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per amore del mondo Edizione 20 - 2024/2025

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Necessità con brio. Le pratiche artistiche femminili

Recensione a In 21 parole. Artiste che ridisegnano il mondo, un libro di Mariella Pasinati, Editore: Torri del Vento Edizioni di Terra di Vento; 2025

Concedetevi una pausa dalle calunnie e violenze che subissano la vita quotidiana e abbandonatevi agli immaginari delle artiste che Mariella Pasinati restituisce con spigliatezza e leggiadria di stile nel suo abbecedario fresco di stampa In 21 parole (Torri del Vento, 2025). Ne trarrete il benessere di un po’ di quiete, il ricupero di un ritmo interiore pacato, l’appagamento della curiosità intorno a disegni che per davvero ridisegnano il mondo – in breve, intorno alla rivoluzione che da più di un secolo le donne creatrici nel campo delle arti visive hanno compiuto e continuano a compiere.

Sulla copertina del libro campeggia un particolare dell’Alfabetiere murale (1976) di Tomaso Binga (nome d’arte di Bianca Pucciarelli Menna), la lettera Z, illustrata al pari delle altre lettere dell’«alfabeto vivente» da una posizione del corpo nudo della stessa artista, un corpo che è anche corpo della parola. Nello scorrere le pagine del libro questa Z mi rimanda per vie sotterranee all’ultima delle ventuno parole, vale a dire Zoo. Si tratta infatti dello Zoo fantastico di Annette Messager, l’ostetrica di chimere, «l’artista francese che ha fatto del gioco delle identità un marchio di fabbrica», sottolinea Mariella Pasinati.

Altro che imprese di conquista depredatoria! La sfida estetica di Annette Messager a partire dagli anni Settanta del Novecento, al pari di quella delle altre artiste riunite nel libro di Mariella Pasinati, consiste nel rendere dicibile l’esperienza umana femminile, una scommessa che va nella direzione contraria alla rapina e alla sopraffazione. La registrazione, la catalogazione, l’esplorazione di strati culturali solidificati connessi a «idee preconcette, narrazioni, miti e riti sociali» da lei messe in atto sono orientate a confermarne o sovvertirne i significati. I suoi materiali senza tempo appartengono all’opera delle donne: dal cucito alla maglia, dal ricamo alla stoffa, al velo… Negli anni a seguire l’assortimento si accresce fino ad annettere nelle installazioni «animali di stoffa, indumenti, reti, figure di gomma […], meccanismi cinetici» e via

via pupazzi infantili, album, animali impagliati, disegni e testi di documentazione, elementi a parete, ricette, frammenti di corpo, piccoli acquarelli, matite colorate, oggetti ibridi, piume…

A fare da complemento costante al corredo di materiali e immagini dell’artista bricoleuse e truqueuse è la parola, la cui manipolazione conduce all’«integrazione pittura-scrittura tipica della sua opera». L’ironia e l’acume di Annette Messager sottraggono consistenza al bagaglio di rappresentazioni misogine, identità e ruoli prefissati, prescrizioni mortifere, desideri congelati, in un gioco di desemantizzazione e risignificazione spiazzante che svela il meccanismo compulsivo che comporta trofei e vittime, non unicamente nei campi di guerra. L’opera dell’artista francese si rivela come gioco necessario che sbilancia e libera, direi quasi con brio, l’esperienza umana femminile, e quindi l’esperienza umana di uomini e donne.

