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per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Filosofe

Mancanza e riapparizione. L’esaltazione di ambivalenza e paradosso in Anna Maria Ortese

«Oh emptiness, tell me about your nature maybe I’ve been getting you wrong. I cover you with questions, I cover you with explanations, I cover you with music».

Sempre più nelle mie letture mi trovo a ricercare un luogo dove solitudine e tristezza, che spesso mi ritrovo a dover sopportare, possano incontrare interlocutrici che sono state in grado di fare della propria una solitudine preziosa e creativa popolata di fantasmi. Una di queste è stata per me Anna Maria Ortese. Come scrive Pietro Citati della scrittrice nella postfazione all’Iguana: «Molta letteratura nasce dalla solitudine. Ma di rado ho avvertito una solitudine così profonda, così disperata, così assoluta come quella che distrugge e difende Anna Maria Ortese».  E poco più avanti così continua: “Dello scrittore romantico, Anna Maria Ortese ha tutto: un ardore, un fuoco incontenibile, a cui la letteratura non sembra bastare: gli opposti abissi di tenebra e di eterea letizia: un lieve delirio, che sfuma le sensazioni; il dono di cogliere il reale e l’irreale appena si producono”[1].

Mi sento molto vicina a queste parole sentendomi spesso pervasa dalla sensazione di solitudine, in particolar modo quando patisco forti le contraddizioni che attraversano la mia esperienza, forse perché l’atteggiamento primo che si verrebbe a creare sarebbe quello di riempire tale senso di vuoto percepito ad ogni costo, sia con le parole, con la musica, con domande o spiegazioni, di risolvere tali contrasti e arrivare a una soluzione. Ma se spesso in queste ambiguità non vi è nulla di esorcizzabile o sondabile del tutto, ecco che se ne patisce il peso e quella sensazione di desolazione estenuante e tristezza da esse può fuoriuscire. Mi rendo conto che questo senso di solitudine e fallimento che negli ultimi anni mi si sono presentati sempre più frequentemente, hanno invaso molti ambiti della mia vita. Quello lavorativo in primis, che recentemente ho sofferto più di tutti, mi deriva dall’aver percepito lo strazio del lasciare un lavoro che stava diventando troppo pervasivo, quando ho sentito l’ambivalenza intrinseca che tiene assieme la rassegnazione, quel senso di fallimento e di delusione che caratterizzano una promessa disattesa nella quale vi era da parte mia, oltre lo sforzo fisico, un grande investimento affettivo, e dall’altro un sentimento di grande riscatto che mi ha portata ad allontanarmene. Ho sperimentato l’ambivalenza di quei luoghi di lavoro nei quali viene fatto credere di far parte di una famiglia, e la conseguente delusione nel ritrovarsi alla fine a osservare ciò che ora mi pare più visibile: che si rischia di cadere in un grande tranello quando si accostano lavoro e famiglia, quanto è complicato intrecciare amore e lavoro, dove implicita passa quella narrazione che ormai ci è sempre più familiare del sacrificio in nome dell’amore. Mi ha illuminata in tal senso la partecipazione di Linda Bertelli al seminario di Diotima con una relazione dal titolo Desiderare il lavoro, lasciare il lavoro.

Ho toccato infatti con mano quella percezione contrastante, ben descritta da Bertelli, di sentirsi una “traditrice” se si lascia il posto di lavoro e allo stesso tempo la voglia di cambiamento e di rivalsa ai quali mi portava il sentirmi facilmente e immediatamente sostituibile, in un’ottica di mercato capitalista, in quanto, pare, non ci sia più un’arte da insegnare a qualcuno, come invece si auspicava Simone Weil quando affermava che “il lavoro che radica è quello che è insegnato con arte”.

Un altro luogo di contrasti è stato per me quello delle relazioni d’amicizia, in quanto esperisco spesso forti i conflitti con le relazioni affettive che mi circondano, in particolar modo amicali, nelle quali un forte senso di stima reciproco può da un momento all’altro diventare contrasto e competizione: è questo percepire il corpo-a-corpo con l’altra?

