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per amore del mondo Edizione 20 - 2024/2025

Grande Seminario 2023 - Trame invisibili della realtà contemporanea

Natalità e nascere umano

«La mia tesi è quella che si deve credere nel futuro, le famiglie devono credere nel futuro e quindi il tema della natalità è un tema importante perché con questi tassi di fertilità del paese il sistema pensionistico non regge e neppure il Pil», lo ha detto Giorgetti, ministro dell’Economia e delle finanze. Sottolineo il tono perentorio e astratto di quel “dover essere”.

Nel 2021 è nata la Fondazione per la natalità con la finalità di organizzare ogni anno gli Stati generali della natalità, oggi alla terza edizione, molto frequentata da personaggi illustri.

E l’attuale governo, come sapete, ha voluto il Ministero per la Famiglia, la Natalità, le Pari Opportunità, guidato da Eugenia Roccella, e non manca l’occasione di sostenere chi pretende di dire alle donne cosa fare della propria vita e del proprio corpo, rincorrendole fin dentro i Consultori.

La natalità è dunque al centro dell’attenzione politica nazionale e sovranazionale, e non certo da oggi. E oggi nella propaganda aperta dal nostro governo si inserisce anche Elon Musk, con il piglio dell’influencer tuttologo, a incitare anche in Italia a fare più figli.

Il fenomeno della denatalità non può prescindere da una prospettiva interpretativa che parta dalle donne, da ciò che possono pensarne, dirne, come coloro che determinano il fenomeno stesso e sono titolari di quell’esperienza di vita che ad esso ha portato e sta portando. 

Un primo elemento da sottolineare, tuttavia, è il relativo silenzio delle dirette interessate su questo tema, la scarsità delle interlocuzioni con le ultime generazioni femminili miranti a dar voce alla loro soggettività sul tema del procreare, ma anche lo scarsissimo ascolto prestato dalla politica istituzionale, dalla cultura alta e dai media, anche lì dove le donne, in varie forme (anche solo attraverso i loro comportamenti) hanno parlato. Come se la cosa non le riguardasse e la natalità fosse una questione oggettiva e neutra da affrontare. 

E, come accade per diversi fenomeni sociali, si continuano a produrre letture, interpretazioni, decisioni politiche, un vero e proprio immaginario, a prescindere da ciò che i soggetti desiderano, sentono, pensano e sanno.

Invito dunque a interrogare seriamente il relativo silenzio femminile sulla decrescita demografica, guardando ad esso non come a un’assenza, a un vuoto, ma come a un’obiezione che non trova spazio e parola per dirsi, anche a causa di un troppo pieno di parole maschili, che all’esperienza, ai desideri, alla verità profonda delle donne non corrispondono. Un’obiezione che è anche un giudizio indiretto sulle forme attuali del vivere sociale, sulle sue inaccettabili priorità, e sul disordine del mondo.

Già i comportamenti parlano, se sappiamo ascoltarli. Le pratiche femminili di limitazione della fecondità, in particolare negli ultimi decenni, si devono accogliere in una lettura complessa, un primo elemento della quale è riconoscere che un certo numero di donne si orienta per il no, anche a causa del dilazionare il concepimento in età sempre più avanzata. Perché, in fondo, e lo sappiamo anche se tendiamo a dimenticarcene, i figli di per sé verrebbero, se c’è la possibilità biologica di averne: bisogna che si creino le condizioni per non averli, e questo è un fatto relativamente nuovo del genere umano almeno nelle proporzioni attuali. Per contro, è una verità sotto gli occhi di tutti che le donne continuano a generare, anche in condizioni difficili, perfino estreme come le guerre, e il desiderio di maternità non si è spento ma sembra seguire un’intima saggezza accettando anche l’imprevisto.

Chi ha il compito di produrre pensiero e simbolico nella nostra società, chi ha il compito di elaborare decisioni e strategie politiche, non può dimenticare che la mediazione di una donna è decisiva per mettere al mondo, dal punto di vista non solo biologico (almeno fino ad ora), ma anche di quel complesso processo corporeo, psichico, affettivo, relazionale, esistenziale, che è il mettere al mondo, per non parlare della genitorialità, e di starvi.

