diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Questione maschile e narrazione del potere

Non può piovere per sempre

Tra i film che hanno raccontato in maniera poetica ma implacabile la guerra tornata in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale – il conflitto nella ex Jugoslavia durato il decennio degli anni ‘90 – c’è stato quello di Milčo Mančevski del 1994, Prima della pioggia (Pred doždot). In tre episodi che si collegano l’uno all’altro in una circolarità paradossale, il film ci pone di fronte a un movimento da spezzare: l’aforisma più volte ripetuto durante le scene – “il tempo non muore, il cerchio non è rotondo” – ci ricorda che la guerra apparentemente inevitabile e inarrestabile può essere fermata, si può uscire dalla sua tragica circolarità ineluttabile di lutti privati, di amori impossibili, di stragi annunciate. Ma come?

Da un anno e mezzo la guerra è di nuovo in Europa, e la domanda è rimasta la stessa. 

La legge marziale è la legge della tradizione

La cosiddetta legge marziale è una sospensione temporanea della normale legislazione decisa da un governo in circostanze eccezionali, come appunto una guerra, una rivoluzione, un colpo di stato o un grave disastro naturale. Soprattutto nel Novecento ce ne furono diverse applicazioni, viste le due guerre mondiali succedutesi in breve tempo. In questi casi sono i tribunali militari ad assumere anche il controllo di diversi aspetti della vita civile, che viene “militarizzata” allo scopo di tenere sotto controllo comportamenti potenzialmente destabilizzanti e per impedire che vengano sottratte da questioni di ordine pubblico forze armate da destinare alla guerra.

La tradizione di questo dispositivo di potere poco democratico ma usato da qualsiasi democrazia è antichissima, anche se il nome che l’attribuisce al dio della guerra Marte arriva solo a metà del Trecento1. Si può dire che l’autorità centrale, indipendentemente dalla forma di governo data, si è sempre arrogata il potere di decidere quando sospendere diritti e usanze civili per passare a quelle militari; ed essendo da sempre l’ambito militare un ambito prettamente maschile, la legge marziale è tradizionalmente roba da uomini – sia quelli che la decidono, sia quelli che la subiscono.

Nel periodo immediatamente successivo all’inizio della guerra in Ucraina, ormai un anno e mezzo fa, si parlò a lungo di legge marziale, imposta da Volodymyr Zelens’kyj al paese. Nella realtà, in Ucraina l’autorità statale si è presa i seguenti poteri2 speciali, per tutta la durata della guerra:

– la possibilità di forzare il trasferimento dei cittadini da un luogo all’altro, limitando e regolando comunque gli spostamenti tra le quattro regioni del paese e in entrata e in uscita dall’Ucraina;

– la chiamata alle armi potenziale di tuttǝ ǝ cittadinǝ;

– censura militare di comunicazioni, messaggi, conversazioni telefoniche;

– coprifuoco e fermo dei veicoli;

– possibilità di perquisizione deǝ cittadinǝ, delle loro abitazioni, e di sequestro di beni immobili privati.

Alcune di queste misure erano già state adottate in conseguenza dell’invasione e della dichiarazione di indipendenza di alcune aree dell’Ucraina, nel 2018. Una interessante nota dell’Enciclopedia Britannica spiega forse l’assenza di dibattito pubblico generale su questi provvedimenti 

Tali “atti compiuti per necessità” sono limitati solo dal diritto internazionale e dalle convenzioni di guerra civile. Inoltre, i normali tribunali civili non controllano le decisioni dei tribunali istituiti dalle autorità militari, e ci sono pochissime autorità sulla questione dei rimedi contro gli abusi di potere da parte dei militari. In Gran Bretagna e in molte altre giurisdizioni, tali questioni sono di scarso rilievo alla luce della moderna prassi di adottare poteri di emergenza o speciali per legge.3

In effetti si è discusso molto poco sulla portata della legge marziale e sul suo significato sociale, perché il suo carattere emergenziale è sembrato ai più giustificarne la stessa esistenza. L’Ucraina deve difendersi da una deliberata aggressione, quindi, adotta misure eccezionali per sopravvivere, questo è stato il sentire comune che ha fatto della legge marziale in sé una questione “di scarso rilievo”: piove, ci si deve pur riparare in qualche modo.

