diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Grande Seminario 2022 - Corpi esposti

La questione maschile

Quel che stiamo mettendo in discussione non sono semplici connessioni teoriche, ma certi modi di vivere e relazionarci come uomini. Sono la nostra esperienza e le nostre relazioni, come uomini, a dover essere cambiate[1].

È importante comprendere come, al livello dell’esperienza personale e dell’impegno nelle relazioni, l’invisibilità degli uomini a sé stessi, risultante dal potere che detengono e dalla propensione a spersonalizzare e a universalizzare la propria esperienza, li porti costantemente alla tentazione di parlare per gli altri, presentandosi nel contempo come la voce neutrale della ragione[2].

Victor J. Seidler nel saggio Riscoprire la mascolinità, uscito in Italia nel 1992 per Editori Riunti, descrive in modo nitido l’invisibilità degli uomini a sé stessi, evidenziando con estrema precisione il cuore della cosiddetta “questione maschile”. Secondo Seidler, la cultura occidentale ha creato le condizioni di oppressione del genere femminile e contemporaneamente l’invisibilità a sé stesso di quello maschile. Le radici sono da ricercare nel primato dato al pensiero a partire da Cartesio, ovvero nella riduzione dell’essere umano al solo pensiero che espunge i sensi, i sentimenti, le emozioni, gli istinti, in altri termini il corpo. Le creature più prossime alla natura sono inferiori perché non raggiungono la piena potenza della ragione. Le donne, legate alla maternità, per destino sono inferiori e seconde al maschile, d’altra parte la donna deriva da una costola di Adamo. Il soggetto è solo maschile, il discorso filosofico si ammanta di una falsa universalità, l’ideologia patriarcale istituisce e mantiene la distinzione tra la sfera pubblica e quella privata. Per spezzare la monolitica unità del soggetto e i meccanismi del potere e dell’oppressione maschile è stato essenziale il lavoro di pensiero delle filosofe, due su tutte Luce Irigaray e Luisa Muraro[3], e il lavoro politico del movimento delle donne[4].

Tuttavia, Seidler, partendo da sé, sottolinea il peso che la cultura basata sull’universalità dell’uno pone in capo agli uomini: “Noi uomini siamo talmente abituati a non tener conto dei nostri bisogni per realizzare gli obiettivi che ci siamo assegnati, e così abituati a ricavare il nostro senso di identità individuale e la nostra felicità dai nostri successi individuali, che ci è spesso difficile riconoscere i nostri bisogni e quelli degli altri. […] Questa concezione della mascolinità è la pietra angolare della nostra cultura morale liberale, una cultura che pare incapace di riconciliare il linguaggio dei diritti individuali con il linguaggio dei bisogni. Inoltre, esplorare i nostri bisogni resta qualcosa di minaccioso perché così facendo diventiamo consapevoli di quanto poco diamo a noi stessi e di quanto poco nutrimento riceviamo”[5]. È la performance che conta: la conquista di donne, potere, soldi, la capacità di risolvere problemi e di raggiungere obiettivi. Con un salto di trent’anni, questa consapevolezza si è allargata e ne possiamo leggere anche su riviste e quotidiani. Un esempio su tutti: Manolo Farci, commentando il fatto di cronaca dei fratelli Bianchi, scrive su Doppiozero[6] che la mascolinità è vista “come un progetto virile ed eroico di affermazione nello spazio pubblico. Non importa che questo spazio pubblico sia il territorio del proprio quartiere, il consiglio di amministrazione di una multinazionale, lo scranno della politica, o una cattedra universitaria: quello che è comune è che l’arena pubblica è il posto che i maschi devono colonizzare, occupare, conquistare e controllare. È il luogo dove gli uomini arrivano ad essere uomini[7].