 Quello infine dello studio, della lettura, della scrittura e della creatività in generale, che in me si manifesta spesso sottoforma di espressività musicale, esperienze che, da quando ne ho conoscenza, ho sperimentato essere fatte di momenti assai contrastanti, di lassezza, di mancanza di ispirazione, inerzia e da momenti di forte concentrazione e intuizione di genio. È una sensazione particolarmente struggente quella della momentanea incapacità di creazione, dell’aridità di ispirazione per una persona che almeno una volta ne ha sperimentato il sorgere brulicante.  D’altro lato, ogni qual volta se ne esperisce forte l’impatto è come se si rinnovasse ogni volta per la prima volta il gioco oscillatorio e incoerente che ne fa da sostanza, ed una nuova speranza (o condanna) che essa ritorni a esprimersi. Come afferma Ortese a proposito della sua vocazione alla scrittura: “Non ho altro obbligo che scrivere”; “Lavorare. scrivere. certe volte questa condanna ha zone di gioia celesti”[2]. Vi è un episodio descritto proprio dalla stessa Ortese nelle lettere indirizzate all’amica Mattia che mi ha particolarmente colpita, in quanto testimone di una sensazione che mi è molto familiare: lo stupore che nasce alla sensibilità di chi percepisce la presenza del “genio” creativo. Ortese racconta, non nascondendo un tono di felicità ed agitazione che paiono incontenibili, di quella volta in cui ebbe l’opportunità di partecipare a Napoli al concerto di un grande maestro russo, tale Markevith, al quale, afferma di aver assistito “in un stato d’animo tra curiosità, ansia e dolore”[3]. L’amica che l’accompagnava definì Ortese “stravolta” da quell’impatto musicale ed essa stessa così si descrive: “Lo ero. Specie una musica: Notte sul monte calvo, mi aveva fatta soffrire. Tu capisci, Mattia, la musica, cioè lo spirito, nascendo come un vento da quegli strumenti, mi veniva incontro (…) con inaudita violenza. e io che non capisco nulla di musica, la sentivo però come l’aria, stringermi, soffocarmi, torturarmi meravigliosamente”[4].

Mi ha molto colpito infine il modo in cui la scrittrice descrive un improvviso sconfinare del proprio sé, lasciando sfumare i propri contorni col mondo per abbandonare ogni presa su di esso, che Ortese esperisce nel momento dell’impatto con la musica: “Mattia, sentivo il desiderio assillante di trasformarmi improvvisamente in onda, in musica in armonia, abbandonare questo corpo monotono e insignificante, raggiungere e sparire nell’immenso”. Ortese aggiunge in seguito di non capire nulla di musica, ma per quel poco che ho potuto comprendere dalle sue parole mi pare che ne abbia invece catturato l’essenza più profonda.

 Anna Maria Ortese negli ultimi mesi è stata per me una fonte di ispirazione in quanto in grado di riportare nei suoi testi immagini di una co-esistenza di passioni opposte e diverse come l’euforia e la tristezza, la dolcezza e l’amarezza. Sua grande preoccupazione, del resto, fu da sempre quella di sentirsi in dovere di farsi carico della complessità luminosa e allo stesso tempo tenebrosa del mondo, consapevole di vivere immersa in esperienze assai contrastanti a ridosso delle stesse circostanze. Per rendersi conto di quanto spazio conceda la scrittrice al tema della contraddizione nel suo pensiero basta leggere i titoli di alcuni dei suoi testi: Angelici dolori e altri racconti, In sonno e in veglia, L’infanta sepolta (in cui la dimensione del  fiorire dell’infanzia è accostata a quella della sepoltura e quindi della morte), Il mare non bagna Napoli, Il porto di Toledo (il cui sottotitolo originale era Ricordi della vita irreale). Se le cose del mondo, afferma Ortese, sono attraversate da contraddizioni che sfidano la sensibilità umana, allora occorre stare a questo passo, accettando talvolta anche di indietreggiare, e farsi carico di questa complessità, non semplificare quello che è complesso e che per significarsi ha bisogno di contraddirsi, non esorcizzare o purificare attraverso la scrittura qualcosa che ci sembra troppo confuso, ma anzi tenere insieme i due aspetti, senza reciderli. A lei chi ha insegnato a fare questo? Secondo le parole della stessa Ortese, è stata proprio Napoli, la sua città d’adozione, ad insegnarle tutto ciò, luogo che le ha posto dinnanzi agli occhi che le contraddizioni esistono e che gli opposti convivono. In generale, aggiungerei io, tutta la dimensione urbana è stata grande fonte di conoscenza ed espressione per Ortese, in quanto ella intrattiene un rapporto ambiguo con tutte le città che abita (basti pensare a tre delle grandi metropoli in cui ha vissuto, quali Roma, la Milano di Silenzio a Milano e di Poveri e semplici e Napoli per l’appunto), fatto di costante attrazione e repulsione. Vivendo a Napoli, in particolar modo, Ortese ha potuto contemplare il perfetto co-abitare nello stesso luogo del disordine, del caos, della miseria e della bellezza del mondo. Tale esperienza vissuta all’interno della contraddizione si riassumerà in lei nella consapevolezza di essere nello splendore nell’esser-ci al mondo e di non saperlo allo stesso tempo esprimere, nella paura costante di non sapere onorare e rimandare in parole fino in fondo tale privilegio ricevuto. Queste emozioni contrastanti, il desiderio del partecipare a questo splendore ma non saperlo vivere fino in fondo, la porta fin dall’inizio della sua scrittura, alla ricerca di una possibilità di avvicinare e far dialogare queste emozioni, fino allo spasimo di non poter governare né tantomeno districare la complessità dell’esperienza, pur vivendola e patendola su di sè.