Quello di cui si è parlato molto, invece, è stata l’interpretazione di quei provvedimenti eccezionali: sostanzialmente, agli uomini arruolabili è stato impedito di abbandonare il paese, mentre donne e bambini – e anziani se non arruolabili – potevano mettersi in salvo prima e altrove, come nelle migliori leggende metropolitane alle quali si crede da tempo immemorabile4. Sì, leggende: in primo luogo, come ormai sappiamo da studi storici accurati, “prima donne e bambini” è stata una pratica nelle situazioni di pericolo letterarie più che reali; in più, la mobilitazione dei civili e il loro coinvolgimento (leggi: morte) in guerra è una pratica molto recente, si può dire novecentesca. Prima della Grande Guerra erano esclusivamente gli eserciti a battersi in luoghi non “civili” – grandi pianure o foreste, di solito – decretando così chi avrebbe governato su tutto il restante territorio. Maratona, foresta di Teutoburgo, Poitiers, Hastings, Azincourt, Saratoga, Waterloo, sono tutti esempi famosi della guerra quale è tradizionalmente intesa: massacri di uomini in luoghi lontani da città o da agglomerati civili. È il Novecento a mettere in scena la guerra nelle città, nei luoghi abitati, e quindi a rendere protagonisti i civili, finora vittime “solo” di saccheggi e stupri – considerati cioè il “premio” dell’esercito vincente. 

Dal Novecento in poi l’aumento di tecnologia bellica prevede soprattutto il coinvolgimento di chiunque, militare e non, che in stato di guerra non può considerarsi mai al sicuro: perché nell’epoca della “riproducibilità tecnica” delle immagini il valore simbolico dei luoghi politici o d’identità nazionale è diventato paragonabile al valore bellico di una fabbrica di armi o di un aeroporto militare, e perché il terrore generale veicolato da mezzi d’informazione sempre più potenti e diffusi è diventato un’arma i cui effetti sono paragonabili a quelli di un ordigno nucleare. L’unione di questi due terrori, simbolico e militare, ha dato vita alla più moderna e continua tattica di guerra: il terrorismo.

Questa è la storia della guerra, che dai tempi del Ratto delle Sabine vede i due sessi molto diversamente protagonisti: gli eserciti di uomini si massacrano decidendo così quali uomini governano, le donne (e pochi altri “civili” non abbastanza virili da indossare una divisa e imbracciare un’arma) sono il premio dell’esercito vincente, l’ostaggio strumentale da manipolare colpendolo come disgraziato “effetto collaterale”, le custodi della futura orgogliosa prole pronta per la guerra, che toccherà anche a loro come destino.

In questo clima testosteronico – sempre per leggenda popolare, come se il testosterone decidesse le simbologie di genere5 – è stato molto curioso vedere rivendicato il problema sociale della legge marziale da parte di quei movimenti, o di quei singoli, che fanno dei “diritti degli uomini” la loro lotta6. Questi soggetti hanno colto l’occasione per trovare finalmente comprovata la loro strampalata teoria su quale sarebbe il genere effettivamente sofferente nella società umana: gli uomini muoiono prima, muoiono di più lavorando, muoiono ovviamente di più in guerra, e come succede in Ucraina sono pure costretti a farlo da una legge marziale molto poco paritaria. Allora, dove sarebbe il privilegio patriarcale del quale parlano tante femministe e qualche noto maschiopentito zerbino?

Arruolare le donne non porta cambiamenti

Questi simpatici scambiatori di causa con l’effetto hanno buon gioco a credere nell’analogo sociale del terrapiattismo. L’analogia non è casuale.

