Leggere le nostre città attraverso il pensiero della differenza sessuale
Nella mia tesi magistrale di laurea in Scienze Filosofiche ho scelto di affrontare il tema della differenza sessuale nella sua concretezza simbolica, analizzando come esso si manifesti nelle strutture delle nostre città.
Spesso si tende a considerare le strade, le infrastrutture e i quartieri cittadini come spazi neutri, semplici cornici all’interno delle quali conduciamo la nostra vita quotidiana. In realtà i valori e norme, compresi quelle di genere, sono integrati nelle stesse strutture urbane. Di conseguenza, le città finiscono per riflettere le disuguaglianze sociali, prima fra tutte quelle di genere.
Il patriarcato nei secoli ha influenzato la pianificazione urbana perché ha preso il soggetto maschile come norma, ritenendo lo spazio pubblico appannaggio quasi esclusivo degli uomini. Nella progettazione urbanistica si ritrova qualcosa che molto assomiglia all’individuo quale unità base originaria, neutra, che è stata posta a fondamento della società civile al momento della sua costituzione. Questo individuo, protagonista del pensiero filosofico e politico moderno, è un’entità artificiale, apparentemente vuota e priva di ogni determinazione che in realtà maschera e dissimula la sua origine maschile, perpetuando così una subordinazione simbolica vigente e operante, e per questo continua a produrre significati.
Nel Novecento il Funzionalismo e il Modernismo progettavano le nostre città attraverso una geometria astratta, basata su un principio modulare fondato sullo standard e sulla ripetizione, dove anche i soggetti a cui erano destinate le costruzioni edilizie venivano ridotti una unità di misura incorporea, molto simile all’individuo neutro posto a base della società civile. Un esempio significativo di questa dinamica è il Modulor, protagonista del Movimento Moderno, progettato da Le Corbusier nel 1948, che riprende e rielabora l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci. In pieno funzionalismo Modulor rappresenta, secondo l’autore, l’umanità identificata come un essere umano maschio, alto un metro e ottantatré, con un braccio alzato e le gambe leggermente divaricate. Questo modello diventa la norma di riferimento per le proporzioni degli spazi architettonici, un parametro fisso che, implicitamente, considera il corpo maschile come norma e regola, come misura universale. La prima
considerazione che ne deriva è che il corpo femminile, di conseguenza, risulta essere un’anomalia rispetto agli standard. Le donne, insieme a tutti i corpi che non rientrano nel Modulor, vengono percepite come atipiche, sbagliate e fuori formato.
Questo dimostra che le città sono state costruite prendendo il soggetto maschile come norma, ritenendo lo spazio pubblico un dominio quasi esclusivo degli uomini perché si è considerato, implicitamente, lo spazio privato quale ambito destinato alle donne. Lo spazio pubblico è progettato, testato e imposto secondo standard determinati dal corpo e dalle esigenze maschili, senza tenere conto dell’altra metà del genere umano, quella femminile. Il risultato è uno spazio urbano in cui le donne si sentono frenate nella loro libertà d’azione, poiché si trovano di fronte a barriere fisiche, sociali, simboliche ed economiche che ostacolano una vera partecipazione alla vita pubblica e politica.
Il dibattito contemporaneo di architetti e urbanisti riconosce che le correnti di pensiero novecentesche, a cui erano state affidate tutte le speranze di governare la complessità del reale, si rivelano oggi inadeguate ad affrontare le trasformazioni avvenute nelle nostre città.
Le riduzioni funzionaliste degli ultimi decenni hanno cercato, senza successo, di introdurre altri parametri per rendere più concreto il cittadino astratto e modulare protagonista delle progettazioni, ma il tentativo di innovare si traduce nuovamente in una idea di misura che, torna a essere un ulteriore dispositivo che, togliendo la varietà, va a ridurre la complessità.
