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per amore del mondo Edizione 20 - 2024/2025

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L’autorità femminile. Una distesa d’amore

“Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità” è un testo pubblicato dalla comunità filosofica di Diotima, la quale ha sede all’università di Verona. Edito nel 1995 da Liguori Editore rimane ancora oggi, precisamente trent’anni dopo la sua pubblicazione, un’opera filosofica estremamente rilevante anche per le generazioni più giovani. L’opera è suddivisa in sei saggi e introdotta da una breve prefazione a cura di Luisa Muraro. Mi soffermerò sui sei interventi, esplicandoli con il tentativo di ribadirne l’importanza e l’attualità.

Un nuovo sguardo

Luisa Muraro nella Prefazione dell’opera spiega come il pensiero maschile non si sia incentrato, nei secoli della propria storia, ad attribuire all’autorità un valore simbolico primario. La ricerca di Diotima nasce, dunque, dall’urgenza di “accordare il bisogno simbolico di autorità con l’amore per la libertà”1 e di scindere il concetto di autorità da quello di potere e autoritarismo per risignificarlo attraverso il pensiero, la politica e la pratica delle donne.

L’assenza presente della madre

Il primo saggio, intitolato “«Tu devi.» Un ordine materno” è scritto da Diana Sartori. L’autrice, sin dall’incipit, esprime la sua difficoltà nel parlare di autorità, una difficoltà che risulta essere non solo personale, ma anche propria del nostro tempo. Sartori affronta questa tematica a partire dal testo “Che cos’è l’autorità?”, inserito nell’opera “Tra passato e futuro” di Hannah Arendt, in cui viene ripercorsa la storia dell’autorità all’interno del pensiero politico e in particolare da Platone a Machiavelli. Per Diana Sartori tale titolo sembra richiamare il testo kantiano intitolato “Che cos’è l’Illuminismo?”, infatti, secondo l’autrice, Kant ha determinato la condizione di

confusione intorno all’idea di autorità. Siccome l’etica kantiana è fondata sul dovere, per il soggetto morale l’unica fonte di autorità è la ragione, in quanto essa stessa formula ed enuncia l’imperativo categorico. E poiché la ragione è universale e universalizzante, ogni soggetto appare “autonomo, indipendente, isolato e sovrano”2. Tuttavia, rimane costretto a fare i conti con la presenza di altri individui altrettanto autonomi e sovrani. A questo punto Diana Sartori riporta la tesi dello studioso Victor J. Seidler, il quale ritiene che con Kant si sia affermato un modello di individualità e di mascolinità che si fonda sui concetti di “ragione, controllo, disprezzo della sensibilità e dei sentimenti”3.

Inoltre, è interessante notare come i pensatori e i filosofi, che a più riprese e in momenti storici diversi teorizzano e affrontano la questione dell’autorità, prescindano da un fatto che Sartori in questo saggio mette in luce in modo esemplare, ovvero il rapporto con la madre. Infatti, la prima forma di autorità con cui ogni soggetto entra in contatto si presenta sempre con il volto e con la voce della madre. A questo punto, l’autrice sente l’urgenza di confrontare l’approccio kantiano e la formulazione dell’imperativo categorico con l’imperativo materno che lei riscontra nella sua esperienza di figlia. Se il primo necessita di finzione e di astrazione, il secondo invece si basa su una relazione che è, per sua natura, reale. Sartori ne parla così:

[L’imperativo materno] Mi indica cosa è ciò da cui non posso prescindere, il riferimento a mia madre. Con il suo ordine, mia madre mi mostra che non posso pensarmi assolutamente autonoma, e insieme mi indica da quale relazione non posso prescindere. In altre parole, da quale relazione dipende la realtà della mia libertà. […] Il criterio è rappresentato dalla relazione originaria con chi mi ha già messo al mondo e che attraverso una relazione che è costitutiva della soggettività stessa mi apre il mondo: con mia madre.4

Questo non significa promuovere l’attaccamento morboso alla madre, infatti la formulazione stessa dell’imperativo materno prevede necessariamente il momento del distacco. Nonostante il distacco persiste idealmente il legame, perciò non c’è bisogno di rifiutare l’autorità materna per accedere alla libertà. Riconoscere l’autorità dell’alterità non significa rinunciare alla propria libertà.

