diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 20 - 2024/2025

Taglio al presente

Introduzione. Pensare la differenza oggi

   Nel 1984, quando nacque la comunità filosofica femminile Diotima – che nel 2024 ha “compiuto” quarant’anni –, scommettemmo sulla differenza sessuale come leva capace di scardinare e di sovvertire il falso universalismo del pensiero tradizionale, che in realtà si rivelò fin da subito ai nostri occhi come l’universalizzazione del solo punto di vista maschile. Una volta constatata l’omosessualità simbolica della filosofia maschile – i pensatori si riferiscono di preferenza, se non esclusivamente, ai loro simili maschi come interlocutori –, decidemmo di dare vita a una comunità di filosofe, contraddistinta dall’omosessualità simbolica femminile, la quale non esclude né include l’omosessualità alla lettera.[1] Fin dall’inizio, Diotima era (ed è tuttora) composta da sole donne, alcune interne altre esterne all’istituzione accademica, tenute insieme dalla passione per la filosofia e dalla preferenza accordata alle mediazioni femminili sia nelle pratiche politiche sia nel sapere.

   Avevamo alle spalle secoli di mancata elaborazione simbolica della differenza sessuale, soprattutto nel campo della filosofia, dove ci si applica alla dimostrazione del vero,[2] ma nella nostra scommessa di renderla non solo significativa, ma di considerarla anzi un significante inesauribile, nelle mani delle donne – ed, eventualmente, di uomini – che, a partire dal dato di fatto del sesso che era loro toccato in sorte, volessero interpretarla liberamente, eravamo sostenute dal pensiero di Luce Irigaray[3] e, prima di lei, da quello di Carla Lonzi[4] e di Virginia Woolf.[5]

   Il fatto che il pensiero della differenza sessuale sia stato inaugurato e sostenuto quasi esclusivamente da donne non è un caso: sono state infatti queste ultime ad avere vissuto la differenza come una “passione”,[6] patita nella loro anima e nel loro corpo, ma senza poterne far risaltare la dignità e il valore simbolico nei saperi, soprattutto in quelli più astratti.

   Nel nostro esordio, ci sosteneva un’affermazione molto eloquente di Luce Irigaray, al cui pensiero all’inizio ci appoggiammo molto: “La differenza sessuale rappresenta uno dei problemi o il problema che la nostra epoca ha da pensare”.[7] Ciononostante, l’impegno di rendere significante la differenza sessuale, mettendo fuori gioco i diversi binarismi oppositivi di cui la cultura tradizionale era intessuta, tutti in qualche modo modellati su maschile/femminile – ragione/emozioni, cultura/natura, pubblico/privato ecc. – appariva allora come una sfida azzardata: io personalmente la sentivo come uno scontrarsi con “muri bianchi altissimi”[8], avendo ben poco in mano, se non la decisione di abbandonare il ruolo di ripetitrici del pensiero maschile e di dare credito alle parole delle nostre simili, innanzitutto a quelle delle amiche di Diotima e poi a quelle delle pensatrici del presente e del passato, con cui cominciavamo di preferenza, se non esclusivamente, a confrontarci.

   Nel primo libro di Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, di cui rende conto di seguito la rilettura di Marilisa Peroni, io mi occupai della “tentazione del neutro”[9]. Semplificando molto, direi che quel neutro, che allora sentivo al tempo stesso come pericoloso e attraente, era il neutro-maschile: scrivendo quel breve saggio, presi definitivamente congedo dall’omologazione all’uomo, proposta alle donne sulla via dell’emancipazione, e assunsi consapevolmente la differenza femminile come chiave di accesso imprescindibile alla filosofia.

   Ricordo quel breve testo perché sento che oggi ci minaccia una nuova “neutralizzazione”, o meglio una fluidità di generi che rischia di cancellare nuovamente, in vesti mutate, la differenza sessuale. Per molti anni il pensiero della differenza sessuale fu egemone all’interno del femminismo italiano e non solo. Ora non lo è più. Oggi esso deve confrontarsi – e scontrarsi – con posizioni, frutto della teoria del gender, declinate nella varietà di identità sessuali LGBTQIA+, ben accette in un’epoca in cui, imperando il neoliberalismo, sembra che si possa scegliere a piacimento non solo il proprio orientamento sessuale – il che è ovvio –, ma anche l’identità sessuale che a ciascuno/a è toccata in sorte. Nella teoria del genere, si è imposta l’idea che non solo il gender produca per entrambi i sessi ruoli e stereotipi costrittivi e mutilanti, i quali  sono quindi giustamente da smantellare, ma che anche il dato di fatto del sex, in nome della concezione performativa del linguaggio, sia frutto di una costruzione linguistica, culturale e normativa, la quale a sua volta può essere contestata e decostruita.[10]  Una nuova “neutralizzazione” si riaffaccia dunque oggi non più nelle vesti di quel neutro-maschile falsamente universale che noi criticammo fin dall’inizio, ma come rischio di cancellazione della differenza sessuale stessa.

