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per amore del mondo Edizione 20 - 2024/2025

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La natura nel pensiero femminile del  Novecento

Recensione a Adinolfi Isabella, Scaraffia Lucetta, a cura di, La natura nel pensiero femminile del Novecento, il Melangolo, Genova 2023

    Il libro, curato da Isabella Adinolfi e Lucetta Scaraffia, è una raccolta di saggi che indaga il rapporto tra alcune scrittrici (letterate, intellettuali, poetesse, filosofe del secolo scorso) e la natura, scoprendo in quest’ultima una fondamentale fonte di confronto e di ispirazione. La ricerca è avvenuta talvolta interrogando l’inserimento di figure animali e vegetali all’interno di romanzi, in alcuni casi guardando alla produzione poetica, altre volte analizzando le scritture private come diari o epistolari.  Hanno lavorato a questo testo, oltre alle curatrici, Bruna Bianchi, Laura Boella, Loredana Bolzan, Anna Foa, Ricciarda Ricorda, Maria Concetta Sala, Antonella Salomoni e Wanda Tommasi, con una penna che si avverte sempre appassionata. La sensazione che trasmette questo libro è che coltivare l’interazione con gli elementi naturali (non solo flora e fauna, ma anche il lago, il vento, il paesaggio…), sostare a lasciarsene trasformare, scriverne, abbia portato le autrici prese in considerazione ad un arricchimento esperienziale prezioso, ad una estensione nel significato dell’esistenza.

   Non si tratta di un testo che mette a tema il rapporto tra la donna (al singolare, in generale) e la natura, ma che, piuttosto, intende mostrare come tale relazione sia sempre soggettiva. Le autrici allora hanno ritenuto preferibile parlare delle donne (al plurale) e la natura, lasciando emergere ciò che ciascuna ne ha scritto, tenendo conto delle elaborazioni molteplici e personali. Esse danno vita ad una ricchezza di interpretazioni e significati che sfuggono ad una visione unificata e riduzionistica, anche se talvolta sono presenti elementi di similitudine. Quella di valorizzare le interpretazioni femminili, e di farlo anche in quanto differenti tra loro, vuole essere una posizione precisa da parte delle curatrici, che hanno desiderato ribadire uno scarto rispetto alla storica assimilazione di donna e natura elaborata dalla nostra tradizione di pensiero (in opposizione alla cultura, in passato associata al maschile) distaccandosi dunque dalla concezione per cui la prima è intesa come riproduttrice e la seconda come Grande Madre.Non, però, nel senso di negare il legame profondo con le dinamiche della vita e della natura che la possibilità di generare offre alle donne. Semmai, portando ad espressione le loro intuizioni con un atto di presa di parola in grado di contribuire in modo determinante al pensiero circolante.  Se, un tempo, le donne sono state escluse dalla cultura e quindi dalla riflessione sulla natura, è possibile ora conoscere ed apprezzare il contributo che hanno apportato: un contributo di cui abbiamo bisogno per pensare la Terra e il nostro divenire che è sempre in relazione con altri viventi e non viventi.

   Non solo singolare, ma anche vibrante e costitutiva, risulta l’interazione tra queste scrittrici e il mondo naturale nelle sue molteplici espressioni. Infatti, si tratta di accedere alle loro considerazioni e sentimenti più profondi. Come quando ci si trova in mezzo alla notte a scrutare il firmamento e si percepisce per un attimo di essere parte del cosmo infinito – con una conosciuta ma sempre meravigliosa intuizione, Anna Maria Ortese, a cui è dedicato uno dei saggi, ci ricorda che il mondo è un corpo celeste e quindi tutte le cose del mondo sono fatte di materia celeste[1]  – scrivere della natura significa anzitutto fare i conti con il lato più reale e allo stesso tempo più misterioso della nostra esistenza: ne siamo parte, ne siamo un’espressione, insieme ai compagni animali, vegetali, minerali e alle stelle. Alcune delle donne qui narrate hanno sentito che questa comunanza viene dimenticata quando siamo totalmente coinvolti dai contesti più strettamente umani, fatti di innumerevoli oggetti inanimati, contesti sociali, ideologie. Hanno allora testimoniato e riconosciuto valore al manifestarsi di un sentire che, con la sua presenza improvvisa, ci lega a qualcosa di più ampio. Un sentire rivelatore, perché la dimensione umana non esaurisce del tutto ciò che siamo: c’è una parte di noi che si scopre fedele all’appartenenza a legami più vasti, reticolari, con enti diversi da noi. Piccoli episodi che irrompono nella quotidianità, allora, sebbene apparentemente insignificanti, se vi prestiamo attenzione, possono illuminarci rispetto alla partecipazione di essere umano e altre creature, luoghi o fenomeni, al divenire della natura e così apportare un profondo apprendimento all’esperienza.

