Rêverie materna, raffigurabilità, psicosi∗
A partire dalla dimensione originaria dell’apparato psichico, Piera Aulagnier[1] cerca di dar forma alle origini del funzionamento psichico attraverso il concetto di pittogramma, inteso come ciò che precede la capacità della psiche di generare autonomamente immagini. Il pittogramma è definito da Aulagnier come la dimensione iconica della sensorialità del contatto parziale fra una zona sensoriale del lattante (la bocca) e il seno che la completa: in questa dimensione originaria, bocca e seno sarebbero dunque indiscernibili, costituendo per Aulagnier la condizione di base per l’accesso alla raffigurabilità psichica, grado zero della rappresentabilità dell’incontro fra bocca e seno.
Per Winnicott alla base della rappresentabilitá dell’incontro fra bocca e seno si situerebbe l’illusione del lattante di aver creato il seno allucinandolo[2], e da questa capacità allucinatoria deriverebbe la possibilità della psiche nascente di generare immagini. L’evoluzione trasformativa successiva della raffigurabilità psichica implicherà poi il confinamento progressivo dell’allucinazione nel sonno e nella creazione delle immagini del sogno, e i processi nascenti di simbolizzazione consentiranno le rappresentazioni di cosa e in prospettiva futura le rappresentazioni di parola che caratterizzano la mobilizzazione del desiderio e del pensiero.
Questa evoluzione, che, semplificando e a grandi linee, va dalla allucinazione, alla immagine onirica, alla rappresentazione di cosa e fino alla rappresentazione-nominazione tramite il pensiero e la parola, è sostenuta dalla rêveriematerna attraverso la quale la madre si dispone al desiderio di portare in gestazione nella propria psiche, la psiche del lattante. La rêverie incarnata nel corpo materno, accompagnandosi al gesto[3], esercita la sua funzione desiderante creatrice di relazioni e di rappresentazioni. È possibile descrivere la rêverie materna come pensiero onirico della veglia, uno stato di coscienza nel quale possiamo ritrovare una armonizzazione degli stessi passaggi descritti poc’anzi, a dar vita ad una serie di immagini e di nominazioni, rendendole presenti, dando loro corpo attraverso il corpo materno, ossia presentandole al lattante.
Si potrebbe dire che la rêverie materna genera in questo modo delle figurazioni come immagini del pensiero onirico della veglia, figurazioni che, presentate all’infans, possono consentirgli di accedere ai precursori delle funzioni di rappresentazione non solo di cosa ma, attraverso i nascenti processi di simbolizzazione, anche di parola. Tramite il pensiero onirico della veglia della rêverie materna si realizzano così le precondizioni necessarie perché si strutturi poi lo spazio transizionale della relazione.
Se questi passaggi trasformativi falliscono e/o sono alterati, o impediti da un mancato accesso della madre alla sua funzione strutturante di rêverie, si genera quella che viene definita potenzialità psicotica. Le paure agoniche[4] del bambino, proiettate su una madre incapace di rêverie, gli vengono restituite come terrore senza nome[5]. Per Piera Aulagnier alla base di questa potenzialità psicotica ci sarebbe un pensiero delirante primario:
“Definiamo pensiero delirante primario l’interpretazione che l’Io si dà di ciò che è causa delle origini. Origine del soggetto, del mondo, del piacere, del dispiacere… [interpretazione] che avrà la funzione di indicare una causa che rende sensata la loro esistenza” [6].
Per la Aulagnier questo pensiero delirante primario sarebbe costruito a partire da un enunciato sulle origini che sarebbe falso e che riguarderebbe
“[un] segreto gelosamente e vergognosamente celato, segreto che il più delle volte nasconde un suicidio, una menzogna sul padre reale, una malattia mentale, un aborto…”[7]
Il pensiero delirante primario sarebbe dunque il mezzo attraverso il quale il “soggetto dà significato ad un buco nel romanzo famigliare”, realizzando una sorta di sutura psichica “che permette al soggetto di funzionare secondo una apparente fragile normalità” [8]. Questa potenzialità psicotica può poi incistarsi e rimanere in uno stato larvale, oppure può evolvere in una sistematizzazione dei pensieri deliranti nella creazione del delirio. Ecco che il delirio viene ad essere una teoria delle origini di sé e del mondo. Attraverso il delirio viene generata una forma rigida di riunificazione e interpretazione dei pensieri deliranti che procedono innanzitutto da sensazioni, percezioni, emozioni frammentate, elementi grezzi che, non avendo una raffigurabilità psichica, non potendo accedere a vere rappresentazioni, si agglutinano nel reale.
