La strumentalizzazione del territorio e della città

Nel 1984 il fumettista e fisico nucleare Susumu Katsumata terminava di realizzare le sue prime opere di denuncia verso le politiche sul nucleare adottate in Giappone. Attraverso una serie di vignette l’artista non si limitò a riportare le condizioni interne ed esterne alle centrali nucleari, ma tentò di mettere in luce anche l’impatto che quest’ultime ebbero sull’ambiente e sulle popolazioni che occupavano i terreni ben prima della realizzazione delle centrali stesse. La mano di Katsumata riportò in tal modo le criticità del nucleare senza limitarsi a considerarne l’aspetto puramente materico. Quello che normalmente viene definito il contesto, ovvero l’insieme di vite e di relazioni – umane e non – che permeano e circondano l’ambiente di lavoro, tornò ad essere il reale protagonista, ritrovando lo spazio che col tempo gli era stato sottratto.
Analogamente, attraverso questo breve articolo la mia intenzione è quella di tentare di individuare il percorso che ha portato alla mercificazione del territorio e delle città, inquadrandone i protagonisti e riportando alla luce chi viene quotidianamente oscurato dalle azioni di chi si cela dietro le quinte.
I protagonisti delle vicende di Katsumata rappresentano, di fatto, parte di un sistema aperto che lega le parti interne all’industria all’ambiente, alle comunità e all’economia che la circonda.
Tale sistema corrisponde all’Ecologia Operaia,fenomeno individuato da Laura Conti e successivamente teorizzato da Stefania Barca[1]. Laura Conti ha infatti introdotto una nuova corrente di approccio al disastro ambientale in Italia in relazione alla sua battaglia incentrata sull’incidente di Seveso, ma anche al ruolo politico svolto, ad esempio, come deputata alla Camera e come presidente del Comitato scientifico della lega per l’Ambiente. Per comprendere il significato di tale corrente è necessario definire il concetto di Ecologia Politica, la cui interpretazione appartenente alla stessa Laura Conti consistenello “studio di come i rapporti di potere e le disuguaglianze sociali influenzano il rapporto tra la società e il suo ambiente biofisico”[2]. La conseguente impossibilità di scissione tra gli aspetti ecologici di un territorio da quelli politici viene definita da Barca come Ecologia Operaia, ovvero il sistema di relazioni tra una comunità, il lavoro, le risorse disponibili e il sistema produttivo in cui si trova inserita, nonché il suo ambiente.
La problematica principale di tale concetto va ricercata nell’inevitabile conflittualità tra la produzione industriale, caratterizzata troppo spesso da ambienti insalubri, condizioni precarie e salari minimi, e la riproduzione sociale e ambientale. Si tratta chiaramente di una conflittualità irrisolvibile all’interno del modello capitalista, modello interamente incentrato sulla produzione di capitale e, di conseguenza, sul sacrificio della cura della persona e dell’ambiente in favore dell’attività lavorativa. L’esempio principale sul territorio italiano è l’Ilva di Taranto.
Nata nel 1960 sotto il nome di Italsider, ha cambiato diverse volte proprietà diventando Ilva nel 1995, poi Riva e verrà infine comprata dall’ArcelorMittal nel 2018 che però ne condividerà la proprietà con Invitalia. L’Ilva rappresenta l’impianto siderurgico più grande d’Europa, con una superficie che è pari a tre volte l’area della città di Taranto. A seguito del sequestro dell’area a caldo dell’acciaieria avvenuto nel 2012 sono stati rilevati segni di cedimento dovuti ad una scarsa manutenzione, elementi che hanno contribuito alla crescita di infortuni e di morti sul posto di lavoro. Una perizia di 282 pagine conferma infatti la relazione tra le emissioni, l’ambiente di lavoro, gli infortuni, i decessi degli operai e lo stato di salute dei cittadini [3]. Nonostante ciò, l’Ilva è ancora attiva grazie ai tredici decreti-legge detti salva-Ilva “attraverso i quali il potere esecutivo dello stato ha contrastato il suo stesso potere giudiziario, permettendo che la tutela dell’impresa privata continuasse a ledere l’interesse pubblico” [4]. Per riprendere il parallelismo con il paese del Sol Levante, la sottomissione del potere statale in favore della supremazia della privatizzazione fu in gran parte causa dell’incidente di Fukushima avvenuto nel 2011. Quando nel 1945 le forze alleate chiusero l’export di energia verso il Giappone, fu presa la decisione di consegnare l’intera produzione, trasmissione e distribuzione di energia ad enti privati. Fu così nel 1951 nove società ottennero il monopolio di tale bene a livello nazionale, tra le quali vi era anche la TEPCO (Tokyo Electric Power Co.), compagnia che attualmente rappresenta la più grande compagnia elettrica del Giappone e che possedeva la centrale di Fukushima Daishii, la stessa che fu oggetto del disastro nel 2011. Come dichiarato da Naoto Kan, il primo ministro giapponese in carica tra il 2010 e il 2011, fu proprio la lenta e difficile comunicazione interna alla società, unita ad una coordinazione quasi inesistente con gli enti pubblici e ad una preoccupante impreparazione della dirigenza, a causare un ritardo nelle risposte della NISA (Nuclear and Industrial Safety Agency) e nei soccorsi [5].