Si dimentica la prima grande asimmetria tra i sessi, che consiste nel fatto che un uomo ha bisogno di una donna – di un corpo femminile, non riducibile a contenitore biologico o a oggetto sessuale-  non solo per venire al mondo, ma anche per generare, per diventare padre.

È forse la rimozione di questa asimmetria che spiega l’eccesso di parola maschile sulla nascita o non nascita, e il tentativo costante, anche se variabile nel tempo e nello spazio, di controllare il corpo femminile nella sua potenza/potenzialità generativa, oggi riducendolo al terreno di un agire razionale, e pretendendo dalle donne una progressione lineare, priva di scarti e incertezze, tra motivazione, scelta, decisione sull’”oggetto-figlio”. Una presa di parola e di iniziativa maschile, ora sostenuta anche da donne che hanno incarichi politici importanti, una presa di parola unidirezionale e oggettivante sulla necessità di incrementare la natalità “per la patria” o per ragioni di bilancio, senza vero ascolto della realtà dei soggetti in gioco.

Le politiche di controllo della sessualità/fecondità femminile, sia quelle incentivanti la limitazione delle nascite, sia quelle pronatalistiche, hanno sempre conosciuto scacchi sui tempi lunghi (v. Cina), e le scienze demografiche rischiano errori non secondari per il fatto di non assumere nel proprio quadro interpretativo l’ipotesi della libertà femminile. Scacchi ed errori che avvengono ogni qualvolta non si fanno i conti fino in fondo con l’impasto soggettivo, spesso ambivalente ed enigmatico, e certo non linearmente governabile, di libertà e necessità, di inconscio e razionalità, di bisogno e desiderio, di illusioni e aspettative, vero motore dell’agire individuale e sociale. Due fenomeni del nostro tempo, entrambi, pur nelle loro specificità, fonte di preoccupazione politica e scientifica, ce lo confermano quando ci rivolgiamo ad essi con domande riduttive e semplificanti quali: come arrestare la diminuzione delle nascite nel mondo occidentale e in particolare in alcuni paesi come il nostro, e come arrestare il flusso continuo delle migrazioni planetarie che rischia di sconvolgere gli equilibri mondiali? Come mettere sotto controllo corpi-menti di donne e uomini spinti dal desiderio, dalla necessità, dalla speranza? Fenomeni imprevisti, che segnalano un’eccedenza, quasi l’impossibilità di un addomesticamento. 

Due fenomeni, questi, di frequente interconnessi nel dibattito politico sul declino demografico italiano e europeo, almeno da parte di chi paventa cambiamenti radicali del tessuto storico-culturale occidentale, fino al suo possibile tramonto, dovuto all’avanzare inarrestabile di altre culture. L’attuale governo parla ormai ricorrentemente del pericolo di sostituzione etnica, dunque è ben lontano – come del resto lo sono stati anche i precedenti di centrosinistra-  dal pensare ad esempio allo ius soli o allo ius culturae come antidoto al declino demografico, oltre che come misura di giustizia e di civiltà. E c’è chi, in una fantasiosa prospettiva millenaristica alimentata da una visione dicotomica bene/male, arriva perfino a ipotizzare la scomparsa della specie umana sul pianeta, non solo a causa della crisi climatica, ma nell’ipotesi di uno stabilizzarsi nei nostri paesi di immigrati di altre culture, che, pur caratterizzati ora da un’alta fecondità, assumerebbero successivamente i modelli  di  fertilità occidentali. Mi sembrano, queste, posizioni non solo di radicale sfiducia nelle potenzialità di incontro/scambio/contaminazione tra culture diverse, oltre che di sottovalutazione della pericolosità di una popolazione mondiale vicina ai 9 miliardi in un pianeta limitato e sempre più sfruttato, ma anche di disconoscimento della centralità delle donne (che infatti non vengono mai interpellate), della loro capacità di autoregolazione e di ascolto del proprio desiderio, favorita dalla relazione con altre donne.  