La nostra percezione ha dei limiti ben precisi e se ci attenessimo solo alle informazioni che recepisce, non potremmo mai sapere che la Terra è tonda. All’osservazione dei fenomeni naturali vanno aggiunte due caratteristiche necessari per comprenderli: una capacità di teorizzare l’astratto – bastava agli antichi Greci la loro solida preparazione in geometria – e l’umiltà di considerarsi limitati di fronte a dimensioni immense rispetto ai nostri corpi e a forze naturali soverchianti quella degli esseri umani. Chi non disponeva della prima capacità, per molti motivi, rimaneva ignorante di una realtà che probabilmente non avrebbe avuto conseguenze dirette nella sua vita ordinaria; chi avrebbe potuto avere gli strumenti culturali per comprendere quanto già documentato e comprovato da secoli – Isidoro di Siviglia, per esempio – non aveva le qualità morali per accettare umilmente che le Sacre Scritture forse erano da leggere in altro modo, e portò avanti una lotta contro la più banale delle considerazioni non osservabili ma dimostrabili, la sfericità della Terra. Questa umiltà è mancata, come raccontato in un testo metodologicamente assai interessante7, a molti altri, e ancora manca ai tanti terrapiattisti.

Allo stesso modo, moltissimi uomini vedono la guerra come una prova della mancanza di privilegio del loro genere, e non come una conseguenza dell’idea patriarcale di maschilità. I motivi di questa svista possono essere diversi, ma l’origine è la stessa. All’osservazione del fenomeno evidente e statisticamente accertato – gli uomini in media muoiono prima e spesso più malamente rispetto alle donne – non vengono aggiunte le due caratteristiche descritte prima. Manca la capacità di astrarsi dall’osservazione empirica per raccogliere i dati in una teoria che li spieghi socialmente: in questo caso, la teoria necessaria sarebbe l’esistenza del patriarcato e del suo figlio maschio, il capitalismo. Inoltre, non viene usata l’umiltà necessaria a comprendere che il condizionamento sociale patriarcale agisce anche sugli uomini raccontando loro – tra le altre cose – che è “naturale” ammazzarsi tra uomini per stabilire chi è il padrone della patria ed è altrettanto “naturale” considerare le donne parte di quei beni mobili, immobili e spirituali che compongono la patria, quella che è giusto prendere ad altri uomini o per la quale è giusto morire ammazzati. Invece, la presunzione insita nel considerarsi il genere, permette di decretare la propria debole opinione al pari di legge autoevidente. Intendo quella presunzione così ben raccontata da Adriana Cavarero:

Nel discorso che dice, ad esempio, “l’uomo è mortale”, l’uomo di cui qui si parla è anche donna. Anzi, non è né uomo né donna, ma il loro neutro universale. (L’enunciato “la donna è mortale” susciterebbe invece la logica conclusione che, allora, l’uomo è immortale. E in questa conclusione c’è del vero).8

Inutile sottolineare che tanti femminismi quelle gravi mancanze le raccontano da almeno tre secoli – per la cronaca, da prima che il terrapiattismo diventasse un complottismo con milioni di seguaci – ma il racconto patriarcale ha dalla sua il vantaggio di essere tramandato da molto prima e di essere diffuso, perlomeno nel mondo occidentale, da un noto “bestseller” e dai suoi spin-off letterari del genere monoteismo patriarcaletradotti in moltissime lingue. In quel libro già ricordato sopra si dice agli uomini che sono condannati a lavorare una terra ostile per mangiare, e alle donne che partoriranno con dolore mentre saranno attratte da colui che le dominerà. Credere a questa storia rende effettivamente già più appetibile agli uomini allenarsi per finire morti in guerra, perché se gli va male moriranno da martiri o eroi, se gli va bene ci saranno donne pronte a nutrirli e a essere dominate.

Questa visione maschilista è stata insidiata da un particolare cambiamento sociale degli ultimi decenni, che ha creato non pochi problemi in alcuni frangenti militari: l’arruolamento delle donne. Questo interessante cambiamento sociale, celebrato in alcuni casi come una grande conquista di parità, ha consentito l’emergere di due fenomeni interessanti e l’oscuramento di un terzo.

È cambiata la tradizione?

