La terra dentro
Una breve presentazione per lettrici e lettori
Il testo che avete davanti a voi è nato in due momenti. Il primo momento raccontato durante il Grande Seminario di Diotima dell’autunno 2024 dal titolo: Camminare sulle Acque per pensare la terra. Il secondo momento è questo: ordinare il primo scritto raccontato, perché altre e altri, leggendolo, ascoltino quello che ho detto durante il Grande Seminario. Non ho cambiato niente anche se, dopo il seminario, le visioni e le idee aumentavano, ma ho voluto lasciare il testo così com’era nel primo momento e come l’avevo raccontato. Chi leggerà troverà il testo molto discorsivo, ma non fa niente. Il testo è nato così e la prima scrittura anche. Questo significa che quelle stesse cose dette, le fisso nelle pagine che seguono. Camminare sulle acque è cosa assai ardua. Solo se stiamo sulla e dentro di lei, lo potremo fare.
Una breve introduzione
Faccio una breve introduzione per mettere in luce i fili principali che hanno ispirato questa
mia riflessione. La trama è come sempre la vita in questo momento concreto della mia storia personale. La mia scelta e le mie ricerche e cioè: come io sto nel mondo. Gli altri fili che mi hanno ispirato sono simili, ma anche differenti tra di loro, anche se tutti fanno parte della mia vita: alcuni versi di Giovanni della Croce; la fugace esperienza che ho avuto a settembre mentre ero immersa nelle acque del mare; la relazione che avevo da bambina con la natura e soprattutto con il mare. Concluderò ancora con il dentro della mia vita in questi ultimi giorni.
Premetto che tutto quello che sento e penso non va preso come un insegnamento da seguire, ma solo ascoltato come una delle tante possibilità per stare nel mondo.
Con questo chiudo la mia introduzione per entrare nel tema.
La Terra dentro
Parto da me. È un momento particolare in cui non ho molti impegni, l’unica pratica politica che coltivo è la relazione con altre e altri. Mi sento in un’assoluta passività, non riesco nemmeno a firmare un appello, almeno che non lo senta particolarmente vero. In fondo, dentro di me voglio che sia così, la passività è una via che ho scelto, a cui mi avvicino da un po’ di anni e che ora ho scelta. Raccolgo tutto dalle notizie, diverse fonti, ma solo le raccolgo, non faccio altro. Non riesco nemmeno più a domandarmi che cosa devo fare.
Percepisco che questo mondo con le sue infide contraddizioni e distruzioni lo devo solo incontrare dentro, senza abbandonarlo mai. Sento l’umanità che fa fatica e voglio solo incontrarla dentro. Sento l’umanità che si confonde; sento la nostra violenza e la nostra impotenza. Sento la natura, i suoi ritmi sempre più imprevedibili; misteriosi spostamenti di correnti d’aria che cambiano il corso della vita dei fiumi, dei mari con i suoi infiniti abitanti. Movimenti della cosiddetta terra ferma che ferma non è; i misteriosi spostamenti delle stagioni, degli alberi, del mare e anche di noi esseri umani. Sento che l’universo non è più abitato solo da stelle piccole o grandi, ma è diventato anche il luogo di umanissimi satelliti e detriti artificiali che viaggiano nelle rotte siderali.
Sento, perché so che posso solo sentire, altrimenti non so come potrei arrivare ad occuparmi della vita di tutte e tutti noi esseri umani e no. Imparo dalla mia amica Maria, Maria Zambrano, che con parole belle scriveva:
La storia, [per me la realtà, la vita di tutti gli esseri] per essere completa, totalmente e veramente umana, dovrà discendere nei luoghi più segreti dell’essere, fino ad incontrare ciò che la nostra lingua [lo spagnolo] con tanta bellezza definisce “las entrañas”. [1]
Il sentire de “las entrañas” è la pietà. Sí la Pietà, che Zambrano dice che non bisogna confondere con la filantropia:
la Pietà non è filantropia, né la compassione per gli animali, le piante. È qualcosa di più: è ciò che ci permette di comunicare con loro. [2]
Per me è questa l’ispirazione principale: “comunicare con loro”. Chissà, la politica delle relazioni del femminismo della differenza si avveri, ma in un altro modo, più intenso e sempre, anche nella più misteriosa lontananza, perché io non sono nata albero che non può sfuggire al fuoco, non sono nata pesce che mangia plastica, non sono palestinese, non sono libanese, iraniana, russa o ucraina, né siriana o congolese o sudanese. Io non sono acqua che assorbe veleni o squalo o balena che perde la direzione. Io sono qui, ma voglio scendere in quella profondità dove solo posso comunicare con loro.
