diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Ho letto: Discussione a partire da Vivere Dio qui e ora di Wanda Tommasi

Mistica ordinaria

Il testo di Wanda Tommasi è un invitante distillato di sapienza mistica, estratto lungo gli anni di studio e di insegnamento delle autrici più sensibili alla presenza divina nelle vite e nel mondo. Il desiderio che affiora, pagina dopo pagina, si lega all’arte e al dono di ritrovare la luce nelle tenebre dell’esistenza, aprendo passaggi che vengono indicati e illuminati attraverso il commento filosofico, ma che risultano al contempo percorribili insieme.

Il titolo scelto dalla casa editrice evidenzia il qui e ora di questa trasmissione, recuperando la scommessa dell’autrice:la sapienza mistica di alcune donne eccezionali consente anche alle persone più “ordinarie” di ritrovare il filo della propria vita nelle situazioni difficili e addirittura nelle tragedie della storia, come nel caso di Etty Hillesum. Si tratta solo di creare le condizioni simboliche e pratiche perché questa sapienza sia ereditabile e spartibile.

Anzitutto, bisogna conoscerla per quello che è, e questo può accadere solo se si accetta di uscire dalla cornice razionalistica in cui solitamente viene collocata e che ne restituisce un quadro di anomalo eccesso emotivo chiuso nella singolarità e dunque privo di guadagni simbolici o di fecondità per le comunità. L’ordine simbolico tradizionale, in altri termini, non sa rendere ragione di questa ricchezza, perché strutturato proprio su quei confini dualistici che il vissuto mistico scioglie: dentro/fuori, sacro/profano, passività/attività, spirituale/materiale, identità/alterità, libertà/necessità e si potrebbe continuare ancora.

Il rimando al qui e ora è già un effetto del testo, perché il titolo è stato scelto dalla casa editrice dopo una prima lettura, intravedendo qualcosa di straordinariamente attuale in un contesto post-secolare come il nostro, in cui possiamo riconoscere una crisi delle religioni ma non del sacro. Infatti, nella particolare concezione ed esperienza del sacro testimoniate da molte donne – mistiche o no –, il sacro non è tanto il luogo della separazione dalla ferialità della vita quanto piuttosto la sua profonda tessitura, ed è per questa strutturale connessione con l’esistenza che non si è consumato con la crisi delle religioni. Questa sapienza mistica femminile si presenta come uno stile di vita aderente all’esperienza, tra senso di realtà e senso di possibilità. Il presente mistico, infatti, richiede radicamento ed estroflessione insieme, perché la grazia che lo abita – in qualunque forma la si percepisca, la si narri e la si viva – spinge contemporaneamente verso il profondo dell’“anima” e verso il fuori del mondo, sfumando quasi del tutto il confine su cui si regge la distinzione.

È dunque la presenza divina a far reggere le circostanze di una storia più o meno tragica, a immaginare un altrove più ospitale come un seme che già respira nel buio della terra, a sospendere quella postura egocentrica e cosificante che ha ipotecato l’età moderna e di cui ora raccogliamo le conseguenze. Questa presenza divina non violenta le vite, perché chiede il loro consenso; un “sì” detto attraverso pratiche precise che Wanda Tommasi ricava da un intelligente e raffinato accostamento delle scritture mistiche femminili: dimenticarsi di sé, agire senza la pressione dell’io che vorrebbe il mondo tutto attorno, ritrovare una lingua senza astrazioni e radicata nella storia dei corpi, poter e saper contare su persone amiche con cui condividere i processi, i sogni, i desideri e le fatiche.

