dall’essere solo ciò che fa ostacolo al nostro convivere e comunicare sono ordinariamente ciò che ci spinge a continuare a comunicare e a convivere. Appunto perché non ci siamo capiti, dobbiamo continuare a spiegarci
È nel modo in cui viviamo, e in cui stiamo insieme, che si fonda la comprensione, non viceversa. Non stiamo insieme perché ci capiamo, ma ci capiamo perché stiamo insieme. Quel che conta non è capirci ma esserci: insomma being there. (…)
Voglio concludere, in questa prospettiva, con una riflessione sul senso dell’immagine finale. È un finale che non compare né nel libro né nella sceneggiatura di Kosinski. Chance, l’idiota, il fool, il semplice, come un Cristo, un messia che cammina sull’acqua…
Qui voglio rileggerlo come una sorta di lieto fine. In fondo il film ci parla non di uno scacco, ma di una comunicazione a suo modo felice. Se si dissolve la drammaticità di ciò che turba la nostra più abituale visione del linguaggio, è in fondo vero che Chance può diventare, come si dice alla fine del romanzo e del film, da un caso la nostra occasione. Chance, questo Caso, può essere pensato come uno scandaloso messia, ma può essere viceversa un uomo qualunque in una situazione ordinaria, perché quella cosa straordinaria capita continuamente, quotidianamente, a ogni pie’ sospinto, noi sempre camminiamo sulle acque. Sempre siamo senza terreno solido sotto i piedi, senza fondamento, ma piuttosto stiamo sulla fluidità rischiosa dei nostri variegati, incerti, infondati giochi linguistici, sulle nostre infondate e perigliose pratiche, sulla superficie increspata della nostra forma di vita. Eppure, andiamo avanti.”[4]
Sono ancora convinta di quella conclusione, è quella che mi ha fatto riapparire Chance come una occasione per alleggerire la pesantezza che sentivo gravare, quella della terra e quella del soggetto, suggerendomi altre immagini: l’acqua, l’idiota, il miracolo, il giardino, la lacuna.
Mi faccio quindi guidare di nuovo dalla storia, ritornando su queste immagini e ripensandole nella direzione di questo alleggerimento.
La terra troppo piena
Quando nominiamo la terra le metafore si affollano, la terra è piena di metafore, ma soprattutto la terra è sovraccarica di metafore di pienezza.
C’è la terra fondamento solido, che sostiene e regge, oggettivo, realtà indiscutibile. C’è la terra buona, terra madre che dà origine e genera rigogliosamente, generosamente, incessantemente, una risorsa inesauribile, della terra donna oltre che madre, e come lei potente e onnipotente, ma anche che si rovescia in oggetto di risorsa gratuita, e c’è la terra che ci resiste, che si oppone alla nostra volontà, con cui lottare, anche nemica da possedere e stuprare per strapparle segreti e ricchezze. C’è la terra che ci accoglie, luogo di bellezza, riposo, sicurezza, quella di prigione terrestre da cui fuggire, c’è la terra oggetto di proprietà, accaparramento, divisione, conquista, quella per cui si lotta, si delimita, si combatte, si fa la guerra, la terra del nomos della terra, quella che sta alla base della nostra appartenenza, della nostra identità, quella senza la quale non c’è stato, non c’è cittadinanza, non c’è identità, anche quella viva, animata, gea, olistica, che tiene tutto e nella quale tutto è collegato, c’è l’unica sola terra che abitiamo, un unico globo conchiuso come la ben rotonda verità… la terra macchina, la terra viva, la terra magica, la terra promessa, e infine la terra cui siamo promessi e a cui torneremo… [5]
Gaston Bachelard diceva che nelle reveries della terra, quando la immaginiamo e fantastichiamo, la nostra immaginazione materiale muove in direzioni opposte: le reveries della volontà e quelle del riposo. Quando la terra è ciò che ci resiste e reagiamo con la potenza in una reazione attiva, di lavoro e conquista, e invece quando ci accoglie e ci sostiene ci dà sicurezza e fiducia e ad essa possiamo intimamente abbandonarci[6].
Sono fantasie polarizzate, che alimentano fantasmi di dualismo, tra una terra e un io, un soggetto, entrambi fantasticati troppo pieni. E proliferano anche in altri dualismi: il dualismo si ripresenta anche nel rapporto tra soggetto umano e terra-natura, natura/ cultura che a sua volta si raddoppia e replica nel dualismo uomo/donna, maschile/ femminile. Lo stesso dispositivo si moltiplica con altri elementi altrettanto speculari: quello tra terra e cielo, ad esempio. Nel senso della fuga dalla Terra verso l’universo, l’allontanamento dalla terra per
collocarsi in un punto di Archimede, un punto di vista universale e astratto, the view from nowhere, di cui parla Arendt in Vita activa. O diversamente nel volgere gli occhi al cielo delle Idee, o rivolgersi alla trascendenza al cielo divino, cui invocare miracoli che salvino la terra.
O ancora il dualismo tra Terra e Mare: quello arcaico e mitologico tra caos e ordine[7], e quello più mondano ma forse non meno mitico tra Terra e Mare nella filosofia politica, tra potenze terrestri dove vige il nomos della terra e potenze marittime. E più recentemente tra dinamiche deterritorializzanti e ri-territorializzanti, tra globalizzazione e sovranismi…[8]
Impossibile seguire qui la pista del riprodursi di queste polarità che si moltiplicano in un gioco speculare e speculativo tanto apparentemente brillante e capace di fare luce quanto di confonderci perse in un labirinto di lucidi specchi. Per quanto si tratti indubbiamente di questioni e tendenze che agiscono potentemente e drammaticamente nel nostro presente e della cui azione occorre avere consapevolezza, nella loro capacità illuminante quanto ammaliante… Di certo alcune di queste questioni torneranno nel corso del seminario.
Mi limiterò a sottolineare degli aspetti che mi premono, più prossimi al mio percorso qui: il carattere di eccessiva pienezza e solidità attribuito simbolicamente al sostegno della terra tende a produrre, al suo venir meno, due reazioni di direzione opposta, ma parimenti segnate dal calco di quella prima immagine.
La prima è quella della percezione di una mancanza che fa vacillare in modo abissale, terrificante, minaccioso e mortifero, e rispetto alla quale ci difendiamo costruendo affannosamente ripari che in qualche modo ne sostituiscano la solidità: insomma: più terra.
La seconda sarà quella, venuta meno la terra, di “buttarsi a mare” o meglio di prendere il mare, di sciogliere gli ormeggi e i vincoli terrestri per la via della fluidità.
La terra manca. Casca la terra, tutti giù per terra
L’immagine di una terra troppo piena è soprattutto una fantasia di fondamento assoluto e sicuro, una fantasia confortante ma altrettanto rischiosa. Si accompagna ad altre fantasie di integrità, totalità, purezza, completezza, identità, proprietà, dominio, definizione che sono perlopiù proiezioni difensive, perlopiù distorte e illusorie, perlopiù pericolose.
Ho detto sopra che nel pensare la terra serve liberarla da questo presupposto fondazionalista. Dal presupposto che sia ciò che regge come fondamento le nostre attività
umane, siamo terrestri, sì, ma camminiamo sempre senza una terra così salda terra sotto i piedi. La terra non è poi così solida. E la terra può mancare sotto i piedi.
E se manca? Se, piuttosto quando, e quando è insieme un evento straordinario e ordinario.
Ha il carattere di un evento traumatico, che ci capita come una perdita, il sostegno della terra viene meno, manca e noi stessi ci sentiamo venir meno.