Il limite dei pensatori del Novecento è stato quello di relegare il significato di autorità a quello di fascismo e di autoritarismo. In questo senso Diana Sartori attua una vera e propria risignificazione del concetto di autorità, dal momento in cui ogni soggetto la

esperisce in quanto è nato da una madre. L’autorità non è una qualità che si può trasmettere a priori o tramandare, ma “rimane sempre legata ad un esercizio in nome

proprio.5 Riconoscendo l’autorità materna, di conseguenza, il soggetto arriva a comprendere di non essere autonomo poiché inserito in una costellazione di relazioni – tra cui quella imprescindibile con la madre – dalle quali dipende.

Le parole di Diana Sartori sono attuali come lo erano trent’anni fa. Se non più attuali che mai, in un momento storico in cui il rivolgersi all’origine – e alla madre – è terribilmente sottovalutato. L’individualismo sfrenato e il capitalismo che traspaiono anche dal mondo dei social media e che caratterizzano il presente in cui siamo immersi ci comunicano che effettivamente non siamo autonomi, ma che dipendiamo dall’autorità dei mezzi tecnologici. Per cui è vitale riconoscere l’autorità di colei che ci ha messo al mondo, guardarsi indietro, prima di muoverci nel mondo.

L’autorità è un ponte per il desiderio

Il secondo saggio presente nel volume è “Ordine simbolico e ordine sociale” scritto da Chiara Zamboni, la quale si interroga sulla distinzione tra autorità e potere che si intreccia a sua volta con i nessi e le divergenze tra ordine simbolico e ordine sociale. Con ordine simbolico l’autrice intende quel pensiero capace di dare significato alla realtà, mentre con ordine sociale le forme di organizzazione concrete. Zamboni ribadisce che il potere ha preso il sopravvento sull’autorità nel momento in cui è venuta a mancare la circolarità tra i due ordini. Ma questa non è l’unica conseguenza: quando non c’è coincidenza tra il simbolico e la realtà si genera la sofferenza, proprio perché il simbolico “nominando il movimento del reale ne diviene misura”.6 Le donne, storicamente, si sono trovate più spesso a dover fare i conti con questo tipo di sofferenza. Un esempio è l’assenza di parole e pensieri, nella civiltà maschile, che siano in grado di significare il rapporto madre/figlia. Le donne non hanno mai trovato (e non potranno mai farlo, a mio parere) corrispondenza con il simbolico maschile. In questo senso alcune donne sono riuscite ad acquisire autorità: grazie al loro coraggio di pronunciare parole nuove e di verità in grado di creare coincidenza tra pensiero femminile e vissuto femminile. Chiara Zamboni affronta un altro elemento che lei stessa pone al centro del femminismo e che definisce “una ricchezza non capitalizzabile”7 insita nella natura femminile, ovvero il desiderio. Autorità e desiderio

sono interconnessi. L’autorità è un ponte per il desiderio e il sapere femminile ha saputo mostrarlo attraverso atti visibili e ripetibili. Il desiderio è un’energia capace di trasformare il reale e quando l’altra viene identificata come colei che può aprire la strada alla realizzazione del nostro desiderio, la riconosciamo come autorità. Chiara Zamboni trae, alla luce di queste tesi che a mio parere aderiscono perfettamente a quella che è la realtà del femminismo, alcune conclusioni altrettanto illuminanti. Scrive così: “occorrono pratiche in cui sia in gioco l’autorità”8 e porta l’esempio della comunità filosofica di Diotima, di cui fa parte, che è un luogo in cui ordine simbolico e sociale convergono. Le pratiche sono il sito in cui la mediazione non giunge mai ad una sintesi, in quanto sono sempre in atto e necessitano di esser dette affinché possano legarsi all’anima del mondo.