Il primo fenomeno interessante è stato lo sconvolgimento delle abitudini militari tipicamente maschili, che in alcuni casi hanno fatto emergere questioni strutturali considerate, prima dell’arrivo delle donne in divisa, non problematiche. Jackson Katz, educatore americano che ha creato un programma di prevenzione ed educazione alla violenza di genere utilizzato dalle forze armate statunitensi, racconta nel suo The Macho Paradox il caso che ha affrontato con i marines:

abbiamo cercato di utilizzare aspetti chiave dell’ideologia del corpo dei Marines per sostenere che la violenza domestica non solo è illegale, ma non è da marines. Invece di resistere agli aspetti iperpatriottici e paternalistici dei valori fondamentali del corpo dei Marines, li abbracciamo come strumenti per costruire il consenso. […] Quando noi educatori diciamo che la nostra cultura ha un disperato bisogno di una maggiore leadership maschile nel campo della violenza di genere, molti marines ascoltano e rispondono a questa affermazione come una sfida positiva; e sono abituati alle sfide.9

L’arruolamento delle donne nei Marines ha generato la più ovvia delle conseguenze: la formazione di coppie che condividevano quel tipo di vita, e quindi l’insorgere di casi di violenza domestica tra i Marines. Per rimediare al diffondersi di una immagine negativa per tutto il corpo militare, quella di un soldato pronto a morire per il suo Paese ma che picchia e molesta la moglie, i programmi di educazione di genere si sono “positivamente” adattati ai valori militari preesistenti, con risultati considerevoli in termini di partecipazione al programma e di statistiche negative diminuite. Dal punto di vista culturale la vicenda sarebbe da approfondire nei metodi e negli effetti, ma il tipico pragmatismo americano guarda solo ai risultati. I Marines sono nella cultura statunitense una specie di “eroi”, qualcosa che forse in Italia è paragonabile alla fama popolare dei Carabinieri; quando le massime autorità militari hanno visto intaccata l’immagine pubblica del corpo dei Marines dai casi di violenza domestica, hanno applicato una riconosciuta competenza al problema e il fenomeno sgradevole è tornato a livelli più normali. Per quanto molto discutibile, il meccanismo di riconoscimento di un problema sociale da parte di un’autorità e la decisione di applicare una competenza consolidata al problema, da noi è ancora fantascienza per quanto riguarda qualsiasi aspetto della violenza di genere.

In Italia, infatti, le cose sono andate molto diversamente. Una conseguenza dell’arrivo delle donne nei corpi militari è stata la necessaria riconfigurazione di tutti i parametri fisici e atletici legati all’abilitazione per determinati corpi, missioni, specializzazioni militari. Già all’epoca della famigerata visita di leva, i cosiddetti “tre giorni” in Italia, faceva scandalo la sistematica esenzione per fisico debole e insufficiente di atleti maratoneti, mezzofondisti o marciatori, o l’esenzione di ciclisti e nuotatori di fondo per sospetta insufficienza cardiaca (cosiddetto “cuore d’atleta”). L’arrivo delle donne negli eserciti ha costretto alla revisione sistematica di tutti questi parametri di adeguatezza dei corpi alla battaglia, dato che per caratteristiche fisiche diverse ma funzionali – come minore peso e altezza ma maggiore resistenza alla fatica – i corpi delle donne spesso risultavano decisamente preferibili in determinate funzioni, come operare sui carri armati o nei sommergibili, essere cecchine più mimetizzabili e avanguardie agili e veloci. 

Risolte le iniziali titubanze dovute a una cultura stereotipante ancora ostile alle donne in divisa10, la loro presenza è diventata addirittura indispensabile in particolari tipi di missione nelle quali – altro aspetto molto moderno delle tattiche di guerra – l’esercito assume le paradossali funzioni di peacekeeping11. Com’è patriarcalmente noto, se c’è da prendersi cura di qualcuno tocca alle donne, anche se armate e in divisa. Ecco come la struttura del potere militare ha facilmente inglobato la diversità dei corpi femminili: ribadendone la funzione ancillare anche con un’arma da fuoco in mano.

