La mercificazione della città
Le nostre città, la pianificazione urbanistica e i modelli sociali, dalla Parigi del XIX secolo a oggi
Introduzione
Quest’articolo vuole trattare il tema della mercificazione della città, attraverso un excursus storico sulla città e alcuni parallelismi con il contemporaneo.
La città moderna
L’urbanistica moderna è nata a seguito dei mutamenti generati dalla rivoluzione industriale, riguardanti l’aumento della popolazione e della produzione su larga scala. A questo ne è conseguito una ridistribuzione sul territorio degli individui, generando così uno squilibrio tra città e campagna e modelli specifici di urbanizzazione cittadina.
Questi concetti sono analizzati in Il capitalismo contro il diritto alla città[1], testo in cui l’autore, David Harvey, ha denunciato il fenomeno di continua crescita urbana. La città è infatti diventata, secondo l’autore, il luogo di produzione, riassorbimento e nuova messa in circolazione di plusvalore prodotto dal capitale. La tesi di Harvey è che pratiche specifiche di urbanizzazione siano state utilizzate per risolvere il problema intrinseco del capitalista di far assorbire l’eccedenza di mercato e di avere a disposizione un quantitativo di manodopera sempre superiore al bisogno occupazionale, così da abbassare i salari. Tali pratiche sono state attuate in gran parte dei centri abitati a livello mondiale, esse si fondano sulla delocalizzazione delle aziende per accedere ad una manodopera estera, sull’attacco ai sindacati, sulla ricerca di nuove risorse naturali attraverso la tecnologia e sulla creazione di nuovi istituti finanziari che permettono di accedere al mercato dei mutui.[2]
Walter Benjamin (1892-1940), intellettuale tedesco è uno dei primi autori a trattare il tema del rapporto tra l’architettura urbana e i “bisogni” di questa nuova società industriale tesa alla produzione di capitale; ne parla infatti all’interno del suo saggio Parigi capitale del XIX secolo, pubblicato nel 1982: dietro la Ville Lumière con i suoi grandi boulevards e monumentisi nasconde una buia narrazione di tumulti, miseria ed abusi di potere. Ripercorrere i passi della sua analisi fornisce una lente sul contemporaneo.
La storia di Parigi è piuttosto travagliata. Alla Rivoluzione del 1789 è seguita una seconda Rivoluzione popolare nel 1830, sorta in seguito all’intenzione di Carlo X di riportare la monarchia costituzionale alla monarchia assoluta precedente alla Rivoluzione. In particolare, a far esplodere le sommosse è stata una legge che avrebbe previsto la restituzione all’aristocrazia terriera dei beni immobiliari espropriati durante la prima Rivoluzione. Durante la cosiddetta “Rivoluzione di luglio”, il popolo parigino è sceso in piazza ed ha eretto le barricate nelle strade come strumento difensivo contro le truppe regie. Durante l’ultima giornata di rivolte, il 29 luglio, il parlamento ha dichiarato decaduta la dinastia borbonica e ha nominato come nuovo reggente Luigi Filippo d’Orleans. “Monarchia borghese”, così è stato definito il trono del nuovo re che inizialmente si è mostrato a favore del popolo ma che in seguito ha appoggiato l’alta borghesia finanziaria privando la classe operaia del diritto allo sciopero e di associazione. Infatti, appena prima dell’apertura del parlamento Luigi Filippo d’Orleans ha vietato lo svolgimento dei banchetti civici, eventi in cui i leader politici potevano mantenere il contatto con i propri elettori. Quest’evento scatenò la Rivoluzione di Febbraio del 1948. Studenti, operai, artigiani, ma anche la Guardia nazionale, sono insorti, costellando le strade di Parigi di 1500 barricate. La rivoluzione ha contato un totale di 350 morti e 500 feriti, il re ha dovuto abdicare ed è nata così la seconda Repubblica, un governo provvisorio che ha promosso riforme sociali. Quest’ultime sono state successivamente abolite da Napoleone III, prima eletto dai conservatori poi, nel 1851, autoproclamatosi “principe-presidente” con un colpo di stato.
