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per amore del mondo Edizione 20 - 2024/2025

Filosofe

La traduzione come Metaxù

Un’intervista con Maura Del Serra traduttrice di Simone Weil

Questa intervista, riprodotta qui con il permesso, è stata originariamente sollecitata e pubblicata su Attention, rivista statunitense sulla vita e l’eredità di Simone Weil. Alcune delle domande qui sotto sono state formulate in collaborazione con le studentesse magistrali Annamaria Totagiancaspro e Ilaria Vrenna durante il seminario tenuto da Dianetti su ‘Attention & Translation’ all’interno del corso ‘Advanced Language Skills in Italian’ presso l’Università di Galway, in Irlanda.

Maura Del Serra è stata Professoressa di Letteratura Comparata all’Università di Firenze e ha pubblicato raccolte di poesie, numerose opere teatrali, saggi, lavori critici su diversi autori, oltre a numerose traduzioni. Ha tradotto le poesie di Simone Weil (Pistoia, C.R.T., 2000) e scritto La fonte ardente. Due atti per Simone Weil (pubblicata nel 1991 dalla rivista Hystrio e messa in scena a Firenze nel 1992 e in Francia nel 2017), basata sulla vita e il pensiero di Simone Weil.

Nel 2021 ha pubblicato con Le Lettere una nuova traduzione de L’enracinement con il titolo Il radicamento. Quest’ultima è la prima traduzione italiana del capolavoro di Weil dopo la prima traduzione di Franco Fortini, uscita nel 1954 con il titolo La prima radice.

In quanto segue, Del Serra ci ha raccontato della sua nuova traduzione de L’enracinement, del suo rapporto con Simone Weil e della sua pratica ed etica di traduzione.

1. Iniziamo con il titolo stesso. Franco Fortini, nella sua traduzione, scelse di intitolare il libro La prima radice. Può parlarci della sua scelta di mantenere la traduzione letterale Il radicamento? E, in generale, in che modo pensa che la sua traduzione si differenzi da quella di Fortini?

 – La mia è stata una scelta che definirei di filologia conservativa, ovvero di fedeltà testuale a Simone, per una duplice ragione: la prima è che il titolo  “Il Radicamento” è quello stesso della terza parte dell’opera, e di conseguenza fu scelto da Camus per la sua prima edizione nel 1947; la seconda, congenere alla prima, è che il concetto di “radicamento” è centrale e dialetticamente progressivo nel pensiero e nel libro weiliano, passando per le opposte e diverse tipologie di “sradicamento”, mentre il titolo scelto da Fortini non era dinamico ma statico, astratto ed assolutizzante, creando un’aura vetero-cattolica certo conforme al periodo storico della “scoperta” di Simone in Italia, gli anni ’50 del Novecento, ma non era conforme alla Weltanschaung progressiva dell’opera, che è insieme una diagnosi testamentaria ed una prognosi densa di speranza profetica per la futura rinascita storica e spirituale dell’Europa post bellica. La mia traduzione differisce perciò da quella di Fortini non solo in un ovvio senso di “modernizzazione” linguistico-lessicale, eliminando obsolescenze, diversi errori ed integrando nel testo l’ultima parte (non ancora ritrovata al tempo di Fortini) che pure conserva, doverosamente, l’incompiutezza testuale originaria ma non tronca il finale. Ho inoltre aggiunto altrettanto necessariamente una introduzione ed un corpus di note chiarificatrici utili al lettore italiano contemporaneo, entrambe assenti nella traduzione pionieristica di Fortini.

2. Durante il processo di traduzione di questo testo, ha consultato la traduzione di Fortini o altre traduzioni in altre lingue?

 – Ho consultato solo la versione di Fortini, e solo come riferimento esterno al testo, sul quale ho focalizzato profondamente la mia attenzione (nel senso specifico weiliano di “ascolto/meditazione/contemplazione attiva”) sull’originale francese, per creare un “discanto” il più possibile fedele e congenere al “canto” di partenza, che non passasse attraverso una troppa diffratta e distraente “camera degli specchi” in altre lingue e che mi allontanasse perciò dall’originale.