E in questo desiderio profondo di “comunicare con loro”, che per me sono moltitudini di persone, specie di animali mai viste, piante sconosciute, insetti a volte antipatici, la mia domanda è cambiata. Oggi io non chiedo più che cosa devo fare? Oggi la mia domanda è: da dove mi verrà l’aiuto? È una domanda che appartiene all’universo umano, alla terra e al cosmo.
Da dove mi e ci verrà l’aiuto? (Cfr. Sl 121,1).
È una domanda salmica ma, mentre chi la porge nel salmo delle ascensioni ha già una risposta che scopre guardando i monti, io la risposta non ce l’ho, anche se percepisco solo che l’aiuto viene da l’invisibile della realtà visibile. Mistero secreto! Verrà dall’invisibile della realtà visibile; verrà dalla terra dentro. Sottolineo che il dentro non è l’opposto del fuori, ma è la realtà vera di ciascuna e ciascuno, dei popoli e di ogni essere vivente, anche quando si tratta di silenziosi e impassibili minerali.
Vi confesso che questo sentire lo condivido con fatica; ho paura che quello che dico venga capito male. Molte volte, in questo mondo dove la violenza prospera e i violenti anche, mi vengono in mente delle parole di mio papà quando mi diceva: guarda che gli anarchici veri non colpiscono mai un gruppo, non fanno stragi. Gli anarchici veri sono quelli che colpiscono il colpevole. Così io tante volte ho aspettato l’anarchico che colpisse il colpevole, ma dato che oggi i colpevoli sono molti, capisco perché non esistano gli anarchici veri. Nonostante questo, io non voglio perdere il mondo, l’universo, la realtà, la natura. Io voglio trovare ciò che mi permette “comunicare con loro” anche se forse sono lontanissima da questa possibilità e chissà non sono davvero degna di “stare con loro”. Forse il mio intervento potrebbe terminare qui, perché vi ho già detto tutto: la mia fatica, il mio infinito desiderio, la mia posizione nel mondo in questo momento. Ma dato che tutto ciò per me significa anche trovare la via che mi può almeno avvicinare per “comunicare con loro”, allora seguirò condividendo alcune ispirazioni.
In tempi di notizie tristi, mi tornano in mente alcuni versetti che misteriosamente formulano un’altra domanda colma di sete. Come quelle domande che ti vengono quando vuoi che la vita ti parli e ti dica che è ancora vita, nonostante tutto. Quelle domande che nascono dentro di te quando senti che qualcuno o qualcosa è ancora lontana. Si tratta dei versetti 1 e 4 del Cantico Spirituale di Giovanni della Croce. Lo scrivo in spagnolo perché è più bello e di seguito faccio la traduzione. Il primo verso:
¿Adónde te escondiste,
Amado, y me dejaste con gemido?
Como el ciervo huiste,
habiéndome herido;
salí tras ti clamando, y eras ido. [3]
La mia traduzione:
Dove ti sei nascosto,
Amato, lasciandomi in gemito?
Come il cervo fuggisti
avendomi ferito;
ti corsi dietro gridando, ed eri andato.
Il secondo verso:
¡Oh bosques y espesuras,
plantadas por la mano del Amado!
¡Oh prado de verduras,
de flores esmaltado!
Decid si por vosotros ha pasado [4]
La mia traduzione:
O boschi e boscaglie,
piantate dalla mano dell’Amato!
O prato di verdure,
di Fiori smaltato!
Dite se da voi è passato.
Anche questi versetti hanno una bellezza così originale e pura e sento che ci possono aiutare. La domanda continua ¿Adónde te escondiste? Questa è la domanda delle donne dopo la morte di Gesù, al sepolcro: dove l’avete deposto? (cfr. Gv 20,13). La stessa domanda de las Madres y Abuelas de Plaza de Mayo in Argentina: dove sono i nostri figli, i nostri nipoti. Domanda rivolta alla realtà: Decid si por vosotros ha passato. Perché la risposta sta dentro la fragilità del fuori. Chi vi abita? Voi boschi che continuate a stare lì nelle notti oscure dei tempi. È la domanda che facciamo quando li avviciniamo. Chi vi abita visto che continuate ad essere ancora lì, nonostante tutto. L’invisibilità che sostiene la vita torna con insistenza; l’invisibilità di cui noi capiamo molto poco, nel dolore o nella gioia. Si può stare in questa storia solo cercando l’Amore che la abita.