Napoleone III cercò di trovare una soluzione al disagio urbanistico e sociale creatosi a seguito delle varie rivoluzioni, a cui si aggiunsero un’incontrollata crescita demografica, scarse condizioni igieniche e la proliferazione di malattie. L’altra iniziativa del nuovo reggente fu quella di avere un totale controllo della città secondo le necessità dell’industria capitalistica.
La restaurazione dell’impero si declinò a Parigi nella prefettura di Georges Eugène Haussmann, a cui venne affidato il compito di riorganizzare la città. Haussmann, proclamandosi artiste démolisseur, sventrò il tessuto medievale costituito da strade anguste, adatte quindi alla costruzione di barricate. Parigi assistette ad una fioritura della speculazione e i parigini vennero estraniati dalla propria città. Con il pretesto di migliorare la viabilità cittadina il prefetto ampliò i viali parigini creando i grands boulevards con il chiaro scopo di rendere impossibile lacostruzione di barricate e quindi la possibilità di una nuova rivoluzione. Anche la costruzione di isolati i cui vertici non erano più ad angolo retto, bensì troncati, rispondeva a un’esigenza di “ordine pubblico”: impedire le imboscate, altra tattica frequentemente utilizzata durante le rivolte popolari.
1. Fantasmagoria
Parigi diventa quindi palcoscenico di un nuovo modo di vivere e di percepire la città, emblema della contemporaneità dell’epoca, come scrive Walter Benjamin, segnata dai passages, dai padiglioni da esposizione, dagli intérieurs e dai panorami.
I passages, i kaiserpanorama e gli intérieurs
Corridoi ricoperti di vetro e marmo il cui unico fine è quello della speculazione, i passages sono centri di commercio di articoli di lusso, invenzione industriale, e rappresentano il tripudio di tecnica e commercializzazione dell’arte.[3] Come scrive una guida illustrata di Parigi citata da Benjamin, “un passaggio del genere è una città, anzi un mondo in miniatura”.[4] Secondo il filosofo berlinese, questo sviluppo ha generato però una perdita dell’“aura”; lo spazio urbano, l’arte e la cultura hanno perso cioè quelle qualità che le rendono uniche, frutto di esperienze autentiche, mentre tutto è diventato riproducibile attraverso ripetizioni di stili e di forme omologate. Si è dunque andata a perdere la testimonianza storica.[5] La città è diventata, piuttosto, una merce.
La società diventa così una società di massa in cui si modifica la percezione e l’esperienza che produce la cultura. In questa nuova società “tutto vale tutto”, non c’è più la facoltà di distinguere tra ciò che è sogno e ciò che è realtà: tutto è fantasmagoria. Secondo Benjamin, il cambio di esperienze tra Ottocento e Novecento ha portato ad un impoverimento interiore dell’uomo e dell’intera umanità. Come scrive in Esperienza e povertà questo vuoto culturale si può considerare una “barbarie”. Da un lato è distruttiva: “la crisi economica è alle porte, dietro di essa un’ombra, la guerra che avanza. Star saldi è divenuto oggi affare dei pochi potenti che non sono più umani dei molti, nella maggior parte dei casi più barbari.”[6] Dall’altro il concetto di “barbarie” permette di ripartire da zero; utilizzando in modo consapevole le nuove tecniche è possibile sfruttare le loro potenzialità in modo rivoluzionario.
