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per amore del mondo Edizione 19 - 2023

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Recensione a Philoxenos. Per una filosofia dell’ospitalità, di Bruna Giacomini

  

 L’ultimo libro di Bruna Giacomini, una cara collega e amica purtroppo prematuramente scomparsa circa un anno fa, è di scottante attualità: proprio in questo periodo, in cui l’arrivo di numerosi migranti nel nostro paese è guardato con sospetto se non apertamente ostacolato dal governo in carica – e mentre è ancora impressa nella memoria la strage di Cutro –, il libro di Bruna spezza una lancia a favore dell’accoglienza e dell’ospitalità verso chi proviene da altri paesi. La sua non è una posizione irenica né “buonista”: l’autrice è consapevole del fatto che chi viene da altrove può essere percepito come una minaccia e suscitare diffidenza e ostilità; ciononostante, gli atti dell’ospitalità, data e ricevuta, possono tramutare l’avversione e l’odio in compassione, e istituire un legame tanto più prezioso e straordinario quando è rivolto verso un nemico. Lo stesso termine greco che dà il titolo al libro – philoxenos – rende conto di un’ambivalenza: da un lato, infatti, xenos significa colui che è sconosciuto, straniero, e che quindi è escluso dai philoi, da coloro che sono cari, da un altro lato indica l’amico di un paese straniero, colui che diviene tale proprio grazie al legame istituito dall’ospitalità.

   La ricognizione di Bruna inizia dal mondo greco, con una particolare attenzione all’Odissea, poema per eccellenza dell’ospitalità, concessa più volte a Ulisse nella sua lunga peregrinazione prima del suo ritorno a Itaca. L’accoglienza dello straniero avviene dapprima del tutto gratuitamente; solo in seguito quest’ultimo viene invitato a raccontare la sua storia e a narrare le vicissitudini che lo hanno condotto fin lì. È l’ospitalità stessa a trasformare lo straniero in amico: nel mondo greco, le relazioni di ospitalità sono sacre, e lo stesso Zeus è invocato a loro tutela.

  Ancora più radicale è l’orizzonte che si apre col Vecchio Testamento e, in misura ancora maggiore, con il Nuovo. Nei testi biblici veterotestamentari l’essere straniero inerisce fin dall’inizio al popolo ebraico, la cui erranza “non indica una condizione difettiva, ma un rapporto positivo con l’esteriorità”: (p. 79) l’essere straniero è il compito a cui Abramo viene chiamato da Dio. Di conseguenza, il dovere di ospitalità verso lo straniero, associato alla vedova e all’orfano per la sua vulnerabilità, diviene particolarmente pressante, voluto da Dio stesso. Attraverso lo straniero, è Dio che si manifesta: l’amore per Dio diventa il fondamento dell’amicizia con lo straniero. Nel Nuovo Testamento, poi, ogni estraneità e ogni inimicizia sono cancellate, in forza della grazia concessa, col sacrificio di Cristo, a tutti gli esseri umani che credono in lui. Un’accoglienza assolutamente gratuita e priva di contraccambio dev’essere rivolta a tutti, in particolare ai più piccoli e ai più bisognosi, nei quali si manifesta Cristo, e il comandamento dell’amore per il prossimo arriva fino all’ingiunzione di amare i nemici. Si configura nel Nuovo Testamento un dovere di ospitalità assoluto, incondizionato, asimmetrico e tanto più meritorio in quanto privo di contraccambio.

   Lo scenario cambia completamente nell’età moderna, in particolare nell’epoca dell’illuminismo, quando il meraviglioso vicolo dell’amicizia del mondo greco e di quello biblico viene spezzato. Con la modernità, l’ospitalità è incorporata nel diritto, divenendo prerogativa degli Stati, che possono concederla o meno in strutture a ciò preposte, creando nel contempo una separazione invalicabile fra cittadini e stranieri. Inoltre, con il giusnaturalismo, s’impone il modello dell’individuo atomistico, privo di legami, dell’homo oeconomicus, il quale concepisce l’interazione interumana nella forma del mercato, nel quale, una volta esauriti gli scambi economici, gli individui non hanno più alcun vincolo che li leghi: nel mercato, al legame personale fra esseri umani instaurato dall’amicizia si sostituisce quello impersonale fra cose.  