Lo so che rischio di andare fuori tema, è quasi una follia, ma chi potrà aiutarci in questo momento storico se non la profondità, l’invisibile profondità. Io sto cercando un altro approccio alla vita, ai suoi dolori e alle sue gioie e alla sua bellezza. Non dimentichiamoci che Giovanni della Croce, chiamato anche el hijo de la Catalina (il figlio di Caterina), scrive questi versi mentre è in carcere a Toledo, a causa della sua partecipazione alla via della riforma di Teresa di Gesù. Il carcere, spazio oscuro, come in quel tempo, come in altri tempi, come nel nostro tempo, ma lui scopre un altro luogo, lo spazio cui colore principale -in questo caso- è il verde. In tutto il cantico spirituale c’è una scala di colori, che lo rende molto reale. Verde, smaltato, cristallino, argentato, bianco, porpora. Chissà come poteva vedere questi colori in quella notte oscura del carcere? La sua non è una passeggiata nel bosco ma è una discesa, dentro; appassionata ricerca piena di nostalgia perché, direbbe ancora María Zambrano:
Il chiaro del bosco è un centro nel quale non sempre è possibile entrare […] È un altro regno che un’anima abita e custodisce.[5]
Allora, tornando ai versi di Giovanni della Croce, a cosa possono servire? A renderci conto che con questa realtà che ci circonda, o in questa storia che abitiamo bisogna starci come si sta con l’invisibile Mistero. Stare nella vita profonda anche quando tutto sembra in superficie. Ripeto, questi versetti sono stati scritti da Giovanni della croce mentre, seguendo Teresa di Gesù cercava il cammino autentico della vita: la vita dentro. La riforma, infatti, non riguardava solo i monasteri carmelitani, ma era principalmente un viaggio interiore e per questo i versetti del cantico spirituale, ma anche per questo era assurda l’inquisizione, perché le vie della profondità non trovano posto in nessun pensiero puramente ideologico, anche se religioso.
La profondità parla. Un’altrafonte d’ispirazione mi è venuta da una fugace esperienza che ho avuto a settembre mentre ero immersa nelle acque del mare: il mare dentro, come la terra. Considero le acque come un bosco, hanno la stessa intensità e il richiamo che senti stando davanti a loro è sempre quello di star dentro. Non mi soffermo sul fatto che siano le acque e soprattutto quelle del mare, uno spazio di nascita o rinascita e dunque uno spazio materno. Come nel bosco anche nel mare ci si sospinge dentro, chissà sempre con quel sentire di chi sta sulla soglia. Così mi è successo, a settembre, mentre nuotavo, anzi mi ero immersa nelle acque del mare. Non molto in profondità perché avevo solo un paio di occhialini per guardare il fondale e i pesci. Era una di quelle terse giornate di settembre, nelle prime ore della mattina, le acque del mare erano pulitissime. All’improvviso mentre guardavo l’andirivieni di sardine e altri pesci, mi è apparso davanti un cavalluccio marino, probabilmente una femmina, riconoscibile dai suoi anelli ossei molto evidenti. È stata una visione veloce, il cavalluccio è solo passato, anche se molto vicino a me. Io dentro di me sono rimasta incantata e ferma, anche se il mio corpo stava per muoversi e seguirlo, ma lei, nella sua elegante posizione verticale se ne è andata. Io sono rimasta lì ancora un po’, muovendomi appena e sperando che tornasse. Ma l’ippocampo era sparito. Cosa significa? Non lo so. Quando sono uscita dall’acqua non ho pensato a tutto quello che si dice sui cavallucci marini: portano fortuna, augurano cose buone, ecc. Non mi interessava. Ho pensato ad altro. Anche il mare, come la terra può essere abitato solo dentro. Dentro può avvenire uno svelamento. Difatti i cavallucci marini vivono a stretto
contatto con il fondo. Non in grandi profondità che misticamente parlando sarebbero le altre dimensioni del Mistero, ma nel profondo dove possiamo scendere anche noi fragili viventi (tra i 5 e i 40 metri) senza scafandri, pinne, tubi e tubetti.