Ci sono problemi che non si possono risolvere se non con uno sguardo che vada al cuore di una verità profonda, e forse ci sono problemi per i quali non esiste nell’oggi una soluzione, ma per i quali vale la pena di cominciare ad aprire un orizzonte e di aspettare che le trasformazioni stesse portino la chiave per una soluzione, dando nel frattempo un senso, un senso positivo e non distruttivo, a ciò che accade mentre accade, ma anche tenendo continuamente presente la faccia in ombra di ciò che avviene: e non cessando di ricercare e di dire il cambiamento soggettivo nei mutamenti in atto, il senso che prendono o possono prendere per le persone.

Penso ad es. a un imprevisto politico di matrice femminile che ha sottratto all’invisibilità una realtà dolorosa, un imprevisto che ha contribuito ad allargare il senso del reale. E’ notizia di questi giorni che la psicologa e attivista Lyberth di etnia inuit insieme a una sessantina di donne ha intentato causa al governo danese e chiede un risarcimento materiale e simbolico. Tra gli anni ’60 e ’70 in Groenlandia a lei e ad altre 4500 ragazzine di etnia inuit durante una visita medica scolastica obbligatoria sono state impiantate senza consenso e senza spiegazioni spirali contraccettive che in molte hanno provocato, oltre allo shock, problemi di salute e infertilità. Il violento protocollo faceva parte di un piano della civile Danimarca per controllare le nascite nelle popolazioni indigene e risparmiare sul welfare. Un piano che in pochi anni ha dimezzato il tasso di natalità dell’isola più grande del mondo, dapprima colonia danese e oggi parte del Regno di Danimarca. E’ come se la potenzialità generativa e creatrice di queste donne ormai in età avanzata avesse dato ali alla loro forza non tanto di avanzare una rivendicazione, quanto di dare nome e luce a una verità che riguarda tutti condividendo pubblicamente le ferite inflitte alla loro carne e ai loro sogni.

Il fenomeno della rarefazione delle nascite, fino a toccare tassi di natalità (1,2) preoccupanti per l’opinione pubblica, per  demografi, economisti e governanti, è aumentato negli ultimi decenni. E donne che vivono il femminismo o ne sono state influenzate, che hanno introiettato il senso della maternità non come destino biologico o obbligo sociale ma come scelta libera, sapendo slegare sessualità da concepimento, dicono di trovarsi in un vuoto di parole e di pratiche sulla maternità e di necessitare un confronto maieutico tra donne[1]. Chi ci ha governato negli ultimi decenni, e ancor più oggi, nonostante l’enfasi retorica sull’inverno demografico, ha previsto misure politiche al ribasso, assistenzialistiche, a favore della natalità, come i bonus e gli incentivi monetari, una vera elemosina, e scarse politiche di conciliazione che non modificano gli assetti  materiali e valoriali dell’ordine sociale esistente e oggettificano le donne e le loro vite parlando a nome loro, senza ascoltarle. Ma intanto cominciano ad alzarsi voci di giovani donne che dicono la verità. Penso a un breve scritto, presentato a un incontro di Diotima da Maria Livia Alga, Le onde del desiderio. Forme e immaginari della maternità contemporanee, e penso a una studentessa di Scienze infermieristiche che ha rilasciato un’intervista per un quotidiano nazionale e dice: «In questo paese la gravidanza è considerata una malattia, che per di più ti sei inflitta da sola. Sei incinta? Bene, ora devi fare la mamma e nulla più». Giovani donne che reclamano la possibilità di tenere insieme l’essere donne e l’essere madri, per chi lo desidera, e denunciano  l’università come sistema che esclude questa possibilità almeno nei corsi di studio come ad esempio Medicina, che prevedono tirocini e frequenza obbligatoria, che però sono tra i più scelti dalle giovani donne. E’ l’università perciò che deve cambiare, non loro e il loro desiderio. Anni fa il Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano ha prodotto una pubblicazione dal titolo Il doppio sì, titolo che riprende il desiderio espresso da molte donne partecipanti agli incontri di non rinunciare a tenere insieme maternità e lavoro, e propone trasformazioni dei luoghi di lavoro e di vita orientate da questo desiderio. E’ un modo per sottrarsi alla colpevolizzazione delle donne e al senso di irrealtà indotto dai modelli sociali e dalle interpretazioni correnti. Ricordiamoci quanto scrive Clarice Lispector all’inizio del suo viaggio allucinato dentro una stanza, che la porterà dolorosamente alla ricerca della sua voce: «creare non è immaginazione, è correre il rischio grande di accedere alla realtà», una sorta di trascendenza che la farà arrivare alla coscienza che «Il mondo intero deve cambiare perché possa esservi inclusa.»[2]