Il secondo fenomeno interessante è stata l’assimilazione della gerarchia militare da parte del nuovo genere presente, trasformando adeguatamente le proprie strutture di potere. Non è stato particolarmente complesso affrontare questa trasformazione: come già ricordato, la presenza di un altro genere non ha minimamente cambiato la struttura di potere militare, che è rimasta la classica piramide di obbedienza e omertà. Oltre gli adattamenti di cui abbiamo visto esempi sopra, la struttura si è dimostrata saldamente elastica, accettando senza compromettere il suo funzionamento anche esseri umani storicamente non considerati adatti alla guerra e alla disciplina militare necessaria per prepararsi a essa. Invece, una volta ridotte a epifenomeni controllabili le diversità di genere rappresentate da esseri umani di sesso diverso, la cultura militare ha assorbito senza grossi cambiamenti la presenza delle donne12 – nel caso che ci interessa qui, tra l’altro, l’Ucraina ha dati molto “migliori” rispetto alla Russia: in un video che ha fatto il giro del mondo13 un plotone di donne ucraine ha dato prova di essere state assimilate alla peggiore cultura militare, di essere quelle “Atena di turno”14 tanto utili al patriarcato. Non è questo il luogo per ricordare nei dettagli che non si è ancora riusciti ad assimilare nello stesso modo gli uomini non etero e le persone transgender in divisa; evidentemente questi generi subiscono stereotipi culturali meno facilmente risolvibili da parte di chi li ha creati. 

Il livello formale della legge marziale, quindi, può farla intendere come in sé del tutto paritaria; se una donna decide di passare la sua vita come arruolata in una organizzazione militare, ecco che la rigida limitazione ai diritti civili da parte di un’autorità militare non ha alcun aspetto discriminante, e le donne non arruolate, nel pensiero maschilista di cui sopra, hanno il vantaggio di potersene andare dall’Ucraina o da qualsiasi altro paese invaso. Come se essere costrette letteralmente dall’oggi al domani ad abbandonare la propria casa, la propria vita, la propria rete di relazioni affettive e sociali per un futuro incerto, solitario e in un paese mai visto prima fosse un clamoroso colpo di fortuna.

Lo si potrebbe pensare, ma è ancora un residuo di quella cultura patriarcale che non a caso ti insegna a morire onorevolmente; sei più eroico e utile alla causa patriarcale morto ammazzato con un fucile in mano che solo e abbandonato in un paese straniero, senza più lingua e ambiente culturale. Performativamente, è molto più maschia la morte in guerra, anche per le donne. Come ci raccontano le innumerevoli testimonianze raccolte da chi si occupa delle donne profughe da zone di guerra, si tratta di vite che spesso porteranno con sé per sempre tracce talmente profonde di questo trauma da non consentire più nessuna forma di vita “civile” e serena. Quello stato di dolore continuo che non a caso il patriarcato insegna sia più degno delle donne che degli uomini, i quali ancora in tanti preferiscono una morte “onorevole” a una vita da non-uomo.

Il fenomeno oscurato da questo discorso sul corpo militare femminile è che donne combattenti ce ne sono sempre state, ma non hanno mai combattuto come gli uomini. E non si tratta di essenzialismo, ma proprio di differenza: è una differenza che rende la guerra dell’amazzone Pentesilea incomprensibile per Ulisse, che non può inquadrarla nella sua logica binaria amico/nemico; è una differenza che Achille non può che domare con la violenza, completamente soggiogato dal un corpo che si muove e combatte efficacemente in maniera del tutto diversa dalla sua; allo stesso modo Camilla morirà non perché non sappia combattere o non sia coraggiosa, ma perché quella tra Latini e Troiani è, com’era quella tra Greci e Troiani, un altro genere di guerra.