Via Dogana è la rivista della Libreria delle donne di Milano che dal 1991 al 2014 è stata pubblicata in cartaceo e ora è solo online, ospitata sul sito della Libreria delle donne. È un laboratorio di pensiero politico delle donne, promuove un lavoro relazionale e collettivo di ricerca per captare i cambiamenti della realtà e trovare le parole per raccontarli, per non far cadere nell’oblio quello che capita di significativo e ancora non ha parole o è interpretato malamente. Nell’ultimo numero, Autocoscienza ancora, è stata ripresa la parola autocoscienza ripartendo dagli scritti di Carla Lonzi, per vedere i significati di questa pratica sorgiva nel presente. “Autocoscienza non è più solo una pratica delle origini, codificata e conclusasi come fenomeno storico ma contesto simbolico politico dove hanno le radici almeno due cose preziosissime. La prima, l’emergere di un processo di identificazione e di un rispecchiamento tra donne che si riconoscono come soggetti. Quindi è il modo attraverso cui si è conquista e si pone la coscienza della donna indipendentemente da quella dell’uomo, non come individuo maschio ma come individuo protagonista e detentore della cultura e delle sue manifestazioni. La seconda, la sperimentazione e l’invenzione della pratica del partire da sé. Quindi una specifica modalità del pensiero inaugurata dal femminismo”[8]. Riprendere e rilanciare la pratica dell’autocoscienza creando un legame con la pratica del partire da sé restituisce il senso di un lavoro politico che parte dall’esperienza, di cui si rende conto in prima persona, che nello scambio con altre (e altri, auspicabilmente) diventa un dispositivo per l’interpretazione del presente. Avere chiavi per interpretare la realtà è essenziale per non perdere parti importanti di sé, strade di libertà che altre donne possono riconoscere e riprendere, anche insieme a quegli uomini che condividono una ricerca di senso a partire da sé e il desiderio di una presa di coscienza soggettiva. In alternativa, c’è il ricorso a un senso già dato, pur se mutilante. Per esempio, durante una presentazione milanese del libro Ho scritto questo libro invece di divorziare[9], l’autrice interpretava la presa di coscienza dei limiti della sua emancipazione come conquista della parità, non come ricerca e pratica della possibilità di un’esistenza libera, cosa che il libro effettivamente racconta. Il femminismo stesso, che ha rivoluzionato il rapporto tra i sessi, è spesso interpretato nel senso di una raggiunta parità delle donne con gli uomini, rendendo questa facile mediazione, la parità, a portata di tutte e tutti.

Via Dogana è un riferimento politico importante. Il numero 21/22 del maggio 1995 si intitolava La questione maschile[10] e si comprende bene quanto fossero lungimiranti e in anticipo sui tempi le autrici: come si nomina la realtà è essenziale, ne va del senso del nostro stare al mondo. In un articolo del numero successivo, Luisa Muraro scrive “Lo scopo di Via Dogana 23 non è discutere o dimostrare la fine del patriarcato ma, semplicemente, fare un posto a questo pensiero. La realtà che cambia, senza che abbiamo registrato il cambiamento, rischia di fare solo confusione nelle teste”[11]. Oggi vediamo chiaramente il legame tra la questione maschile e la fine del patriarcato, allora solo la fine del patriarcato venne molto discussa, mentre la questione maschile è rimasta in sospeso, non è stata assunta veramente dagli uomini; quindi, rimane una sorta di novità ogni volta che viene nominata. Una decina di anni dopo i tempi erano più maturi, il numero 79 di Via Dogana, intitolato Parla con lui[12], è interamente dedicato alla parola di uomini che riflettono a partire dalla loro parzialità e dalle loro relazioni con le donne. Un altro numero di Via Dogana del 2006 dal titolo Appuntamenti ospita un articolo di Marco Deriu che scriveva, a commento di un ennesimo efferato omicidio: “Si potrebbe dire che molti uomini preferiscono cancellare l’alterità piuttosto che riconoscere e accettare così la propria parzialità” e continua “Non si tratta di prendere le distanze da una violenza che sta fuori di noi […], ma di fare i conti con una possibilità che è iscritta nella cultura comune”[13]. Il 2006 è stato un anno in cui, possiamo dire, c’è stato un passaggio simbolico importante, legato alla presa di posizione pubblica di qualche migliaio di uomini, a partire dall’appello del gruppo Maschile Plurale La violenza contro le donne ci riguarda[14], una risposta maschile pubblica, con una risonanza a livello nazionale sulla stampa e altri mass media, che apriva a una relazione politica differente tra uomini e donne. C’è stato un fiorire di iniziative politiche legate a questo accadimento, con gruppi in tutta Italia che facevano ricerca, che hanno visto molte donne e femministe partecipare in modo attivo.