Una differente natalità

Occorre dunque riprendere il filo di ripensare la nascita in una prospettiva di cambiamento radicale. Un filo che il femminismo della differenza ha da molti anni seguito, anche se in modo intermittente: pensiamo all’elaborazione dell’ordine simbolico della madre e della centralità della relazione materna al tempo stesso simbolica e reale, corpo e linguaggio, donazione di vita e parola insieme, fuori dunque dalle varie ideologie del maternalismo e della naturalità[3]. Un filo che tuttavia oggi va ripreso in presenza dell’imporsi del paradigma della parità che ingloba tutte le differenze cancellando l’essere donna come differenza originaria significante (la parola “donna” sostituita da “persona con utero”). E va ripreso di fronte al delinearsi del post-transumano, e soprattutto alla luce del nuovo simbolico surrettiziamente circolante in forza delle biotecnologie e delle nuove tecnologie riproduttive inglobate nell’economia di mercato. Non parlo dunque di natalità in senso demografico, o solo biologico, ma di nascita come tratto ineludibile della condizione e della civiltà umana e come categoria centrale del pensiero politico.

In questo compito di continua sottrazione del simbolico della nascita alle interpretazioni correnti che si susseguono mortificandone la potenza creatrice e trasformatrice, ci aiuta ancora l’opera famosa di Adrienne Rich, Nato di donna[4], del lontano 1976, che ha distinto tra maternità come istituzione e maternità come esperienza viva, libera, anche oscura e contradditoria, e mai compiutamente rappresentabile. Cito l’incipit e la conclusione di quest’opera:

«Tutta la vita umana nel nostro pianeta nasce da donna. L’unica esperienza unificatrice, incontrovertibile, condivisa da tutti, uomini e donne, è il periodo di mesi trascorso a formarci nel grembo di una donna… tutti noi abbiamo le prime esperienze di amore e di delusione, di potere e di tenerezza, attraverso una donna. Per tutta la vita e persino nella morte conserviamo l’impronta di questa esperienza. Eppure stranamente c’è ben poco materiale che ci aiuta a comprenderla e a servircene.» E conclude: «Dobbiamo immaginare un mondo in cui ogni donna è il genio tutelare del suo corpo. In tale mondo le donne creeranno autenticamente nuova vita, dando alla luce non solo figli (se e come lo vogliono), ma le visioni e il pensiero necessari a sostenere, confortare e modificare l’esistenza umana: un nuovo rapporto con l’universo.»

Pensatrici come Arendt e Zambrano, pur con percorsi diversi, hanno segnato una preziosa discontinuità con lo schema maschile-misogino della tradizione occidentale che fin dall’antichità greca si è costruita sulla centralità della morte, gettando nell’insignificanza la nascita da madre e concependo gli umani come mortali che vengono dal nulla e ritornano al nulla.

Riscattando la nascita, in Chiari del bosco Zambrano ci ricorda: «Chi si concede all’esistere dimenticandosi di quanto deve alla nascita giunge fatalmente alla lotta. E la lotta, di necessità,… si volge in agonia, in vera agonia, perché è impossibile abolire la nascita e la sua promessa».[5]  Oggi, in tempi di necropolitica (lo vediamo con le guerre dilaganti e la violenza del potere) queste parole risuonano nella loro dirompenza.

