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per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Pratiche di insegnamento

L’avventura dell’insegnare filosofia. Il libro di Alessandra Pantano

Insegnare filosofia è per Alessandra Pantano dare le condizioni perché accada  pensiero. Questo è il filo conduttore del suo libro intitolato Nell’insegnamento, la filosofia (Aracne editrice, Roma 2022).  

Insegnare filosofia non è una pratica che riguarda solo il liceo e l’università. È molto interessante che lei dedichi un intero capitolo ad un modo di insegnarla fuori dalle istituzioni e dalle richieste di programmi e progetti per obiettivi. Si tratta del racconto delle lezioni di filosofia che Witold Gombrowicz diede alla moglie e ad un amico, su loro richiesta. Gombrowicz allora con libertà stabilì i tempi e i modi in accordo con i suoi due studenti. Ne risultò una pratica di insegnamento leggera, precisa, puntuale, in cui Gombrowicz creava visioni. Così lui chiamava queste lezioni. Visioni all’interno delle quali anche lui consapevolmente si collocava, dato che “la sua idea di filosofia era che, in quanto atto di esistenza, ha a che fare con la vita” (p. 101). Con più evidenza che altrove, risulta chiaro come questa pratica abbia bisogno di chi desidera insegnare e di chi pone delle domande per una vera e propria urgenza. 

Alessandra Pantano propone l’esperienza di Gombrowicz e dei due allievi come uno dei modi possibili di fare pensiero insegnando filosofia. Non lo vuole generalizzare né porlo come modello. La sua intenzione dichiarata è di mostrare in questo libro modi  del fare filosofia e non modelli imitabili e ripercorribili. Invita implicitamente così a riprendere soggettivamente il gesto di creare i tempi, gli spazi assieme alla pazienza dell’attesa perché avvenga quello che le sta più a cuore: fare pensiero, seguendo un modo, che nasce dal contesto e dalla singolarità di chi lo agisce. 

La sua scommessa è che questo sia possibile anche all’interno di istituzioni come i  licei, dove per programma si insegna storia della filosofia e si ripete più o meno fedelmente idee della tradizione. Anche all’interno della lezione più istituzionale e regolamentata in programmi e tempi, può accadere pensiero, se si è in attesa e si creano le condizioni perché questo avvenga. 

L’autrice è insegnante di storia e filosofia in un liceo di Verona. L’attraversamento teorico, che il suo libro tesse passo a passo, intrattiene un dialogo segreto con la  propria esperienza a scuola, che emerge nel testo e ne costituisce il radicamento. Del resto, la pratica dell’insegnare è una matrice poetica anche in altri suoi scritti. Penso ad esempio al testo dedicato a Marguerite Duras, dove inframmezza letture interpretative su di lei con racconti puntuali di proprie esperienze scolastiche in modo molto originale. Mi riferisco ad Accade scrivendo. La scommessa di Marguerite Duras

Quello che leggendo avverto come esigenza, desiderio, passione è la sua domanda: come e quando accade pensiero nell’insegnare? Come avviene l’evento del pensare, pur nella ripetizione della tradizione che non è mai davvero ripetizione  mimetica sterile, ma in cui può accadere pensiero vivo? Molto giustamente lei annota che occorre porsi fuori dalla contrapposizione ovvia tra pensiero pensato e quello  pensante, e cogliere il pensiero là dove avviene, anche quando si riattraversano le idee già formulate, cristallizzate in un canone. 

Consideriamo ad esempio quando si prepara una lezione e ci si avvia poi ad entrare in aula. Pantano riprende una pagina di John Williams dal romanzo Stoner. Il protagonista deve tenere la prima lezione di lingua inglese all’università del Missouri.  Studia per una settimana passando da un testo ad un altro. È la sua prima lezione in assoluto. La grammatica della lingua inglese, con le sue regole e la sua fluida architettura, diventa sempre più nel suo sentire una intelaiatura viva e poetica, che in più sa reggere il pensiero umano nel suo modo multiforme di darsi. Stoner non sa cosa dirà a lezione. Qualcosa di indistinto lo guida. Eppure, entra in aula, prende la parola e dagli studenti il suo discorso viene invece percepito come esatto e solido. Certo,  niente di più conosciuto e preciso della grammatica della lingua inglese. Niente di più noto. Eppure, quel qualcosa di indistinto che guida il giovane professore fa sì che quel  che dice crei pensiero, lo faccia accadere per il pubblico di chi lo ascolta. Lì, in presenza. Non prevedibile. 