In questi gruppi c’era in gioco il desiderio di confronto e scambio, e la voglia di creare uno spazio praticabile per la relazione e il conflitto: niente a che vedere con la pretesa che gli uomini si assumessero colpe o chiedessero perdono “in quanto uomini”, ma con la precisa richiesta da parte delle donne che gli uomini facessero una mossa a partire da una presa di coscienza della propria parzialità, dalla prospettiva di una soggettività maschile che ha preso atto che c’è una sessualità, un simbolico, un modo di relazionarsi, un modo di lavorare, un modo di pensare differente.  Per parte nostra, “in quanto donne”, la sfida era di assumerci la relazione politica di differenza con gli uomini, lasciando da parte la tentazione di posizionarci come le discriminate (e quindi abbandonando qualsiasi residuo di vittimismo) o di stare nel separatismo, nel tra donne, in una società parallela dove c’è possibilità di vivere con agio.

Il Grande seminario di Diotima Corpi esposti ha dato un posto simbolico importante alla cosiddetta “questione maschile”, riproponendo sulla scena precisamente lo spazio simbolico/relazionale rappresentato dalla relazione di differenza[15].

Nel 2022 è stato finalmente riedito il libro di Lia Cigarini La politica del desiderio[16], ampliato da un’intervista fattale da Riccardo Fanciullacci nella primavera del 2020. È un testo imprescindibile, che ci aiuta a capire di cosa stiamo parlando quando nominiamo la questione maschile: “c’è una resistenza speciale degli uomini a interrogare la loro differenza, ad accettare la loro parzialità. È la questione maschile che converrebbe a loro, ma non solo a loro, mettere all’ordine del giorno”[17]. Si tratta dell’identificazione di sé con un punto di vista universale, che comprende in sé tutto e tutti, e rende ciechi e sordi verso la donna che è lì accanto, la compagna di vita, di scuola, di lavoro, di politica. Lia Cigarini ha nominato la questione maschile proprio come mera questione, non perché non sappia o non veda o non conosca uomini che agiscono in modo differente, ma perché non c’è una presa di coscienza degli uomini “in quanto uomini” in rapporto alle donne, nella società non è senso comune che ci sia una presa di coscienza degli uomini, della loro parzialità.

Oggi possiamo aggiungere altri elementi, dettati da una realtà che negli anni di pandemia ci ha messo alla prova, perché ha svelato in modo chiaro dinamiche che prima erano rese opache dall’accelerazione della curva emancipatoria femminile. Nei primi giorni duri del lockdown del 2020 Hellen Lewis, giornalista di The Atlantic, scriveva: “Uno degli effetti più sorprendenti del coronavirus sarà quello di rimandare molte coppie negli anni Cinquanta. In tutto il mondo, l’indipendenza delle donne sarà la vittima silenziosa della pandemia” (l’articolo si intitola significativamente The Coronavirus Is a Disaster for Feminism[18]). È incredibile come il cinema capti e interpreti i segnali che arrivano dalla realtà e ce li restituisca potenti attraverso le immagini. È il caso del film del 2022, Don’t warry darling della regista Olivia Wilde, che propone la storia patinata e surreale di una giovane coppia nell’America degli anni Cinquanta, per raccontare in realtà l’incapacità, da parte di un uomo, di cogliere e accettare la libertà femminile (un nome questo che sta per tante cose: l’indipendenza, la scelta, il desiderio, i talenti coltivati, le passioni da seguire…) e la violenza che lui usa per rinchiudere la donna (e se stesso) in uno stereotipo ormai consunto. Questo film è lo specchio di una maschilità deteriorata, unita all’incapacità dell’uomo di assumere questa crisi, per rifugiarsi in un altrove mortifero. È la rappresentazione su grande schermo della questione maschile.

Ho fino ad ora dipinto una situazione che, devo confessarlo, mi fa provare rabbia e frustrazione, anche per il mondo che stiamo consegnando alle ragazze che crescono oggi. È come se vivessi un’intima contraddizione: so, a partire dalla mia esperienza e quella delle donne che mi sono vicine, che il rapporto tra i sessi è profondamente cambiato, so che molti uomini abbracciano un modo di stare al mondo lontano dal patriarcato, e contemporaneamente vedo nella società un maschile ancorato a una posizione egocentrica, quella che, per esempio, chiede disperatamente conferme femminili fino alle molestie e alla morte. La reazione a questa contraddizione è la pretesa che vi sia una presa di coscienza maschile iscritta nel sociale, non solo un gesto individuale o una mossa che resti confinata in piccoli gruppi. Pretesa che può suscitare reazioni anche molto feroci o un’interlocuzione dialogante, come mostra un intervento sul sito della Libreria delle donne di Milano di Umberto Varischio[19], che da un lato sottolinea come le prese di posizione pubbliche e collettive maschili non bastano, non sono un dispositivo che genera di per sé consapevolezza, dall’altro opera una distinzione anagrafica: gli uomini nati e cresciuti nel patriarcato possono consapevolmente riconoscere i condizionamenti e cercare di controllarli, i giovani uomini ne sono già affrancati, così il lavoro sulla maschilità e sul rapporto con le donne può partire da altri presupposti.