Ma è anche un’esperienza comune e ordinaria. Da una parte nella nostra vita soggettiva, singolare è davvero raro che non ci accada. Un lutto, una caduta, una ferita, una malattia, un atto mancato, un imprevisto, la parola che manca, un cambiamento… viene a scuotere quel che ci dava sicurezza. Fa parte della condizione umana.
Da un’altra parte è qualcosa di più che una condizione esperita soggettivamente nel corso della vita, è un venire a mancare che ha inaugurato il secolo che abbiamo alle spalle, che in tutto il 900 si è moltiplicato e ripetuto, cui abbiamo dato nomi svariati tutti segnati da fine, morte, rotture, in una consapevolezza di crisi che il nuovo millennio non ha fatto che ribadire e ripetere senza che il trauma si possa dire elaborato. Tantopiù che ora davvero avvertiamo letteralmente quanto la nostra Terra tremi e non ci sostenga più.
Con sintesi insuperabile Nietzsche annunciò “Dio è morto” e lo disse come una constatazione, disse anche che era arrivato troppo presto, che ci sarebbe voluto chissà quanto tempo per registrare questa morte. In effetti un secolo non è bastato.
Quando qualcuno muore, lo affidiamo alla terra e inizia il tempo del lutto e della sua elaborazione, ma sappiamo quanto è incolmabile il vuoto che si è spalancato.
Alle tante perdite di fondamento che si sono succedute nella cosiddetta età della crisi è stato dato il nome di morti: delle certezze, della tradizione, di dio, del patriarcato, però non è la stessa cosa sono nominazioni metaforiche, l’analogia è valida sì, ma solo fino a un certo punto. C’è un punto di irriducibilità che la morte ha. Che resiste a ogni negazione, reazione difensiva, riduzione, sostituzione, tentativo di colmare il vuoto.
Non è così con le morti nel senso di venir meno di ciò che ci sosteneva come fondamento, a questi lutti è facile segua un tempo di fantasmi, e di strategie riempitive e sostitutive (ancor più se quel sostegno magari era anch’esso di natura fantasmatica).
La terra manca, soprattutto ci manca e così cerchiamo di riempire di terra le lacune che si sono aperte. Ci appelliamo a entità fantasmatiche, a identità solide, in una furia di riempimento: fantasie della terra e dell’io. Entrambi troppo pieni.
Non ci vuole tanta fantasia per trovare esempi di queste fantasie di pienezza né serve avere facoltà medianiche per vedere di quanti fantasmi si aggirino nel nostro presente. Casomai è difficile ricordare quanto siano fatti della stoffa dei sogni, quando ci circondano minacciosi e con effetti ben reali.
Fantasie di terra, soprattutto, di terra solida e chiusa, posseduta, confinata, controllata, che ci dà identità, sicurezza, ben difesa, terra nostra, patria sovrana. E terra dove essere sovrani: all’appiglio terrestre fa specchio l’appiglio al fondamento soggettivo all’io sovrano, sia esso individuale o sovraindividuale.
Così invochiamo identità, evochiamo tradizioni, ci appelliamo al Popolo o alla Nazione, o all’Occidente, e le maiuscole delle nostre parole si moltiplicano, emaniamo sempre Leggi dalle più universali alle più minute… E segniamo confini, limiti, proprio quando è il limite quel che non riconosciamo. Così innalziamo difese di terra, erigiamo muri, meccanismi difensivi che allucinano una identità e potenza minacciata, proliferano e si stabilizzano esattamente quando quelle identità sono in crisi, deboli, in disfacimento, e immaginate in modo chiuso e dualistico etc…
Speriamo di ritrovare in queste fortezze la sicurezza, terra solida sotto i piedi, il fondamento perduto. Sono muri la cui funzione principale è preventiva e immaginaria, anche se hanno effetti reali, quello di darci il sostegno di cui non abbiamo mai avuto bisogno, di rinserrarci dentro solidi edifici di cartapesta, di chiudere ogni varco e via d’uscita, di impedirci di camminare e andare avanti come già forse facevamo.
Molte riflessioni su questo sono state fatte e sono in corso per ripensare i confini, i muri, le frontiere, penso a Gloria Anzaldua, o a Wendy Brown, ai Border studies, e in Italia a Ida Dominjanni, alla geofilosofia di Caterina Resta e della sua scuola, ma molti altri[9].
Qui però voglio ricordare due citazioni che ho avuto in sottofondo, sono di Ludwig Wittgenstein (uno che per molti versi incarna l’idiota filosofico):
“sono arrivato al fondo delle mie convinzioni. E di questo muro maestro si potrebbe quasi dire che è sorretto dall’intera casa.” [10]
“Da che cosa acquista importanza la nostra indagine, dal momento che sembra soltanto distruggere tutto ciò che è interessante, cioè grande ed importante? (Sembra distruggere, per così dire, tutti gli edifici, lasciandosi dietro soltanto rottami e calcinacci.) Ma quelli che distruggiamo sono soltanto edifici di cartapesta, e distruggendoli sgombriamo il terreno del linguaggio sul quale essi sorgevano.” [11]
La terra manca. Mare, lacuna, laguna
La seconda reazione, cui sopra accennavo, al trauma del venir meno della presunta solidità della terra sotto i piedi è quella di evocare le acque, prendere la via del mare.
Tradizionalmente l’acqua, la fluidità, il mare sono stati riferimenti simbolici che si sono posti dualisticamente in contrapposizione, alternativa, correzione alla fissità, stabilità e rigidità della terra. Come per la Terra, anche per l’Acqua e il Mare le metafore sono innumerevoli e sarebbe improponibile ripercorrerle qui: praticamente tutti gli sforzi di pensare il mutamento e il divenire vi hanno fatto ricorso, da Eraclito in poi. Più ardue da rispettare e meno confortanti delle metafore della Terra: instabilità, impermanenza, incontrollabilità, perigliosità, ne hanno fatto la reazione di contraccolpo al predominio del fondamento terreno e tellurico come al lutto della sua perdita. Di nuovo Nietzsche è insuperabile nell’esprimerlo con il suo invito: “Via sulle navi, filosofi!”[12]
Sento il fascino di questo richiamo, specie andando un po’ per mare e amandolo anche sulla carta; tuttavia, il sentimento di quelle perenni inesauste lotte tra Terra e Mare mi trattengono, per non parlare del timoroso rispetto e del senso del limite che il governare una barca mi hanno insegnato. Sarà il non essere granché esperto eroico virile marinaio a tenermi prudente sulla via del mare, ma avverto anche un altro elemento di rischio nella marina e oceanica fluidità aperta. Davvero alla rigida pesantezza della terra e ai suoi guasti
serve raccomandare di opporre la totale fluidità, oggi? Non è forse proprio la fluidità diventata una sorta di mantra a partire dalla crisi novecentesca fino alla cosiddetta postmodernità globalizzata e ai decenni senza nome di questo millennio?[13]
Come l’appello alla Terra si è indurito in fissazione identitaria e murata, così l’evocazione del Mare e della fluidità come pharmakon ha portato con sé oltre che il beneficio di una cura, anche il suo veleno: lo sciogliersi stesso della differenza nel continuum neutralizzato di uno spazio liscio dove tutto passa con tutto, senza scarti, ostacoli, contraddizioni, negatività. Un regime di piena scambiabilità che ben si coniuga con quello mercantile neoliberista della globalizzazione capitalistica e con la sua fantasia irenica e pacifante, ma in realtà violenta e onnipotente, di una libertà che travalica ogni limite perché tutto le è possibile[14].
La Terra va ripensata in modo più fluido, sì, ma è un pianeta azzurro solo guardata dal cielo, dal punto di vista astratto, neutro e siderale di nessuno e di nessun luogo, view from nowhere, il punto di Archimede di Arendt che ho già citato. Qualcosa di molto diverso da quel che Anna Maria Ortese chiamava corpo celeste, intendendo che anche la Terra, tutto il mondo è quel sovramondo[15].