Giustamente Pantano osserva che occorre molto studio e molta preparazione perché avvengano momenti di pensiero vivo come questo. Eppure, paradossalmente, sono momenti nei quali le mediazioni culturali e i ponti del sapere sembrano  scomparire, andare sullo sfondo, così che il discorso risulta preciso, esatto, poetico. Come se si desse da sé. Questa impressione di “naturalezza” vela il fatto che si tratta  di un percorso da un lato di grande studio soggettivo e dall’altro che è un evento che  non si può ripetere con metodo. Seguendo dei modelli. Pantano annota che si tratta sempre di pensiero “contingente”, che accade in quel momento, in quel contesto, a partire da colui che parla. Impersonale, ma che è reso possibile perché quella singola  persona lo patisce e ne ha passione. 

Il tema della passione nell’insegnamento della filosofia rimanda al desiderio, che ne è per l’autrice un costituente fondamentale. Per chiarire il legame profondo tra desiderio, chi insegna e chi ascolta porto un esempio personale. Ero studentessa all’ultimo anno del liceo. Un’ora di supplenza di italiano. Un giovane professore, che invece di invitare a far quel che volevamo mantenendo il silenzio, scrive alla lavagna i primi quattro versi di La sera del dì di festa di Leopardi. Li spiega facendo vedere i rimandi tra semantica, fonetica e grammatica. Una vocale aperta e un tempo presente diventano poetici tanto quanto la dolcezza della notte e convergono a far avvertire il senso che non è riassumibile in una sintesi. Impossibile una parafrasi. Solo poi ho capito che seguiva l’insegnamento di Roman Jakobson nel leggere così quei versi, quando tratta l’intreccio tra linguistica e poetica. Per me quell’ora fu un tempo sospeso e contemporaneamente la messa in movimento del desiderio di trovare quel modo di  scrivere e capire un testo, che non aveva a che fare solo con la poesia, ma con ogni scrittura, anche filosofica. Quell’ora a scuola è diventata un percorso di scoperta, una fedeltà a qualcosa che avevo intuito, sentito e che mi ha guidato nei miei studi successivi e che non si è ancora esaurito. Il desiderio del prof ha messo in movimento il mio desiderio in un cammino che continua. 

Alessandra Pantano sottolinea più volte nel testo l’importanza del movimento desiderante nell’insegnamento. Desiderio senza oggetto: non si tratta dell’intento di avere consapevolmente efficacia, né di ottenere qualcosa di preciso. È invece ciò che mette in movimento oltre il sapere, pur attraverso il sapere disciplinare. Con grande rigore come quello del supplente d’italiano del mio liceo. 

L’autrice tiene molto a non ridurre il pensiero pensante alla disciplina filosofica. Fare pensiero, ovvero accogliere il desiderio di una parola che dica toccando piani diversi di esistenza, è qualcosa che attraversa tante discipline. Matematica, letteratura, lingua  straniera, arte e così via. Ognuna fa pensiero a suo modo, ma comunque in forma  originale. Pensiamo alla pittura. Caravaggio non dipinge le idee della Controriforma, non le incarna nella sua pittura, come è stato a volte detto, ma crea un pensiero sensibile – una logica sorgiva del sentire -, che gli è del tutto proprio e irripetibile. Ha a che fare con il colore, con la disposizione dei raggi di luce, con quella particolare deformazione della prospettiva e così via. 

La seconda parte di questo libro di Pantano è dedicata a dare conto dei modi propri  di creare pensiero nell’insegnamento di alcuni filosofi e una filosofa, Simone Weil. Gombrowicz, come abbiamo visto, è uno di questi. Ma poi c’è Henri Bergson e il modo  della gentilezza; Simone Weil e il modo dell’attenzione e della gioia; Roland Barthes e ciò che non è pertinente al discorso maggioritario. L’impertinente, come lo chiama l’autrice. Alessandra Pantano li ha scelti perché hanno scritto espressamente della  pratica dell’insegnamento della filosofia e allo stesso tempo sono stati grandi filosofi. In questi attraversamenti e ricostruzioni dei modi di insegnare e delle tante pratiche diverse, il capitolo che rimane più complesso, ricco di sollecitazioni è quello dedicato a Roland Barthes. E forse Barthes è stato anche in qualche modo la guida, che inconsapevolmente ha orientato l’autrice nella lettura e interpretazione degli altri pensatori. 

So che Alessandra Pantano è interessata a continuare questa indagine anche attraverso altre e altri filosofi. Non è forse vero che María Zambrano, Hannah Arendt, Luisa Muraro hanno riflettuto sull’insegnare e fare pensiero? Noi lettrici attendiamo con  pazienza.