I passages diventano invece luoghi di abitazione nel Falansterio della città utopica di Charles Fourier[7]. Si tratta di un’organizzazione della città suddivisa per gruppi sociali, le falangi. Un meccanismo umano in cui ogni falange che costituisce la città ha un suo compito, una propria funzione. Una visione simile al modello fordista che mira all’efficienza produttiva del lavoro tramite la catena di montaggio, sistema produttivo in cui gli operai ripetevano in modo alienante gli stessi movimenti al fine di assemblare il prodotto finito. L’obiettivo di Fourier era quello di abolire la povertà, l’alienazione del lavoro ed ogni forma di disuguaglianza. Il falansterio rappresentava però, di fatto, un’unità produttiva autonoma in cui si manteneva la suddivisone della società in classi e il cui fine era quello di moltiplicare il benessere di tutta la società in termini di efficienza. Tale modello di città rappresenta quindi solo una parvenza di una nuova società anticapitalista, in realtà ripropone l’idea della città come una macchina al servizio del sistema del capitale.
Ad oggi, ci sono migliaia di esempi di “mondi in miniatura” come i passages, centri che replicano le architetture storiche europee: dai parchi divertimento come Disney World, fino a città come Las Vegas. Las Vegas è un’oasi di immagini, un sovrapporsi di stili, massimo esempio dell’architettura Googie. Architettura di facciata, la Googie è composta da quelli che gli architetti Robert Venturi e Denise Scott Brown denominano “edifici papera” e “shed colorati”, in cui vigono la forma simbolica, gli ornamenti e le decorazioni. Las Vegas è quindi fulcro di un’architettura che si basa sulla percezione, sulla creazione, sulle esperienze passate ed emotive.[8] Si realizzano così progetti urbanistici incredibili ma allo stesso tempo di “un’assurdità criminale”,[9] come ad esempio il progetto Ski Dubai, una pista da sci al coperto collocata in un ambiente desertico.
Per tornare al saggio Parigi, capitale del XIX secolo, Benjamin afferma che la rivoluzione industriale ha portato ad una modifica dell’assetto distributivo sul territorio, e per colmare questo “vuoto” generato dall’assenza della natura all’interno della città ne sono stati simulati i paesaggi tramite i kaiserpanorama, dispositivi ottici di forma circolare utilizzati nei salotti borghesi in cui venivano proiettate immagini bidimensionali che permettevano la visione di panorami in movimento.[10]
Essendo lo spazio esterno il riflesso della società del consumo, privo di ideali ed aspetti culturali, si vuole preservare “l’art pour l’art” di cui parlano gli esteti, nasce così l’architettura d’interni, l’intérieurs, che si manifesta nello spazio privato e individuale, diventando così un rifugio per l’arte.[11]
L’opera d’arte, scrive Benjamin, non ha più una relazione con il culto ma è l’arte che diventa essa stessa religione. Se un tempo le opere artistiche avevano come soggetto le sacre icone, ora l’arte non è più un mezzo per rappresentare la spiritualità, non è più relazionata alle istituzioni religiose ma si pone come promotrice di una ricerca del significato esistenziale, diventando così un nuovo tipo di culto, quindi, viene in un certo senso venerata in quanto riesce ad avvicinare l’anima umana all’universo. Anche l’architetto Rem Koolhaas affronta questo tema scrivendo: “Le icone religiose sono rimpiazzate da quelle architettoniche […] l’architettura è la nuova religione” così descrive il quartiere di Manhattan all’interno del saggio Delirious New York[12], prendendo Manhattan come guida di quella che lui definisce la “cultura della congestione”. Anche Manhattan, come Parigi, è frutto della società di massa, traboccante di grattacieli. Manhattan costituisce anche il luogo in cui si vuole “conservare la natura” attraverso il Central Park e in cui vige la “tecnologia del fantastico” rappresentata dai pinnacoli e dalle torri che si stagliano nel cielo e che costituiscono un luogo idilliaco in cui i visitatori vengono trasportati sulla luna, a Coney Island.