Ed è tanto più urgente togliere dall’ombra questa verità e accogliere l’istanza di molte di ripensare tutto dall’inizio. Penso ad esempio alla filosofa-teologa Ina Praetorius[6], che a partire dall’inizio, la nascita, ha aperto la prospettiva dell’economia della natalità di contro all’economia capitalistica di mercato, superando molte dicotomie in cui ci ha imprigionato l’ordine storico e attuale occidentale, tra cui le dicotomie corpo/mente, natura/cultura, produzione/riproduzione. E se oggi la riproduzione tende ad essere inglobata nella produzione, in un’economia di mercato disumanizzante, a maggior ragione va ripensata la nascita dall’interno della nostra esperienza umana soggettiva, fuori da idealizzazioni e riduzionismi e con la necessaria libertà.

E’ quanto ci invita a fare un importante libro di una filosofa, Rosella Prezzo, Trame di nascita[7], che, tornando all’origine dell’umano, alla venuta al mondo che ci riguarda tutte e tutti, propone un’altra finitudine, non la morte ma la natalità, e gli umani come esseri natali, ricordando che mentre la morte può coglierci nella solitudine, la nascita non ci vede mai soli. 

Una rivoluzione di senso e una prova di realismo femminile.

Ripercorrendo le vicende del paradigma della mortalità che ha dominato la cultura occidentale e prendendone le distanze, in questo libro vengono messi in luce i tratti essenziali della nascita e di una nuova configurazione dell’umano con un pensiero illuminante che non pretende l’impossibile dell’assoluta chiarezza.

Al primato della capacità generativa femminile, con o senza maternità, si lega un paradosso che la razionalità calcolante maschile non può accettare e sciogliere, il paradosso del due in uno: è il miracolo umano della nascita che “unisce separando e divide unendo”, una condizione che le donne sanno vivere come più propria e più intima e che solo una ragione sensibile, poetica e immaginativa può accogliere, tra sogno e realtà. Questo necessario tessuto relazionale a due, fatto di scambi corporei, sensoriali, e dialoghi interiori, che favorisce l’ospitalità ed esclude la proprietà, rappresenta la smentita dell’Io sovrano, di quella presunzione di autocreazione e di autosufficienza che ha sostenuto l’incedere di gran parte del mondo maschile nella storia, e che nel tempo presente si è radicato quasi in modo irreversibile nel modello iperindividualistico del vivere comune, in quell’ideale di essere manager di se stessi in perpetua competizione con altri, che forse nasce dalla vergogna di non essersi fatti da sé e che non di rado sta contagiando anche il mondo femminile.

Con la venuta al mondo, che è sempre co-nascita e matrice di riconoscimento dell’alterità, irrompe il nuovo della singolarità irriducibile di ciascuna/o, un inatteso che anela all’apertura e può riaprire la storia e la convivenza aprendosi alla sua libertà insieme con altri: è l’incipit vita nova di Zambrano.  Del resto il fatto che “l’ospite più atteso”[8], per quanto lungamente atteso, sia sempre sconosciuto e imprevedibile nella sua unicità, eppure rappresenti una promessa, diventa paradigmatico di una nuova visione, anche politica, della vita umana, in cui l’imprevisto sia accettato come sua componente costitutiva, promettente.

Questo venire al mondo in relazione, questo co-nascere in una relazione asimmetrica ma feconda, orientata ai bisogni del nuovo nato, ma anche attenta alla sua spinta vitale innovativa, può configurare, oltre a nuove forme di pensiero, anche nuove forme di politica orientata al necessario riconoscimento dell’alterità, al bisogno che abbiamo di legami di fiducia e di relazioni orientanti, alla com-passione, alla collaborazione non superficiale e strumentale, per un mondo comune e una nuova civiltà. Da lì possiamo anche imparare che vulnerabilità e potenza possono coesistere in una forza creativa e desiderante che eccede l’ordine dato e il linguaggio  razionale, una sorta di inaddomesticabile e di sacro di cui non si può dire tutto perché c’è sempre un resto che rimane nell’ombra ma agisce. Da qui anche il carattere perturbante dell’esperienza della maternità per chi la vive in prima persona, ma pure per chi ha occasione di avvicinare e accompagnare una donna gravida. 