Preferisco così pensare a come sia un globo terracqueo, che cinge entrambi quegli elementi che non sono né in dualismo oppositivo, né in simmetria speculare, né in equilibrio di complementarità, né ne esauriscono la complessità elementale sia materialmente sia simbolicamente.
Tanti approcci, di diversa matrice disciplinare, hanno assunto la necessità di focalizzare la relazione tra terra e mare, e più in generale tra le acque e la dimensione terrestre. In particolare ho trovato di grande interesse, durante le letture che ho fatto per questo incontro, quelle prospettive idrogeografiche che hanno promosso lo studio degli ambienti aquapelagici non solo nell’attenzione all’interscambio mare/terra, ma alla dimensione del rapporto con lo sviluppo di ecosistemi anfibi, ambienti generativi favorevoli a una pluralità di forme di vita e anche al fiorire di una presenza antropica fortemente integrata, comunità umane intimamente intricate alla peculiarità specie delle realtà lagunari[16].
Non ho le competenze per dar conto di queste prospettive, la laguna non è per me oggetto di studio, o meglio sì però nel senso etimologico di desiderio, passione, amore, attaccamento, devozione anche. È là dove sempre voglio tornare, fuggire, riposare, galleggiare, remare, veleggiare, pescare, camminare coi piedi nel fango, attendere le maree, scrutare il vento, respirare il fiato del salmastro, dormire e svegliarmi. È il mio luogo dell’anima.
Uso questa espressione nell’accezione che ne hanno dato Chiara Zamboni nel suo libro sul sentire la natura, e Caterina Diotto riprendendo il concetto di Luogo-persona dall’ecosofia di Arne Naess[17]: un Luogo orientante integrato e integrante della nostra stessa identità. Naess parlava della montagna, Caterina riconosce il suo nel legame con il mare. Io riconosco nella laguna questo Luogo di orientamento cui appartengo. Alla laguna è corsa la mia anima nel sentimento di pesantezza della terra come pure del suo venir meno. Proprio là dove nella terra si apre una lacuna lì può aprirsi una laguna.
Ho suggerito sopra che si debba mettere in movimento quel che è mare e quel che è terra, non immaginandoli così fissi a combattersi, ma non serve tanto “muovere mari e monti” se solo si guarda a dove già sono in perenne, instabile, impermanente e temporanea relazione di quasi miracoloso dinamico equilibrio.
Laguna, quella lacuna di terra dove fluisce l’acqua, salata del mare, e dolce, salmastra, in continuo ciclico fragile interscambio. Difficile e sempre precario fare mappe della laguna, sempre mutevole, di momento in momento per le maree, per l’agire delle forze di acqua e terra. Un vivo reticolo, la ragnatela di canali che si aprono si chiudono e si riaprono in confini, argini, e insieme limiti e passaggi mai assicurati e sicuri.
Cangiante nei colori, specchio del cielo, a volte lucida e a volte melmosa, sempre incerta, bacino di vita e pervasa di strati di corrosione e morte. I banchi e le mote vengono travolti e aperti, i canali si insabbiano, piante pioniere avanzano e consentono nel tempo il radicarsi di altra vegetazione più terricola, piante e fiori sopravvivono all’acqua salata, i fiuri di tapo fioriscono e brillano come sorti dall’acqua con la salicornia, acque morte e acque vive, il limo sedimenta e alimenta cicli di vita e di morte[18]. Microcosmi vitali, generativi di forme di vita,
vegetali, animali e anche umane[19]. La natura certo è prevalente nel ritmare questo luogo intermedio e intermittente. Ma è anche luogo umano, di protezione dalla violenza aperta del mare, con estrema cura e attenzione, che né l’acqua né la terra prevalgano, non colmando i vuoti, non chiudendo le bocche a mare, nemmeno aprendo ogni varco alla forza dell’acqua. Che altrimenti, non c’è laguna.
Quando la terra immaginata troppo piena e solida trema la tentazione può essere quella di riempire di terra la lacuna, o di affidarsi al mare aperto. A queste speculari reazioni ne affianco ora un’altra, anch’essa attinente un eccesso di pienezza. Sulla terra fantasticata troppo piena e stabile spesso ci si immagina di stare ben piantati con un soggetto anch’esso troppo stabile e pieno. Anch’esso può venir meno e il trauma non è meno spaventoso. Ma forse altrettanto fantasmatico.
È l’avvertimento di Clarice Lispector, che apre la sua Passione secondo G.H.:
Ho perso una cosa che mi era essenziale e che non lo è già più. Non mi è necessaria, così come avessi perduto una terza gamba che finora mi impediva di camminare ma che di me faceva uno stabile treppiedi. Quella terza gamba ho perduto. E sono tornata a essere una persona che non sono mai stata. Sono tornata ad avere quanto non ho mai avuto: null’altro che le due gambe. E so che soltanto con due gambe io posso camminare. Eppure, l’inutile assenza di quella terza gamba mi manca e mi spaventa, era proprio quella gamba a fare di me una cosa reperibile a me stessa e senza neppure aver bisogno di cercarmi.[20]
Vengo quindi al sogno di pienezza del soggetto.
Anche l’Io è troppo pieno. L’Idiota
Le fantasie di pienezza della terra come fondamento fanno il paio con quelle della pienezza dell’Io. Ci si accompagnano e quando manca la terra, si apre una lacuna, il contraccolpo può essere quello di pensare che sia il soggetto a colmarla. A farsi forza e a mettersi a riempirla. E a questo punto dovrà essere un soggetto forte, pieno di sé e di buona volontà. Un Io ancora più potente e titanico, forse addirittura finalmente sciolto dal condizionamento terrestre, pieno di sé, artefice, padrone della terra, virile, sovrano fondatore del proprio ordine, dei propri valori, dominatore della natura e della propria stessa natura, un soggetto decisore, legislatore, salvatore, un eroe e un terreno messia se non persino un Dio o almeno divinamente dotato, certo portatore di quel logos, di quella parola che crea la luce e divide la terra dalle acque.
Ed è qui che faccio rientrare in scena Chance, il suo giardino, il suo camminare sulle acque. Chance il giardiniere cammina sulle acque, fa il miracolo, e nel suo riferimento letterale al proprio giardino viene preso metaforicamente, tutto funziona e finisce per diventare una guida spirituale, l’unica occasione, e sarà presidente, il grande giardiniere. Ma è un idiota.
La storia di Chance è l’altra faccia del soggetto sovrano pieno di sé, lui è vuoto, ma tutto funziona: un vuoto che, come uno specchio, solamente rimandi agli altri la propria immagine fa lo stesso che un pieno.
È l’aspetto critico del film, il primo più ovvio intento, comunque non così inattuale e che getta una certa luce su come la guida, il Politico, il Presidente in tempi di populismo possa essere solo un idiota che ci rimanda le nostre proiezioni. (Ma anche una lezione su come un re travicello sia da preferirsi a un re serpente, nel lago delle sciocche rane che chiedono forza e ordini).
E la favola ha anche la morale che ho già detto: la demitizzazione del fantasma di una comprensione che si fondi sulla solida pienezza di un fondamento sottostante di regole o su un soggetto pieno del suo riferimento privato interiore.
Ora mi propongo di portare l’attenzione ad altri aspetti della parabola di Chance. Perché è chiaro che è una storia che ha della fiaba e della parabola: Chance, l’occasione, l’evento è una figura che ci parla di come accada qualcosa di meraviglioso, miracoloso, magico,
stupefacente per come abitualmente concepiamo vadano le cose. Impossibile rispetto all’ordine del possibile, previsto, comune: qualcosa che esula dalla norma, non è conforme alle regole e a ciò che consideriamo adeguato e civile e normale, ma che inaspettatamente e contro ogni ragione e ragionevolezza avviene e persino felicemente trionfa. E lo fa proprio perché è un idiota.