A queste condizioni, le scritture mistiche diventano ricevibili e feconde per chiunque. Certamente queste scritture non attingono esclusivamente a un’esperienza diretta tra donne e Dio, dato che mostrano diversi riferimenti alle tradizioni in cui le mistiche si sono trovate a prendere la parola, seppure nella libertà che spesso regala la mancanza di un riconoscimento ufficiale da parte delle autorità religiose, politiche e culturali. Facilmente si riconosce per esempio il debito biblico di categorie-chiave dell’esperienza mistica come quelle di luce, esilio, soprammercato, sabato santo, o della speranza che si ostina a credere che tutto concorra al bene. Tuttavia, tutto questo è attraversato dal desiderio di libertà di queste donne, dal loro credito simbolico all’esperienza corporea, dalla loro scommessa sulle relazioni, dalla loro confidenza con la vulnerabilità dell’essere. Le ferite, allora, diventano le crepe per le quali passa la luce, i vuoti diventano forze di attrazione per il divino, il consenso diventa una liberazione, la speranza diventa una forma di lotta contro quello che non può essere accettato senza tradire la giustizia, la cura di sé si trasforma in cura del mondo e viceversa, l’amicizia si fa sacramento.

Queste considerazioni possono sembrare armonizzanti, ma il testo non teme di evidenziare i tratti mistici difficilmente assumibili nell’ordinarietà della vita, come la preghiera: forma di dialogo e di corpo a corpo con Dio, che caratterizza la vita credente. La preghiera risulta essere un filo importante nel tessuto mistico ricostruito da Tommasi. Nell’esperienza di Etty Hillesum, la preghiera non è solo un dialogo tra sé e sé, come ci si aspetta nella cosiddetta mistica dell’essere, ma è anche traccia di incontro e dialogo con un Dio che va intercettato e dissotterrato nei cuori altrui e in qualche modo protetto nel mondo; Simone Weil, che fa sostanzialmente coincidere la preghiera con l’attenzione alla sventura e a ogni essere che grida per venir letto altrimenti, lascia intuire parole scambiate con Dio sia nella sua analisi al Padre nostro, sia nei suoi rimandi alla poesia; Adrienne Von Speyr invita a non uscire dalla preghiera nemmeno quando si stanno pulendo le scale e la considera una pratica necessaria affinché si produca un vuoto fecondo dal quale può nascere quel “sì” da rinnovare ogni volta attraverso la preghiera stessa; Madeleine Delbrêl fa della preghiera una forma di poesia. Questa valorizzazione della preghiera, come pratica che dà forma a un altrove di cui abbiamo bisogno e desiderio, sospende almeno per un attimo la tesi di fondo del testo, cioè che la sapienza mistica possa rigenerare le vite e il mondo che abbiamo in comune al di là dei confini religiosi e spirituali. Il passaggio qui non è scontato, perché riguarda una relazione tra una donna e Dio, che di fatto non prevede lettrici e lettori. In quale modo quel dialogo intimo tra una donna e il suo Dio entra nella scrittura e raggiunge noi? Luisa Muraro, nel suo bellissimo Il Dio delle donne, risponderebbe con l’immagine di una tazza di tè sorseggiata lentamente da una lei che non è sola perché sta con qualcuno che «per brevità» potremmo chiamare Dio. Ludwig Wittgenstein, invece, era fermamente convinto che questa triangolazione fosse semplicemente impossibile, perché nessun essere è in grado di sentire il Dio che parla con qualcun altro: Dio resta muto se non ci si dialoga in prima persona.

Nel testo di Wanda Tommasi, prende forma una nuova possibilità che in qualche modo mostra l’intima connessione tra queste due prospettive e che ci consente, qui e ora, di dire l’indicibile e di credere l’impossibile: se si avverte Dio nella scrittura di queste autrici mistiche, è perché Dio sta parlando direttamente a te, attraverso di loro. È precisamente questa la risonanza che ha generato in me questa lettura, in cui la preghiera mistica apre un campo complesso e paradossale, intriso di attenzione e di amore alla vita, ma anche di una dimensione dialogica diretta a tu per tu, che le autrici convocate nel testo declinano in modo differente e che nella loro irriducibile singolarità risuonano diversamente in chi le legge. Tocca a noi entrare in queste pagine e nella loro scommessa, a partire da quello che siamo.

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