   L’attenta ricostruzione di Bruna delle alterne vicende della filosofia dell’ospitalità si conclude con lo sguardo rivolto all’orizzonte contemporaneo: qui, si leva qualche voce accorata in difesa del dovere di ospitalità e si delinea una possibilità di rinascita che dipende proprio dall’incontro con lo straniero. Fra gli autori esaminati nell’ultima parte del testo, meritano di essere ricordati soprattutto Emmanuel Lévinas e Jacques Derrida: entrambi stranieri a se stessi, entrambi di origine ebraica, essi vivono una pluralità di appartenenze in conflitto fra loro. Dalla loro condizione di “esilio”, tutti e due spezzano una lancia a favore dell’accoglienza dell’altro, del diverso, dello straniero. Lévinas lo fa proponendo l’etica come filosofia prima e dando vita a un pensiero della relazione che ruota intorno all’idea di ospitalità: la risposta al volto dell’altro che m’interpella, chiamandomi alla responsabilità, delinea “la soggettività come ciò che accoglie altri, come ospitalità”. (p. 185) A sua volta, Derrida propone di riconsiderare le relazioni politiche in termini di amicizia, aprendo un orizzonte inclusivo, in cui l’ospitalità dovrebbe essere offerta a chiunque, a prescindere da qualsiasi appartenenza. Derrida si discosta dalla nozione di fraternità, la quale, mettendo al centro il legame fra i fratelli, rimane comunque legata a una prospettiva androcentrica, e considera soggetti a pieno titolo, degni di amicizia e di ospitalità, non solo l’altro, ma anche l’altra, nel rispetto dalla differenza sessuale.

   In ogni tappa della sua ricostruzione della concezione dell’ospitalità, Bruna è attenta a mettere a fuoco il trattamento riservato alle donne. Ne risulta una prospettiva sostanzialmente androcentrica sia nel mondo greco sia nell’orizzonte veterotestamentario sia, a maggior ragione, nella modernità, quando s’impone il modello dell’individuo atomistico, il quale ha un volto chiaramente maschile.   Tuttavia, al di là dell’esclusione delle donne, nel mondo antico e moderno, dall’essere soggetti a pieno titolo, giustamente deprecata dall’autrice, ciò che più conta è che l’idea del soggetto relazionale, che è al centro di tutto il testo, è stata messa a fuoco soprattutto dalla riflessione femminista. È stato per primo il femminismo a delineare i tratti di un soggetto relazionale, che, a differenza dell’homo oeconomicus della modernità, connotato inequivocabilmente al maschile, ha un volto prioritariamente femminile, benché poi tale orientamento relazionale sia stato esteso, sia da Carol Cilligan sia da Judith Butler, a tutti gli esseri umani. Bruna era consapevole di questo, come dimostra il suo ultimo saggio, Vulnerabilità e coabitazione non scelta: le condizioni dell’esistenza politica in Judith Butler (“Paradosso”, 2021, n. 1, pp. 72-87), in cui l’autrice valorizza il contributo della pensatrice statunitense all’idea di una soggettività relazionale, consapevole della vulnerabilità degli esseri umani e responsabile verso coloro con cui è in relazione. Il soggetto relazionale, contrapposto all’individuo atomistico della modernità, è ciò che connette fra loro due aspetti importanti della ricerca di Bruna: il suo sbilanciarsi per un’ospitalità accogliente verso chi proviene da altri paesi e il suo impegno femminista.

   Vorrei ricordare Bruna proprio per quest’ultimo aspetto, per il coinvolgimento nel femminismo che ci accomunava e che ci ha fatto incontrare tante volte: in convegni padovani su questioni di genere, in diverse presentazioni di libri di Diotima e miei alla libreria delle donne di Padova, e in alcuni ritiri filosofici di Diotima a Verona. In tutte queste occasioni, io e Diana Sartori, che entrambe siamo state allieve di Bruna, sia pure in periodi diversi, abbiamo avuto modo di apprezzare in lei la lucidità di argomentazione, la capacità di mettere alla prova i concetti, confrontando il pensiero della differenza sessuale con altre prospettive filosofiche, e l’impegno a portare avanti una ricerca mai solo accademica, benché di questa avesse certo il rigore, ma sempre attenta alle questioni più scottanti del presente.