Chiara Zamboni ri-concettualizza la nascita come dono non gratuito della madre: «L’inizio della vita è sotto il segno dell’abbondanza e il dono della parola è quello che reca con sé il contrassegno umano. Il linguaggio dominante non riconosce questo. Esso interpreta in modo interessato e non innocente l’atto di mettere al mondo come un gesto non tanto di abbondanza, quanto un gesto gratuito, che non crea vincolo. La madre che apre alla vita e alla parola lo farebbe gratuitamente, per un istinto materno-sacrificale, nel quale essa si annullerebbe. Nell’annullarsi di lei, la nuova vita sarebbe allora a disposizione della società. Non porterebbe con sé il segno della relazione con la madre. In questa prospettiva ogni individuo verrebbe al mondo come unico e libero da legami»[9]. Nella “culla di parole” (ancora espressione di Zamboni) oltre che di carne in cui veniamo al mondo nell’opera a due, abbiamo imparato il senso relazionale della libertà, una libertà consapevole dei suoi vincoli, a partire dall’origine, l’essere venuti al mondo come fatto che non dipende da noi, che sfugge al nostro controllo ma ci è dato (Arendt), a cui però possiamo dare, abbiamo cercato di dare un senso libero: e questo dipende da noi.  Il femminismo della differenza ne ha fatto tesoro mettendo al mondo nuove formae mentis e pratiche inedite ed efficaci. E ci ha fatto riconoscere la centralità umana e politica della relazione, l’impagabilità del gesto femminile del mettere al mondo, impossibilità della sua riduzione a merce di scambio nel mercato economico e politico, l’impossibilità di una sua riduzione all’astrattezza dei linguaggi della politica e delle tecnoscienze, alle loro categorie mentali.

Trame di una nascita normata

Oggi cominciamo a riconoscere i cambiamenti avvenuti nel territorio della nascita negli ultimi decenni quasi in sordina, quasi nell’invisibilità, in forza delle biotecnologie e delle tecnologie della riproduzione. Cambiamenti che ci hanno trovato impreparati, forse anche perché fatti passare come nuove terapie, e sulle terapie non si discute. Autrici come Barbara Duden e Rosella Prezzo hanno registrato, con approcci diversi, la deriva in atto, scegliendo fili diversi che ci aiutano a vedere la trama del nuovo che avanza, una biopolitica con cui dobbiamo confrontarci.

Duden[10] ha argomentato il declino dell’esperienza corporea affidata ai sensi con l’avanzare della genetica e delle tecniche diagnostiche che modellano la percezione corporea sul linguaggio del rischio e della probabilità e inducono la richiesta di un controllo sempre più fitto, gestito dai tecnici, pena la colpevolizzazione preventiva di fronte alle scelte offerte, scelte comunque già date. Con la conseguenza di esautorare la competenza personale, il sapere derivante dall’esperienza sensibile, e di espropriare il corpo femminile e disumanizzarlo. La gravidanza è diventata un processo supervisionato dello sviluppo del feto, si è trasformata in un meccanismo riproduttivo, e la donna ridotta ad un ambiente uterino da rendere sempre più trasparente con le tecnologie, pensiamo ai vari test e all’ecografia, e dipendente dalle continue verifiche tecnico-mediche. L’onnipresenza di schermi che indagano l’interno del corpo, la statistica, gli algoritmi, nella pretesa di esercitare un pieno controllo prendono il posto dell’autopercezione, dell’ascolto intimo che accetta l’invisibile, la vulnerabilità, e sa nutrire il senso del mistero. E questo mina profondamente la fiducia in se stesse, la capacità di fidarsi del proprio corpo e di ciò che ciascuna sente e ‘sa’ di sé, e rende dipendenti dalla competenza specialistica. Duden evidenzia gli effetti simbolici creati dalla genetica e dalle biotecnologie nel giro di poche generazioni: il cambiamento della soggettività, una soggettività decorporeizzata, e il cambiamento dell’orientamento nel mondo. E oggi il desiderio e l’esperienza femminile di mettere al mondo devono confrontarsi sempre più con il principio di prestazione, con la paura di commettere errori, con la pressione verso la perfezione illusoria. L’intensive parenting,  dilagante ai nostri giorni come ideale normativo, inizia quasi fin dal concepimento, così come il ricorso alle consulenze degli esperti per qualsiasi problematica, piccola o grande.  