Le esposizioni universali
Verso la fine del XIX secolo si realizzano opere architettoniche che testimoniano l’avanguardia dei vari Paesi. Se per gli Stati Uniti questi simboli erano grattacieli, per Parigi erano le esposizioni universali. Benjamin le descrive con le seguenti parole: “Le esposizioni universali sono luoghi di pellegrinaggio al feticcio della merce […] trasfigurano il valore di scambio della merce […] inaugurano una fantasmagoria in cui l’uomo entra per lasciarsi distrarre”[13]. Le esposizioni universali erano (e sono) promosse come luogo di svago per le classi lavoratrici; tuttavia, spesso questi eventi mondani non erano altro che un mezzo per sviare l’attenzione dai reali problemi che affliggevano la società. In queste feste di “emancipazione” in cui si celebrava il frutto del lavoro industriale la merce sembrava autoprodursi, non si affrontavano le questioni riguardanti le condizioni di miseria e sfruttamento a cui era sottoposta la classe proletaria. Quest’ultima non risultava altro che vittima del sistema, vivendo il peso del feticcio della merce.[14]
Se da un lato le esposizioni universali edificano l’universo delle merci, scrive Benjamin, dall’altro il disegnatore Grandville trasferisce il carattere di merce all’universo, modernizzandolo. Grandville personifica gli oggetti, facendo valere sull’umano le conseguenze del mondo capitalista. Quest’aspetto viene invece capovolto dalla corrente artistica Neue Sachlichkeitdegli anni Venti e dal Nouveau Réalisme degli anni Sessanta. Gli artisti appartenenti alla prima corrente dipingono con occhio oggettivo le tragedie del dopoguerra tedesco, rappresentando la realtà segnata da una mancanza di umanità in un mondo dominato dalle macchine. I protagonisti del Nouveau Réalisme si prefiggono invece l’obiettivo di creare una “rottura” nella routine del consumismo. L’artista si prefigge lo scopo di rivelare il vero comportamento della società, cioè quella del primitivo che vive di raccolta, di accumulo o di distruzione. Attraverso la tecnica del bricolage l’artista si “appropria” degli oggetti che caratterizzano la società moderna (posate, cartelli pubblicitari, auto, oggetti standardizzati) e li accumula (assemblage) o li distrugge (dissemblage).[15]
L’architettura iconica
Il XIX secolo è però solo l’inizio di un periodo segnato dalla mercificazione dell’arte. Un esempio lampante di quest’ultima è situato proprio a Parigi, uno dei musei più iconici del mondo, il Louvre. Non si tratta solo di uno spazio artistico ma anche di uno spazio dedicato al commercio, ai passages, in cui il visitatore è costretto a varcare il centro commerciale per accedere al museo.
Il filosofo francese Henri Lefebvre in Il diritto alla città[16] scriveva che la “città come opera” è frutto di agenti storici ed è in continuo mutamento come lo è la società. La città ha quindi un valore che va al di là della capitalizzazione, essa è in grado di soddisfare i bisogni non materiali. Un tempo la città era concepita come un’opera d’arte collettiva, basti pensare al periodo dell’Impero Romano o a quello Rinascimentale in cui la città era luogo di libero godimento, come campo del valore d’uso e non di scambio. Il concetto di “città come opera” è svanito con la rivoluzione industriale, ora le “archistar” progettano architetture iconiche, con valore simbolico, pensate per creare una stimolazione estetica, generando una maggiore propensione al consumo. È stato il sociologo Leslie Sklair, all’interno del suo scritto The Icon Project: Architecture, Cities, and Capitalist Globalization[17] ad analizzare l’architettura iconica e il suo rapporto con la globalizzazione capitalistica. Secondo il sociologo, l’architettura iconica è quella che genera i simboli estetici delle città (Colosseo, Torre Eiffel, Big Ben, etc).