Nel flusso delirante di un mio paziente possiamo ritrovare un esempio illuminante di come il delirio tenta di dare un significato ad un buco nel racconto famigliare delle origini; l’elemento fondamentale nella vita di sua madre altrettanto chiusa nella propria follia, era il suo essere vissuta in un clima omertoso rispetto alle sue origini: il mistero riguardava l’identità di suo padre così come le circostanze del suo concepimento. Nella sua costruzione delirante il paziente era nel contempo figlio e padre di sua madre, la madre era seduta dentro di lui e tutti i parenti (le genealogie paterna e materna) gli stavano addosso all’esterno del suo corpo, erano seduti su di lui, pesavano enormemente e gli impedivano di muoversi o si annidavano dentro di lui rifugiandosi sotto la sua pelle. Il suo mondo psicotico frammentato, fatto di impressioni sensoriali caotiche e disordinate, angoscianti e colme di distruttività, è affidato al delirio come contenitore, essendo gravemente compromessa, come abbiamo visto, la possibilità di accesso alla creazione di immagini, pensieri e alla parole come principi simbolici ordinatori di unione-separazione dalla madre. Il delirio si scolla così dal percepito generando immagini, parole e pensieri disincarnati: immagini, pensieri e parole sono cose.
Quando il funzionamento psicotico si impone, il soggetto si deve destreggiare in un mondo interno angosciante, fatto di frammenti di impressioni sensoriali prive di forma, e in un mondo esterno altrettanto angosciante, costituito da una massa affastellata di segni altrettanto frammentati, e così, attraverso la costruzione delirante, viene ricercata una forma sostitutiva di coesione interna e, contemporaneamente, un tentativo di dar forma ad un mondo esterno nel cercare di darne una lettura.
Nel tragitto per raggiungere il mio studio lo stesso paziente, vedendo colori diversi su oggetti o su persone sapeva che un colore era un sì, un altro era un no e un altro ancora era un forse: è evidente che anche le parole sono cose. Un altro paziente che soffriva di allucinazioni acustiche spiegava le sue voci come provenienti da enormi cumuli di spazzatura che lo circondavano: “tutta questa spazzatura –diceva– è fatta di parole”.
Se, come in questi casi, la lingua materna è compromessa, é l’analista che può tentare di ri-tesserla attraverso la possibile funzione strutturante della sua rêverie.
A contatto con le concretizzazioni psicotiche possono infatti generarsi delle trasformazioni a partire dalla possibile funzione plastica della rêverie dell’analista, insieme agli effetti psichici dell’evidenza radicata nel corpo dell’analista stesso: evidenza della sua sopravvivenza pur essendo a contatto con l’angoscia e la distruttività psicotica, del suo essere vivo e della sua capacità di mantenere viva la sua possibilità di immaginare, di pensare e di desiderare la relazione. Evidenza è quindi intesa qui come fondamento sensibile di una possibile figurazione, di una presentazione (affettiva) che sta prima di ogni transfert, di ogni rappresentazione; così Alberto Lucchetti nella sua introduzione al lavoro della Aulagnier definisce l’evidenza: “stato originario della rappresentazione che, circolarmente, […..] per l’indistinzione di soggetto e oggetto, è anche agonia del soggetto o suo punto di emergenza”[9].
Su questo possibile duplice destino dell’indistinzione di soggetto e oggetto, un efficace chiarimento può venire dalle parole di una paziente che, dopo qualche anno di lavoro con me, racconta come, attraverso un sogno, ha avuto accesso al ricordo della sua prima crisi psicotica:
“io e lei eravamo insieme in una seduta, una di fronte all’altra, lei mi parlava in tedesco, lingua che non so, ma sorprendentemente capivo. Nel sogno penso che il capire è legato all’atto del parlare, non al significato delle singole parole. Poi, quando al mattino mi sono svegliata, ho ritrovato un ricordo della mia prima crisi psicotica: allora succedeva l’opposto, facevo dei suoni in un linguaggio inventato simile al tedesco; mi ero sentita cambiare il colore dei capelli; mia mamma mi guardava spaventatissima ed io avevo visto uscire dai suoi occhi due ragni”[10].
Nell’immagine onirica è lo sguardo come gesto di relazione a fungere da fondamento sensibile di un processo preverbale; in questo senso lo sguardo costituisce lo stato originario della rappresentazione, il grado zero di un accesso al linguaggio, un linguaggio che può affrancarsi dalla condizione a-simbolica della lingua psicotica dove tutto è cosa, come nella allucinazione e nel delirio dove tutto può coincidere con tutto essendo mancanti quegli ancoraggi fondamentali perché il senso non slitti all’infinito.
A monte dei passaggi trasformativi implicati nell’accesso al sognare a partire da un’esperienza psicotica di allucinazione e delirio, c’è il lavoro della tessitura da parte dell’analista di tutto ciò che nello scambio analitico può tentare di coagulare frammenti di realtà psichica ex novo. L’analista, prendendo avvio da una indistinzione soggetto-oggetto, cerca di strutturare la trama di un contenitore psichico per il generarsi di quelle minime differenziazioni necessarie perché una relazione si crei, sia intra-soggettiva che inter-soggettiva.