Oggi, i tecnici della progettazione stanno cercando di includere nuovi valori di riferimento, tra cui la introduzione del corpo vivente da considerare quale risorsa nella fase di progettazione e come elemento utile per rileggere e reinterpretare lo spazio pubblico. Il corpo fisico e pulsionale porta con sé sogni, ossessioni, turbamenti, e soprattutto le differenze – prima fra tutte quella di genere – con le pratiche conseguenti; riflettere su di esso implica necessariamente che nella progettazione si è obbligati a introdurre la cura delle emozioni e delle relazioni. Questi aspetti sono considerati ora essenziali dagli operatori delle discipline di progettazione per affrontare le sfide delle città odierne. Il mondo di città è già tutto costruito e si presenta a noi come un insieme di elementi esistenti dotati di una loro soggettività, per questo motivo si richiede un rapporto che si sviluppi attraverso la relazione.
Quello che sta avvenendo nel dibattito contemporaneo nelle discipline di progettazione, si può leggere attraverso quello che il pensiero della differenza sessuale sostiene dagli anni ‘80 ed è testimoniato dal saggio iniziale del primo libro di Diotima, intitolato Il pensiero della differenza sessuale, che smaschera la falsa neutralità dell’universale. Tale pensiero rifiuta
della centralità del soggetto maschile che, nelle sue pretese universalistiche, non riconosce la differenza di genere e, nel valorizzare la parzialità, ritiene essenziale riconoscere e significare la principale differenza che esiste tra le persone: quella di genere, rappresentata dalle due essenze, maschile e femminile. Per questo si chiede una adeguata rappresentazione di un ordine simbolico in cui si danno due soggetti, differentemente sessuati.
La teoria femminista ha elaborando un pensiero alternativo che concepisce la soggettività non in termini di identità, ma di relazionalità e interdipendenza. Il pensiero della differenza sessuale parte da una relazionalità originaria che è insista nella maternità e che si configura soprattutto come una relazione materiale, corporea e carnale; questo dimostra che non si è soggetti chiusi e autosufficienti ma siamo tutti e tutte singolarità incarnate vulnerabili ed esposte, spesso dipendenti dalla cura di altri. Questo ribaltamento, che pone al centro una soggettività permeabile ed esposta, ben distante dalla concezione di un individuo indipendente, dominante e sovrano, segna un sovvertimento, un rovesciamento prospettico che da un modello individualista maschile passa a un modello relazionale femminile.
Il pensiero femminista si inserisce all’interno del dibattito sulla progettazione, perché partire dai corpi viventi significa riconoscere le differenze, prima fra tutte quella di genere.
Poiché è il corpo a rappresentare il punto di incontro con la città, le donne spesso hanno attinto dal loro vissuto personale per comprendere come la discriminazione di genere sia occultata e quanto il ruolo dello spazio pubblico sia fondamentale nella strutturazione dei sistemi di oppressione. In molti casi, è stata la gravidanza e la maternità, con i bisogni e le pratiche che comportano, a risvegliare in loro la coscienza urbana. La rabbia e la frustrazione che ne sono scaturite le hanno incoraggiate a cercare alternative sul campo, per parlare di vita, di città e per cercare un modo per agire e costruire le città in modo diverso.
L’oppressione subita dalle donne derivante dalle logiche di potere rappresentate nella strutturazione delle città, va affrontata attraverso quella che le femministe hanno definito la teoria del fare. Il femminismo porta sulla scena il corpo, nella sua diversità. A partire da questo momento, si assiste alla messa in discussione delle forme della politica che si sono costruite nell’assenza delle donne, escluse perché non riconosciute come persone, come individue.
Mettere al centro i punti di vista e le pratiche delle donne significa lottare contro una serie di relazioni di potere complesse, poiché i valori e le posture femminili si traducono in
approcci urbanistici che mettono profondamente in discussione il nostro modo di stare insieme, ponendo al centro un’architettura più relazionale, civile e inclusiva.
Questi elementi, oltre a migliorare le nostre vite, sono capaci di attivare un potenziamento della democrazia partecipata, perché incoraggiano una maggiore presenza politica e favoriscono l’azione collettiva. L’obiettivo è trovare soluzioni che permettano la partecipazione e l’azione plurale, in cui anche le donne siano facilitate a esibire l’impulso a mostrarsi e a esprimere la loro libertà attraverso l’azione condivisa. In questo modo, esse, insieme alle altre componenti sociali, possono prendere parte alla costruzione di una vita comune che tenga conto delle differenze, con l’obiettivo di migliorare le nostre condizioni di vita e di offrire a tutti pari opportunità.