3. L’enracinement è un testo complesso, che certamente richiede un traduttore abile e dedicato come lei. Quando Weil scrisse L’enracinement, lavorava per ‘France Libre’ e il suo compito era selezionare ciò che veniva ricevuto a Londra dai comitati della resistenza per poi passarlo con annotazioni a De Gaulle. Mentre metteva insieme pensieri e risposte a ciò che riceveva riuscì ad immaginare, in quello che sarebbe poi diventato L’enracinement, ciò che riteneva fossero le fondamenta necessarie per l’Europa del dopoguerra.

Poiché il libro è stato pubblicato postumo, e Weil non ha avuto la possibilità di rivederlo prima della pubblicazione, ci sono varie sezioni acerbe e difficili nel testo. Lei come le ha affrontate? Le ha lasciate così com’erano o le ha chiarite?

 – Come ho accennato nella mia prima risposta, il mio criterio traduttivo è costantemente quello che nella storia dell’arte si definisce un “restauro conservativo” ovvero una fedeltà testuale “ri-creativa” quanto e dove più occorre, cioè proprio nei passaggi meno compiuti e più “rough” del libro, passaggi che ho cercato quindi di mantenere chiarificandoli quanto basta per non snaturarli. È un lavoro complesso e delicato di bilanciamento, dettato ad un tempo dall’esperienza e dall’empatia, dalla mens cordis che cerca la sintonia più equilibrata con la voce dell’autore – nel caso di Simone così vastamente “profonda e chiara”. Sto parafrasando la sentenza di Nietzsche, un filosofo che Simone non amava per la sua apparente hybris e germanica mancanza di geometrie: “Siamo profondi, ridiventiamo chiari”. Ma la fonte di tale doppia qualità è nel Paradiso di Dante, la “profonda e chiara sussistenza” attribuita alla luce divina ed attribuibile ai suoi grandi interpreti umani.

4. Nella prima frase del libro, lei usa la parola dovere e non obbligo, diversamente da Fortini. Può dirci il perché di questa scelta?

 – Ho usato il sostantivo “dovere” anziché “obbligo” per la sua maggiore specularità con l’originale “devoir”, che implica anche una maggiore vastità ed elasticità del suo spettro semantico in senso etico, un senso che si collega, anche per il lettore italiano, alla tradizione filosofico-sociale mazziniana dei “doveri dell’uomo”; speculari ai “diritti”, che furono il vessillo ideologico diffuso in Europa dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese, alla quale Simone si richiama nella sua costante dialettica spirituale ed etica. Il sostantivo “obbligo” non ha in italiano questa ampiezza di connotazioni storiche, etiche e pedagogiche risalenti alla “legge morale in noi” di Kant (ben presente nella formazione weiliana), e suona invece restrittivo e costrittivo, quasi punitivo.

5. Ros Schwartz, la traduttrice della nuova edizione inglese del libro, sostiene che il fatto di non essere una studiosa di Weil sia stato un vantaggio, perché ha potuto incontrare le idee di Weil da sola per la prima volta, e questo le ha fatto realizzare cosa poteva essere difficile da capire per un pubblico non specializzato e cosa meritava essere spiegato. Quanto del suo lavoro, invece, è guidato dalla sua profonda familiarità con la filosofia di Weil?

 – Io non mi considero una studiosa di Simone in senso accademico, ma piuttosto una sua discepola ideale fin dalla mia giovinezza. Essendo in primis un poeta e come tale pensando e sentendo con empatia cognitiva, (l’Einfühlung tedesca), la mia “alta comprensione” della filosofia weiliana nasce più dall’ammirazione devota che si riserva alla personalità dei maestri spirituali che da uno studio analitico dei suoi temi portanti, pur non escludendo quest’ultimo come presupposto ed implicazione necessaria nel mio lavoro di lettrice, autrice e traduttrice, che è stato e resta profondamente debitore all’imprinting weiliano, e in particolare delle sue fonti mistico-filosofiche orientali, specialmente la Bhagavad Gita, che avevo già incontrato autonomamente intorno ai vent’anni.

6. Può parlarci un po’ di più del suo incontro con Weil? Come è venuta in contatto con l’opera di Weil e cosa l’ha colpita di più del suo pensiero?