Ecco che allora scelgo di volgere lo sguardo verso quei cambiamenti resi possibili dal crollo del sistema simbolico patriarcale, e vedo nella paternità il cambiamento più radicale e duraturo. Nel già citato numero di Via Dogana Parla con lui, nell’articolo-intervista di una donna al suo compagno lui afferma: “al di fuori dell’ambito sessuale, è proprio la paternità l’unica autentica espressione di virilità dopo la fine del patriarcato”[20]. Lo posso vedere nei gesti di cura di mio fratello verso il figlio nato da poco e verso la madre della creatura: poco più che trentenne, è molto impegnato nell’accudimento, lo desidera ed è felice di farlo, prende il tempo che serve anche dal lavoro (aiutato in questo da una politica aziendale che mette in primo piano le cosiddette diversity e favorisce il congedo parentale paterno – la differenza maschile è riconosciuta nella paternità). Sono cose che nostro padre fatica a comprendere, afferma che è “troppo”, un’eccedenza per lui, che si sarebbe vergognato a spingere una carrozzina, gesto che minava la sua virilità agli occhi della comunità dei maschi[21]. Se parto dalla mia esperienza, posso dire che dare spazio al padre di mia figlia è stata una conquista di libertà per entrambi perché lui, forte della fiducia che gli davo, ha compreso che era in grado di compiere i gesti di cura che desiderava e di cui era terrorizzato.

La paternità, quindi, è uno spazio relazionale privilegiato, in cui accade un doppio movimento: la donna, che è madre, riconoscendo il padre lascia spazio a lui nel rapporto con la creatura, e lui, come dice Luisa Muraro, riconosce l’autorità femminile e sente che “la differenza femminile lo aiuta a ritrovarsi, a essere sé stesso”[22].

L’obiezione che si affaccia immediatamente ha il volto di chi padre non è, per età, scelta, rinuncia o sorte. Si tratta tuttavia di abitare politicamente lo spazio della paternità da parte di uomini che ne parlino a partire da sé, portando quello che sono, padri, figli, e le parole che hanno (o sanno) per dirlo; dunque, fare quello che Luisa Muraro chiama “il lavoro della necessaria mediazione” che spiega essere “un disfare maglie per ricavare dal passato la materia prima per riprendere di nuovo a vivere. […] Il vero inizio ha la caratteristica di venire in seconda battuta, dopo qualcosa che c’è stato, venire a salvarlo dalla perdizione ri-presentandolo e iscrivendolo così nella possibilità di essere. Facendolo, dunque, essere”[23].

In altri termini, si tratta di un percorso politico che aiuti a mettere a fuoco nuove figure simboliche a partire dall’esperienza soggettiva per diffonderle e verificarne la potenza trasformatrice nel passaggio alle parole ed esperienze di altri. Per mettere al mondo una nuova civiltà.

In un’intervista pubblicata sull’Unità nell’anno in cui il suo libro è uscito in Italia, Victro J. Seidler dice: “Penso che il femminismo abbia aperto spazi in cui uomini e donne potrebbero cominciare a parlarsi in modo più aperto e onesto”[24]. Io sento l’urgenza di portare nello spazio politico e relazionale con gli uomini una posta in gioco alta: far sì che la differenza femminile diventi una mediazione necessaria per una maschilità diversa, perché è già moneta corrente nella genitorialità. La sfida è che possa diventare realtà anche al di là dell’ambito familiare, amoroso, amicale.


[1] Victor J. Seidler, Riscoprire la mascolinità. Sessualità ragione linguaggio, Editori Riuniti, Roma 1992, pag. 8.

[2] Victor J. Seidler, Riscoprire la mascolinità. Sessualità ragione linguaggio, cit., pag. 10.