Tornando al suolo italiano, l’operato dell’Ilva viene tristemente tollerato anche da chi ne subisce maggiormente i danni a causa di quello che viene definito ricatto occupazionale, ovvero una forma di ingiustizia ambientale causata dal colonialismo e dall’autocolonialismo da parte delle stesse comunità che ne sono vittime. Il ricatto occupazionale consiste in quell’insieme di pratiche e azioni adottate, ad esempio da un’azienda, che si rivelano perniciose per la comunità, ma che tuttavia vengono giustificate dal ruolo spesso centrale che l’azienda svolge per l’economia della comunità stessa. L’indottrinamento degli individui volto a considerare l’azienda come unica fonte di lavoro e sostentamento possibile porta all’identificazione della comunità nell’azienda stessa e, di conseguenza, all’accettazione indiscussa delle condizioni poste dal capitalista. L’autocolonialismo in particolare è frutto di un indottrinamento che mira a convincere le comunità colonizzate che la sottomissione sia l’unica soluzione possibile. Vi è inoltre il fatto che le città o parti di città che ospitano impianti riconducibili a quello dell’Ilva finiscono per sviluppare una monocultura che le rende strettamente dipendenti dall’attività industriale e che di conseguenza alimenta il ricatto occupazionale stesso.
I concetti di colonialismo, autocolonialismo e monocultura sono certamente riconducibili all’ambito della strumentalizzazione del territorio ma non si limitano alla sua applicazione nel campo della produzione industriale. All’interno del libro collettaneo Trame. Pratiche e saperi per un’ecologia politica situata (2021) Nicola Capone, Alessandra Caputi ed Alessandra Esposito espongono il problema della turistificazione prendendo come esempio la città di Napoli. Con il termine “turistificazione” si intende un caso specifico di gentrificazione, ovvero “l’insieme delle trasformazioni sociali, economiche e spaziali innescate alla crescita del settore turistico e l’eccessiva specializzazione funzionale di alcune parti della città”. [6] Come nel caso dell’Ilva, la turistificazione è resa possibile attraverso una sorta di autocolonialismo. Per fare un esempio pratico, prendiamo in considerazione un’ipotetica area interna ad una città raramente soggetta a manutenzione ma, ciononostante, luogo di ritrovo da parte dei cittadini residenti vicino all’area in questione. Mettiamo ora che, attraverso il pretesto della bonifica, tale area venga demolita e riqualificata riservandone però l’utilizzo ad un’utenza specifica, ipoteticamente quella turistica, andando di fatto a privatizzare un’area pubblica. L’autocolonialismo avviene nel momento in cui la comunità accetta tale privatizzazione come una soluzione a proprio vantaggio (economico, sociale), apparentemente mossa con il fine di rendere l’ambiente più “decoroso”. I concetti di degrado e di decoro, che non hanno parametri specifici ma allo stesso tempo provocano una forte risposta emotiva, vengono spesso utilizzati al fine di giustificare azioni di controllo, gentrificazione o turistificazione, che di fatto portano spesso alla mercificazione della città stessa.