La riflessione di tale breve testo tenta dunque di soffermarsi sul tema della contraddizione in Anna Maria Ortese, sviluppato a partire da una riflessione più ampia iniziata un anno fa attorno al tema del negativo in filosofia. La ricerca nei meandri del negativo mi ha portata infatti a ragionare sulle parole che utilizziamo e che tendono a separare dialetticamente e identificare uno di fronte all’altro, come vediamo quando si tratta di positivo-negativo, un termine e un altro. Questi ragionamenti mi hanno portato a sperimentare un modo di procedere nella scrittura e nel pensiero che, al contrario, si lascia trasportare tra le determinazioni e cerca di lasciare apparire al di sotto qualcosa di più profondo da esplorare, perché non più totalmente distinguibile e quindi descrivibile secondo le dissociazioni che i nostri concetti stabiliscono. Il mio intento nella scrittura del presente testo, obbiettivo che mi ero posta anche nella scrittura attorno al tema del negativo, è perciò stesso quello di lavorare su un circolo fertile e dinamico, di affinità e fratellanza piuttosto che su una contrapposizione analitica e decisa e quindi distruttiva, che recide e limita il vorticoso movimento dell’esperienza e la rende piuttosto infertile e statica, e quindi spaventosa nel momento in cui realizziamo non essere del tutto sondabile. Scopriamo così come la ricerca filosofica e la scrittura che possiamo ricavare da tali riflessioni che hanno a che fare con l’esperienza, ci mettano di fronte all’evidenza che vi sono momenti in cui sperimentiamo una co-presenza o un’alternanza di vissuti che, per una mente abituata a muoversi per contrapposizioni e dicotomie, sembrerebbero non poter stare assieme. Momenti che, più che coesistere, non si sono mai abbastanza demarcati per potersi distaccare l’uno dall’altro, fatti sia di veglia che di sonno, di espansione, di articolazione ma anche di concentrazione e disarticolazione, di silenzio ed inerzia, di attesa, di attenzione e di profonda noia, momenti di insensatezza che si avvicendano a momenti di intensificazione, istanti impregnati dalla più forte ispirazione creativa e talvolta spogliati da una disperata mancanza di essa.

Se vi è, come io credo, in ogni scrittura che voglia tentare di essere filosofica, una qual certa “passione della notte” blanchotiana, forse accostandoci a questi temi, dobbiamo insistere con cautela proprio in ciò che si sottrae alla luce rigida che tutto vuole chiarificare e distinguere. Poiché il gioco e l’intelligenza del filosofo-scrittore forse si stagliano proprio lì, tra la luminosità del mondo e l’umbratilità e l’opacità delle cose che si sottraggono alla nostra volontà di presa sul mondo, e sulle quali ancora tanto ci è rimasto da scrivere. Considerato alla luce di tale prospettiva, il compito della scrittura che voglia tentare di essere filosofica consisterebbe allora, per quello che voglio credere io, nel mantenere viva e in costante trasformazione la contraddizione dell’esistenza, senza cercare forzatamente di risolverla o ricucirla. Vi sono delle bellissime parole di Rilke riportate nel testo Lettere ad un giovane poeta[5], che vengono riprese anche nella raccolta di saggi La carta coperta[6]: “[le nostre tristezze] sono i momenti in cui qualcosa di nuovo è entrato in noi, qualcosa di sconosciuto…Un ospite…molti indizi suggeriscono che il futuro entra in noi in questa maniera per trasformarsi in noi molto prima che accada”[7]. In questa breve frase è contenuto un pensiero che a mio parere racchiude ciò che per me si può intendere come lasciar lavorare ciò che di negativo insiste nelle nostre vite, ovvero: accogliere la tristezza può portare a un movimento trasformativo verso il futuro. Rilke ci fa inoltre capire che arrivare ad accettare il fatto che gli altri sono imprevedibili e non riducibili a noi apre un vuoto che, se accolto davvero, può portare a un’accettazione della parzialità sia propria che altrui. Il mantenere aperta la dimensione di tristezza e di solitudine che in me ne deriva, invece di volerla a tutti i costi saturare o esorcizzare, significa tramite le parole di Rilke, avere consapevolezza che attraverso di essa qualcosa di non conosciuto entra in noi, qualcosa che non ci appartiene e non fa parte del narcisismo dell’io, “perché quanto ci era confidente e abituale per un momento ci è tolto”[8]. La tristezza diventa la rappresentazione di un’apertura a qualcosa che non ci appartiene e che non possiamo rappresentarci in anticipo, è come un ospite inatteso e spesso malvoluto, ma che rappresenta l’indizio del fatto che il futuro si fa incontro a noi. Le parole di Rilke ci invitano ad accogliere la tristezza, l’evento di contrasto, come uno sconosciuto che ci si fa incontro e che può portare a un movimento trasformativo non prevedibile verso il futuro. Forse attraversare ed elaborare le “tristezze”, le dimensioni più buie dell’essere, i contrasti che nella nostra vita accadono, ha che fare direttamente con la propria disposizione a subire una trasformazione di qualche tipo ed entrare in un processo psichico i cui effetti non possono essere conosciuti o previsti in anticipo.