 – Il mio incontro con l’opera di Simone risale agli anni ’70 e precisamente al 1972, anno della mia laurea, nel quale iniziò la pur ancora elitaria fortuna weiliana in Italia tramite traduzioni d’autore ormai celebri: nel 1972 Attesa di Dio (Attente de Dieu) nella versione di Orsola Nemi e con l’introduzione empatica di Cristina Campo sotto lo pseudonimo “misterioso” di Benedetto P. D’Angelo (avrei poi conosciuto personalmente Cristina nel 1976 a Roma, in una visita-omaggio, e restammo in contatto epistolare fino alla sua morte). Nel 1974 lessi con grande ammirazione il volume La Grecia e le intuizioni precristiane (Rusconi) che riuniva saggi della Source greque e delle Intuitions pre-chretiennes ((l’Iliade poema della forza, Dio in Platone ed altri scritti minori) nelle traduzioni a quattro mani della Campo e di Margherita Pieracci Harwell, sua storica grande amica e corrispondente, che divenne dagli anni ’90 anche mia grande e cara amica personale. La figura di Simone suggellò per me la sua importanza fondamentale dai primi anni ’80, quando Adelphi pubblicò nella meritoria traduzione di Giancarlo Gaeta i 4 volumi dei Cahiers/Quaderni (dai quali attinsi molti dettagli, anche psicologici e stilistici, per La fonte ardente). Lessi poi via via le altre opere di Simone sia in traduzione che in originale, le 9 poesie nell’edizione francese del 1968 che le univa a Venise sauvée e che sentii l’urgenza e il “dovere” di tradurre in versi italiani. Lessi poi con gratitudine la dettagliata e scrupolosa biografia di Simone Pétrement (che fu tradotta in italiano solo molti anni dopo) e quella un po’ “miscellanea” (che oggi si definirebbe in termini cinematografici un biopic) di Gabriella Fiori, e vari numeri dei “Cahiers S.W.”. Ciò che più e subito mi colpì nella figura e nell’opera di Simone fu la splendida potenza e lo slancio mistico-metafisico del suo pensiero “radicale” anche in senso etimologico, capace di unire le fonti classiche e moderne della cultura occidentale con le tradizioni del pensiero orientale, di coniugare pensiero contemplativo ed azione rivoluzionaria, utopia e storia, pietas creaturale e lucida analisi politico-sociale, luna e sole come nel brano de La fonte ardente citato, e di fonderli non tanto nel senso di una ideale androginia come nel caso di Woolf, ma piuttosto in un più alto sentire olistico, che mi aiutò molto a maturare, nel tempo, le mie incertezze spirituali giovanili e il mio sentire ancora un po’ astratto e letterario: difetti che ritengo ancora presenti nella struttura “effusiva”, teatralmente ridondante, de La fonte ardente, che scrissi peraltro in gran parte durante una malattia con febbre alta, con i libri di riferimento sparsi sul letto, in una sorta di lungo entusiasmo o rapimento creativo.

7. E riguardo alle altre affinità elettive di cui ha parlato in altre interviste? Ha detto che gli autori che ha tradotto (Shakespeare, Herbert, Proust, Woolf, Thompson, Mansfield, Djuna Barnes e Weil) sono stati scelti in base alla sua connessione con loro, quasi come se il traduttore e l’autore fossero due strumenti musicali che devono essere accordati sulla stessa tonalità. Cosa può dirci riguardo al suo rapporto con gli autori che traduce?