    Tuttavia, non è detto che quella attuale sia una situazione del tutto sfavorevole per noi, che continuiamo a sostenere e a mettere in gioco il pensiero della differenza sessuale: se un tempo eravamo egemoni e ora non lo siamo più, ciò significa che dobbiamo confrontarci, talvolta alleandoci e talvolta polemizzando, con posizioni diverse all’interno del femminismo (penso ad esempio al movimento #Me Too e a “Non una di meno”). Molte ritengono necessario parlare di femminismi al plurale: ma questo significa farne altrettante identità separate, richiamando l’identità specifica di ciascun singolo movimento. In tal modo, si mette in ombra ciò che ci accomuna, cioè l’impegno femminista, il quale invece non implica nulla di identitario; poi, ma solo in un secondo momento, si possono mostrare le differenze e le eventuali divergenze con altre posizioni e orientamenti.  Questo è un modo di rilanciare politicamente oggi la sfida del femminismo, come movimento che non può fermarsi e che come tale rimane sempre aperto al nuovo e all’imprevisto. Ritengo quindi che valga la pena  di scommettere politicamente sulla parola femminismo al singolare, ma con la consapevolezza che oggi più che mai il femminismo è un campo di battaglia, in cui si confrontano diverse opzioni riguardo al senso libero da dare al proprio essere donne/uomini.

    Come donne e come femministe, siamo sempre state vicine e solidali con tutte le altre differenze – termine a mio avviso di gran lunga preferibile a identità – per qualsiasi motivo svalutate o discriminate.

   D’altra parte, dobbiamo essere consapevoli che oggi il pensiero della differenza sessuale non solo deve confrontarsi con altre opzioni femministe, fra cui quella del gender sopra ricordata, ma che esso è anche minacciato dall’esterno da posizioni di destra, che rischiano di inglobarlo in stereotipi tradizionali se non patriarcali dell’essere donne/uomini. A tale proposito, è opportuno ribadire che, a nostro avviso, la differenza sessuale è un dato di fatto, ma che la sua significazione è libera, nelle mani di donne e uomini che vogliano definirsi non secondo ruoli già previsti, ma a partire da sé e dalle relazioni con altre/i.

   Abbiamo sempre tenuto insieme natura e cultura – non il semplice dato di fatto di essere nate donne, ma i significati culturali che esso via via assume –  e abbiamo puntato  sull’asimmetria della differenza femminile: l’essere donna non è né simmetrico né complementare all’essere uomo, ma è asimmetrico e aperto alla libera significazione di ciascuna. Abbiamo scommesso sull’eccedenza, sul di più che può scaturire dalla differenza femminile, se opportunamente interrogata nelle sue attitudini e nelle sue pratiche. Pur senza riempire di contenuti la differenza sessuale, perché questo avrebbe significato ricadere nei binarismi oppositivi della tradizione, abbiamo indicato alcune propensioni che si possono riscontrare più frequentemente in donne che in uomini: in primo luogo, il primato delle relazioni, sostanza prima della nostra politica, rispetto a qualsiasi forma di oggettivazione dell’altra/o; in secondo luogo, la preferenza per la pratica del partire da sé, che noi abbiamo ereditato dal movimento femminista. A quest’ultima è dedicato uno dei libri di Diotima, La sapienza di partire da sé.[11] Partire da sé significa, nell’approccio a qualsiasi questione, non assumere un punto di vista astratto e indipendente dalla propria prospettiva, ma cominciare da sé, dal proprio coinvolgimento soggettivo, ma anche allontanarsi da sé quel tanto che basta per farsi comprendere da altre e da altri.