Alla domanda «che cosa significa stare in una posizione ambigua?» mi sembra che venga offerta una bella risposta nel saggio di Chiara Zamboni Quando il reale si crepa[9], nel quale si afferma che:

La posizione ambigua, per cui si è scettici e fedeli, conflittuali e relazionali, impedisce all’io il suo abituale modo di procedere, che va per contrapposizioni. È una posizione simbolica, che accetta che nelle nostre vite ci sia del non-essere e dell’essere, e che i piani di esperienza rimangano sconnessi tra di loro, senza cadere nell’illusione di riuscire a creare una falsa continuità d’essere. Così aiutiamo le modificazioni possibili, accogliendo la crepa tra sé e sé e tra sé e la realtà senza riempirla e contemporaneamente intensificando i luoghi di essere che la realtà stessa ci offre[10].

   Così inoltre come tendiamo a pensare che nell’uomo la condizione del sonno e quella della veglia siano scanditi perfettamente, forse dovremmo invece avvicinarci all’idea, che a me è stata suggerita da un autore come Maurice Blanchot, che esista una seduzione per il sonno che accompagna anche ogni stato di veglia e viceversa. I filosofi e gli scrittori, secondo Blanchot, hanno la particolare capacità di frequentare quel nodo inestricabile tra sonno e veglia. Chi dorme, del resto, sembra in qualche modo non voler dormire fino in fondo attraverso i sogni, laddove il sogno è in un certo qual modo simile alla veglia, come una luce che persiste all’interno del buio dell’inerzia onirica. Nel sonno l’uomo continua a sognare, anche nell’ozio della solitudine continua a cercare una luce. Laddove c’è una qualche gravità che ci tiene attratti verso il basso, nell’in-distinzione dell’esperienza della notte che è fatta di un gravitare verso qualcosa di indifferenziato e informe, noi allo stesso tempo cerchiamo di svettare verso la luminosità tenue del mondo. Il sonno è quella condizione particolare nella quale è mantenuta quella qual certa condizione emotiva dalla quale troviamo ancora una urgenza di operosità, pur nella pura passività che pare senza effetti ed efficacia alcuna del sonno.

Riprendendo una bellissima immagine di Delfina Lusiardi, “il sogno (…) letto come aforisma, mostra l’allentarsi della mente tenace, la razionalità che nella tradizione d’Occidente ha dato origine a polarità irriducibili: anima-corpo, vero-falso, bene-male, io-non io, soggetto-oggetto, amico-nemico, vita-morte…; dualismi dai quali il pensiero, attento al vivere di creature incarnate, è costretto a cercare vie d’uscita”[11]. Se spesso all’interno dei sogni, come riporta Lusiardi, non vi è coincidenza tra ciò che appare e ciò che è saputo da colui che sogna, è perché si crea una dissonanza tra essere e sapere, ed è proprio tale discrepanza che può aprire una strada alla possibilità che reale sia nello stesso istante l’essere e il non essere. “Quello che so, dell’Altro e di me, e quello che l’Altro sa di me lasciano vedere la possibilità di un sapere che contempla il non essere contestualmente all’essere: il non-sono-io nell’io-sono, il non-essere-A nell’essere-A; la possibilità di pensarli qui, adesso”[12]. Per Ortese del resto, un punto importante per allargare il sentire a tutte le relazioni con il mondo in cui siamo comunque co-implicati, è infatti il tempo della notte, del sonno e del sogno, momento in cui avvertiamo nel sentire del sogno questi legami profondi. Se la veglia rappresenta infatti per la maggior parte lo spazio della consapevolezza, della separazione, della nettezza, della distinzione di un io che per lo più si riconosce come separato da un tu, veglia intesa come area dell’identità e della differenza, il sogno rappresenta quello spazio di esperienza che fa sì che cogliamo più precisamente i nessi di cui facciamo parte.