Chance è solo una delle tante apparizioni della figura dell’idiota.
Può essere un santo idiota, un’anima semplice, un innocente, un bambino, un natural fool o proprio un folle, uno stupido, chi ha cuore puro, è naiv, ha ingenuità, non ha esperienza, ha candore, e soprattutto non si aspetta il male, non ha astuzia, non sa di menzogne, furbizie, doppi sensi, è diretto, naturale, è terra terra, sì ma non pare di questa terra, non è di mondo e non sa stare al mondo.
La mente corre ad apparizioni dalle infime alle divine, non sempre finiscono bene come Chance, ma qualche volta sì. Per partire dalle più elevate ci sono certo tratti dell’idiota in Cristo e Socrate, c’è l’idiota di Dostojevsky e anche il suo Gesù nel Santo Inquisitore, c’è il bambino che dice che il re è nudo, c’è Candide di Voltaire, c’è Billy Budd, l’idiota di Cusano, Don Chisciotte, e per stare al cinema il più stretto parente di Chance é Forrest Gump, dell’idiota parla anche Maria Zambrano, un po’ di idiozia c’è anche in Bartleby e a cercare nelle fiabe, nei miti, nella letteratura se ne troverebbero di sicuro molti altri.
Sono figure lontane dall’eroe, in alcuni casi sono proprio antieroiche: non è impugnando una spada o guidando il popolo alla battaglia o essendo sovrani che aprono la chiusura della realtà, che ne svelano il limite, l’illusione, l’inganno, che mostrano quanto l’orizzonte del possibile, del previsto e prevedibile di ciò che riteniamo inevitabile, comune, necessario possa non esserlo, come ci sia altro, come ci sia già a guardarlo diversamente. Che svelano che la realtà è aperta, può essere diversa, può accadere l’inaspettato, il miracolo. Certo Cristo è figlio di Dio, ma a volte sembra che i suoi miracoli siano piuttosto figli della fiducia: “tu lo hai detto”.
Qui ne traggo un suggerimento: camminare sulle acque non si fa con la volontà, con la potenza e il controllo, con il sapere, con la decisione, con la sovranità, con dei passaggi,
con la comprensione, con l’Io e tantomeno con un Io potenziato[21]. Si fa magari non con un pieno, con un ponte, con nuova terra, magari si fa più leggermente e velocemente, con un vuoto, con un salto inconsapevole, con fiducia, ma non con la fede trascendente, non è divino, è umano non sovrumano, è quasi sottoumano.
Ma non è nemmeno un vuoto assoluto, c’è il giardino, e il legame al giardino.
Oltre il giardino, coltivare il proprio giardino
Chance è una reincarnazione diCandide, anche lui concepito dopo un venir meno della terra, il terremoto di Lisbona del 1755, che fa venir meno l’ottimismo per Voltaire, la convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili, la teoria di Pangloss, per il quale tutto è logos, linguaggio, ordine.
Anche qui c’è una morale che riguarda il giardino: dopo innumerevoli vicissitudini e viaggi e ricerche Candide trova un posto tranquillo dove vivere con l’amata e gli altri protagonisti, e alle parole del filosofo che ricorda come tutte le disgrazie in fondo lo avessero portato a quel finale risponde: “Sì, ma bisogna coltivare il proprio giardino”[22].
Numerose interpretazioni ne sono state date: la critica dell’ottimismo, sì, e poi non basta avere fiducia nel bene, occorre ritornare sul proprio giardino, e coltivarlo.
Ma l’espressione è usata anche per indicare l’attaccamento al proprio orticello, al fare il proprio interesse privato. Magari ritornandoci dopo aver invano tentato di cambiare il mondo, incorrendo nel capovolgimento che denuncerebbe Hegel: fallita la lotta contro il mondo del “cavaliere della virtù” c’è il “regno animale dello spirito”, si ritorna a fare bene il proprio lavoro, ma ciò rischia di rovesciarsi nel far passare il proprio privato per l’universale[23]. Nient’altro se non la morale borghese, potrebbe aggiungere forse Marx.
Più recentemente si può riconoscere qualcosa di questo modello critico nella cosiddetta sindrome NIMBY (Not in My Back Yard, non nel giardino dietro casa mia), rivolta contro quei
movimenti locali che rifiutano l’insediamento di opere che si presentano come di interesse generale o per il bene comune sulla propria terra.
Quel che mi interessa con questi esempi, e altri se ne potrebbero fare, è segnalare come l’idiozia condannata sia quella di essere incapaci di uscire dal proprio privato, dal giardino, per accedere all’universale e insieme alla dimensione comune e politica.
Idiota, infatti, questo significa etimologicamente: idios è il “proprio” e idiotes sono i “privati” coloro che non stanno nella dimensione pubblica, politica, che restano chiusi e limitati alla loro sfera privata.
L’idiota è donna
In Oltre il giardino Chance è figlio della serva, una donna dal cervello molle, idiota. Niente di più adeguato: probabilmente Chance è proprio il figlio della servetta tracia che rise del filosofo Talete quando intento a fissare le stelle cadde in un pozzo non guardando dove metteva i piedi.
A fronte dei singolari e forse straordinari uomini idioti capaci però forse di fare miracoli e certo che non rappresentano la norma e la normalità maschile, le figure dell’idiozia femminile tendono a estendendosi all’intero sesso femminile, così che c’è proprio da pensare che l’idiozia sia per antonomasia ed eccellenza donna. Che la donna sia in quanto tale idiota.
Idiota, limitata alla sfera privata, fissata alla propria piccola più prossima esperienza, incapace di alzare gli occhi da terra per volgerli al cielo più alto dell’universalità, di staccarsi dai legami carnali, affettivi, familiari, materiali. Eterne bambine, le donne non escono mai dall’infanzia, la loro parola se anche parlano è in-fans, non parola pienamente simbolica. Non sono né saranno mai soggetto pieno come un uomo.
Si può fare tutta una lunga storia di questa equiparazione tra donna e idiozia, infantilismo, e il femminismo la anche fatta smascherandola: dall’intero bel sesso che per Kant non esce dallo stato di minorità e non pensa da sé, alle Antigoni di Hegel eterna ironia della comunità (c’è sempre una donna che rompe l’immaginaria intesa della comunità, che non rompe con il legame materno e l’amore), e così via discorrendo dalla cuoca di Lenin alla casalinga di Voghera, per non parlare poi di Cappuccetto Rosso.
Tanta tenace concordia di giudizio si può imputare alla misoginia maschile, ma conviene pensarci un po’ di più.
La prima cosa da notare è che questa connaturata idiozia femminile si caratterizza come infanzia, un restare legate alle gonne della mamma, ad una sfera protettiva, benevola, dalla quale non si esce per entrare nel mondo adulto.
La seconda è che essa si manifesta come ingenuità: il termine “ingenuità” viene peraltro precisamente dall’essere vicino alla generazione, alla nascita, dal non essersi allontanati da quella prima origine.
Questi tratti si compendiano poi nel candore, nell’innocenza con la quale si va incontro al mondo aspettandosi il bene, non preparandosi a ricevere il male. Come inconsapevole del negativo l’ingenua è esposta, indifesa, vulnerabile. Pare proprio non aver capito come vanno realmente le cose sulla terra, è il contrario del realismo, è fiduciosa, non è astuta, furba, né previdente.
Davvero sembra credere nei miracoli, e forse per questo ha del miracolo e può anche capitare che li faccia avvenire. Ma solitamente mal gliene viene, peggio che a Candide, potrà anche essere in quanto innocente virtuosa, ma incorrerà nelle disavventure della virtù, come insegna la Justine del marchese De Sade.