   Il nostro respiro, per esempio, ci ricorda che siamo in rapporto di dipendenza dallo scambio con l’elemento dell’aria e che “tutta la Terra respira”. Questa bella immagine del mondo intero che respira all’unisono la troviamo, all’interno del libro, nel già citato capitolo di Wanda Tommasi dedicato ad Anna Maria Ortese e la riprendo perché è un’immagine circolante all’interno del pensiero femminile; infatti, la propongono anche la teologa ecofemminista Ivone Gebara [2]e la scrittrice e attivista femminista Alexis Pauline Gumbs[3]. Trovo che questa immagine abbia una sua rilevanza perché ci suggerisce di pensare al nostro pianeta come un’unità alla quale prendiamo parte.  Inoltre, ci restituisce l’idea di un mondo pulsante di vitalità, questa resa possibile dall’interdipendenza, ma anche vulnerabile; un pianeta in cui l’atto del respirare scandisce ritmicamente, soffio dopo soffio, l’interazione tra i viventi attraverso glielementi chimici da loro prodotti e messi in comune nell’aria.

   L’appartenenza a qualcosa di più grande e bello, lo stupore per le espressioni della natura che irrompono negli spazi più artificiosi, ampliando il senso dell’esistenza, avviene addirittura nelle situazioni più drammatiche: di questo è testimone Etty Hillesum, un’altra delle autrici raccontate nel libro, questa volta da Anna Foa. Il cielo, l’aria, il fiore sono elementi che visti da Westerbork, permettono a Etty uno slancio al di fuori del campo di concentramento. Anche per lei la realtà, il mondo, non si risolve lì, dentro al filo spinato con le sue rigide regole umane e violente. Questa consapevolezza le impedisce di rimanere asservita alle narrazioni di quel tremendo contesto, di lasciarsene sopraffare. Lo sguardo agli elementi naturali è capace di pacificarla, perché sa che vi è altro, oltre ciò che sta vivendo. La fiducia nella bellezza del movimento della natura, che procede creativamente nonostante tutto, ignaro del male che accade in quel luogo, è così significativa che, anche quando non vede più il sole o il cielo, Etty dice di portarli dentro, ritrovandoli all’interno di sé come una preghiera e trasformando questa preghiera in cura verso sé stessa e i suoi compagni di sventura. 

   Anche Mary Webb, di cui scrive Bruna Bianchi, mostra una raffinata sensibilità verso l’unità insita nella natura, verso quell’ “improvvisa sensazione acuta e sorprendente- quel qualcosa di profondo che ci fa sentire in comunione con la vita universale”[4]. Inoltre, scopriamo leggendo, questa scrittrice accosta l’oppressione e il dominio dell’uomo sugli altri viventi o sull’ambiente a quello storicamente esercitato sulla donna, anticipando un punto nodale della riflessione ecofemminista. Scriveredella natura, dunque, ha a che fare anche con la posizione attribuita all’essere umano nel mondo, con i rapporti di forza e di potere che vigono tra le creature e tra i generi, con l’istituzione o l’abbattimento di gerarchie. Rosa Luxemburg, narrata da Lucetta Scaraffia, mentre si dedica all’osservazione quotidiana di un insetto, riflette sulla parità di valore delle loro vite affermando “io non mi considero più importante di quella piccola coccinella”[5]. Riconoscere dignità alla singolare esistenza degli animali o delle piante e al loro modo di stare al mondo, prestarvi una attenzione delicata, provare ad immaginarne il sentire disponendosi ad osservare, a lasciarsi modificare da quell’incontro, sono pratiche narrate in questo libro che giungono, in alcuni casi, ad un autentico sentimento di compassione verso i compagni animali o vegetali. In particolare, emerge una capacità femminile di sentire le sofferenze degli altri esseri viventi che sono senza voce e senza malizia, specialmente quelle inflitte loro dagli umani. Alcune donne qui narrate (come Ortese o Webb) percepiscono negli animali  un’istintiva innocenza che li rende più fragili di fronte alla finalità, talvolta volutamente distruttiva, altre volte distratta verso di loro, con cui agisce l’uomo. C’è un con-patire l’impotenza di fronte alla violenza e alla dominazione esercitata da quest’ultimo mediante la guerra, la caccia, l’oggettivazione dell’essere vivente, in particolare dell’animale (oggi potremmo pensare agli allevamenti intensivi o agli animali sfruttati per intrattenimento o per scopi scientifici). La condivisione di questo dolore, che è ad un tempo singolare e universale, insieme con il prendersene cura, mediante i gesti e la scrittura, viene considerata, in particolare da Mary Webb e Anna Maria Ortese, espressione di sacralità.