   Un altro tema importante messo in luce dalle nostre pratiche e dalla nostra riflessione è stato quello dell’autorità femminile, di origine materna.[12] Questo è stato un punto di svolta e anche di presa di distanza da Irigaray, la quale pure aveva scritto un saggio significativo su Il corpo a corpo con la madre,[13] ma che non attribuiva alla relazione materna la stessa importanza che le attribuivamo noi. La prima figura di autorità nella vita di ciascuna è stata la propria madre: nelle relazioni di disparità fra donne, rivive, in un certo senso, e viene rilanciata la relazione dispari vissuta originariamente con la madre.

   Abbiamo distinto l’autorità dal potere: mentre il potere deriva dal ruolo e quindi è indipendente dalla persona in carne e ossa che di volta in volta lo ricopre, e inoltre ha i mezzi per muovere altri anche in assenza del loro consenso, invece l’autorità prescinde da qualsiasi ruolo, non esiste se altre/i non la riconoscono e può agire solo con il loro consenso. L’autorità femminile è legata a una donna in carne e ossa, ma anche colei che l’attribuisce all’altra può diventare a sua volta autorevole. Così l’autorità circola, diviene feconda e fertile. Per un certo periodo, attraversammo l’impasse della fissazione dell’autorità su una sola di noi – Luisa Muraro –, ma in seguito riuscimmo a rendere l’autorità femminile più mobile, fluida, circolante, con guadagni evidenti per tutte. In ogni caso, è importante che ci sia dell’autorità femminile nelle nostre vite,  perché possiamo diventare a nostra volta autorevoli e affinché non cadiamo in balia dei poteri che via via si affacciano, rischiando sempre di prevalere fuori e dentro di noi.

   Non si può dire  che la nostra scommessa sull’autorità femminile abbia avuto una grande fortuna nel femminismo: alcune hanno sentito la parola “autorità” troppo forte, ingombrante, e hanno preferito sostituirla con “autorevolezza”. Ciononostante, ritengo che tale scommessa sia non solo fondamentale, ma che resti tuttora assolutamente valida: l’autorità consente infatti di considerare le disparità fra donne non come un ostacolo, ma, al contrario, come una leva capace di dare consistenza e realtà al proprio desiderio. Riferendosi e agganciandosi a una donna autorevole, è possibile mettere al mondo il proprio desiderio.

   Un altro tema di riflessione importante su cui abbiamo lavorato è stato quello del negativo, a cui sono dedicati due libri di Diotima: La magica forza del negativo[14] e L’ombra della madre[15]. Il primo s’interroga su come far sì che il negativo che c’è nelle nostre vite e nelle situazioni con cui via via ci confrontiamo non vada a male, cioè non si ritorca contro di noi. Il secondo è dedicato alle difficoltà e alle zone oscure della relazione materna, che per molte donne è stata difficile e conflittuale, ma che ciononostante resta fondamentale.

   Infine, diversi libri di Diotima sono dedicati alle nostre pratiche politiche:[16] la nostra è una politica senza organizzazione, senza progetti prefissati, senza delega né rappresentanza, e per questo alcuni la considerano “impolitica”. Al contrario, si tratta di una politica autentica, sorgiva, basata sulle relazioni in presenza fra donne e con uomini, in pratiche “aperte”, che si estendono per contagio e per contiguità, e i cui esiti non sono prevedibili all’inizio, ma si chiariscono man mano che l’agire politico relazionale procede, prende una certa direzione e si allarga, coinvolgendo altre e altri.

   Oltre alle pratiche già ricordate – delle relazioni, dell’autorità femminile e del partire da sé –, per fare filosofia insieme la nostra pratica più importante è quella del “pensare in presenza”:[17] ci disponiamo in circolo, intorno a un tavolo, e discutiamo senza un argomento prefissato né una relazione introduttiva. Una di noi espone sinteticamente un tema che le sta a cuore e che è di particolare attualità: altre lo riprendono, lo rilanciano (oppure lo lasciano cadere), mettendo in gioco liberamente il proprio punto di vista soggettivo. Tuttavia, ciò non significa che Diotima accetti il pluralismo:[18] ci sono sì pluralità, posizioni diverse e anche conflitti, ma essi contribuiscono a delineare un orizzonte condiviso, dal quale poi ciascuna prende liberamente spunto per la sua riflessione personale.