In una lezione tenutasi presso il museo MAXXI a Roma, Sklair propone un esempio a sostegno della sua tesi: il museo d’arte contemporanea Guggenheim Museum di Bilbao. Si tratta di uno degli edifici più riconoscibili del momento, contraddistinto da forme plastiche tese a generare una reazione istintiva di apprezzamento o meno. Sklair osserva che l’edificio è stato accostato ad un’enorme scultura realizzata dall’artista americano Jeff Koons, Puppy. Il nome suggerisce un senso di casa e il fatto che sia stata accostata all’edificio, secondo il sociologo, ne modifica i sentimenti negativi che si possono provare nei confronti del museo. All’interno del museo è poi collocato un orologio che mostra l’orario in varie zone del mondo, con l’intento di dimostrare al visitatore che si trova in un contesto in continua relazione con la globalizzazione. Attraverso queste strategie di attribuire ad un’opera iconica più significanti, i capitalisti e le archistar riescono ad attrarre con successo il turismo culturale che rende la città una merce.
Questi “edifici icona” potrebbero però assumere anche un’accezione positiva, diventando ciò che l’antropologa, scrittrice e attivista statunitense Jane Jacobs ha chiamato “punti focali”, cioè degli spazi che rappresentano un punto di incontro e di socialità, di confronto e discussione, dei luoghi di scambio vitale. Rappresentano “un riferimento nel paesaggio e, se è sorprendente e gradevole, un intero quartiere può beneficiare del suo effetto magico.” L’attrazione di questi edifici permette di vincere la discriminazione e le disuguaglianze sociali, diventano quindi dei luoghi in cui la vita urbana diventa gratificante ed aperta a tutti.
Uno spazio che secondo Lefebvre potrebbe diventare il “modello di una realtà urbana in cui l’uso (il piacere, la bellezza, l’apprezzamento dei luoghi di incontro) ha ancora il sopravvento sul lucro e il profitto.”[18]
2. Disillusione
L’atmosfera onirica che travolse Parigi durante il Secondo Impero si vanificò lentamente nel 1871, quando dopo la vittoria della Prussia contro la Francia, Napoleone III venne fatto prigioniero. Il nuovo presidente della Terza Repubblica, Adolphe Thiers, eletto dall’Assemblea Nazionale firmò il trattato di pace con la Germania, la quale impose pesanti condizioni sul popolo parigino. La classe operaia reagì formando “la Comune”, il primo governo socialista della storia che venne subito represso da Thiers dopo appena due mesi. Terminava così l’ultima esperienza di autogestione di Parigi avvenuta grazie alle barricate.
La città “idilliaca” creata da Haussmann venne investita dalla crisi del 1868, anno in cui il sistema finanziario crollò a causa della speculazione.[19] Tuttavia, come riferisce David Harvey il modello di Haussmann è stato considerato un esempio da seguire, ed è stato adottato dopo la Seconda Guerra Mondiale anche oltreoceano, prima a New York – sotto la guida dell’architetto Robert Moses – e poi in tutte le città statunitensi. La suburbanizzazione e lo stile di vita (consumistico) che ne consegue ha permesso di assorbire il surplus di capitale.
I passages e i grands boulevars di Parigierano dei luoghi di commercio in cui esibire il proprio status sociale attraverso il consumo. Secondo Benjamin il simbolo di questo stile di vita si incarna nel flâneur[20], colui che si concede il lusso di viaggiare senza meta per le vie della città. La trasformazione urbanistica ha quindi reso il consumo un’azione della vita quotidiana che ha però estraniato il proletariato. Così come a Parigi anche a New York le classi emarginate si sono radunate nel movimento del 1968, accompagnato da una crisi finanziaria e globale che ha raggiunto l’apice negli anni Settanta.[21]
Questo boom immobiliare ha poi investito quasi tutte le città del mondo, a esclusivo beneficio delle classi privilegiate e a scapito di altre, come quella rurale che si è vista espropriare le terre dai processi di industrializzazione e mercificazione dell’agricoltura.[22]Ne sono poi conseguite ulteriori crisi: quella dei mutui subprime e la crisi del 2008, che hanno colpito le classi meno privilegiate. Ciò a ribadire il fatto che la qualità della vita e le città sono diventate merce riservata ai ricchi, in un mondo che ruota attorno all’economia dello spettacolo, del turismo e dell’industria.[23]
Il diritto alla città di cui parla Lefebvre è ancora ben lontano dall’essere un diritto di tutti.