Personalmente penso che nel mare possiamo solo stare dentro, non sono sicura che si possa camminare sulle acque, è proprio l’acqua del mare a indicarci che dobbiamo imparare a scendere e stare dentro, almeno che non si diventi così leggere o leggeri. Almeno che nelle profondità non si sia imparato a non disturbare la vita. I testi della tradizione sapienziale direbbero che dentro si impara ad essere miti. Perché solo la mitezza lascia la terra in eredità, lascia che altre, altri la ricevano come eredità, insieme alle acque del mare, a quelle dei fiumi; insieme ai boschi, alle miniere. Cosa significa essere miti? Significa non prendere troppo posto, non occupare la vita, né quella di altre, altri o dei popoli, né quella degli altri esseri viventi visibili e invisibili. Sappiamo che il principale nemico naturale di questi misteriosissimi pesci e di tanti altri è, come spesso accade, l’uomo e il suo sistema di vita. Ancora oggi il cavalluccio marino viene pescato in grandi quantità per soddisfare le esigenze del mercato, soprattutto quello cinese legato alla medicina e ai portafortuna e, in modo minore, ma comunque distruttivo, al mercato del’acquariofilia, cioè l’hobby che consiste nell’allevare pesci, invertebrati e piante acquatiche in un acquario casalingo o in un laghetto privato, cioè un habitat che non è il loro. Perché? Perché certi esseri umani portano sempre tutto in superficie.
Conclusione di questa visione è che nella profondità avvengono particolari svelamenti, anche se non sappiamo quando davvero accadrà qualcosa. Il mare, la terra, esistono dentro.
La Terza ispirazioneriguarda qualcosa che imparai da bambina, quando avevo 6 o 7 anni.Per me la natura più vicina, perché l’avevo di fronte a casa, era il mare. Del mare non mi ha mai interessato il suo orizzonte se non per vedere i suoi colori, ma sì la sua profondità. È come se il mare fosse stato la terra, la terra dentro. Nonostante questa familiarità, molto presto imparai che il mare non era sempre calmo e che entrare nella sua profondità non era molto facile. Una volta mi ripescarono e ricordo ancora il rumore dell’onda che mi aveva preso con sé. Non mi spaventai particolarmente perché venni ripescata subito essendo vicino alla riva e soprattutto perché ero sicura che il mare era fatto per entrarci dentro e non mi avrebbe fatto del male. Per me il mareera la natura per eccellenza, conoscevo i boschi, le montagne, le campagne, ma il mare era la creatura per eccellenza. Una creatura amicale con cui passavo tutto il tempo e le mie giornate. D’inverno la sua presenza era solo sonora, mentre d’estate
passavo tutto il giorno a spiaggia, l’unica terra che ho davvero conosciuto, che stava lì, che non poteva essere coltivata, ma stava lì e la spiaggia era il tappeto che stava alla porta delle acque del mare. Vicino al mare ricordo i temporali che guardavo dalla terrazza di casa, i lampi e i tuoni che si inserivano nella vita come se volessero svegliare tutti nei pomeriggi d’estate. Ma il senso profondo di quegli esseri rumorosi che sono i tuoni e il significato di quelle irruzioni violente di fulmini che interrompevano la vita all’aperto, lo imparai dalle note di una sinfonia.Lo imparai dai suoni, perché i suoni sono la lingua del mondo interiore, della terra dentro. Si tratta dei suoni della sesta sinfonia di Ludwig van Beethoven, cosiddetta la Pastorale. In questa sinfonia è molto chiaro: la natura è capace di insegnare note così sonore che entrano dentro.
Ho il chiarissimo ricordo che da bambina mio padre mi spiegava i movimenti di questa bellissima sinfonia, ma anche la trama. Io ero particolarmente affascinata da quei suoni che riproducevano la natura; gli alberi, gli uccelli, la danza dei contadini interrotta dalla pioggia, i tuoni e il ritorno del sereno e della danza. Tra allegro ma non troppo, allegretto, ecc. Per me quella sinfonia era come una fiaba, sentivo che portava dentro di sé un segreto. Armonici suoni che davano l’idea della realtà dentro. Non so se mio padre sapeva che quello era un metodo, un metodo per insegnarmi la profondità. “Note di un metodo”, avrebbe detto Maria Zambrano;melodia che svela. Quei suoni erano armonici anche nella loro intensità. Ricordo che quei veloci passaggi melodici mi facevano venire i brividi e me li sono portati dentro fino ad oggi.