Le donne combattenti sono tutt’altra cosa

Non abbiamo qui il tempo di sintetizzare neanche per sommi capi il contributo importantissimo che ha dato in Italia, a proposito di guerra, corpi combattenti, forza e questioni di genere, la comparsa dello studio di Alessandra Chiricosta intitolato Un altro genere di forza. Riportiamo però un passo utile a comprendere dove sta il punto dolente dell’apparente circolarità soffocante della logica maschile di guerra.

Sfidando l’approccio istituzionale di molte agenzie internazionali (tra cui le Nazioni Unite e la Banca Mondiale), che utilizzano la prospettiva gender sensitive e il gender mainstreaming come strumenti analitici che non problematizzano definizioni già date dei generi e non ne oltrepassano il binarismo, le studiose femministe interessate ai War Studies mettono chiaramente in luce che l’istituzionalizzazione delle differenze di genere è una delle espressioni ideologiche del militarismo. […] L’assunto di base dell’ideologia militarista è la naturalizzazione della guerra, ovvero la convinzione che la guerra sia un fenomeno naturale, impossibile da eliminare dall’esperienza umana. Per sostenere questa tesi, vengono adottate argomentazioni analoghe a quelle utilizzate per la naturalizzazione dei generi come binari ed essenzializzati.15

Questo militarismo a priori esclude quindi alla base la possibilità che la presenza delle donne e di altre alterità rispetto al modello maschile patriarcale nell’esercito possa portare quella diversa declinazione della forza che non è violenza, quella possibilità di unione tra desiderio, amore e lotta come condizione indispensabile per accedere a una forza che si opponga con successo alla violenza bellica. L’operazione culturale del patriarcato fatto militarismo è scattata anche nel caso stesso delle cosiddette “arti marziali”, confinate con questo aggettivo tutto maschiolatino a un compito aggressivo o al più sportivo che nelle loro origini orientali non hanno mai avuto. Anzi, al contrario, si tratta sempre di discipline che allenano a un equilibrio tra corpo, spirito e mondo, da mantenere e all’occorrenza da difendere con la forza proprio dalla logica distruttiva bellica.

Invece questa logica maschile della guerra è ormai macchinario di conservazione della struttura di potere, e mentre illude che essa sia una tragica necessità, in effetti perpetua con certezza la sua prossima possibilità. La notevole frequenza delle guerre “locali” dopo l’ultima guerra mondiale è lì a testimoniarlo.
L’essenza maschile e maschilista di questa logica la ricordava molto bene Angela Putino, riassunta ancora da Chiricosta:

il soldato offende o difende la fanciulla inerme – in un gioco di specchi che mostra un identico esercizio di dominio – ma che è stata disarmata proprio da chi ora si erge a suo paladino. Senza la forza della giovane donna, il soldato perde di fluidità, di capacità decisionale, d’inventiva e di cuore. Nell’istituzione militarizzata degli Stati, la funzione guerriera come trasgressione, invenzione e sconfinamento scompare, declinandosi piuttosto in una gestione della forza-violenza tesa a preservare l’organizzazione vigente, avocando al capo la capacità intellettiva e separandola dal cuore. La funzione guerriera cessa di essere parte di un organismo vivente e diviene una macchina.16

Quella “funzione” era tipica delle figure eroiche, che secondo Dumezil17 servivano a far sopravvivere la società assumendo su di sé compiti straordinari di cambiamento, di trasgressione dell’ordine vigente non più funzionante verso un nuovo ordine più equilibrato e pacifico. La risposta femminista la conosciamo da tempo: passare a una struttura di potere non più piramidale, forma tipica del potere fallogocentrico, a una più circolare, tondeggiante, ciclica o spiroide, grazie alla quale quella logica bellica non è semplicemente più possibile. La guerra maschile invece non serve altro che a dimostrare chi ha il potere più solido, la struttura più dura e forte – l’ennesima versione della gara tra lunghezze di peni così tipica della normale educazione al maschile. La ragione ci ricorda che è giusto distinguere tra chi ha aggredito e chi ha subito l’aggressione bellica, ma la storia del patriarcato ci ha già detto chi pagherà il prezzo di questa ennesima guerra fallica: la maggioranza delle donne ucraine che hanno scelto di vivere, già diventate stereotipo in tempo di pace bellica ma di manipolazione economica, che quando questa guerra finirà dovranno accollarsi anche la simpatia di chi gli farà immancabilmente notare che per loro sono morti soprattutto uomini, più le loro congeneri assimilate al militarismo machista.