Il termine “mercificazione” applicato alla città risale a Henri Lefebvre e poi a David Harvey, che con questo termine criticavano il processo che porta alla considerazione della città principalmente in base al suo valore di scambio rispetto a quell’uso. Lefebvre definisce la città come “mediazione tra le mediazioni” [7], ovvero come mediazione tra ciò che egli definisce l’ordine prossimo e l’ordine remoto. Se l’ordine remoto rappresenta quell’insieme di entità “superiori” che determinano la società, come ad esempio la Chiesa o lo Stato, l’ordine prossimo consiste nelle relazioni tra persone e gruppi che compongono la società stessa. Prendendo come esempio l’organizzazione internazionale non governativa World Wildlife Fund (WWF), la città si pone come “mediazione” dal momento in cui essa traduce il WWF stesso (ordine remoto) all’interno delle relazioni tra la comunità che la compone (ordine prossimo). Lo fa nel bene e nel male: nel caso del WWF, risultano numerose le controversie legate agli aspetti etici e legali che la riguardano, dai casi di utilizzo del marchio volto al greenwashing di grandi aziende all’utilizzo di fondi per scopi di lucro o di oppressione [8]. Parallelamente, nella mia città (Trieste) la stessa organizzazione ha offerto attività estremamente formative nell’ambito della sensibilizzazione alla salvaguardia ambientale, alla quale io stesso ho partecipato da bambino.
Comunque, che essa riguardi l’ambito industriale o turistico, la mercificazione del territorio rappresenta uno degli strumenti più efficaci dell’ideologia capitalista, la quale attraverso l’indottrinamento e la soppressione delle comunità si impone come unico modello ragionevolmente giusto e possibile. Questo indottrinamento è definito dalla femminista afroamericana e queer Audre Lorde “narrazione del Padrone” [9], espressione che viene ripresa come titolo del primo capitolo del libro Forze di riproduzione. Per una ecologia politica femminista di Stefania Barca. In questo capitolo viene descritto il video di introduzione della sessione plenaria di apertura del Earth Summit di Rio+20 del 2012 [10], all’interno del quale viene proposta una visione della realtà che pone l’inizio della “nostra” storia nell’Inghilterra di 250 anni fa. Secondo questa narrazione, il continuo sviluppo a livello globale accompagnato ad una sempre maggiore industrializzazione è da intendersi come un grande traguardo dell’umanità. Un traguardo che, come effetto collaterale secondario, ha portato alla crisi climatica, che viene però descritta come risolvibile proprio incentivando nuovamente lo sviluppo e l’innovazione tecnologica e industriale. Questa lettura può tuttavia essere interpretata diversamente attraverso un occhio critico e olistico: il contenuto del filmato altro non è che una narrazione del Padrone all’interno della quale non vengono considerate né le critiche al concetto stesso di “Antropocene”, né tutte quelle popolazioni e comunità che sono rimaste vittime dell’ideologia capitalista e della sua narrazione della modernità e del progresso.
Secondo il primo significato del termine, coniato dal vincitore del premio Nobel per la chimica nel 1995 Paul Crutzen, l’Antropocene è l’“epoca dell’uomo” per la comparsa di uno strato geologico composto da microplastiche negli accumuli sedimentali. Il termine è però stato portato nel linguaggio politico e sociale senza alcuna specificazione ulteriore. Jason Moore offre invece una lettura che scinde l’aspetto geologico da quello politico. All’Antropocene in senso geologico (effetto) è quindi affiancato il “Capitalocene” (causa), cioè il periodo caratterizzato dall’avvento del capitalismo, che ha dato origine e portato avanti la sovrapproduzione di beni e in particolare l’utilizzo dei combustibili fossili sia come fonte di energia che come risorsa materia – da qui la presenza pervasiva dei rifiuti plastici. Il Capitalocene colloca idealmente il suo inizio nell’Inghilterra del XIX secolo.
All’interno della narrazione del Padrone non vi è traccia di comunità come, ad esempio, quelle di Port Harcourt in Nigeria, le cui realtà vengono riportate dalla stazione radio Chicoco Radio. Chicoco Radio rappresenta una branca del Chicoco Collective, che agisce attraverso l’attivismo sul fronte della divulgazione e del reportage. Tra le varie realtà denunciate dal collettivo vi è quella riguardante l’annientamento della popolazione interna al waterfront di Port Harcourt. L’opera di sensibilizzazione mira a diffondere le storie, le vite e i soprusi relativi alle oltre 58.000 persone coinvolte nella campagna di sfollamento che ha devastato comunità intere, come quelle di Diobu ed Elechi. Le persone appartenenti alle comunità in questione sono rimaste sfollate a causa delle opere di demolizione ingiustamente legittimate dalle condizioni di “degrado” alle quali il territorio era soggetto. Di fatto quella che è stata messa in atto è una soppressione mossa da una politica coloniale volta alla strumentalizzazione del territorio, considerato solo in base al suo valore di scambio – in questo caso il petrolio – ed incurante dell’ordine prossimo che le comunità indigene rappresentano. Secondo il Chicoco Collective le comunità del waterfront occupano il territorio da ben prima che Port Harcourt venisse costruita.