È per me notevole, leggendo questo volume, capire come, nonostante siano passati trent’anni e vi siano stati innumerevoli progressi e cambiamenti, ciò che di radicale ivi è esposto, persiste e diventa assolutamente attuale. Basti pensare a come, in questo momento storico, vi sia un grande abbandono delle pratiche femministe, dovuta appunto alla scelta di utilizzare come strumento di pratica i social – in particolare Instagram e TikTok – e di sostituire ad essa la divulgazione. Non voglio demonizzare i social, io stessa ne usufruisco, eppure urge un pensiero critico. Vorrei riportare ciò che Poonam Bruni, giornalista di Donna Moderna, scrive nell’articolo intitolato “Giovani si nasce (e forse lo si diventa). Che fine ha fatto la pratica?” pubblicato nel numero speciale di Via Dogana di questo febbraio edito dalla Libreria delle Donne di Milano:

Abbiamo dimenticato la lezione dell’autocoscienza femminista: il potere rivoluzionario del mettere in comune e socializzare l’esperienza individuale. […] Sui social media […] il dibattito è piatto, polarizzato. A dominare sono la semplificazione, la ricerca di posizionamento e consenso personale. Per questo dovremmo riconquistare gli spazi fisici di condivisione ed ascolto. […]

La realtà dei social mi intristisce, ma so che nulla è ancora perduto: ci sono ancora luoghi fisici in cui le pratiche e il desiderio si intrecciano e permettono a chi ne fa parte di riconoscere l’autorità delle altre e degli altri. Questo è ciò che continuo a sperimentare alla Libreria delle Donne di Milano.

Il valore dell’obbedienza

Il terzo saggio, che si configura come un’epistola, è intitolato “L’obbedienza (Lettera a Diotima)” ed è scritto da Letizia Comba. L’autrice sostiene che solamente chi riesce ad ubbidire sarà, in un secondo momento, in grado di comandare. Infatti, quando il soggetto abbandona l’idea di essere al centro del mondo, può nascere in lui un interesse disinteressato e un’occasione di ascolto nei confronti dell’alterità, che lo conduce a poter ubbidire. La fiducia e la condivisione che sorgono da questo incontro permettono ad uno di riconoscere l’autorità – nel senso di autorevolezza – dell’altro. Lo scopo di questa forma di obbedienza dovrebbe essere quello di rendere colui che ha meno autorità capace di farne a meno, di interiorizzare questa qualità e imparare ad obbedire alla parte migliore di sé. Ma l’obbedienza non può prescindere dalla relazione, proprio perché ha come requisito il coraggio di affidarsi all’altro per poter accrescere la conoscenza di sé. Inizialmente il soggetto si trova soggiogato a chi possiede più autorità, ma il simbolo del giogo ospita in sé un paradosso: vincola e, allo stesso tempo, alimenta un percorso di liberazione interiore. Letizia Comba spiega come sia difficile cercare di legare l’ordine esteriore a quello interiore, arrivando a dire che ciascuna verità è responsabile della propria mediazione. Non c’è obbedienza senza ascolto. Per affidarsi e, allo stesso tempo fidarsi, dell’alterità e dell’autorità che essa incarna, è necessario trascendere sé stessi e lasciarsi colpire dalle parole o dai gesti messi in atto dai soggetti con cui siamo in relazione.

Un’autorità piena d’amore

Il quarto saggio è intitolato “Il lavoro del servo” ed è scritto da Wanda Tommasi. Il punto, su cui verte l’intero testo e da cui partono riflessioni ampie e ben argomentate, è quello delle relazioni. Il soggetto femminile non può pensarsi separato dalla sua storia, che è assieme individuale e intersoggettiva. L’autrice afferma infatti di aver compreso come la pretesa dell’autonomia assoluta sia un’illusione propria del pensiero moderno maschile, che trova spazio a partire da Descartes, e che lei ha intenzione di smascherare proprio attraverso l’esperienza della relazione con altre donne. Per questa ragione, finché non si mettono al centro le relazioni la storia rimane essenzialmente maschile:

L’ideale normativo che il cartesianesimo ha contribuito a far valere è stato quello di un soggetto autonomo e totalmente autosufficiente, che non dipende da nulla al di fuori di sé per definirsi e che considera l’essere corpo – e quindi anche emozioni e sentimenti – come una parte trascurabile e disprezzabile di sé, che può essere messa fuori gioco senza danno […]9

Wanda Tommasi ribadisce che è stato grazie alla politica delle donne se ha imparato a praticare la disparità. All’illusione dell’autonomia oppone la gioia dell’incontro con l’altra, che è possibile solo dopo che si siano trovati dei confini. Soltanto grazie alla pratica dell’autorità femminile la relazione con la madre si riempie di senso e ci ricorda da quale relazione nessuna donna può prescindere.