   In conclusione, vorrei sottolineare come tutti i libri di Diotima, nati quasi sempre, ad eccezione del primo, dalla rielaborazione delle relazioni tenute al nostro “Grande Seminario” autunnale, arricchito dal dibattito, con contributi del pubblico per noi importantissimi, non esprimano un pensiero unico, unidirezionale. Diotima non è un gruppo, ma una comunità di donne accomunate “dall’amore per la filosofia e dalla fedeltà a se stesse”, come recitano le nostre quarte di copertina. Diotima è il nome di una rete di relazioni fra filosofe, in cui risalta la specificità di ciascuna.  Questo è particolarmente evidente nei saggi che compongono ogni libro: certo, noi tutte condividiamo il pensiero della differenza sessuale e un orientamento che è frutto delle discussioni fra noi, ma poi ciascuna prende liberamente spunto da tale orizzonte comune, mettendo in gioco la sua singolarità e interpretando liberamente, a partire da sé, gli spunti e i nodi teorici che l’hanno maggiormente toccata. Questo può anche sconcertare le lettrici e i lettori, a loro volta chiamati in causa come interpreti di un pensiero non univoco, ma polifonico. Vorrei chiudere con un’immagine musicale: le nostre voci, nella partitura delle diverse singolarità, compongono insieme una sinfonia, in cui è riconoscibile il timbro particolare di ciascuna.


[1] Cfr. Luisa Muraro, Diotima comunità, in Diotima, Mettere al mondo il mondo. Oggetto e oggettività alla luce della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1990, p. 193.

[2] Cfr. Aa. Vv., La differenza sessuale: da scoprire e da produrre, in Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987, p. 10.

[3] In particolare, ci riferivamo a Luce Irigaray, Speculum. L’altra donna, tr. it. di Luisa Muraro, Feltrinelli, Milano 1975, e a Ead., Etica della differenza sessuale, tr. it. di Luisa Muraro e Antonella Leoni, Feltrinelli, Milano 1985. Su quest’ultimo testo alcune di noi, fra cui anch’io, tennero un seminario presso “Il filo d’Arianna”, centro culturale e politico femminista di Verona.

[4] Cfr. Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Rivolta Femminile, Milano 1974.

[5] Cfr. Virginia Woolf, Le tre ghinee, tr. it. di Adriana Bottini, La Tartaruga, Milano 1975.

[6] Cfr. Aa. Vv., La differenza sessuale: da scoprire e da produrre, cit., p. 16.

[7] Luce Irigaray, Etica della differenza sessuale, cit., p. 11, cit. in Aa. Vv., La differenza sessuale: da scoprire e da produrre, cit., p. 9.

[8] Cfr. Chiara Zamboni, Luisa Muraro, Cronaca dei fatti principali di Diotima, in Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, cit., p. 180.

[9] Cfr. il mio La tentazione del neutro, ivi, pp. 81-103.

[10] Su questo, cfr. Adriana Cavarero, Olivia Guaraldo, Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa), Mondadori, Milano 2024, pp. 120-126. Questo testo è un appassionato rilancio del pensiero della differenza sessuale, come tale sostanzialmente condivisibile. Tuttavia, le autrici insistono sul regime binario del due (donne/uomini), mentre noi puntiamo sull’asimmetria o eccedenza della differenza femminile; inoltre, enfatizzano il dato biologico della differenza sessuale, mentre noi teniamo sempre insieme natura e cultura, cioè il dato di fatto della sessuazione e i significati culturali che esso, liberamente, può via via assumere.

[11] Cfr. Diotima, La sapienza di partire da sé, Liguori, Napoli 1996.

[12] Cfr. Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori, Napoli 1995.

[13] Cfr. Luce Irigaray, Il corpo a corpo con la madre (1980), in Ead., Sessi e genealogie, tr. it. di Luisa Muraro, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007, pp. 17-32.

[14] Cfr. Diotima, La magica forza del negativo, Liguori, Napoli 2005.

[15] Cfr. Diotima, L’ombra della madre, Liguori, Napoli 2007.

[16] Un po’ tutti i libri di Diotima hanno a che fare con la nostra politica. Ricordo solo, fra gli altri, Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa, Liguori, Napoli 2009, Ead., Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza fra reale e irreale, Liguori, Napoli 2009, Ead., La festa è qui, Liguori, Napoli 2012, e Ead., Femminismo fuori sesto. Un movimento che non può fermarsi, Liguori, Napoli 2017.

[17] Cfr. Chiara Zamboni, Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni, Liguori, Napoli 2009.

[18] Cfr. Luisa Muraro, Diotima comunità, cit., p. 194.