L’amara lezione è fin troppo chiara ed esplicita, e la voce maschile che la impartisce è minacciosa: guarda che ti violenteremo, ti sfrutteremo, ti uccideremo, o forse ti proteggeremo se starai sotto la nostra protezione, o ti ameremo e adoreremo se starai là nel luogo dove ci hai protetto, e se ci ricorderai questa prima potenza ti temeremo e negheremo, e se verrai con noi non ci fideremo, e se ci ricorderai la tua prima forza ti bruceremo… Attenta, Cappuccetto rosso, il mondo è dei lupi e casomai dei cacciatori! Sarai anche l’eterna ironia della comunità, ma ridi ridi, che resti serva!
Bisogna svegliarsi, insomma, farsi furbe, accettare la realtà, staccarsi dalle sottane materne, dal legame a quella prima nascita: la seconda nascita alla legge della terra si fa separandosi dalla madre.
Non so se davvero sia un invito fatto alle donne, più probabile sia fatto a uomini cui si raccomanda di non essere come le donne, di farsi veri uomini e di tagliare con il legame alla madre e al femminile se vogliono davvero entrare nel mondo della legge paterna. Soprattutto se vogliono diventare soggetti a pieno titolo, non meramente privati, ma avere accesso al mondo pubblico, soggetti politici.
È questa lezione sul negativo che tanta parte del pensiero politico moderno, ma non solo, non ha fatto che ribadire. Non stupisce, che è tradizione di una politica che è andata di pari passo alla storia del patriarcato, stretta e intrecciabile, pressoché indissolubile. Storia che è quella di una esclusione/inclusione delle donne e del principio materno dalla dimensione pubblica e politica, salvo mantenere donne, famiglia, privato, fiducia e bene come “porto sicuro in un mondo senza cuore”[24].
Dispiace che persino Hannah Arendt su questo punto si allinei alla tradizione: Arendt come Machiavelli e la tradizione moderna di filosofia politica condannano la bontà in politica, per non dire l’ingenuità, sommamente impolitiche, e in questo la ragione capitalista e l’individualismo moderno non solo concordano, ma hanno la loro parte, il che ha reso davvero arduo fare della politica e del diritto un limite o un regolatore della giungla del mercato e dell’economia.
Per Arendt la bontà, come l’amore, sono distruttivi della politica possono generare più male del male (es. Robespierre), e sono quindi aspetti della vita umana relegati alla sfera privata, appunto idiota, e a quella religiosa, non possono entrare se non come assurdi, paradossali e sovrumani o trascendenti. Sono estranei all’apparire e alla visibilità, la contraddicono. C’è mancanza di parola, devono rimanere nascosti, invisibili. Ci vuole la distanza, non la fusione compassionevole. L’esempio che lei fa è quello di Gesù. E poi, più pertinente al nostro giardiniere, quello di Billy Budd, dove la bontà assoluta sfocia nella violenza[25]. Arendt, come noto, sostiene una netta separazione tra privato e politico, tra la sfera della necessità della vita materiale e quella della libertà dell’agire politico. È il punto di maggior contrasto con il pensiero femminista, e io concordo con questa critica.
Mi distacco quindi da Arendt, pur accogliendone molti tratti: su privato e politico, zoe e bios, e qui sul fatto che pur lei parlando di come siano necessari miracoli, vede il miracolo nella libertà e anche nel suo radicarsi nella natalità, ma è una natalità senza niente che viene prima, troppo vuota, così anche poi le riprese della natalità sono un abisso di libertà,
la capacità di portare il nuovo, ma senza alcun debito e precedente, senza appigli. La libertà come facoltà di portare il nuovo finisce per suonare troppo attiva e virile[26]
I miracoli, credo, non si fanno solo nell’agire politico pubblico, o nel promettere e perdonare: la capacità di iniziare, di portare il nuovo e interrompere la necessità e il determinismo inesorabile che è la libertà ci sono anche nelle altre sfere, nella vita quotidiana materiale, nelle relazioni private, e soprattutto nel linguaggio. Sono, se non onnipresenti, una costante possibilità per la facoltà della natalità. Non è il soggetto dell’agire da solo a iniziare, a saper essere principio, non è un fenomeno della volontà, e qui Arendt è d’accordo, non si tratta di autorialità nell’agire, perché siamo con altri in forza della condizione umana della pluralità.
Quel che voglio aggiungere è che la natalità, la nascita, non è una condizione attiva, né tantomeno isolata, non è venire dal vuoto, è venire da madre, evento relazionale per eccellenza: non nasciamo buttati per terra e non dalla terra, ci sostengono le braccia della madre o siamo perduti.
A quella prima origine materna e al mantenere il legame a quel principio, non tagliando con la madre sono connessi le accuse di idiozia e ingenuità femminile, ma anche la possibilità di fare miracoli, di camminare sulle acque.
È però fuorviante riportare questo al bene, non si tratta affatto di bontà, nè del riferimento ad una dimensione di pienezza: la madre non è il fondamento nel bene né tantomeno una donna è naturalmente buona. Nel passato ho parlato di questa “tentazione del bene” femminile come una mitologia irenica che spesso si estende anche alla visione di una terra-madre naturalmente buona[27]. Vedo in questa equiparazione l’accoglimento di un dualismo tipicamente patriarcale.
Intendo dire che non si tratta nell’idiozia e nell’innocenza di un fenomeno etico, non si tratta di qualcosa che riguarda il bene eticamente o religiosamente inteso. Ho una volta scritto che bisogna portare la madre e la donna al di là del bene e del male patriarcale, ora direi che è qualcosa che è più al di qua del bene e del male.
L’idiozia e l’ingenuità di cui ho parlato, quelle che a volte sono capaci di camminare sulle acque, che restano legate alla generazione, al materno, al giardino, che aprono la chiusura
del possibile, e anche di camminare là dove manca la terra sotto i piedi, non sono l’essere come investiti, ispirati, riempiti di divino bene ideale o trascendente. È qualcosa che avviene in modo contingente e non riempie il vuoto che si apre con un pieno preesistente o tantomeno ripetuto. È un sapere andare avanti, non ripetitivo né creativo dal nulla, riprendendo il primo legame tra lingua e mondo in giudizi contingenti che si ripresentano in una pratica, in pratiche ripetute e condivise. Non c’è automatismo, o solo parola ripetuta nel trovare la parola giusta, nell’andare avanti a parlare e convivere: le parole che vengono troppo in fretta, troppo precise sono quelle previste, il loro significato è stabilito, con dei confini che ribadiscono l’ordine dato sociosimbolico. A volte si resta mute, manca la parola, si apre un vuoto.
Non bisogna affrettarsi a riempire di terra. È presumibilmente solo riempimento immaginario, perché è doloroso e terrificante sopportare questo vuoto, quando la terra manca sotto i piedi. Ma non necessariamente o fatalmente si affonda o cade in un abisso. Può esserci non vuoto, ma fluidità e un primo appiglio che non si ripete ma si riprende, aprendo qualcosa di imprevisto e nuovo.
Tutte lo avrete capito, ma questa idiozia, ingenuità femminile, se è stata imputata alle donne come intero sesso e come naturale minorità e mancanza allo statuto di soggetto, è stata viceversa messa dal femminismo al cuore di quella che è forse la pratica politica più importante: quella del partire da sé. Che ha rifiutato di fare quel taglio col giardino, con l’esperienza, con il legame materno, con la prima matrice, con la sfera privata, personale, intima.