Lo spazio del sogno ci fa percepire che tutte le creature sono affini a noi e che le categorie di identità e differenza non tengono più: nella notte siamo molteplici. Come afferma Zamboni: “Anna Maria Ortese (…) affida al sogno e al sonno lo spazio di riconoscibilità del tessuto di vita con il mondo. Se la veglia è lo spazio della separazione dagli esseri, che l’intelletto riconosce come individui, è piuttosto il sogno ad aiutare la ragione a cogliere i nessi tra le creature. Il sogno e il sonno aprono la via alla ragione che in questo modo vede legami anche là dove non sono evidenti. Allora, partendo dall’umano, si colgono gli altri esseri, non per conoscenza, bensì per parentela, affinità. È quando il sentire e la ragione giocano assieme”[13]; «(…) Solo nel sentire sognante l’essere umano avverte la comunanza. Nella veglia, nel giorno, si è da soli. Nella passività sensibile della notte si è molteplici. Basta pensare ai nostri sogni per vedere come le figure si moltiplichino e ci coinvolgano nello slittare le une nelle altre”[14]. L’immaginazione della scrittrice, così riluttante ad accettare gerarchie tra gli esseri viventi, ricorre perciò spesso alla raffigurazione di personaggi ibridi e dai tratti ambigui o cangianti, in cui il fluire dell’esistenza si manifesta nella commistione di elementi umani (in particolar modo infantili), animali e angelici. Riprendendo una bellissima immagine di Pietro Citati: “Come gli scrittori romantici, la Ortese ama la Favola. Con quale nostalgia ripercorre i tempi nei quali non esistevano i principi di non contraddizione e di verosimiglianza, gli animali parlavano, le sorgenti cantavano, gli uomini si innamoravano delle serpi, e ogni cosa celava in sé il suo contrario!”[15].

L’attenzione riposta attorno alla posizione di ambiguità, che è proprio ciò che ci permette di accettare e vivere le contraddizioni e che ci porterebbe a sperimentare la co-partecipazione non antagonista di polarità opposte, senza cadere nel tranello di reciderle l’un l’altra per opporle in maniera fissa trasformandole in concetti determinati, è stata da me ispirata molto dallo studio del pensiero cinese. L’elemento indicato dallo studioso del pensiero cinese François Jullien come “l’ambiguo”, viene presentato come ciò che, se riconosciuto, è in grado di far apparire, sotto le determinazioni e le demarcazioni istituite dal linguaggio abituale, un’inseparabilità di fondo che, nel porre la distinzione tra due termini, abbiamo celato. Pietro Citati stesso aveva ammesso di essere rimasto incantato dalla lettura di quel libro capolavoro della letteratura taoista che è il Chuang-tzu e aveva affermato in proposito: “Credo che nessun libro raccolga e unifichi, meglio di questo, le qualità opposte. È fisso, concentrato, immobile: tutto dedito alla rivelazione e all’adorazione dell’Uno ineffabile; e mentre penetriamo tra le sue pagine, muta come una nuvola, la pioggia, l’arcobaleno, innamorato della cedevolezza, della molteplicità, delle contraddizioni”[16]. Se il paesaggio greco prediligeva le cime squadrate delle montagne dell’Olimpo, dalle forme nette che svettano nella sommità del cielo, dall’altro lato, nell’atmosfera paesaggistica cinese “si contrappongono, nel paese dei monsoni, sommità lambite dalle nebbie che salgono dalle valli e le cui forme si fondono indistintamente in aura[17]. È una lezione che ritorna anche nelle parole del letterato cinese Qian Wenshi quando afferma: “Piuttosto del sole di mezzogiorno che rende netto il contorno delle cose, è meglio dipingere la  sera, quando le forme rientrano nella penombra e cominciano a disfarsi, e il ‘paesaggio si perde nella sua confusione: emergendo-immergendosi, tra il c’è e il non c’è’”.[18]

Del resto lo stesso fatto che il pensiero cinese non abbia concepito il concetto di Essere è una risorsa in questo senso, in quanto gli ha permesso di muoversi e pensare tra il c’è e il non c’è: “Esso è in grado di cogliere l’incoglibile di quel non determinativo e di fargli posto, pur non avendo “posto””[19]. Se la nostra mente tende spesso a pensare contrapponendo tra loro opposizioni binarie, il merito delle autrici e degli autori che ho preso in considerazione e che hanno fortificato passo passo la mia scrittura, è stato quello di mettere in luce come vi siano degli aspetti della vita estremamente ambigui e indistinguibili nettamente l’uno dall’altro, motivo per il quale è impossibile districare ciò che è visibile e totalmente dispiegato da ciò che si ritira, che è più profondo e latente e giace nell’inascoltato. Tale mescolanza va mantenuta e non respinta ma piuttosto riportata a galla e interrogata, messa al lavoro per l’appunto.

Anche nella tradizione mitologica vedica si tramanda che il dio Indra e il demone ofidio Vrtra fossero in qualche modo imparentati, in linea con la credenza nella discendenza comune delle figure mitologiche considerate antagoniste, laddove spesso nasceva una tendenza a narrare l’assimilazione degli dei con i serpenti. Il dio più bellicoso, più dinamico si scopre avere origini proprio in quell’inerzia assoluta rappresentata dal dragone (che nella tradizione vedica è simbolo doppio sia di caos che dell’autoctono), il quale racchiude la fluidità delle acque tra le sue spire, impedendone lo scorrimento. C’è un rapporto ambiguo tra la dinamicità rappresentata dal dio Indra e l’immobilità incarnata da Vrtra, in quanto viene qui messo in luce come l’intensità sia funzione dell’inerzia, così come anche il legamento, l’organizzazione, è funzione dello slegamento più assoluto. La saggezza taoista da parte sua afferma che la ruota stessa deve imparare in un certo senso a disfarsi ovvero a cogliere che il suo stesso funzionamento si basa anche su uno slegamento assoluto, su un vuoto, sullo scardinamento del mozzo che rappresenta l’assenza di legame, che deve di volta in volta essere investito, circumnavigato e quindi superato per potersi ristrutturare all’interno del movimento.