L’inizio di un reale cambiamento, di una uscita dalla logica bellica patriarcale, sarebbero persone – ancora soprattutto uomini eterocis – che depongono le armi; persone – ancora e soprattutto uomini eterocis – che scelgono insieme di non usarle, proprio sapendo, nel caso degli uomini eterocis, che tutto il loro genere ne avrebbe comunque la peggio; la fine di una logica bellica sarebbero soprattutto uomini eterocis che vogliono smettere di essere carne da macello del patriarcato e del capitalismo, cominciando con lo smettere di fare guerra a chicchessia e smettendo di rendere schiavi di lavori disumani e di trattamenti disumani altri esseri umani. Non ci vorrebbero neppure i femminismi a far capire che queste sono le scelte migliori per il genere maschile; ma pare che invece servano ancora, anche per far capire agli uomini che dovrebbero cominciare a ragionare come genere il prima possibile, soprattutto per smettere di morire in tanti e male.

La guerra è binaria

Invece gli uomini continuano a ragionare come il genere; e al contrario di quello che si dice ormai da decenni sulla progressiva fine del patriarcato – la cui agonia, se è tale, pare già un po’ troppo lunga da sopportare – probabilmente, come accade da sempre alle strutture di potere, stiamo assistendo a una trasformazione del patriarcato. 

L’aumento di guerre e di logiche belliche, anche negli scontri verbali sui social network, sembra non il colpo di coda di un sistema morente, ma la spinta centrifuga alla ricerca di nuovi spazi e territori dove trasportare quelle logiche. Il patriarcato non sparirà come smette la pioggia, ma si tramuterà, come ben rappresentato dall’immagine di un esercito di donne, in una struttura apparentemente cambiata del tutto che invece continuerà a ripetere gli stessi funzionamenti, ennesima trasformazione di un patriarcato gattopardesco. Ilgenere che ancora si arroga il diritto di difendere la “sua” terra e le “sue” donne, vantandosi di andare a prendere “altre” terre e “altre” donne, spara castra e stupra affinché il cosiddetto “nemico” non si riproduca. Abbiamo immaginato la fine dell’orrore nucleare come il risultato migliore da raggiungere sulla strada della pace perpetua, mentre disinteressarsi dei problemi di genere ha prodotto più guerre e ancora più disumane delle decine di migliaia di vite polverizzate in una sola esplosione. Questa è già una trasformazione del patriarcato.

La legge marziale si rivela l’ennesima ipocrisia patriarcale: quelle misure straordinarie di sospensione delle leggi civili è fatta allo scopo di reificare una oppressione di genere che era già in atto – la guerra non fa che potenziarla in termini numerici e di velocità. Il corpo delle donne è da sempre “campo di battaglia”, e dare a quel corpo una divisa non cambia di una virgola la narrazione dispari in vigore già nel tempo “civile”. La piramide di potere continua ad avere alla base soprattutto chi non è maschio cisetero, anche in divisa, e l’incapacità più o meno consapevole da parte de il genere di sopportare il conflitto tra soggettività diverse, che con la loro sola presenza potrebbero riconfigurare la forma del potere, ha come esito la guerra. 

Il binarismo maschilista non sopporterà mai il conflitto, perché quest’ultimo potrebbe portare a una pericolosa redistribuzione negoziata del potere e della sua forma; la guerra invece assicura con certezza lo stesso risultato, che tu la vinca o che tu la perda: rimarranno degli uomini pronti a essere accolti da donne, il patriarcato vincerà comunque. Per queste ultime la pioggia non smetterà.