Nella pratica del partire da sé, nella rottura del confine tra privato e politico c’è incomprensione maschile, incorriamo in quella accusa di idiozia, e anche nella pratica femminista ci si può sentire idiote noi stesse, quando manca la parola, si apre un vuoto. Così Lia Cigarini descrive perfettamente questo scacco con la figura della “obiezione della donna muta”:
“Il mutismo metteva in scacco, negava quella parte di me che desiderava fare politica, ma affermava qualcosa di nuovo. C’è stato un cambiamento, ho preso la parola, però in questi giorni ho capito che la parte affermativa di me stava occupando di nuovo tutto lo
spazio. Mi sono convinta che la donna muta è l’obiezione più feconda della nostra politica. Il “non politico” scava gallerie che non dobbiamo riempire di terra.”[28]
Non riempire di terra le lacune: con qualcosa di pieno, con terra di riporto per tamponare, con la volontà, con il soggetto pieno potente e sovrano, né facendo ponti di materia solida, come muri, piuttosto fluidità, sì, ma non è tutto liquido, omogeneo, senza differenze e scarti. Non ponti duraturi costruiti o lanciati astrattamente sul vuoto, o teorie, o leggi, o salti volontaristici, non voliamo. Camminiamo sulle acque in modo contingente, vivente, passaggi leggeri non appesantiti, quasi vuoti, non pieni. Nella pratica.
Non riempire di terra, ma anche non gridare subito al miracolo! Il fantasma della terra e i miracoli sono speculari, immaginiamo qualcosa di più che umano, sovrumano, divino quando non abbiamo la terra solida, ma la terra non è così solida come pensiamo e i miracoli non sono poi così divini. Potrei dire con Nietzsche “dove voi vedete divino io vedo umano, ahi troppo umano”, ma dovrei correggere in “un po’ più e un po’ meno che umano”, di come gli uomini su un modello maschile hanno pensato l’umanità.
Le cose compresi i miracoli stanno più terra terra.
Il giardino materno
Il nostro idiota Chance, la nostra occasione, non è totalmente privo di tutto, non è alieno dal mondo, non è un fungo spuntato dalla terra, non è l’uomo allo stato di natura, animalità, né è del tutto vuoto, ha la parola e il giardino, l’esperienza del giardino cui si richiama una volta che ne è estromesso.
Chance non è la nuda vita, e il giardino non è la nuda terra, la natura prima e fuori dall’umano, è naturale, ma anche artificiale, coltivato.
Così è quel giardino che è la madre, è insieme natura e cultura, corpo e linguaggio, terra e mondo. È all’incrocio, la madre è la mediazione vivente alla vita e alla parola, così come al mondo, lo è lei in quell’incrocio, e introduce noi a quel primo incontro. Punto di contatto contingente, esperito, puntuale e singolare, che si fa matrice per andare avanti.
Anche per Wittgenstein alla fine la grammatica profonda quella che ci consente di formulare le nostre proposizioni empiriche, e i nostri giudizi, non essendo né vera né falsa perché è come il cardine che sta fermo perché la porta si possa aprire, o come l’alveo del fiume su cui scorre la fluidità delle acque, ha all’inizio una origine sensibile. Le proposizioni grammaticali al principio sono empiriche[29]. Impariamo a giudicare con giudizi contingenti, impariamo a parlare e come si parli del mondo attraverso parole precise, esperienze contingenti: la madre dice la parola, “è questo” e anche “non è questo”.
Abbiamo imparato da esperienze contingenti e sensibili il legame tra corpo e linguaggio, in una relazione di fiducia prima. È la relazione materna, o quel che si è chiamata lingua materna. È una garanzia? È il legame al bene? No, ma ha legame a fare bene perché è un primo appiglio di fiducia che dà contatto e apertura al mondo[30].
Quando funziona, quando è attiva? Continuamente e ordinariamente, quando giudichiamo della giustezza, quando parliamo, ci capiamo, e anche quando andiamo avanti, senza avere già sicuri e prevedibili il prossimo passo e la prossima parola.
La madre non è un fondamento nel pieno del bene, né un fondamento come pensiamo la terra piena e solida. È una origine, la nostra, contingente, anche se più che contingente. È una mediazione vivente di corpo e parola, di linguaggio e mondo che dà il primo legame, fra le parole, le cose, noi, il mondo, anche in luoghi, in un tempo, una circostanza, anche sempre condivisa e comune. Ma questa prima origine è più che contingente, trascende la contingenza, anche se non nel senso divino o ideale, di una pienezza originaria o futura, ma nel senso di una apertura che nasce da una prima fiducia: va’ avanti…[31]
Chiara Zamboni nel suo libro sulla natura parla della “fiducia che ci lega alla terra”, che viene dal legame tra l’anima e le cose[32]. Quando abbiamo bisogno di fiducia allora pensiamo alla terra, alla solidità, al fondamento. È questo il punto che lega la madre alla terra: è la
madre che fa il passaggio primo di fiducia alla terra, non la terra stessa ci sostiene, ma le braccia di nostra madre[33].
Prima la madre della terra è appiglio contingente di fiducia nelle cose, in quelle cose lì proprio quelle, delle quali ci rimane un’impronta, un trascendentale sensibile. Ci sosterrà quando parleremo scioltamente senza mancanze, ordinariamente, senza avvertirlo. Oppure in momenti non ordinari: quando sentiremo un legame intenso alle cose, o un ricordo dei luoghi dell’anima, ma anche quando sentiremo invece il venir meno della corrispondenza tra le cose e le parole abituali, la loro inadeguatezza e sentiremo che serve una parola nuova perchè sia giusta Quando serve ritrovare l’origine del saper nominare il mondo e saper andare avanti anche se c’è una lacuna, se la cosa non è la stessa cosa. Camminiamo sulle acque e non pensiamo.
Siamo sempre in lacuna e noi stessi lacunosi, mancanti in rapporto tra quel che c’è e quel che non c’è. Visibile e invisibile, e certo l’invisibile sempre accompagna il visibile, non sopra, non sotto, non altrove, non come un confine esterno di dicibilità, o come tra essere o non essere (il mistico). No, è tra le cose e tra noi, come ricorda ancora Chiara Zamboni citando Merleau Ponty l’invisibile, l’inconscio: “è tra gli alberi” in un certo senso corporeo, visibile[34]. Ora, aggiungo io, è perché è stato visibile, al principio, non è così lontano o trascendente nell’origine prima o in qualche cielo, è nella nostra prima origine rinnovata, è stato visibile, toccabile, presente, contingente. L’origine della terra, del mondo, si perdono lontanissimo, la nostra non è così lontana.
La frase di Wittgenstein che dice “i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”[35] può essere letta rovesciandola: i limiti del mio mondo sono limiti del mio linguaggio, e ciò per nulla inteso in senso relativistico, perché è un mondo reale, carnale e comune mediato dalla catena della generazione di madre in figlia, in un continuum che è anche della mediazione della lingua[36].
Il tenere al giardino materno, alla lingua materna, non va pensato in modo fondazionale, come un pieno che tutto regge: non è terra viene prima della terra, non sostiene come un fondamento, è un principio, consente di aprire un vuoto dove c’era solo un pieno, di fare un legame dove ci sono tagli, abissi.
Consente di fare miracoli straordinari, ma sono anche miracoli che accadono ordinariamente a ogni piè sospinto. Anche se quel legame primo lo si può misconoscere, dimenticare, tradire, negare, o anche fraintendere o mitizzare.