Mi sono dunque affidata alle letture di Anna Maria Ortese, in quanto, dal canto suo, riprende il sentimento dell’intrinseca contraddittorietà dell’esistenza che nella sua narrativa si fa vero e proprio oggetto di pensiero. Con la grazia e la purezza che la contraddistinguono, Ortese sola è in grado di lasciar sprigionare, dalla folla dei menomati e di coloro a cui sembra preclusa la luminosità del mondo, una bellezza intima e umile che a loro è in realtà cosa più propria: “Ad uscire in ultimo è la bellezza di questa grazia tutta umana dello sbando, insicura, permalosa e dolente, calata come un’esule in una Terra che non si può capire”[20]. In secondo luogo, seguire più approfonditamente la scrittura di Ortese, mi è parso interessante in quanto in grado di riportare l’esperienza di saper vivere all’interno delle ambiguità del reale. Del resto tutta l’opera ortesiana dà l’impressione di una forte capacità di sovvertire fino quasi ad invertire i termini di opposizioni quali sogno e veglia, reale e immaginario, visibile e invisibile, Io e Altro, umano e non-umano, ed è del resto questo amore per la contraddizione, ciò che sconvolge qualsiasi pretesa di andamento dualistico e di logica lineare che non fanno altro che confermare il già dato, perché, come afferma Buttarelli: “I paradossi, i rovesciamenti di senso, la frizione tra significati sono mosse che descrivono già, per loro conto, la possibilità reale di un altro mondo”[21]. La stessa descrizione che di lei ci riporta Monica Farnetti riesce a tracciare i connotati sbiaditi di una figura estremamente sfuggente quanto ambigua. Per lei Ortese fa parte di quegli esseri umbratili, dotati di una “coscienza duttile, disponibile a farsi plasmare tanto dal ricordo che lentamente riaffiori quanto dalla visione che si palesi improvvisa (…); di fronte ad essa si confonde, e facilmente cade, ogni dicotomia o partizione di regola, ogni convenzionale paradigma binario riconoscibile fra gli assi portanti del discorso letterario: biografia/opera, verità/finzione, reale/fantastico”[22].

Grande preoccupazione di Ortese fu fin da subito il sapere di vivere immersa in esperienze assai contrastanti a ridosso delle stesse circostanze, nel tentativo faticoso di cogliere la complessità delle cose in ogni sfumatura e sentirsi in dovere di farsi carico della complessità ambigua, umbratile e allo stesso tempo luminosa del mondo, cosa che le risultò immediata, essendo lei stessa creatura della penombra, né diurna né notturna ma sempre collocata sul crinale della veglia e del sogno. Dopo la svolta simbolica di Ortese, la quale, dopo i suoi primi scritti, accetta di abbandonare una volta per tutte la pretesa di intrappolare l’esistenza nella scrittura, tutta la vita comincia a sprigionare il suo essere costellata di sogni e fantasmi, esseri ambigui e ambivalenti, in continuo divenire e mutamento, che si trasfigurano prima in una forma poi in un’altra, cambiando continuamente nomi e qualità. La realtà in Ortese diventa non più nettamente separabile dal sogno, dove veglia e sonno si scoprono piuttosto incessantemente intrecciati assieme. Dopo la svolta della scrittura ortesiana è la vita stessa a mostrare come l’inconscio faccia parte del reale e la scrittura non possa far altro che assumere su di sé il grande compito di accompagnare il fluire degli eventi, per quanto taluni molto dolorosi, senza difendersene o tentando di correggerli trasponendoli in forme estetiche perfettamente immutabili. Ortese stessa per prima ha imparato così a convivere con questi modi di darsi della realtà velata di inconscio e fantasmi, e ad accettare che dunque anche la scrittura cambiasse radicalmente. Dopo tale presa di consapevolezza lei si proporrà di scrivere guidata dal desiderio di riuscire a rendere in parole la stranezza e l’ambiguità, a tratti spaventosa, del reale. Mentre prima della svolta di scrittura la sua grande fedeltà all’infanzia si esplicava nel tentativo di fare del mondo un cosmo mitico infrangibile e salvarlo dal tempo, dalla morte, dall’adultità, in un secondo momento esso viene sentito e accolto in tutta la sua umbratile e misteriosa stranezza. Il mondo porta infatti con sé un nucleo inscioglibile di mistero per Ortese, ed è il motivo per cui ci sono degli effetti che ricadono sull’uso dei nomi, non solo delle persone, ma anche delle cose e degli animali che popolano la sua narrativa: essi diventano molteplici. In quanto nessun nome riesce a restituire completamente le cose nel loro essere, la molteplicità delle nominazioni dovrà stare in rapporto al mistero delle cose che è inesauribile. I nomi per Ortese sembrano infatti avere la capacità di stare in una relazione con il nucleo di mistero che caratterizza le cose e il loro modo di darsi cangiante che non è mai esaurito e mai potrà cristallizzarsi in identità compiute. Se il vivente è puro mistero, e se la scrittrice si pone nella posizione di amica del vivente, la lingua assumerà un valore effettivo solo nel momento in cui saprà accettare di porsi al servizio dei legami invisibili e misteriosi della vita, “lei sente la forza di tale legame e si apre così al molteplice e ai suoi lati oscuri”[23]. Il linguaggio prende così a contatto con il reale, che nella prospettiva di Ortese va inteso come ciò che accoglie la dimensione dell’insondabilità e dell’inverificabile, il movimento di accompagnarle proprio nella loro imperscrutabilità e nella loro continua trasformazione, nel mostrare nuovi aspetti del loro divenire, e in questo atteggiamento non vi è sprofondamento nell’angoscia. Ecco che i nomi di una cosa in Ortese si presentano dunque veri in tutte le loro diciture e possono cambiare in base ai momenti, in base allo sguardo di chi guarda, in quanto cosa in divenire: “[Ortese] li moltiplica senza che nessun nome risulti definitivo. Questa moltiplicazione dei nomi per una stessa cosa non le fa però perdere fiducia nel legame tra le parole e le cose, facendola scivolare nel relativismo e nel nichilismo. Piuttosto è in sintonia con quell’apertura, che è data dal sentire la stranezza e la meraviglia della natura. Il suo essere celeste e insondabile, di cui gli esseri tutti partecipano. Noi siamo di materia stellare. Lei sente la forza di tale legame e si apre così al molteplice e ai suoi lati oscuri”[24].