[3] Cito solo due testi che per me sono stati fondamentali: Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991 e Luce Irigaray, Etica della differenza sessuale, Feltrinelli, Milano 1984.

[4] Essenziale è il testo collettivo: Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier, Torino 1987.

[5] Victor J. Seidler, Riscoprire la mascolinità. Sessualità ragione linguaggio, cit., pag. 132.

[6] doppiozero.com rivista culturale, con edizioni in italiano e in inglese, e una casa editrice, in rete dal 14 febbraio 2011.

[7] Manolo Farci, I maschi di Colleferro e noi, doppiozero.com, 18 settembre 2020, https://www.doppiozero.com/i-maschi-di-colleferro-e-noi

[8] Linda Bertelli & Marta Equi, Autocoscienza ancora, libreriadelledonne.it, 9 ottobre 2023, https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/autocoscienza-ancora-linda-bertelli-marta-equi/

[9] Annalisa Monfreda, Ho scritto questo libro invece di divorziare, Feltrinelli, Milano 2022.

[10] La questione maschile, “Via Dogana Rivista di politica”, maggio/settembre 1995, n. 21/22.

[11] Luisa Muraro, Salti di gioia, “Via Dogana Rivista di politica”, ottobre 1995, n. 23, p. 3.

[12] Parla con lui, “Via Dogana Rivista di politica”, dicembre 2006, n. 79.

[13] Marco Deriu, Amore e riconoscimento: la violenza maschile e il senso delle nostre relazioni, “Via Dogana Rivista di politica”, settembre 2006, n. 78, pagg. 21-23.

[14] Appello pubblicato il 19 Set 2006 sui quotidiani “Il manifesto” e “Liberazione”, reperibile in rete: https://maschileplurale.it/appello-ci-riguarda/

[15] Corpi esposti, Grande Seminario 2022: venerdì 21 ottobre, Laura Colombo e Marco Deriu – La questione maschile, un dialogo a due voci

[16] Lia Cigarini, La politica del desiderio e altri scritti, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2022

[17] Lia Cigarini, La politica del desiderio e altri scritti, cit., pag. 310.

[18] Helen Lewis, The Coronavirus Is a Disaster for Feminism. Pandemics affect men and women differently, The Atlantic, 19 marzo 2020, https://www.theatlantic.com/international/archive/2020/03/feminism-womens-rights-coronavirus-covid19/608302/

[19] Umberto Varischio, La questione maschile vista da un uomo, libreriadelledonne.it, 14 ottobre 2022, https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/contributi/la-questione-maschile-vista-da-un-uomo/

[20] M.B, Portare le figlie. Intervista a mio marito, “Via Dogana Rivista di politica”, dicembre 2006, n. 79, pagg. 8-9.

[21] Sulla questione dell’identità maschile rimando ancora una volta a V. J. Seidler, Riscoprire la mascolinità. Sessualità ragione linguaggio, cit. Per esempio, cito da pag. 183: “Il nostro genere non è affatto qualcosa rispetto a cui possiamo stare tranquilli e a nostro agio. Al contrario, è qualcosa che dobbiamo continuamente provare ad affermare. Questo faceva parte dell’importanza centrale ricoperta dal lavoro nella vita degli uomini, perché era con il fare un «lavoro da uomo» che gli uomini potevano sentirsi sicuri della propria identità. Era un modo di placare le ansie, sebbene significasse lavorare tutto il tempo. Almeno, quello era un posto in cui gli uomini potevano sentire una certa sicurezza in sé stessi. Il lavoro è ben più che una fonte di dignità e di orgoglio. È la fonte stessa dell’identità maschile, tanto che senza lavoro – una condizione comune negli anni ’80 – è come se gli uomini cessassero di esistere del tutto”.

[22] Intervista a Luisa Muraro a cura di Vita Cosentino e Laura Colombo, Il rapporto con la madre, gli uomini, la guerra, l’autorità femminile, libreriadelledonne.it, 20 luglio 2022, https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/il-rapporto-con-la-madre-gli-uomini-la-guerra-lautorita-femminile/

[23] Luisa Muraro, Al mercato della felicità, Mondadori Milano, 2009, p. 121

[24] Anna Maria Guadagni, «Il macho? È morto», l’Unità, 7 dicembre 1992, pag. 11.