Beethoven aveva già scritto una pastorale: la Sonata numero 28 per piano, ma questa volta la sua opera era ancora più intensa. A un suo amico che voleva comprendere il senso di quelle “imitazioni” di suoni Beethoven rispose: le quaglie, gli usignoli, i cuculi le hanno composte con me. [6] A volte sembra che noi esseri umani riusciamo a essere una cosa sola con questo mondo così abitato da uccelli, animali selvatici e domestici, pesci, pietre, donne e uomini di altre terre. Quella sinfonia, anche secondo mio papà, doveva insegnare a stare nel mondo. È un giorno di festa, in cui i contadini non lavorano; una festa interrotta dal temporale e poi ricominciata perché la festa continui.
Cosa c’entra questo con il nostro tema. La lingua per poter scendere dentro e comunicare con loro passa per varie stanze. È la musica, la poesia, il sentire profondo. È una lingua alternativa che dovremmo imparare a usare. Ognuna assomiglia alla lingua materna, la lingua dell’origine. All’esperienza, si aggiungono le note, che si creano insieme alla natura, anzi che si imparano dalla natura. Bisogna cambiare approccio verso la vita. Quelle note furono un insegnamento, d’altronde mio padre non era solito insegnarci con discorsi moralisti, ma con la pittura e la musica e penso che siano questi insegnamenti contemplativi quelli che ci servono. Chissà potessimo imparare a parlare la “lingua degli uccelli”. Lingua iniziatica, per imparare a stare nel mondo.
Concludendo.Quando mi misi a pensare su “La Terra dentro”, avevo immaginato un’ultima parte, in un altro modo. Ma poi sono successe tante cose in me e fuori di me, che mi hanno fatto cambiare, rivelandomi la realtà. Eventi che, ancora una volta, mi hanno messo nel vortice delle domande. I disastri nella provincia di Valencia, in Spagna; le prossime elezioni negli Stati Uniti; la situazione della Bolivia di cui nessuno parla e la malattia di un mio fratello boliviano a me molto caro. Se in qualche momento ero riuscita a scendere en las entrañas per comunicare con tutti questi eventi, presa da queste reali situazioni mi sono accorta che, ancora una volta, sono stata presa dal vortice delle domande e delle risposte. Fino a quando “la voce”, come direbbe Teresa d’Avila, la voce dentro mi ha parlato. Erano le parole di un’altra donna che mi diceva: A domanda di ragione risponde intendimento d’Amore.
La ragione sta sopra, ma non sta dentro. Amore sta dentro, perché amore è prima di tutto; è prima della ragione. Allora ho capito: quando non sto dentro ho solo un vortice in testa; un vortice di domande o altre cose e questo vortice mi tira di là e di qua, ma non mi porta dentro. Finalmente ho sentito che io non cerco una soluzione, ma cerco un punto di coincidenza tra me e ciò che accade attorno a me. Non voglio tradire nessun essere vivente e allora il sentire profondo di Teresa de Jesús (Teresa d’Avila) e le sue parole:
Vivo sin vivir en mí,
y tan alta vida espero,
que muero porque no muero. [7]
Vivo senza vivere in me,
e sì vita spero,
che muoio perché non muoio.
Muoio, ma non muoio, ma muoiono loro e io perché non muoio? Mistero grande è la via sapienziale quella della terra di sopra e della terra di sotto, unita dalla terra di mezzo.
Tutto questo l’affido a chi leggerà questo testo. Ciascuna cerchi la sua posizione, ma non abbandoni questo punto assiale: dentro.
[1] Maria Zambrano, Per una storia della pietà, in Frammenti sull’amore, Mimesis, Milano 2011, p. 30.
[2] Maria Zambrano, op.cit., p. 37
[3] Juan de la Cruz, Obra completa, Edición de López-Baralt y Eulogio Pacho, Alianza Editorial, Madrid 2015, I,vv. 1 e 4, p. 63
[4] Juan de la Cruz, op.cit., p. 64
[5] María Zambrano, Claros del bosque. Editorial Seix Barral, Barcelona 1990, p.11.
[6] Guida all’ascolto, in La grande classica, Ludvig van Beethoven. Sinfonie n. 6 e 9 dirette da Riccardo Muti, Mondadori, Milano, 2008, p.21.
[7] https://teresavila.com › poema › 1-vivo-sin-vivir-en-mi