L’io della scrittrice si dimostra così in grado di guardare all’ambiguità dei suoi stessi personaggi, come mostra l’elemento di oscuro indeterminato che la figura dell’Iguana ad esempio porta con sé, per cui non è mai né l’una né l’altra ma sia l’una che l’altra, in una dimensione di inquietante presenza. È come se Anna Maria Ortese ci parlasse da un altro mondo,sfuggito come per miracolo ad ogni forma dualistica ed escludente del pensiero, con il quale essa intrattiene una relazione profetica e privilegiata, in grado di cogliere e valorizzare tutte quelle dimensioni eccedenti “che vanno oltre la percezione normalizzata, una relazione che permette di incunearci nel tra, nelle pieghe, nelle ferite del mondo, ci permette di vedere l’oltre di questo mondo”[25]. Un mondo che però non è tutto-altrove, ma allo stesso tempo mantiene radici fisse in questo.

Grazie alla lettura di Anna Maria Ortese, ho avuto modo di trovare elementi che ricercavo ossessivamente nelle mie letture, ovvero, in particolar modo, una grande sensibilità nel saper riportare l’esperienza vissuta all’interno di mescolanze di sentimenti, anche spesso contrastanti e irrisolvibili, che nella mia vita non sperimentavo mai nettamente distinti tra loro e che ho potuto ritrovare, con mia grande felicità, nelle bellissime immagini da lei offerte. Come afferma Carla Cenci, commentando in particolare le poesie di Ortese confluite nella raccolta Il mio paese è la notte: “Qui si palesa inoltre l’altra accezione ortesiana della luce, priva del carattere oppositivo alla notte (…). Invece, come l’alba, è tutt’altro che estranea allo sfondo notturno costituito dal mare e dagli altri elementi ‘oscuri’ (il vento, la pioggia, il groviglio fatiscente delle costruzioni portuali), ne è piuttosto figlia, messaggera del mistero originale che a lui perennemente ritorna”[26]. Come del resto afferma Cosetta Seno Reed: “Sfruttando l’interazione di opposte tensioni e codici contrastanti, Ortese ricusa la possibilità di sussumere le differenze  a una unità di fondo, le contraddizioni a una sintesi”[27]. In questo modo la scrittrice riesce a ricreare continuamente quel senso di spaesamento e defamiliarizzazione, rivelando nella sua scrittura, appoggiandosi, senza mai evadere del tutto, agli elementi della realtà, strati di esperienza che altrimenti rimarrebbero celati, riuscendo così a rompere con la logica sistematica, gerarchica, oppositiva che tutto categorizza e immobilizza. Come afferma ancora Cosetta Seno Reed: “Vi è un recupero ortesiano di una lingua che non differenzia, categorizza e separa ma che esalta molteplicità, ambivalenza e paradosso. Si tratta di una dichiarazione di poetica di una scrittura non subordinata ai meri criteri della consequenzialità logica ma capace di sfruttare le potenzialità conoscitive inerenti agli scarti, alle fratture e alle contraddizioni del pensiero”[28].