È per l’appunto questo gioco necessario ad emergere in tutta la sua potenza creativa dai testi di Mariella Pasinati, la quale ci accompagna con garbo nella multiforme e variegata pratica delle artiste prese in esame. Ad esempio, là dove guida nell’esperienza dell’inaddomesticabile Antonietta Raphaël, in particolare nella lettura della grande tela Concerto: «Vi dominano alcuni tratti peculiari del suo linguaggio visivo quali lo spazio incantato e privo di profondità, l’uso di colori intensi e accesi, a volte vistosi e dissonanti, sempre vitali, pieni di fulgore e vivacità: un’arte intesa come energia. Un’energia che deriva dal continuo dialogo dell’artista con se stessa e che si rinnova ogni volta nell’incontro con nuovi luoghi…». Poche righe senza sbavature, che colgono nel segno e attivano in chi legge il desiderio di ulteriori incontri ravvicinati con l’opera di questa grande artista che ringraziava il Signore di averla fatta nascere donna. Nascere donna è infatti una fortuna non solo per sé ma per l’intera umanità e, quando una donna lo percepisce fino in fondo all’essere e ne prende coscienza, tutto, proprio tutto, si sostanzia di una nuova luce.

Con sguardo non offuscato possiamo dunque cogliere l’impronta dell’atto creativo della scultrice Louise Nevelson fondato sulla relazione – «io che parlo al legno e il legno che mi risponde» – e il tratto distintivo del processo di creazione segnato da doglie psichiche «che portano a compimento la difficile opera del mettere al mondo l’opera». Possiamo lasciarci sedurre dalla parola filo che illustra la rarefatta consistenza della materia e addentrarci nelle pagine dedicate alla ricerca estetica e poetica volta alla non finitezza, all’indeterminatezza, alla precarietà di Marisa Merz, i cui disegni, sculture, installazioni-ambiente racchiudono un senso segreto e incantato dischiuso a dimensioni senza/fuori dal tempo.

Alle genealogie simboliche in quanto condizione necessaria per la sopravvivenza spirituale di noi donne e dell’umanità intera s’indirizza fin dai primi lavori Miriam Schapiro che nel corso degli anni, scoperta la relazione con l’esperienza quotidiana femminile, approfondisce «la ricerca di principi estetici e pratiche metodologiche capaci di rendere, in termini visivi, le istanze politiche femministe, oltre che l’indagine su di sé e sulla propria esistenza e identità di donna e artista»,  scrive Pasinati. L’esperienza estetica di Mirella Bentivoglio nel suo roteare intorno a tre simboli – uovo, albero, libro – conduce in un mondo di griglie e di meraviglie. «Uno dei primi prodotti è l’opera grafica del 1966 HO=gabbia, che visualizza l’idea di possesso», con il grafema H che definisce e delimita uno spazio senza via d’uscita e la O che invece evoca l’apertura, passando quasi dalla lettera muta acca che denota l’astrazione alla materica sonorità della lettera O. Una serigrafia del 1973, E=congiunzione, dà espressione visiva all’idea del legame necessario con l’altro «nella concatenazione delle forme che si incastrano l’una nell’altra». Avvincente il percorso di Bentivoglio tracciato dall’autrice di In 21 parole che evidenzia i rimandi e significati plurimi a livello simbolico della O – origine, zero, vuoto/pieno, nulla/tutto, infine immagine dell’uovo. Si pensi all’Ovo di Gubbio, la prima struttura in Italia che adorna un paesaggio urbano con una immagine simbolica del femminile. Per di più, in uno dei frammenti di pietra del suo rivestimento si legge l’iscrizione All’adultera lapidata, che esplicita «la combinazione fra l’uovo, simbolo di vita, e la pietra, arma di morte nella pratica patriarcale della lapidazione».

È impossibile in questa sede completare la rassegna delle donne creatrici nell’ambito delle arti offerta da In ventuno parole, un libro da assaporare a poco a poco, se si desidera fare delle scoperte sulle artiste che ridisegnano il mondo e se si condivide l’invito ad entrare nell’opera, alla relazione – obiettivo primario di Carla Accardi, il cui percorso è individuato dalla parola segno.  Un invito che Mariella Pasinati rilancia nella consapevolezza che l’arte «non può cambiare il mondo ma può mutare la coscienza di uomini e donne che potrebbero cambiarlo».

 

Articolo pubblicato su:                                                                                                                          

https://www.palermotoday.it/eventi/presentazione-libro-21-parole-palazzo-riso-6-marzo-25.html