Nel capitolo del suo libro, dal titolo di evocazione benjaminiana, Nascere nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Rosella Prezzo ci invita a ripensare la nascita, l’altra finitudine umana, alla luce delle rivoluzioni degli ultimi anni, che ne hanno minato l’aura e messo in discussione la certezza di chi è la madre: l’ingegneria genetica, le tecniche di riproduzione come l’inseminazione artificiale, la selezione prenatale, la gravidanza per conto terzi che segna la scissione tra procreazione e gestazione e lo spezzettamento del processo della nascita insieme all’aumento smisurato dei diritti, tra cui il diritto di avere figli. In definitiva la riproduzione trasformata in produzione e la manipolazione della vita in mano di pochi e dettata dal profitto. E segnala una saldatura tra le antiche mitologie e filosofie occidentali di stampo maschile, che hanno cancellato il venire al mondo da madre, e la nostra contemporaneità. L’utero artificiale, già una realtà avanzata, riattualizza l’antico sogno maschile di estromettere le donne dalla nascita e farsi artefice prometeico della vita.

Non si tratta di rifiutare tout court gli avanzamenti della scienza, ma di non trovarsi impreparate a valutarne rischi e benefici e le ricadute simboliche.

Di fronte al disordine fattuale e simbolico attuale, occorre ripartire dalla nascita e ripensarla come finitudine che è apertura del possibile, un diverso modo di considerare l’umano e i suoi legami di convivenza. A partire anche dal desiderio di mettere al mondo: perché troppi sono i messaggi e le pulsioni di cui le donne sono investite socialmente, il cui contenuto tendono a interiorizzare in termini di eccesso di doveri ed eccesso di illusioni. E troppe e contradditorie sono le direzioni di libertà tra cui scegliere. Occorre allora autorizzarsi ad uscire dagli schemi programmatori con cui la nostra società confida di securizzare ogni decisione umana, a svincolarsi dal principio di prestazione di cui le aspettative sociali investono anche il far nascere e crescere inducendo un senso di inadeguatezza in chi decide di generare, e ad assumere invece, in prima persona ma non da sole, al contrario in relazioni di fiducia e di senso soprattutto tra donne, la responsabilità, l’imprevisto, ma anche la creatività, la bellezza e la grandezza del mettere al mondo un figlio, una figlia, di entrare in un progetto di vita che trascende la propria singolarità, sapendo rinnovare il gesto femminile di fiducia e di abbondanza non calcolata che è il mettere al mondo.


[1] cfr. Maternità femministe, DWF, n. 3-4, 2020.

[2] Clarice Lispector, La passione secondo GH, La Rosa, Milano 1982, p. 14 e p.5.  

[3] v. Adriana Cavarero, Dire la nascita, in Diotima,  Mettere al mondo il mondo, La Tartaruga, Milano1990, pp.93-121, e Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991 (2006, 2022).

[4] Adrienne Rich, Nato di donna, ed. it. Garzanti, Milano 1977 (1996).

[5] Maria Zambrano, Chiari del bosco, trad.it., Feltrinelli, Milano 1991, p. 26.

[6] Ina Praetorius, Penelope a Davos. Idee femministe per un’economia globale, Quaderni di Via Dogana, Milano 2011.

[7] Rosella Prezzo, Trame di nascita, Moretti&Vitali, Bergamo 2023.

[8] Silvia Vegetti Finzi, L’ospite più atteso, Einaudi, Torino 2017.

[9] Chiara Zamboni, Parole non consumate, Liguori, Napoli 2001, p. 129.

[10] Barbara Duden, I geni in testa e il feto nel grembo, ed. it., Bollati Boringhieri, Torino 2006.