Il pensiero della differenza sessuale ha scardinato l’idea di un genere neutro e universale che comprenda tutte le differenze. Il riconoscimento dei corpi concreti ci mostra che la prima fondamentale differenza è quella di genere. Accogliere e considerare questa prima differenza fondamentale apre la strada al riconoscimento di tutte le altre differenze. In questo modo il movimento femminista acquista il suo senso e valore per l’intera società. Questo approccio cambia radicalmente la prospettiva sul progetto pubblico, perché dalla pianificazione del controllo si può passare alla pianificazione dell’ascolto, dell’accoglienza, dell’incontro che attivano l’azione collettiva.
I nuovi approcci urbanistici mettono al centro un’architettura più relazionale, civile e inclusiva, che riflette valori tradizionalmente associati al femminile. In questo passaggio di epoca, è fondamentale una maggiore consapevolezza della responsabilità che le donne hanno nel dare il loro contributo. Le politiche urbanistiche femministe, nel corso del tempo, si sono evolute da una cultura oppositiva di genere a una cultura di decostruzione degli usi della città a vantaggio di tutti, fino a diventare una vera e propria urbanistica della diversità. Tuttavia, c’è il rischio che la rivoluzione femminile nell’architettura avvenga senza le donne. Questo cambiamento, che è in atto nelle discipline di progetto, rischia di acquisire i temi del femminile senza l’attività complice e paritaria di confronto e interazione tra donne e uomini, intorno ai grandi temi e alle sfide del nostro tempo. Andare verso valori e posture femminili potrebbe essere ancora un modo per mantenere posizioni di comando, senza condividere la responsabilità del cambiamento con le donne che l’hanno ispirato. Le donne sono ancora costrette a vivere in ruoli subalterni e, anche quando riescono a rivestire ruoli di comando, non hanno la forza di mettere in discussione gli equilibri di potere consolidati. Il pensiero femminista sulla città ha messo in luce con lucidità la marginalizzazione delle donne sullo
spazio pubblico, ma ancora manca una proposta convincente di alternativa. È necessario lavorare per una maggiore inclusione delle donne attraverso la messa in discussione di un atteggiamento sociale che continua a promuovere valori maschili. Agire sugli spazi urbani e sui modi in cui le persone li utilizzano può realizzare un lavoro di sensibilizzazione sui temi della parità di genere, costituendo una forma indiretta di educazione molto efficace, capace di influenzare non solo attraverso la persuasione morale, ma anche tramite l’acquisizione di stili di vita pratici. Ma tutto ciò non può avvenire lasciando la donna ancora nella posizione di oggetto. Le donne hanno avviato una loro soggettivazione al di fuori dal pensiero maschile, e sono pronte a proporre il loro punto di vista anche riguardo lo spazio pubblico, perché appartiene direttamente anche loro. Non possono più essere rappresentate da altri, anche se questa rappresentazione coglie quegli elementi ascrivibili all’universo femminile, come la cura e la relazione, riconosciuti come utili a un miglioramento sociale di tutti. Il cambiamento, per essere autentico, non può che avvenire insieme, uomini e donne.
L’oppressione subita dalle donne derivante dalle logiche di potere rappresentate nella strutturazione delle città, deve essere affrontata attraverso quella che le femministe hanno definito la teoria del fare. Il femminismo porta sulla scena il corpo, nella sua diversità, a cominciare dalla differenza di genere. A partire da questo momento, si assiste alla messa in discussione delle forme della politica che si sono costruite nell’assenza delle donne, escluse perché non riconosciute
come persone, come individue.
*Marilisa Peroni si è laureata in Scienze filosofiche con la tesi dal titolo: “Come pensare la città in comune. Lo spazio pubblico nella dimensione della differenza sessuale” con la professoressa Olivia Guaraldo.