Le città odierne potrebbero essere definite un “feticcio” da Benjamin: i suoi fruitori sono per la maggior parte turisti. La città non viene più considerata per il suo valore d’uso e cioè a fine abitativo, bensì solo per il suo valore di scambio. Il turismo di massa (turistificazione) crea un’economia precaria, non più locale ma governata dai franchising, il costo della vita aumenta e vi è una mancanza di alloggi, ne consegue l’aumento dei senzatetto.
Tutti questi fattori vanno a disgregare il tessuto sociale della città con conseguenze negative, si verifica così il fenomeno della gentrificazione, gran parte della popolazione locale è costretta a spostarsi e a cambiare vita.[24]
Esempi di città soggette a tali problematiche sono molteplici, tra cui Lisbona, Napoli, Venezia, ma anche Cortina che negli ultimi vent’anni ha subito un calo di residenti pari al 9%, nonostante sia il comune con il reddito pro capite più alto della provincia di Belluno e il settimo in Veneto.[25]Tutte le azioni di rigenerazione urbana attuate nella città di Napoli sono tese ai fini della sua “vocazione turistica”. Si generano così anche danni ambientali legati al traffico aeroportuale e marittimo, con il decollo di un aereo ogni tre minuti e l’emissione di ossidi di zolfo causati dai motori accesi delle navi da crociera a causa della mancanza di elettricità nelle banchine.[26]
Spesso i quartieri da cui la comunità viene espulsa vengono dotati di nuovi sistemi per combattere la crisi climatica, diventando così dei quartieri green, che sono oggetto di speculazione e limitano l’accessibilità unicamente alle classi più agiate. Di conseguenza le classi meno privilegiate si spostano in quartieri più malfamati e soggetti a maggiori rischi ambientali.[27]
In questa nuova società non c‘è più il modo e il tempo per instaurare relazioni sociali, la città crea quello che il sociologo Simmel definiva choc, cioè l’urto, l’alienazione che si crea nelle persone che sono costrette a cambiare casa, lavoro e vita in continuazione.
È vero che “La città è il mondo che l’uomo ha creato ed in cui è condannato a vivere”,[28] come diceva Robert Park, lo spazio viene prodotto in modo continuo, è il processo di risultati politici, economici, sociali, culturali e ambientali. Tuttavia, seguendo Pier Luigi Crosta, il territorio “è l’uso che se ne fa”: sono le pratiche che ne determinano l’uso,[29] perciò più alimentiamo il consenso di spazio turistico e più spazio turistico avremo.
Conclusione
La mercificazione della città ha generato una nuvola di illusione: esternamente il territorio urbano sembra un luogo ideale, composto da quartieri di lusso e turismo smisurato. Internamente però si è modificato il modo di vivere ed abitare la città che è diventato sempre più individualistico, si è andata così a creare una forte emarginazione tra le varie classi sociali. Bisognerebbe quindi sensibilizzare le persone sul tema della città, perché è una questione che riguarda tutte e tutti ed ha una forte ripercussione sociale ed ambientale. Attraverso la partecipazione attiva dei cittadini e politiche economiche e sociali che trascendano le dinamiche di mercato è possibile migliorare sotto ogni aspetto la città. Tali interventi, infatti, andrebbero ad agire sugli spazi pubblici, sull’ambiente, sulla salute e garantirebbero il diritto alla città di cui parlano Lefebvre e Harvey.
Nel XXI secolo le parole di Benjamin risuonano di un’estrema attualità:
ogni epoca non solo sogna la successiva, ma sognando urge al risveglio. Essa porta in sé la sua fine, e la dispiega con astuzia. Con la crisi dell’economia mercantile, cominciamo a scorgere i monumenti della borghesia come rovine prima ancora che esse siano cadute.[30]
[1] DAVID HARVEY, Il capitalismo contro il diritto alla città, trad. it. a cura di Carlo Vareschi, ombre corte, Verona, 2016.