Un altro esempio dell’invisibilizzazione a opera della narrazione dell’Antropocene è riportato in Forze di riproduzione, dove Stefania Barca racconta la storia di Zé Clàudio Ribeiro da Silva e Maria do Espìrito Santo, raccoglitori di noci impegnati nell’attività di resistenza contro il disboscamento all’interno dell’Amazzonia brasiliana ed uccisi a causa della loro lotta. Secondo Stefania Barca, a queste due vittime corrispondono due storie, purtroppo non isolate, di testimonianza delle persone che quotidianamente vengono fatte sparire a causa della loro opposizione contro il modello distruttivo coloniale. Le loro storie, così come quelle dello staff di Chicoco Radio, sono da intendere come casi di una vera e propria resistenza alla narrazione del Padrone, in quanto rappresentano proprio quelle forze di riproduzione che si oppongono alla strumentalizzazione del territorio. Raccontare le loro storie agisce contro la narrazione del Padrone, secondo la formula di Audre Lorde: “non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone”. Con questa metafora l’autrice intende sottolineare come sia necessario uscire dai limiti concettuali imposti dall’azione e dalla visione dell’oppressore per poter mirare alla liberazione dall’oppressione stessa.
La narrazione del Padrone si riflette anche all’interno delle città attraverso l’architettura e l’urbanistica stessa. Ciò avviene attraverso una suddivisione degli spazi dettata da un fine volto alla produzione e non alla riproduzione, che quindi non considera le necessità personali e le diversità all’interno delle comunità. La componente riproduttiva, che si discosta da quella produttiva in quanto non volta alla produzione in sé, ma piuttosto alla rigenerazione dell’ambiente e della persona, viene infatti anch’essa strumentalizzata come mero mezzo necessario all’incremento del capitale. Il modello di città Lecorbusiano, così come il suo modulor adottato per l’organizzazione degli spazi interni alla casa, è un modello prettamente androcentrico. Il modulor è infatti basato sulla concezione di un “uomo medio”, ovvero un uomo alto 1.83 metri, mentre la mobilità della città è pensata in modo da privilegiare lo spostamento tramite l’automobile. La giornalista Jane Jacobs e il collettivo Col.lectiu Punt 6, collettivo femminista operativo in abito architettonico, urbanistico e sociale dal 2005 e divenuto cooperativa nel 2016 [11], offrono delle visioni di città più inclusive, volte alla cura della persona e rispettose di tutte le diverse necessità.
In Vita e morte delle grandi città [12]Jane Jacobs muove diverse critiche verso la tipica grande città americana, basata sullo spostamento tramite automobile e, ad esempio, sull’autoisolamento dei grandi edifici. Secondo Jacobs la città è caratterizzata da un comportamento per certi versi analogo all’ecosistema naturale, in particolarein quella che lei definisce “Ecologia Urbana”. La città è infatti valorizzata dalla sua diversità interna, diversità che si sviluppa nel tempo in funzione di un comportamento organico. Questo comportamento è dato dalle diverse tipologie di relazioni e di attività di cura la cui interdipendenza è fonte di ibridazioni e mutazioni che giovano alla salute della città stessa. In altre parole, la città come “mediazione tra le mediazioni” necessita di un ordine prossimo che funzioni. Sono le persone, attraverso la costruzione di legami e lo scambio di competenze a dare vita alla città come organismo.