Pare che la frase “Non può piovere per sempre”, pronunciata da uno sfortunato attore in un celebre film anch’esso del ‘94 (The Crow) sia un riferimento a una frase contenuta in un romanzo dove di guerre, amori e circolarità inevitabili si parla ampiamente. Erano parole di Aureliano Secondo, in Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez: «non può piovere per tutta la vita». Quest’ultima pioggia dura in Ucraina dal 2014, e dal 24 febbraio 2022 si è fatta ancora più intensa. Spezzare questa ipocrita circolarità della legge marziale è compito anche e necessariamente maschile. Il che, oggi che la guerra in Ucraina è diventata lo sfondo di notizie di cronaca su stupri inconsapevoli e molestie entro i dieci secondi, suona come una sarcastica condanna. 

1 https://dizionario.internazionale.it/parola/marziale

2 https://www.dequo.it/articoli/legge-marziale

3 https://www.britannica.com/topic/martial-law. (traduzione mia)

4 Mikael Elinder, Oscar Erixson, Gender, social norms, and survival in marine disasters, in “PNAS” Vol. 109 n. 33 (2012). Consultabile qui: https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.1207156109

5 Lorenzo Gasparrini, Il testosterone è morto, ne annunciano la scomparsa le scienze umane, su ReWriters, Giugno 2021, https://rewriters.it/il-testosterone-e-morto-ne-annunciano-la-scomparsa-le-scienze-umane

6 Mi riferisco ai due noti gruppi – o forse due nomi per lo stesso gruppo ideologico – degli MRM (Men’s Right Movement) e MRA (Men’s Right Activist) che dagli anni ‘70, con prodromi storici ben documentati da quasi un secolo prima, alimentano una lotta antifemminista descrivendo il genere femminile come quello privilegiato e storicamente supportato da tutto il sistema sociale e culturale. Cfr. Heather McDonald, An introduction to Men’s Rights Activists (MRAs), “Security Distillery” May 2019, https://thesecuritydistillery.org/all-articles/an-introduction-to-mens-rights-activists-mras

7 Gianluca Ranzini, Perché dicono che la terra è piatta. Il nuovo fenomeno dei terrapiattisti spiegato in 20 punti, Centauria, Milano 2019. Un articolo che lo descrive si trova qui: https://www.focus.it/scienza/scienze/quando-e-nato-il-terrapiattismo

8 Adriana Cavarero, Per una teoria della differenza sessuale, in Diotima. Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Roma 1987, pp.43-44.

9 Jackson Katz, The Macho Paradox, Sourcebook, Naperville 2006, p.223 (traduzione mia).

10 Giuseppe Ricotta, Giuseppina Sola, L’integrazione delle donne nell’Esercito italiano tra shock culturale e cambiamento organizzativo. Uno studio di caso, in “Quaderni di sociologia” Vol 32/2003 Mutamento sociale e ruolo internazionale delle Forze Armate Italiane, pp. 80-97.

11 Stefania Bonaldi, Donne nell’esercito ai tempi delle nuove guerre, in “InGenere” (2015). Articolo consultabile qui:https://www.ingenere.it/articoli/donne-nell-esercito-ai-tempi-delle-nuove-guerre

12 Viola Brancatella, Il ruolo delle donne nelle forze armate è in aumento in tutto il mondo, in “FUTURAnetwork” (2022), consultabile qui:https://futuranetwork.eu/focus/533-3242/il-ruolo-delle-donne-nelle-forze-armate-e-in-aumento-in-tutto-il-mondo

13 Ora sul sito del Sole24Ore: https://stream24.ilsole24ore.com/video/italia/ucraina-videomessaggio-donne-ucraine-combattenti-distruggeremo-nemico/AEMpmgIB

14 Luce Irigaray, Sessi e genealogie, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007, p.22.

15 Alessandra Chiricosta, Un altro genere di forza, Iacobelli, Roma 2019, pp. 279-280. Da qui ho preso anche le precedenti suggestioni su Pentesilea e Camilla (pp. 84-104).

16 Ivi, p. 296.

17 Ivi, p.292. Il testo originale è Georges Dumézil, Le sorti del guerriero, Adelphi, Milano 1990.