[2] Ivi, pp. 13-14.
[3] WALTER BENJAMIN, Parigi, la capitale del XIX secolo [Exposé del 1935], in Aura e choc. Saggio sulla teoria dei media, a cura di Andrea Pinotto e Antonio Somaini, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2012, p. 479-480
[4] Ivi, p. 480.
[5] Ivi, p. 66.
[6] WALTER BENJAMIN, Esperienza e povertà, in Aura e choc. Saggio sulla teoria dei media, cit., p. 474.
[7] CHARLES FOURIER, Traité de l’association domestique-agricole. Tome I, Hachette Livre BNF, in Ouvres complètes, Parigi, 1841; LEONARDO BENEVOLO, Le origini dell’urbanistica moderna, Laterza, 1991.
[8] ROBERT VENTURI, DENISE SCOTT BROWN, STEVEN IZENOUR, Imparare da Las Vegas, trad. it. a cura di Maurizio Sabini, Quodlibet, Italia, 1972.
[9] DAVID HARVEY, Il capitalismo contro il diritto alla città, cit., p. 21.
[10] WALTER BENJAMIN, Parigi, la capitale del XIX secolo, cit., pp. 485-486.
[11] Ivi, pp. 491-492.
[12] REM KOOLHAAS, Delirious New York, The Monacelli Press, New York, 1994, p. 21.
[13] WALTER BENJAMIN, Parigi, la capitale del XIX secolo, cit., p. 488.
[14] Ivi, p. 489.
[15] GIANCARLO ARGAN, L’arte moderna 1770/1970, Sansoni, Milano, 1983, pp. 657-658.
[16] HENRI LEFEBVRE, Il diritto alla città, G.Morosato (a cura di), ombre corte, Verona 2014, p. 55.
[17] LESLIE SKLAIR, The Icon Project: Architecture, Cities, and Capitalist Globalization, Oxford University Press, 2019.
[18] HENRI LEFEBVRE, Il diritto alla città, cit., p. 55.
[19] DAVID HARVEY, Il capitalismo contro il diritto alla città, cit., pp. 15-18.
[20] WALTER BENJAMIN, Parigi, la capitale del XIX secolo, cit., p. 493.
[21]DAVID HARVEY, Il capitalismo contro il diritto alla città, cit., p. 17.
[22] Ivi, pp. 15-16.
[23] Ivi, p. 23.
[24] COL.LECTIU PUNT 6, Urbanismo Feminista. Por una transformación radical de los espacios de vida, Virius, Barcellona 2019, p. 7.
[25] CLAUDIO FONTANIVE, “Cortina. Prezzi boom, crollano i residenti: meta montana preferita dai turisti e quella con i mobili più costosi”, Il Gazzettino, 10 settembre 2023
[26]DANIELA ALLOCCA, NICOLA CAPONE, GAIA DEL GIUDICE, NINA FERRANTE, ILENIA IENGO, GIUSEPPE ORLANDINI, ROBERTO SCIARELLI E DANIELE VALISENA, Trame. Pratiche e saperi per un’ecologia politica situata, Tamu Edizioni, Napoli, 2021, p. 122.
[27] Ivi, pp. 108-111.
[28] ROBERT PARK, On Social Control and Collective Behavior, Chicago University Press, Chicago 1967, p. (citato da David Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città, cit., p.8).
[29] DANIELA ALLOCCA, NICOLA CAPONE, GAIA DEL GIUDICE, NINA FERRANTE, ILENIA IENGO, GIUSEPPE ORLANDINI, ROBERTO SCIARELLI E DANIELE VALISENA, Trame, cit., p. 121.
[30] WALTER BENJAMIN, Parigi, la capitale del XIX secolo, cit., p. 498.
