diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 20 - 2024/2025

Ho Letto

La Via della Scrittura verso il silenzio.

Interrogando il romanzo di Mariagrazia Fontana, È questo che volevo?

Quante parole ingombrano il cuore di una donna al punto da richiedere un coraggioso lavoro di scavo per scendere là dove la vita scorre silenziosa e godere finalmente della vastità di quel silenzio?

In quante anime una donna si deve specchiare, per riconoscere la propria, quella semplice che muove la vita senza esitare, e le fa trovare il colpo d’ala che la porta in cima alla montagna da cui vede finalmente il disegno della propria esistenza?

Sono queste due domande che sento scaturire in me, alla fine; conclusa la lettura del libro di Mariagrazia Fontana, È questo che volevo? [1]

Grazia mi invita a leggere il suo libro ormai pronto per uscire dalla casa editrice “tempo sospeso”: il libro di una donna con la quale ho condiviso quella che Hannah Arendt chiama la seconda nascita, il nascere alla politica, negli anni della ribellione all’autoritarismo delle istituzioni famigliari e scolastiche, al perbenismo imposto dalla morale e della religione. Esperienze decisive vissute insieme. Lei studente, io insegnante, ci eravamo incontrate in un gruppo spontaneo che aveva trovato spazio nella mia casa, una casa aperta agli incontri, una casa senza genitori, senza regole e con molto fumo… di sigarette e di parole.

Di molti anni più giovane, l’avevo persa di vista…  Quando ci ritroviamo, tiene una bambina in braccio… Scopro che era andata a Pavia per frequentare l’università di Medicina.  E che il padre della piccola viene da questa città e l’ha seguita a Brescia.

Sono gli anni del nuovo femminismo, il femminismo della libertà, orientato dal pensiero della differenza. Il passato è passato, ma non rimossa la passione politica, che ha trovato nuove strade… Ognuna ha trovato la propria.  Lei è diventata madre e sta realizzando il suo desiderio, quello di praticare la chirurgia per curare i corpi malati. La vedo tutta presa dal suo lavoro di donna medico, aderente fino in fondo alla sua professione. Misuro una distanza.  Io, di una decina d’anni più vecchia, incapace di sentire il desiderio di maternità mentre l’orologio biologico avvicina le lancette al limite dell’età feconda, sono tutta presa dall’impegno nel movimento femminista, attratta dal coraggio e dalla creatività femminile, coinvolta profondamente nella ricerca di esperienze femminili ispiratrici che danno senso alla mia esistenza e al mio lavoro di insegnante. Un lavoro che faccio con passione, ma senza cedere alla identificazione con il ruolo sociale che ne deriva. Non sarò mai una profe identificata con il suo lavoro. Resterà sempre uno scarto tra la donna che sento di essere e il lavoro che mi sono trovata a svolgere. Lo scarto di chi realizza il proprio divenire senza un progetto di vita che lo faccia procedere con decisione su binari che portano verso una meta precisa.  Una donna alla quale, negli anni dell’adolescenza, non era consentito immaginare un destino diverso da quel sogno vago del padre che voleva una figlia maestra … e che, buona, buona, avrebbe dovuto  fare tutto il possibile per diventarlo. Un mestiere diceva quel sogno, che avrebbe conciliato l’essere donna e il bisogno di indipendenza economica di questa figlia amata, la cui nascita aveva curato le terribili ferite impresse dalla guerra nel suo cuore devastato. Una figlia che doveva assolutamente disporre di uno stipendio sicuro, necessario se non si fosse sposata o se fosse capitata male… E, non volesse il cielo, avesse dovuto crescere i figli da sola.  

Un’anima, la mia, il cui “volere” avrebbe richiesto un volo sorretto da ali immense per non cadere. Un’anima, quella delle quattro amiche mediche, le cui vite costituiscono l’intreccio della narrazione di Grazia, che possono “volere” questo e quello, questo o quello, sostenuta la loro volontà da ali robuste che le spingono alla realizzazione del proprio desiderio, poliedrico, com’ è il desiderio femminile.  Al di là delle differenti vicende biografiche, il filo d’oro che struttura la narrazione è proprio questa possibilità di voler realizzare il proprio destino personale nell’ambito della medicina.

Dieci anni di differenza: quanto basta perché le molteplici anime di cui è composta l’anima di una donna, possano alzarsi in volo senza paura, sollevate dal vento del desiderio. Il femminismo è stato questo vento potente che ha spazzato via la nuvola pesante del potere o del sogno dei padri, rendendo le figlie capaci di realizzare, a modo loro, quello che la loro anima vuole.  