Comunanza, condivisione, unità sono però da intendersi nel rispetto della irrimediabile differenza tra enti diversi. Differenza che porta con sé qualcosa di intraducibile e segreto. Ciò significa evitare i tentativi di appropriazione dell’altro, anche in senso conoscitivo, o di ricondurre la sua espressività alle nostre interpretazioni considerandole esaustive. Faccio qui riferimento in particolare al capitolo dedicato a Silvia Plath, scritto da Laura Boella. È più prudente esitare a pronunciarci e, piuttosto, rimanere in ascolto.

L’analisi delle autrici di questo testo lascia emergere anche una presa di coscienza delle donne del loro essere insieme spirituali e corporee e di come entrambi questi aspetti siano in gioco nel rapporto con la natura. Lo intendiamo dall’amore e dai sentimenti di empatia e compassione che emergono verso gli altri viventi, ma anche da un linguaggio che è espressione del coinvolgimento di tutti i sensi. Penso ad esempio a Colette, alla quale ci introduce Loredana Bolzan e a Cristina Campo, presentata da Maria Concetta Sala. Nei loro scritti i colori, le luci, i suoni, gli odori avvolgono nella relazione con il paesaggio e in particolare con il mondo vegetale. A proposito di ciò, un aspetto che mi ha incuriosito è la vicinanza delle donne al regno delle piante: l’importanza data alla coltivazione, con loro, di un legame appassionato che si dipana nel silenzio dell’interazione, ma si racconta attraverso la parola scritta. Forse, in questo, giocano un ruolo il ciclico rinnovo della vitalità attraverso l’alternarsi delle fasi del riposare e dello sbocciare, ma anche lo stupore di fronte alla creatività che si esprime nel fiore, la gioiosa curiosità verso i segreti delle piante, fatti di forme bizzarre e dettagli colorati.

Oltre alle scrittrici che ho menzionato, nel testo troviamo saggi dedicati a Simone Weil, Zinaida Gippius ed Elsa Morante, rispettivamente scritti da Isabella Adinolfi, Antonella Salomoni e Ricciarda Ricorda; inoltre, ad arricchirne le pagine, sono stati inseriti dipinti di Serena Nono e Nicola Golea.

Ritengo questo libro importante perché la scrittura delle donne contribuisce ad ampliare lo sguardo oltre noi, conducendoci in uno spazio più ampio e coabitato. Si rivela insofferente verso l’indifferenza o la prevaricazione esercitate sulle creature compagne e si scopre espressione della dimensione creaturale. Amare il proprio essere creatura insieme ad altre creature significa accogliere i propri e altrui limiti e riconoscere, agli enti diversi da noi, la libertà di essere, di esprimersi, di procedere secondo le loro modalità più proprie. Riguarda soprattutto il riconoscersi simili, sorelle, nella forza come nella sopportazione dell’ingiustizia, nella nascita come nel deperimento. Non c’è, nel pensiero femminile, l’impegno per trasformare il mondo a propria immagine al fine di soggiogarlo, ma piuttosto quello di riconoscerne e proteggerne l’ordine interno o l’armonia (certo fatta anche di forze contrapposte, come ci ricorda Simon Weil), il desiderio di preservarne la bellezza e l’integrità.


[1] Adinolfi Isabella, Scaraffia Lucetta, a cura di, La natura nel pensiero femminile del Novecento, il Melangolo, Genova 2023, p.154.

[2] Si veda Gebara Ivone, Longing for Running Water, Fortress Press, Minneapolis 1999.

[3] Si veda Gumbs Alexis Pauline, Undrowned. Lezioni di femminismo nero dai mammiferi marini, trad.it. di
Moïse Marie
Rechchad Mariam Camilla, Tesfaù Mackda Ghebremariam, Timeo, Palermo 2023.

[4] Adinolfi Isabella, Scaraffia Lucetta, op. cit. p.89.

[5] Ivi, p.15.