Se Ortese visse la sua intera vita in uno stato di perenne indigenza, all’insegna della distanza e della solitudine dal mondo, rinchiusa nel nucleo familiare composto unicamente dalla sorella Maria, in un certo senso al riparo dal mondo, tale lontananza non significava per l’autrice una estraneità  e  una messa a distanza nei confronti di ciò che più la turbava, ma al contrario un punto di osservazione privilegiato dal quale poter indagare il tempo e la sua malattia proliferante[29]. Lei sola ci fornisce lo splendido quanto umile esempio di cosa significhi tenere assieme quell’irrinunciabile (per lei come per me) intreccio di relazioni nelle quali era immersa senza uccidere alcuna forma di intima solitudine.

È così che solitudine e amore per tutto il cosmo, lavoro inteso sia come mera sussistenza che come altissima vocazione alla scrittura, fama, riconoscimento e “fallimento”, parola che assume spesso accezione irrimediabilmente negativa ma che viene da me ripensata piuttosto nel senso di un ritrarsi rispetto alla pretesa feroce di avere una qualche presa sul mondo, in una scrittrice come Anna Maria Ortese non ricadono mai in uno dei due poli dell’opposizione determinandosi e quindi ristagnando, ma giocano tra loro in un moto oscillatorio di continuo scambio e rimando.


[1] Pietro Citati, La principessa dell’isola, in A. M. Ortese, L’Iguana, cit. p. 199.

[2] Anna Maria Ortese ( a cura di Monica Farnetti), Vera gioia è vestita di dolore. Lettere a Mattia, Adelphi, Milano, 2023.

[3] Ivi, p. 30.

[4] Ibidem.

[5] Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta, Adelphi, Milano 2013.

[6] Chiara Zamboni (a cura di),  La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe, Moretti & Vitali, Bergamo 2019.

[7] Reiner Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta, cit., pp. 55, 56.

[8] Ivi, p. 56.

[9] Chiara Zamboni, Quando il reale si crepa, in Diotima, La magica forza del negativo, Liguori, Napoli, 2005, p. 104.

[10] Ibidem.

[11]  Delfina Lusiardi, Quando il corpo fa il lavoro del negativo, in Diotima, La magica forza del negativo, p. 90.

[12] Ivi, p. 89.

[13] Chiara Zamboni, Sentire e scrivere la natura, cit. p. 50.

[14] Ivi, p. 51.

[15] Pietro Citati, Il cardillo addolorato, in Ead. La malattia dell’infinito. La letteratura del Novecento, Mondadori, Milano 2008, p. 366.

[16] Pietro Citati, La Luce della notte. I grandi miti nella storia del mondo, Adelphi, Milano 2009, pp. 183, 184.

[17] François Jullien, Essere o vivere. Il pensiero occidentale e il pensiero cinese in venti contrasti, trad. it. di Emanuela Magno, Feltrinelli, Milano 2017, p. 143.

[18] Ibidem.

[19] Ivi, p. 139.

[20] Roberta Sirioni, Anna Maria Ortese, in «Doppiozero», Giugno/2014, https://www.doppiozero.com/materiali/letteratura/anna-maria-ortese, data ultima consultazione 04/09/2023.

[21] Annarosa Buttarelli, Politica dell’altro mondo, in Diotima, Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza fra reale e irreale, Liguori editore, Napoli, 2009, p. 123.

[22] Monica Farnetti, Anna Maria Ortese, Mondadori, Milano 1998, pp. 1,2.

[23] Silvio Perrella, Sulle vie dei canti con Anna Maria Ortese, in «Italianistica: rivista di letteratura italiana», pp. 142, 143.

[24] Ibidem.

[25] Cfr. Annarosa Buttarelli, Politica dell’altro mondo, in Diotima, Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza fra reale e irreale, Liguori editore, Napoli 2009,  p. 121.

[26] Carla Cenci, “Sopra un ponte di nulla”: Luce e assenza nella poesia di Anna Maria Ortese, in «Il volo di Esterina. Poeti italiani del ‘900 e contemporanei», Settembre/2016, consultabile online al sito:https://poetiitalianicontemporanei.blogspot.com/2016/09/sopra-un-ponte-di-nulla-luce-e-assenza_30.html.

[27] Cosetta Seno Reed, Partire Da Sé E Non Farsi Trovare.’ Il Porto Di Toledo: Storia Di Un’autobiografia Fantastica, MLN, vol. 122, no. 1, 2007, pp. 148–66, p. 163, JSTOR, http://www.jstor.org/stable/4490793. Ultima consultazione: 14 Settembre 2023.

[28] Ibidem.

[29] Cfr. Angela Bubba, Rifugi del bene. Rifugi del male. Il tentativo di salvezza di Anna Maria Ortese, in «biblos» revista del facultade de letras da universidade de Coimbra, n. 4, 2018, p. 84, consultabile online alla fonte: https://doi.org/10.14195/0870-4112_3-4_4, data ultima consultazione: 25/04/2022.