Come parlare di un libro che mette in risalto le molteplici facce dell’anima femminile mossa dal desiderio?  Facce molteplici che la voce narrante delinea con passione e accanita interrogazione, lasciandosi coinvolgere fino al midollo, fino ad essere voce dell’una e dell’altra delle quattro amiche, fino a confondersi nella vita dell’una e dell’altra. Fino a perdere i contorni della propria, per ritrovarla alla fine nel silenzio della montagna.  Cosa può dire una come me, che ha preso dalle circostanze quello che veniva, sulla quale pesava quel modesto sogno paterno, in conflitto con i suoi   fragili desideri, con sogni  inconfessabili, se non quello di andarsene in città… e volare, sì volare, illudendosi  di poter così conoscere il mondo?  Una che dell’amicizia femminile ha fatto la leva del proprio esistere nel mondo, attenta sempre a non confondersi nel progetto di vita dell’altra, tanto più se amica.  Lasciandosi muovere da qualcosa che si può chiamare “desiderio senza nome”, una spinta orientante che viene dal profondo, suscitata da circostanze che la rendono riconoscibile e la mettono su un cammino di vita imprevisto, che sente essere il suo.

Non mi piace fare recensioni, una lettura mi spinge a dire solo cosa mi resta tra le mani riemergendo dal     mare di parole che un’opera scritta crea.  E da questo mare di parole, che la narrazione di Grazia offre, mi resta alla fine il desiderio di sostare nella profondità silenziosa che si apre al fondo di queste quattro biografie femminili. Il fondo che c’è al di là delle storie, al di là della biografia: quel fiume che scorre e misteriosamente alimenta il destino di ciascun essere umano, di ciascun essere vivente.  Mi piace perciò concedermi il tempo di sostare nel silenzio che si è fatto alla fine di quest’opera, in cui si placa ogni ansia di realizzazione di sé e fa indovinare una vita che lasci tracce discrete, suoni incerti, come l’abbaiare di un cane, presenze in cui umano e animale camminano insieme…

Credo di non tradire il senso del lavoro di Grazia se lo definisco un’opera di pulizia del cuore, che allarga lo spazio interiore. Un’azione che, ad un certo punto, si rende necessaria per liberare la vita dal troppo che ingombra, perché quel fiume, il fiume del divenire possa riprendere a scorrere senza insabbiarsi, fino alla foce, fino al grande “mare dell’Essere” dove è destino che ogni esistenza si inabissi e dal quale ogni nuova esistenza emerge.

 La Via della scrittura è una delle vie possibili, la via che cerca la vena delle pietre preziose, le parole, quelle vere, che, liberate dalle scorie, illuminano i cunicoli di quel mondo oscuro che chiamiamo destino personale.  E che abbiamo bisogno di riconoscere, quando sentiamo che il corpo deve alleggerirsi dei pesi che si è portato sulle spalle. Il corpo che invecchia lo pretende.

La scrittura, come pratica di accesso al silenzio: l’opera di Grazia sembra mostrare questa possibilità. La possibilità di arrivare a sentire la vita nella sua consistenza reale, materiale, pulsante momento per momento, senza la frenesia del voler essere, del voler fare… senza l’ansia di voler essere altrove da dove si è, di voler fare quello che altri, altre fanno, perché “tutto sentiamo è già fatto; e il di più è soltanto un di più che ci può essere o non essere; e non cambia poi molto”. Non a caso anche Grazia riprende queste parole di Adriana Zarri come segnavia di una svolta ormai inevitabile.

Sono molti i modi in cui si può fare quest’opera di pulizia del cuore con la scrittura, l’invenzione letteraria  è quella che Mariagrazia Fontana sceglie. Vedo la sua mano muoversi con il bisturi che cerca il ricordo là dove si trova incistato e lo apre per risanarlo, liberandolo da quel ristagnare che genera dolore.  Un’azione chirurgica, la sua, lontana dalla non azione della poesia, che lascia venire dal fondo del cuore le parole. Parole inattese, che portano un incerto chiarore nel presente che si sta vivendo e nel misterioso farsi del destino personale. Lontana anche dalla scrittura di chi ama far tesoro della voce che viene dai sogni, per procedere nel cammino di vita, passo dopo passo, accogliendo il farsi dell’esistenza,  disponibile a lasciare che il divenire si faccia da sé, senza ostacolarlo. Accogliendo la vita per quello che è: sorpresa, inatteso, imprevisto. 


[1] Mariagrazia Fontana, È questo che volevo?, Editrice temposospeso, Genova, 2024.