Se è così, se funziona così, allora già lo fa. È riempito, coperto da altro, o negato, o misconosciuto, o opera così impercettibilmente, silenziosamente, sottilmente e continuamente che non lo avvertiamo, è come invisibile e si è tentati di vederlo come uno spirito divino, miracoloso e sovrumano. Meglio sarebbe invece riconoscere dove già accade, non tradirlo, tradurlo, riempirlo o altro. Noi già facciamo miracoli, si tratta di riconoscere dove facciamo miracoli. Dove? A volte in un meno, dove si apre una lacuna, uno smottamento, un venir meno. A volte dove facciamo i miracoli di fare noi la mediazione vivente, contingente, proprio lì, perchè il ponte, la terra non c’è. Il passaggio lo facciamo noi, andiamo avanti, e camminiamo sulle acque, senza sapere come, senza sapere il bene, nemmeno, però facciamo bene.
Il giardino terrestre
Concludo con una suggestione che è in tono con l’aver parlato di miracoli. Ho insistito di quanto i miracoli siano terrestri, non divini o non di questa terra che abitiamo, e anche il giardino lo è.
Il giardino è terrestre, ma una storia di non poco conto sul giardino, sull’Eden e il Paradiso sono raccontati in rapporto al divino e all’umano e al nostro stare su questa terra. Al modo in cui ci siamo esiliati, dannati, così che non c’è Paradiso in terra.
Ed è la storia di una separazione, di una caduta, di una cacciata.
Il Giardino e l’Eden, da cui siamo stati cacciati è come un trauma originario, la perdita del giardino dove si era nella felicità, nell’innocenza: dopo la caduta non potremo avere felicità, Paradiso, in questa terra, ne siamo separati, siamo peccatori, solo nell’aldilà potremo forse
raggiungerla[37]. La colpa, il peccato è di Eva, ingenua, presumibilmente la prima candida idiota, che credette al serpente, al diavolo, dia-ballo causa della prima separazione, del primo taglio col giardino[38]. Il peccato è di una donna, che mangiò il frutto della conoscenza del bene e del male. Fu tentata però, e tra il serpente e la donna ci sarà inimicizia.
Dal giardino come Eden siamo scacciati sulla Terra come prigione cui siamo confinati, dove troviamo il negativo con cui fare i conti: da questo trauma vengono le reazioni, sia la fuga dalla prigione terrestre, sia la presunzione soggettiva il desiderio di evasione, di controllo, fuga parallela dalla terra e nell’Io sovrano, e nella sovranità sulla Terra. La perdita dell’innocenza è necessaria qui sulla terra, il realismo sentenzia: chi resta legato al giardino è infantile, idiota, ingenuo, femminile.
Dal Giardino cadiamo sulla terra che è invece una giungla, lo stato di natura di Io sovrani dove regna la paura e da cui occorre uscire con il contratto, lo Stato, il Leviatano, la Legge. L’antropologia negativa ne è il modello di soggettività, la nostra natura è egoista e per la nostra salvezza dobbiamo uscire dalla naturalità, ma in modo artificiale con la volontà e il patto, non mantenere l’illusione della natura umana “buona”. La storia della filosofia politica moderna, ma non solo moderna, assume in modo dominante il presupposto della antropologia negativa, il realismo politico.
Quella separazione di una vita terrestre, terra, separata dal giardino, finisce per produrre fantasmi dualistici di fondamento o di mancanza di fondamento, troppo pieni e troppo vuoti, difensivi e minacciosi specularmente, Io sovrano, terra posseduta, una terra di cui possiamo essere giardinieri solo se facciamo il taglio separatore, abbracciamo il negativo. O fidiamo nel miracolo, divino, solo un Dio ci può salvare, o le due insieme, che è il succo della teologia politica.
È proprio il contrario, possiamo essere giardiniere sulla terra concepire un giardino terrestre, solo se non andiamo oltre quel primo giardino, ma lo portiamo oltre, se non tagliamo il legame. Se manca la terra è anche perchè non si è stati legati al giardino, e si
può essere giardinieri sulla terra solo se si tiene il legame al giardino, se non ci si separa, se non si fa un giardino murato, hortus conclusus.
Stare al giardino può essere uno stare simbolico senza quel taglio al materno, un legame alla prima origine, corpo e linguaggio. E anche senza meno tagli dualistici. Pensando terra e noi in modo più lacunoso/lagunoso, con meno separazioni, tagli e muri: la lacuna consente all’acqua di fluire e le aperture vanno tenute aperte, non riempite di terra perché si generi laguna.
Un po’ al di qua del bene e del male
Per portare la madre al di là dei dualismi che la hanno scissa in bene e male assoluti, portarla al di là del bene e del male del patriarcato dobbiamo portarci noi e lei un po’ al di qua, la relazione con lei prima di quel taglio separatore. Mantenere il legame simbolico alla madre, al primo giardino, non andare oltre il giardino. Portare oltre il giardino, tenerlo presente, non abbandonarlo, e non lasciare che ci scacci la separazione patriarcale, quel simbolico paterno che origina da un taglio, sì, diabolico.
Forse siamo noi idiote e ingenue che non abbiamo mai davvero lasciato il giardino, noi che non siamo del tutto cacciate sulla terra maledette. Magari l’inimicizia tra la donna e il serpente è che mai del tutto facciamo il taglio, il peccato, dopo il primo inganno, noi continuiamo a schiacciargli la testa, noi teniamo il legame alla prima dimora umana, noi sappiamo che il giardino è terrestre, non di un altro mondo, noi non abbiamo bisogno di miracoli divini, perché i miracoli li vediamo agire su questa terra, noi teniamo il legame tra il giardino e il regno, perché è di questo mondo.
[1] La fuga dalla prigione terrestre e la condizione umana della Terra sono temi cruciali di Vita activa, tr. S. Finzi, Bompiani, Milano 1964. La “lacuna tra passato e futuro” costituisce la Premessa a Tra passato e futuro, tr. Tania Gargiulo, Garzanti, Milano 1991.
[2] Per il trailer italiano https://www.youtube.com/watch?v=dmb3CghqNgs e scena finale visibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=-tBkzyNA8GY . https://www.youtube.com/watch?v=cAu6hCi3BLE
[3] Ho lavorato su questo film molti anni fa quando in un ciclo sulla filosofia al cinema lo utilizzai per il tema della comprensione e del linguaggio in Wittgenstein. Diana Sartori, “Oltre il giardino. Comprensione e linguaggio in Wittgenstein”, in AA.VV, Esercizi di filosofia al cinema, Pensa, Lecce 2006, pp.229-53. Qui ne riprendo quasi integralmente alcuni passaggi per comodità ed essendo il libro esaurito.
[4] Diana Sartori, “Oltre il giardino”, cit. pp.251-2.
[5] È improponibile una bibliografia sulle innumerevoli immagini della terra. Suggerisco tuttavia: Giuseppe Dematteis, Le metafore della terra. La geografia umana tra mito e scienza, Feltrinelli 1985; Id., Geografia come immaginazione, Donzelli, Roma 2021.
[6] Gaston Bachelard, La terra e il riposo: le immagini dell’intimità, tr.it. A.C.Peduzzi e M.Citterio, RED, Como 1994; Id., La terra e le forze: le immagini della volontà, tr.it. A.C.Peduzzi e M.Citterio, RED, Como 1989.
[7] Questa pista è seguita in modo suggestivo da Barbara Verzini, La madre nel mare. L’enigma di Tiamat, Edizione indipendente, Verona e Madrid 2020.
[8] È impressionante di questi tempi la pervasività del discorso geopolitico e la ripresa delle teorie dell’heartland.