 – Indubbiamente, e in modo pervasivo, tutte le mie traduzioni sono originate e scelte in base all’“affinità elettiva”, la Wahlwerwandschaft goethiana, con le autrici e gli autori che non direi di aver scelto, quanto piuttosto che mi hanno scelto e “chiamato” come personaggi pirandelliani in cerca di autore, o, come diceva la poetessa a me assai cara Margherita Guidacci, quelli che “mi volevano”, come appunto un discanto necessario al loro canto, proprio come due concordi strumenti musicali, per quanto una traduzione resti comunque una sorta di “golem” imperfetto dell’originale (ho sempre presente l’ammonizione di Dante, che nel Convivio dichiara impossibile la traduzione, almeno quella poetica ovvero  “per legame musaico armonizzata”). Il rapporto con i miei “elettori” ovviamente è cambiato poi di volta in volta e nel corso del tempo: è stato dettato dall’appello o piuttosto dalla sfida a colmare una lacuna storico-poetica nel caso della mia prima traduzione, Ballate ebraiche e altre poesie di Else Lasker-Schüler uscite nel 1985 (ne esistevano solo le antiche versioni di vent’anni prima, letteralmente ma non liricamente adeguate, a cura di Giuliano Baioni, e piccole scelte in antologie della poesia espressionista tedesca). Nel caso di Shakespeare e di Proust le traduzioni mi furono richieste dalla Casa editrice, ma mi sentii ugualmente onorata e privilegiata dal confronto con due opposti “fari” della letteratura occidentale, che avevo sempre assai amato fin dai tempi del liceo (nel caso di Proust la Recherce fu un vero innamoramento adolescenziale risalente al 1964, poi integrato con tutte le altre opere del “mago” e tuttora attivo in me come  imprinting; nel caso di Shakespeare, il cui influsso è stato più graduale e in partenza focalizzato sui Sonetti (che tuttora ritengo impossibili da tradurre adeguatamente in italiano, malgrado le molte versioni in prosa e/o in versi) la traduzione fu tanto ardua quanto esaltante nel tentativo di restituire i versi del Bardo in analoghi versi sciolti, e in forma strofica per i Songs inclusi nei drammi e destinati appunto al canto sulla scena. Un elemento di “sfida amorosa” interiore e stilistica, inscindibile dall’omaggio, è stato presente, con armoniche diverse, anche nelle traduzioni “elettive” di George Herbert e del neo-elisabettiano Francis Thompson, dei quali non esisteva alcuna edizione italiana in volume antologico, e che “mi chiamarono” con l’altezza sacrale e il wit fervido, eloquente e potente del loro canto (ad Herbert arrivai proprio seguendo la predilezione amorosa di Simone per la sua toccante poesia Love, che lei recitava come un mantra nei suoi ultimi anni). Anche nel caso di Katherine Mansfield mi sentii chiamata a renderle giustizia stilistica quando negli anni ’80 lessi il corpus dei suoi magnifici e innovativi racconti brevi nelle versioni italiane a più mani, quindi forzatamente disuguali e molto eterogenee, pubblicate da Adelphi in 5 volumetti. Fu un lavoro energetico ed appassionante di sincronizzazione, tanto che produsse poi il monologo teatrale Kass e la traduzione del corpus delle poesie di Katherine, anch’esso mai tentato né realizzato in precedenza. Ancora più arduo ma analogamente appassionante fu il lavoro tripartito sul “monumento” Woolf, con la quale mi sentii in particolare consonanza traducendo The Waves / Le onde, proprio per il loro carattere di intensa prosa lirica o partitura musicale a sei voci/ personaggi/strumenti, più che di romanzo. In particolare, trovo ancora impossibile riprodurre il ritmo battente del Leitmotiv quasi wagneriano “The waves broke on the shore”, un senario che mima il fatale e ciclico scorrere del tempo come flusso di coscienza, e che fui costretta, per mancanza assoluta di corrispondenza in italiano, a tradurre col banale e prolisso “Le onde si frangevano sulla spiaggia”. Sono i nodi gordiani di ogni traduzione, nodi che è impossibile sia sciogliere che tagliare di netto. Nel caso della Woolf ho usato più il cor mentis che la mens cordis, data la sua tagliente ed analitica precisione semantica. (Nel 1994, per la traduzione del trittico Le onde, Orlando, Una stanza tutta per sé ricevetti il Premio “Betocchi” e fui molto contenta che nella motivazione fosse stata evidenziata la diversità e peculiarità di accento lessicale che avevo impiegata per ciascuno dei tre volumi). Nel caso di Djuna Barnes, la cui sharpness è ancora e più e diversamente assoluta, la traduzione di una scelta antologica delle sue poesie fu frutto della forzata rinuncia al tentativo “eroico” di tradurre The Antiphon, il suo dramma dalle forti tinte neo-elisabettiene, la cui temperatura stilistica è così ardua e febbrile da procurami una vera febbre fisica quando ne cercai un “doppio” italiano, sentendomi respinta dall’autrice e dovendo abbandonare l’impresa dopo poche pagine (esiste del resto da diversi decenni una traduzione del dramma ad opera di Élemire Zolla e Cristina Campo presso Adelphi, mai pubblicata perché giudicata “da rivedere” ma mai più approcciata). Djuna “accettò” invece le mie versioni delle sue poesie, ma solo in parte, visto che nell’avventurosa edizione, che fornisce anche la prima cronologia biografica della Barnes, “saltò” misteriosamente l’indice delle poesie stesse!