Ricorro anche qui ad una citazione da Piera Aulagnier:
“prima della mia interpretazione, lo sguardo vede il ‘senza forma di se stesso’, con la mia interpretazione, permetto a colui che guarda di rimettersi insieme e, a partire da quel ‘contenuto’ e quel ‘contenitore’ ricostituiti, di vedere al fuori di sé una scena, un’immagine, la conseguenza dell’atto di un corpo, rendendogli possibile essere qualcuno che può provare disgusto, paura… senza essere per questo ‘ciò che disgusta’, ‘il puro terrore’”[11].
Aulagnier usa qui il termine ‘interpretazione’, va detto tuttavia, che in effetti si tratta di qualcosa molto più vicino a ciò che possiamo definire ‘costruzione’[12], come atto creativo rigoroso, sorretto dalla fondamentale importanza che assume la capacità dell’analista di accedere a forme di rêverie per le quali può vedere come in sogno nel paziente, per il paziente e attraverso i suoi sintomi, l’esistenza di una qualità psichica vitale a cui provare a dar forma.
Così, attraverso la rêverie dell’analista e l’evidenza della sua sopravvivenza all’angoscia e alla distruttività psicotica, può progressivamente generarsi l’aggancio per un tipo di legame che un mio paziente, dopo un certo significativo periodo di lavoro insieme, aveva descritto sorprendentemente in questo modo: “Quando due persone sono così di fronte e si parlano, si forma fra di loro un ossicino metafisico e da lì molte cose possono passare”… E ancora, a distanza di qualche tempo, aggiungeva che, vedendomi di fronte, io ero sia lui stesso, sia “il prossimo”[13]: ecco che, per questo paziente, può essersi costituito quell’oggetto soggettivo, che per Winnicott è la sostanza dell’oggetto transizionale, che sta a monte di ogni possibile futura chances di individuazione.
È questo tipo di legame che, a partire dallo sguardo, funziona come precursore simbolico. Nella coppia analitica, le rappresentazioni e le parole per esistere laddove non potevano formarsi, cioè come relazioni, debbono dunque innanzitutto ancorarsi ad una relazione fra corpi e uno degli elementi fondamentali di questo ancoraggio è lo sguardo, l’essere visti, il vedere e il vedere di essere visti. In un medium di indistinzione di soggetto e oggetto, attraverso lo sguardo può generarsi così lo spazio perché un transito soggettivante si mobilizzi e un punto di vista si dia, precondizione e sostegno perché una relazione possa avvenire, relazione come fra, fra sé e mondo, fra contenuti del mondo interno, fra soggetti.
∗ Per una trattazione più ampia di questo tema vedi il testo Raffigurabilità psichica e psicosi in: Journal of Philosophy and Psychoanalysis, vol.4 (2024), n.2, Edizioni ETS.
[1] Piera Aulagnier, La Violence de l’interpretation. Du pictogramme à l’énoncé, Puf, 1975; trad. it. La violenza dell’interpretazione. Dal pittogramma all’enunciato, Borla, 1994.
[2] Donald W. Winnicott (1971). Trad. it, Gioco e realtà, Armando, Roma 1974.
[3] Sarantis Thanopulos (2018), Immaginazione, pensiero onirico, parola. In: Federico Leoni e Riccardo Panattoni (a cura di), Voce Ipnosi Immagine, Orthotes.
[4] Donald W. Winnicott, (1963), trad. it.: La paura del crollo. In: Esplorazioni psicoanalitiche, Raffaello Cortina, Milano 1995.
[5] Wilfred R. Bion, (1967), trad. it. Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Armando, Roma 1970.
[6] Piera Aulagnier (1975, 1991), trad. it.: La violenza dell’interpretazione, dal pittogramma all’enunciato, Borla 1994, p. 247.
[7] Ivi, p. 275.
[8] Ivi, p. 247.
[9] Alberto Lucchetti (1994), Il “grado zero” della rappresentazione, Prefazione a P. Aulagnier, La violenza dell’interpretazione, op. cit., p. 27.
[10] Cristina Faccincani (2010), Alle radici del simbolico. Transoggettività come spazio pensante nella cura psicoanalitica, Liguori, Napoli, p. 62.
[11] Piera Aulagnier, op. cit., p. 30.
[12] Il riferimento primo al tema della costruzione è innanzitutto il testo di Freud Costruzioni in analisi del 1937. Una recente rielaborazione di questo tema la si trova nel volume collettaneo a cura di Matteo Bonazzi e Andrea Bocchiola, A partire da costruzioni in analisi. Etiche freudiane, Castelvecchi, Roma, 2025. In particolare, all’interno del volume, sul rapporto fra costruzioni e rêverie dell’analista, segnalo: Cristina Faccincani, Intermittenze della ragione ed effetti di verità nel processo psicoanalitico.
[13] Una trattazione più completa di questo caso clinico si trova in Cristina Faccincani (2010), op. cit., pp. 67-74.