[9] Gloria Anzaldua, Luce nell’oscurità, tr. Laura Scarmoncin, Meltemi, Milano 2022; Ead, Terre di confine/La frontera, tr. Paola Zaccaria, Black Coffee, Firenze 2022; Wendy Brown, Stati murati, sovranità in declino, tr. S. Liberatore, Laterza 2013; Ida Dominijanni, “La trappola sovranista”, in “Parole chiave” n.1 (2020) pp.17-34; Caterina Resta, “10 tesi di geofilosofia”, in AA.VV., Appartenenza e località: l’uomo e il territorio, SEB, Milano 1996 (anche nel sito geofilosofia.it); Luisa Bonesio, Geofilosofia del paesaggio, Mimesis, Milano 1997; Rita Fulco, “Geofilosofia mediterranea. Pensiero e politica del ‘mare di mezzo’”, in “Logoi.ph – Journal of Philosophy”, N. X, 24. I Border Studies sono ormai un approccio con una bibliografia impossibile da proporre qui.
[10] Ludwig Wittgenstein, Della certezza, tr. M.Trinchero, Einaudi, Torino 1978, § 248.
[11] Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, tr. R.Piovesan e M.Trinchero, Einaudi, Torino1967, §118.
[12] È l’aforisma 289 de La Gaia Scienza.
[13] Basti ricordare il successo di Zygmunt Bauman, Modernità liquida, tr. S.Minucci, Laterza, Roma-Bari 2002.
[14] Non è superfluo sottolineare come pensiero della differenza e fluidità totale in questa accezione di logica neutralizzante non possano andare d’accordo.
[15]Anna Maria Ortese, Corpo celeste, Adelphi, Milano 1997.
[16] Per un quadro su questa prospettiva: Franz Krause, “Hydro-perspectivism. Terrestrial Life from a Watery Angle”, “Anthropological Notebooks” 25 (2019), pp.93-101. La rivista “Shima” è dedicata a questi studi: https://www.shimajournal.org/index.php . In Italia parecchi studi sull’insularità lagunare, ad esempio: Francesco Visentin, Maarja Kaaristo, “Geographies of Inland Waterscapes: Thinking with Watery Places”, in “The Geographical Journal”, Vol.190, Issue 2 (2024). Importante Wetlandia. Tradizioni, valori, turismi nelle zone umide italiane, curato dalla scomparsa Federica Letizia Cavallo (Cedam, Padova 2014).
[17] Caterina Diotto, “Orientarsi con l’eco”, in Diotima, L’irrinunciabile. Alla radice dei bisogni, Liguori, Napoli 2023. Chiara Zamboni, Pensare e scrivere la natura, Mimesis, Milano-Udine, 2020. Su questo oltre ai vari interventi sulla nostra rivista segnalo il “Dialogo a più voci su Sentire e scrivere la natura di Chiara Zamboni” in “Educazione aperta”, n.9 (2021).
[18] La laguna ben risuona per questi suoi aspetti con quanto scrive Donna Haraway in Chtulucene. Sopravvivere su u pianeta infetto, tr. Claudia Durastati e Clara Ciccioni, Nero, Roma 2023.
[19] È Claudio Magris a usare questa espressione nel suo Microcosmi, Garzanti, Milano 1997. Le immagini della parte intitolata “Lagune” dedicata alla laguna di Grado sono precisamente la visione che mi si apre dall’ormeggio della mia barca, fronte ai burchi insabbiati, il cimitero di barconi che lui scriveva molto tempo avrebbero retto al marcire e sbriciolarsi. La metamorfosi legge della laguna ora ha avuto quasi la meglio sulla loro “tenace restistenza della forma all’estinzione” (p.58). Voce poetica alla laguna di Grado e al suo mondo ha dato nella sua lingua materna Biagio Marin: una antologia è Poesie, Garzanti, Milano 1991.
[20] Clarice Lispector, La passione secondo G.H., tr. Alina Aletti, La Rosa Torino 1982, pp.5-6.
[21] La lacuna non si riempie con terra, e non si riempie nemmeno con il soggetto pieno: con nuovi nomi del padre, né quello con la maiuscola né con la minuscola, non sostituti dei nomi del Padr. Non con nuove padronanze, non con nuove terre più grandi e totali,non con nuove sovranità, ma nemmeno con lo sciogliersi in un fluido divenire, in uno spazio liscio dove le differenze sono tutte poste da noi, nuova onnipotenza umana senza attrito e limiti.
[22] Tra le tante edizioni di Candido segnalo quella che lo presenta assieme ad altri racconti: Voltaire, Candido, Zadig, Micromega e L’ingenuo, tr. Maria Moneti, Garzanti, 1973.
[23] Hegel non cita Candide, applico io qui al ritorno al giardino il percorso disegnato dalle figure della Fenomenologia dello Spirito.
[24] Le tante riletture femministe della storia della filosofia politica convergono su questa analisi e ne hanno sviscerato le varie versioni e varianti. Dei tanti studi in questo ambito in Italia ha avuto circolazione non granchè, ma almeno Carole Pateman, Il contratto sessuale, tr. Cristina Biasini, Editori Riuniti, Roma 1997.
[25] Arendt tratta della bontà in Vita activa, cit., e considera estesamente la figura di Billy Budd in Sulla rivoluzione, tr. M.Magrini, Edizioni di Comunità, Milano 1983. Haven in a Heartless World è il titolo del libro sulla famiglia di Christopher Lasch del lontano 1977.
[26] Per quanto ci siano aspetti e punti del suo pensiero nei quali si può recuperare nel giudicare contingente, l’esperienza, gli esempi, la metafora.
[27]Nel mio “La tentazione del bene”, cit.
[28]Lia Cigarini, “L’obiezione della donna muta” in Ead., La politica del desiderio, Pratiche, Parma 1995.
[29]Negli scritti più tardi, come in Della Certezza e nelle Osservazioni sui colori.
[30] Ho affrontato queste questioni nei miei: “La tentazione del bene”, in Diotima, La magica forza del negativo, Liguori, Napoli 2005 e “Con lo spirito materno”, in Diotima, L’ombra della madre, Liguori, Napoli 2007.
[31] “Va’ avanti”, ricordo, è la frase che l’amica Bryher rivolge ad H.D. che viene citata come esempio di riferimento a una “madre simbolica” nell’ambito della proposta della pratica dell’affidamento in Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier Torino 1987.
[32]Chiara Zamboni, Sentire e scrivere la natura, Mimesis, Milano 2020.
[33] Anche nel passo evangelico del camminare sulle acque Gesù cammina e quando dice vieni anche l’apostolo cammina, poi dubita e cade.
[34] Sempre Chiara Zaboni parla in merito di “sentire inconscio del corpo” e di inconscio impersonaleespressione del campo in cui siamo immersi.
[35]Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, tr. A.G.Conte, Einaudi, Torino 1964, prop. 5.6.
[36] Della questione della lingua materna parla estesamente in questo stesso seminario Elisabeth Jankowsky. I riferimenti fondamentali oltre al suo lavoro in Eva-Maria Thune (a cura di) All’inizio di tutto la lingua materna, Rosenberg & Sellier, Torino 1998, sono il pensiero di Luisa Muraro in L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991; e Chiara Zamboni, Parole non consumate. Donne e uomini nel linguaggio, Liguori, Napoli 2001. Molti contributi sulla lingua materna si possono trovare nei numeri di questa stessa rivista.
[37] Sul questo però: Antonietta Potente, Il paradiso dipende da noi, Grande seminario di diotima, 4 Ottobre 2019, La Politica delle donne qui e ora, gli interventi sono disponibili in Per amore del mondo, n.17 (2020)
[38] Sul giardino, la sua perdita e il legame con la lingua non si può non ricordare Walter Benjamin, “Sulla lingua in generale e sulla lingua degli uomini”, in Angelus Novus, tr. R.Solmi, Einaudi, Torino 1962. Sempre suggestivo: Giorgio Agamben, Il Regno e il Giardino, Neri Pozza, Vicenza 2019; Giampiero Comolli, Le prime parole di Adamo ed Eva. La lingua dell’innocenza nel Giardino dell’Eden, Claudiana, Torino 2024.