La mia affinità elettiva ha trovato rispondenza anche in poeti al tempo o tuttora viventi, come Michel Hamburger, del quale ho approntato nel 1999 la prima antologia poetica italiana, e André Ughetto, che è anche il mio valente traduttore in francese, del quale ho ugualmente offerto ai lettori italiani un volume antologico di Poesie nel 2016. Con la traduzione e con la regia dello stesso Ughetto ha debuttato, nell’agosto 2017 a Isle-sur-la Sorgue La fontaine ardente. L’ultimo autore vivente da me tradotto nel 2023 è il poeta e narratore americano Robert Kelly, noto negli USA ma quasi sconosciuto in Italia; il suo poemetto The Cup/La Coppa, legato alla tradizione trascendentalista ma anche a fonti mitico-mistiche sincretiste e zen, mi ha coinvolto in una prova linguistica tutta particolare per il suo ritmo generazionale “beat” di prosa lirica o pellegrinaggio  “on the road” densa di allusioni e sottotesti, difficili da ricreare nella innata distensione melodica e polisillabica dell’italiano. Ma Kelly è stato entusiasta del “dono”, e questa è sempre la migliore ricompensa per un traduttore.

8. Tornando a L’enracinement. Ci sono sezioni che ha trovato particolarmente impegnative? Quali ritiene siano le maggiori sfide nel tradurre i testi di Weil?

 – La parte più impegnativa de L’Enracinement è risultata la terza e ultima, quella omonima, proprio per l’altezza del suo pathos e della sua visione “ricostruttiva” della struttura e dei valori etico-spirituali dell’Europa postbellica e dell’umanità in generale: un élan insieme mistico e lucidamente razionale, espresso con la rara limpidezza di una prognosi, con una clarté “profetica” da non tradire né enfatizzare. In generale, però, la “sfida” weiliana maggiore è stata la ricordata traduzione delle sue poesie, così limitate nel numero ma così intense nel loro ritmo evocativo e sapienziale (non più debitore di Valéry come le prime tre): mi riferisco soprattutto a La mer, Necessité, Les astres, La porte, e anche al magnifico, arcano Prologue che mi ha sempre commossa e che ho inserito, tradotto, ne La fonte ardente come unico possibile finale.

9. Ad esempio, quando Weil fa le sue traduzioni, come del greco, confronta mai quelle contro l’opera originale che ha tradotto?

— Sì, il raffronto mi è istintivo e naturale, direi implicito, essendo il greco la fonte comune e la koinè portante della civiltà occidentale, a me caro non meno che a Simone, ma rimasto in lei più quotidianamente praticato, data la sua specifica formazione filosofica che la richiamava costantemente “à rebours”, alle origini classiche e precristiane del nostro pensiero, soprattutto platoniche e stoiche. Trovo che le sue traduzioni e citazioni (disseminate nei due rispettivi saggi Dio in Platone poi frammentariamente nei Cahiers) siano molto belle, lucide e chiarificanti, uno specchio amorosamente fedele, ad un tempo intimo e oggettivo. Il greco era la sua ars magna, la sua alchimie du verbe, oggi diremmo la sua etimologica eco-logia, la casa, la domus aurea del suo radicamento nell’Essere e nel mondo.

10. Si potrebbe sostenere che l’uso da parte di Weil della parola homme come termine generico per ‘essere umano’ sia problematico per un pubblico contemporaneo che apprezza un linguaggio più neutro. Nella sua pratica di traduzione, come ha coniugato la necessità di rimanere fedele all’autore e quella di far fronte alla sensibilità di un pubblico contemporaneo?