Alla luce di queste premesse, l’autrice interroga nuovamente il rapporto tra dipendenza e indipendenza che l’autorità implica, chiamando in causa Hegel. Sia nelle Lezioni di Jena del 1803-1804 e successivamente nella Fenomenologia dello Spirito, Hegel osserva che una coscienza che si pretende sciolta da qualsiasi legame (ovvero assoluta) tuttavia continua a dipendere, proprio perché cerca il riconoscimento della propria assolutezza, da una coscienza che le sia alla pari. Questa tesi si delinea con maggior chiarezza nella figura del rapporto tra servo e padrone: il signore che si pretende assoluto, non avendo consapevolezza del fatto che in realtà dipende, quanto a riconoscimento, dal servo che egli domina. Autorità e potere intrattengono un rapporto sia con l’interiorità che con l’esteriorità. Il rapporto che il signore intrattiene con il servo è un rapporto di potere, mentre quello che il servo intrattiene con il signore è di autorità, proprio perché il servo nella dipendenza cresce e arriva a intravedere i meccanismi del potere. Quindi l’autorità dipende necessariamente dalle relazioni e dalla fiducia su cui esse sono fondate. Wanda Tommasi arriva alla conclusione che nel lavoro dell’autorità, che si configura come lavoro di libertà, ci sono alcuni elementi essenziali: la conoscenza della disparità, del vincolo reciproco e la capacità di spostamento. Come Chiara Zamboni aveva già espresso nel suo saggio, allo stesso modo Wanda Tommasi esplica il rapporto che sussiste tra desiderio e autorità:

La persona a cui riconosco autorità è ciò che, fuori di me, corrisponde, al mio desiderio, che mi offre la possibilità di ancorarlo al reale: ogni autorità dà ponti al desiderio, ne consente la canalizzazione, la spendibilità; ma l’autorità non è costruttrice di ponti se non è riconosciuta dentro di sé, poiché solo il riconoscimento consente di inventare le mediazioni che legano il desiderio alla realtà.10

A questo punto l’autrice espone il paradosso insito nella dipendenza, spiegando che solo ammettendola si comincia ad essere liberi, così come rendendosi vulnerabili si acquisisce forza. Questo paradosso è, però, fecondo e non sfocia in alcun vicolo cieco. Ugualmente l’autorità è una realtà più fluida, siccome per non deperire deve necessariamente offrire nuove mediazioni al desiderio.

Ho sempre riflettuto sull’importanza della relazione e come essa non fosse un tema trattato più di tanto all’interno del pensiero filosofico, nonostante l’evidenza che mostra come tutti gli esseri umani siano necessariamente implicati in reti di relazioni che li condizionano profondamente. La questione non può essere trascurata. Allo stesso modo il valore dell’indipendenza e dell’autosufficienza sono stati mistificati fin dagli albori della storia della filosofia (basti pensare allo stoicismo, all’epicureismo, alla scuola cinica e scettica), sino ad arrivare all’individualismo proprio del pensiero moderno e contemporaneo. Ciò che la filosofia femminile ha saputo mettere in luce è appunto la potenza delle relazioni e della dipendenza a scapito del “genio” maschile, abituato a fare ricerca da solo, chiuso nel suo regno di astrazione e irrealtà, lontano dal mondo e dall’alterità. Wanda Tommasi lo mette bene in chiaro: per raggiungere un’autorità che sia piena d’amore è necessario, nel contesto filosofico, trattare, assumendo nuove posture, argomenti che la cultura maschile ha tentato di invisibilizzare.

L’autorità femminile produce senso

Il quinto saggio, intitolato “Fare autorità, disfare potere”, è scritto da Annarosa Buttarelli. Innanzitutto, l’autrice riporta l’etimologia della parola autorità, la quale deriva dal latino auctoritas che significa letteralmente “far crescere, alimentare”. Diversamente la parola latina potestas, da cui discende potere, porta il significato di “forza, potenza”. Sin dall’etimologia si può dunque evidenziare la differenza radicale delle due parole, differenza che è stata annullata dalla storia dell’autoritarismo. La confusione che sussiste tra i due concetti non è solo un problema linguistico, dal momento in cui si riflette nella realtà. Annarosa Buttarelli riporta anche la sua esperienza di donna in luoghi politici e pubblici, in cui rivestiva un ruolo di potere:

Avevo tentato di fare uno scambio tra potere e autorità; avendo io quel poco di potere, pensavo che mettendone a disposizione delle donne le risorse,

automaticamente me ne sarebbe tornata autorità, cioè, per primo, riconoscenza, accettazione del vincolo con me, in quanto autrice di affermazione, di esistenza simbolica per altre donne.11

Come già detto precedentemente, può esserci una relazione tra autorità e potere, ma queste due misure non sono intercambiabili. Se una donna, trovandosi in una posizione di potere, si rende conto che la pienezza del potere le fa perdere di vista l’autorità, deve fare vuoto e creare un nuovo centro. Perché solo la potenza dell’autorità può produrre uno spostamento nel reale. L’autrice, facendo riferimento alla figura di Teresa d’Avila, afferma che non bisogna necessariamente ricusare il potere, ma sottrarre adito a quegli aspetti di dominio che sono legati al potere stesso attraverso l’esercizio dell’autorità:

L’autorità ha questa potenza: di abilitare i soggetti verso cui è diretta ad essere ed operare in modo da portare a coincidenza i gesti con i propri principi. […] Se, come insegna l’esempio di Teresa d’Avila, nell’esercizio dell’autorità è più importante l’enunciato rispetto a chi enuncia, allora vi è un obbligo a rendere efficiente il contenuto, a cercare il gesto più adatto che gli corrisponda, che produca nuovi fatti.12

Annarosa Buttarelli ribadisce che, siccome l’autorità non può prescindere dalla relazione, esprime delle misure e, in senso simbolico, non può mai essere messa in discussione. Il potere riproduce codici, mentre l’autorità produce senso poiché garantisce l’intrecciarsi di parole e realtà.

La filosofia, nel senso comune, è pensata come una disciplina totalmente astratta. Io ho conosciuto la filosofia e ho iniziato a praticarla nel momento in cui ne ho scoperto l’esistenza, in particolare grazie ad un’iniziativa tenuta da Luisa Muraro alla Libreria delle Donne di Milano intitolata “Accademia delle Piccole filosofe e dei Piccoli filosofi”. La filosofia è difficile da definire, ma, fin da subito, ho potuto comprendere che, in essa, il linguaggio, il pensiero e le azioni si fondono e danzano assieme. Poi a settembre 2023 ho iniziato a studiare filosofia all’Università di Verona e grazie ai corsi tenuti da docenti autorevoli e preparati ho capito che ciò che da più piccola avevo solamente percepito essere vero, era stato teorizzato da tantissimi pensatori e pensatrici. Mi viene in mente il testo di Pierre Hadot intitolato “Esercizi spirituali e filosofia antica” in cui egli scrive quanto segue:

Gli stoici lo dichiarano esplicitamente: per loro la filosofia è un esercizio. Ai loro occhi la filosofia non consiste nell’insegnamento di una teoria astratta, e meno ancora

in un’esegesi di testi, ma in un’arte di vivere, in un atteggiamento concreto, in uno stile di vita determinato, che impegna tutta l’esistenza. L’atto filosofico […] è una conversione che sconvolge la vita intera, che cambia l’essere di colui che la compie.13

Ma se per Hadot questa visione della filosofia è rintracciabile nella maggior parte delle dottrine antiche ed eccezionalmente in qualche filosofo rinascimentale e moderno, io la trovo costante nel pensiero femminile, a partire dalle mistiche fino alla filosofia femminista. Personalmente ritengo che proprio nella capacità delle donne di ancorare il pensiero alle azioni risiedano le radici femminili dell’autorità.  

L’altrove dell’esistenza femminile

Il sesto ed ultimo saggio, intitolato “Oltre l’uguaglianza”, è scritto da Luisa Muraro, la quale rileva un fenomeno storico alquanto interessante: nel corso della storia umana, i momenti rivoluzionari sono sempre caratterizzati dalla presenza femminile, nello stesso modo in cui i momenti di riorganizzazione sono esclusivamente in gioco figure maschili. L’autrice, a questo proposito, sostiene che la storiografia ha fatto un grandissimo errore, ovvero non ha tenuto in conto la rilevanza che la differenza sessuale occupa in quasi tutti i processi storici. Se per l’uomo dedicarsi a questioni di potere è quasi un bisogno simbolico, per la donna questo bisogno maschile è ridicolo e si risolve in comicità. Luisa Muraro afferma che gli uomini temono quest’ironia femminile e che sussiste un motivo per il quale le donne, anche adesso che sono incluse nella vita politica, faticano a starci:

In questo obbligo legale di “starci”, in questa presenza politica resa quasi obbligatoria, intravvediamo una seconda contraddizione, meno nota, anzi completamente trascurata. Le donne sono state escluse ed ora restano assenti da un sistema politico che ha conquistato l’universale escludendo dal fare politica, oltre alle donne, anche il piacere.14

Dunque, esiste un legame tra la conquista dell’universale e l’esclusione delle donne. Gli uomini hanno dato via il piacere ed il godimento in cambio del potere, questo non senza conseguenze:

Lo scambio di piacere contro potere ha creato condizioni simboliche e materiali proibitive per chiunque voglia fare politica senza stare a quel cambio […]. Ci capita di dire “nelle questioni riguardanti il potere”, ma dovremmo chiederci se esistano

questioni non riguardanti il potere, in un ordine simbolico-sociale che del potere ha fatto la sua misura ultima, cui sottomette i corpi vivi e senzienti, a costo di trasferire l’intera convivenza umana entro spaventosi scenari di morte.15

Luisa Muraro continua la sua riflessione spiegando che la politica è il superamento stesso della lotta per il potere, in quanto ospita in sé la mediazione, la consapevolezza del proprio desiderio e la misura delle proprie forze. Quindi la causa dell’assenza delle donne nei luoghi della politica “non è tanto la loro esclusione, io penso, quanto l’unilateralità del gioco simbolico che lì ha luogo”.16 Dunque l’assenza femminile è la risposta alla volontà di non esserci. L’altrove dell’esistenza femminile è, per l’autrice, il mondo che abitiamo.

Luisa Muraro afferma che si è sempre cercato di imporre il neutro maschile al centro della realtà umana perché il pensiero maschile non ha saputo elaborare, nei secoli della sua storia, la differenza sessuale e nemmeno salvaguardare il suo valore. Il termine “differenza” viene erroneamente accostato a “disuguaglianza”, pur essendo non solo parole ma anche concetti completamente diversi. In conclusione, l’autrice afferma che il lavoro simbolico operato dalla differenza sessuale, anche se non è stato storicamente documentato, risulta però efficace. Alla luce di questi fatti, Luisa Muraro indica un elemento, che lei rivela già essere in atto all’interno della comunità filosofica di Diotima, ma che può rivelarsi fondamentale anche nel presente: riscoprire le pratiche di una mediazione vivente.

Nel dibattito attuale, il tema della differenza sessuale ha poca visibilità sulla scena pubblica e mediatica e fatica a suscitare interesse nelle nuove generazioni, come riportano anche Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo in Donna si nasce.17 Questo perché, nel senso comune, è valida l’idea che la differenza tende a degenerare in diseguaglianza. Eppure, ci sarebbero oggi gli strumenti per osservare la differenza e viverla come una ricchezza, e non come un male da annientare in favore dell’omologazione. L’omologazione vede la sua massima espressione all’interno della realtà dei social media, in cui spopolano trend, ripetuti da milioni di utenti in tutto il mondo, e sussiste una polarizzazione di contenuti e riflessioni. Come uscire da questo scenario? Quello che io propongo è di avvicinarsi nuovamente al pensiero della differenza e assaporarne tutta la vitalità.

Note

1 Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli, 1995, p. 1.

2 Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli, 1995, p. 12.

3 Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli, 1995, p. 14.

4 Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli, 1995, p. 18.

5 Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli, 1995, p. 28.

6 Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli, 1995, p. 35.

7 Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli, 1995, p. 40.

8 Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli, 1995, p. 44.

9 Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli, 1995, p. 61-62.

10 Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli, 1995, pp. 79-80.

11 Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli, 1995, p. 92.

12 Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli, 1995, pp. 99-100.

13 Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, traduzione di Anna Maria Marietti, Giulio Einaudi editore, Torino, 2005, p. 31

14 Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli, 1995, p. 113.

15 Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli, 1995, p. 114.

16 Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli, 1995, p. 118.

17 Adriana Cavarero, Olivia Guaraldo, Donna si nasce, Mondadori Editore, Milano, 2024.