Perché questo organismo funzioni è necessario evitare la suddivisione del territorio incentrata sulla produzione, che vede la strada come mero sistema di comunicazione tra quartieri interamente dedicati all’abitare e quartieri incentrati sull’attività lavorativa. La zonizzazione è di fatto uno degli strumenti più utilizzati nell’area dell’urbanistica, motivo per il quale l’articolazione della quasi totalità delle città rappresenta di per sé la principale fonte di disuguaglianza sociale. Ne sono una prova gli innumerevoli episodi di ingiustizia sociale strutturale alle quali migliaia di persone sono soggette durante la fruizione dei mezzi pubblici. Pochi giorni prima di scrivere questo articolo, mi è capitato di vivere un’esperienza analoga all’interno del treno che prendo quotidianamente per recarmi all’università. Durante un normale controllo dei biglietti, un passeggero sprovvisto inveiva contro il capotreno, dichiarando che l’azienda per la quale lavora di non offre un salario adeguato all’acquisto dei biglietti a chi come lui non è in grado di permettersi un alloggio limitrofo al luogo di lavoro.
Il collettivo Col.lectiu Punt 6, attraverso il libro Urbanismo feminista, por una transformaciòn radical de los espacios de vida [13], sviluppa un’ampia e approfondita critica e una serie di indicazioni e di punti da seguire per garantire una realizzazione degli spazi il più possibile non discriminatoria, che si pone in continuità con le osservazioni di Jane Jacobs. A partire da una mobilità che valorizza i mezzi pubblici fino al ripensamento delle strade in modo da garantire una percezione sicura per chiunque nella comunità, l’urbanismo femminista offre una lettura della città che scardina la standardizzazione. Tale lettura tenta di avvicinarsi anche alla fragilità degli elementi sensibili o alle necessità di chi non possiede il tempo materiale per svolgere tutte le attività che la routine quotidiana impone. Nel caso di una persona anziana risulta infatti più difficile doversi spostare verso le attività commerciali se queste sono poste lontano dalla sua abitazione. Parallelamente il modello di città attuale porta all’incremento del divario causato dalle ingiustizie di genere, incrementando quelle che sono le difficoltà causate dal cosiddetto doppio, o terzo, turno di lavoro.
Tali pratiche urbanistiche e sociali sono contrapposte alla visione capitalista della città e del territorio, incentrata sulla mera mercificazione. La relativa strumentalizzazione, a prescindere dalle modalità attraverso le quali essa si manifesti, rappresenta a tutti gli effetti un mezzo di applicazione della narrazione del Padrone che tenta di indottrinare le comunità imponendo l’ideologia capitalista come unica possibile, nonostante la sua natura dannosa e del tutto inadatta alla salvaguardia delle persone e dell’ambiente.

[1] Stefania Barca, https://www.ecologiepolitiche.com/percorsi/approfondimenti/ecologia-operaia/ e in “Ecologia Operaia”, in Trame. Pratiche e saperi per un’ecologia politica situata, (Stefania Barca (a cura di) Daniela Allocca, Nicola Capone, Gaia Del Giudice, Nina Ferrante, Ilenia Iengo, Giuseppe Orlandini, Roberto Sciarelli, Daniele Valisena), Tamu, Napoli 2021, pp. 70-80.
[2] Ibidem.
[3] Perizia svolta dalla prof.ssa Maria Triassi, dal dr. Francesco Forastiere e dal prof. Annibale Biggeri su richiesta del giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco.
[4] Virginia Rondinelli, Lo sviluppo calato dall’alto e la conquista di Taranto, in Ecologia Operaia, in Trame, cit., pp. 76-80.
[5] Naoto Kan, The Fukushima nuclear power plant disaster and the future of renewable energy, Mario Einaudi Center for International Studies, Cornell University, 25 Marzo 2017.
[6] Nicola Capone, Alessandra Caputi, Alessandra Esposito, “Turistificazione”, in Trame, cit. p. 115
[7] Henri Lefebvre, Il diritto alla città, ombre corte, Verona 2014, p. 54.
[8] Wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/WWF
[9] Audre Lorde,The Master’s Tool will never dismantle the Master’s House, Penguin Books Ltd, UK, 2018
[10] “Welcome to the Antropocene”, https://youtu.be/fvgG-pxlobk?si=OWFDz3B1uf7n9sji, (ultima visita 16/03/2025)
[11] Sito del Col.lectiu Punt 6: https://www.punt6.org/
[12] Jane Jacobs, Città e libertà, 2020 elèuthera editrice, Manocalzati, 2020,pp 91-100
[13] Col-lectiu Punt 6, Urbanismo Feminista. Por una trasformaciòn radical de los espacios de vida, Virius, Barcellona, 2019.