– L’uso del sostantivo “homme” in Simone ha indubbiamente il senso generico ed universalistico di “essere umano” (come il tedesco Mensch e il gitano Rom) conformemente alla tradizione linguistica “maschilista” che dal mondo classico giunge fino al primo Novecento, epoca in cui lei si è formata. Del resto è noto che Simone ha vissuto un rapporto conflittuale con la propria femminilità, anche a causa della smisurata ammirazione per il fratello André, e che nelle lettere giovanili ai genitori si firmava “votre fils numéro 2” (analogicamente, il Prologue è pensato ed espresso al maschile, secondo la tradizione greco-classica e socratica del rapporto fra maestro e discepolo). Altrettanto nota è la posizione conflittuale ed antitetica di Simone nei confronti del suo “doppio” onomastico e psicologico femminista, Simone De Beauvoir, conflitto che ho rappresentato come scontro ne La fonte ardente. Penso dunque che la fedeltà “filologica” all’auto-rappresentazione linguistica di Simone sia essenziale ed assolutamente prioritaria sulle eventuali aspettative non discriminatorie dell’audience contemporanea. Le scelte linguistiche di Simone, come quelle di ogni autore, devono essere ricondotte e messe in relazione con lo Zeitgeist della sua epoca, con accuratezza rispettosa da parte del traduttore, e non adattandosi alle più o meno diffuse attese modernizzanti dei lettori/lettrici e della cancel culture di parte del gender femminista contemporaneo. Credo che i lettori/lettrici weiliani siano in grado di compiere a loro volta questa proiezione storico-filologica che ho adottato traducendola, e che sappiano divenire a loro volta traduttori, come richiede il loro essere lectores in fabula.

11. Una volta ha detto, in relazione all’essere traduttrice e donna, che “questi due ultimi sostantivi ne formano in fondo uno solo, giacché il femminile è per sua essenza un metaxù, un elemento di mediazione e quindi di traduzione” (In AA.VV., Armonie di donna, Pistoia, Banca di Credito Cooperativo, 1995). Può dirci qualcosa in più in merito?

 – Intendevo dire che il femminile è per sua natura olistico, simpatetico, fluidamente “interconnesso” con molteplici piani dell’esistenza e dell’esperienza naturale, umana e culturale: la ben nota empatia e capacità di nutrimento e di cura, l’“I care” femminile della donna – specialmente nel mio caso – la rende una “pontifex”, una metaxú per usare un avverbio sostantivato caro a Simone, e ripreso da Cristina Campo come “In medio coeli”. La donna è quindi una traduttrice elettiva anche in senso linguistico oltre che psicologico e spirituale. Questo elemento di connessione intuitiva (nel senso etimologico, e non banalmente sentimentale di “guardare dentro”) tra l’altezza e la profondità dell’esperienza, tra l’attenzione ai segni della quotidianità minuta e a quella ai grandi e “massimi sistemi” tende la persona femminile molto vicina alla natura dell’esperienza poetica, artistica, mistica e anche scientifica, nel senso in cui Jung in tarda età diceva di sé: “Non ho bisogno di credere, so”. Voglio dire che l’esprit – la mente femminile – è un esprit de finesse attento, nutrito e non contraddetto dall’esprit di geometrie, il che favorisce, anche nel mio caso, la capacità sinestetica, spesso sofferta, di “ascoltare l’incenso che brucia” come dice una sentenza giapponese zen, e quindi di tradurre autori congeniali. Il poeta, come diceva Umberto Saba, è sempre nello stesso tempo uomo e donna, Petrarca e Laura.

12. Le sue parole sulla traduzione (vedi sito web di Del Serra, discorso tenuto all’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma, nell’aprile 2008) mi hanno ricordato un’altra grande traduttrice, poetessa e saggista weilliana, Cristina Campo. Come lei, anche Campo vedeva la traduzione come un metaxù. Può dirci di più sulla sua visione poetica della traduzione come ponte tra le lingue, così come la poesia è un ponte tra il visibile e l’invisibile?

 – Ho già risposto in parte affrontando la domanda precedente, ed ho, citando Cristina Campo come antecedente, raffinata interprete del metaxú di Simone, applicato con perizia elegante alla traduzione dei testi saggistici della sua ispiratrice. Quello della Campo è stato un precedente che, come ho detto, fu molto importante per me e per la cultura italiana in generale negli anni ’70 del Novecento, anche se personalmente non condividevo le implicazioni ideologiche di “controcultura” tradizionalista proprie di Cristina nelle sue scelte e predilezioni autoriali e traduttive, né la sua diagnosi dell’epoca contemporanea come “tempo dell’orrore”. Ma il “ponte” di Simone è così vasto nella sua campata, insieme unica e molteplice, da accogliere ogni genere di viaggiatore linguistico e spirituale, creando appunto, come la poesia (che Simone considerava una sua vocazione irrisolta, ma che è comunque pervasiva nella sua Weltanschaung e nel suo amor Dei intellectualis nutrito di attenta gratitudine) un ponte prezioso fra il visibile e l’invisibile, entrambi presenti nel testo originale e nei suoi livelli di lettura, che il traduttore elettivo si impegna ad affrontare attraversando quel ponte e facendosi egli /ella stessa ponte transitivo. Questa funzione mediatrice è implicita nell’etimologia stessa di “tradurre”: un trans-ducere, un “traghettare” un autore da un paese interiore all’altro, creando una sorta di terzo autore ideale, il “figlio” fusionale (sempre diverso) nel suo vestire, e spesso anche nell’aspetto della coppia autore – traduttore/autrice-traduttrice. C’è molto mistero nel tradurre, come in ogni concezione e generazione, che è frutto, come dice Platone dall’eros, di poros e di penìa, di abbondanza e di privazione nel suo slancio, nel suo dono desiderante che è anche un profondo bisogno e un altrettanto profondo riconoscimento di se stesso nell’altro.

13. E che tipo di ponti ha costruito all’interno de L’enracinement tra il francese e l’italiano?

 – Credo che il giudizio sul genere di ponti o di ponte plurimo, che ho creato o cercato di creare traducendo L’Enracinement spetti più al lector in fabula italiano che a me. Mi auguro di avere gettato un ponte durevole, linguisticamente fedele senza mai essere un “calco” corrivo dell’originale, quindi (per usare l’ossimoro che ogni traduttore affidabile richiede) fedelmente infedele ed anche praticamente utile al lettore italiano per il rammentato corpus di note delucidatrici, riguardanti soprattutto gli avvenimenti e i personaggi storici, filosofici e letterari nominati nel testo, nonché per l’indispensabile introduzione. Un ponte su cui il lettore italiano possa abitare e vivere costruendone altri, in sintonia col pensiero e l’esperienza di Simone, che fu ed è essa stessa un ponte imprescindibile per l’Europa e l’Occidente contemporaneo, oggi così travagliato dallo spirito della discordia e dalla violenza abbrutente (personificate dai greci nella dea Eris) che ci rinviano chiaramente al concetto di “forza” dominatrice della storia, sempre presente in Simone, e ai suoi saggi sull’Iliade o il poema della forza e all’antitesi fra La pesantêur et la grâce (titolo che fu erroneamente tradotto in italiano, e a tutt’oggi non corretto, come L’ombra e la grazia, anziché La gravità e la grazia).

14. Infine, sulla traduzione, ha qualche consiglio per gli studenti che hanno partecipato a questa intervista e che vogliono intraprendere una carriera da traduttori?

– Il mio consiglio può essere solo questo: studiare ed ascoltare profondamente gli autori che vi proponete di tradurre, la loro vita, le loro esperienze, il loro linguaggio o idioletto specifico all’interno della loro lingua madre, la loro musica interiore con le sue consonanze e dissonanze personali, storiche e spirituali. Siate fedeli, con le necessarie – e solo apparenti – “infedeltà”, cioè adattamenti creativi da parte vostra, nella misura in cui sono richiesti dal testo degli autori che scegliete; o meglio, fatevi scegliere e chiamare dagli autori che “vi vogliono” e vi chiamano, rinunciando agli altri da cui siete magari affascinati ma che non “sentite”, o che non vi si rivelano congeniali nella vostra lingua madre e nella vostra lingua dell’anima. Ma se qualche traduzione vi fosse commissionata, non rifiutatevi di mettervi comunque alla prova.

Vi ringrazio e vi abbraccio come futuri pontifices, insieme alla vostra valente e appassionata leader e/o coach Michela Dianetti.