diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Per Cominciare

Introduzione a L’irrinunciabile. Alla radice dei bisogni

Questo libro(*) nasce in buona parte dalla riscrittura del seminario che la comunità di filosofe di Diotima ha tenuto nell’autunno del 2021 all’università di Verona. Quel che ci ha spinto a pensare assieme è stato ragionare su quei bisogni che abbiamo sentito come irrinunciabili nel periodo della pandemia. Lo sguardo si è allora allargato a percorsi filosofici, esistenziali e politici di cui stiamo sperimentando i primi passi. Nella discussione sono sorte tante domande: qual è la radice dei bisogni vitali? Come imparare dall’esperienza dei bisogni, sostando in essi senza tradurli subito nella loro soddisfazione, con il pericolo di svuotarli della loro potenza generativa? Come distinguerli da quelli indotti? Quale rapporto con il desiderio e con il piacere? Che connessione c’è tra i bisogni degli esseri umani e quelli di tutti gli esseri viventi e non viventi? 

Le domande hanno preso corpo durante l’esperienza prolungata della pandemia, iniziata nel 2020, e questo ha affinato lo sguardo sul presente, perché è lì che abbiamo sentito esigenze nuove di cui prima non avevamo idea e se ne sono ripresentate altre, che conoscevamo bene ma percepite ora con una radicalità inaspettata. Il libro risponde alla necessità di fare pensiero a partire da queste esperienze e in ciò consiste la mossa simbolica che lo guida. Infatti ci capita di frequente di sentire quando alcuni avvenimenti sono potenzialmente simbolici, quando cioè possono essere generativi di trasformazioni, ma perché lo diventino effettivamente occorre siano accompagnati da pensiero, da narrazioni, da messa in parola di nuove figure che prendono consistenza nello scambio con altre e con altri. È su questo che le autrici del libro scommettono, seguendo una delle pratiche più vitali del movimento delle donne, quella di saper esprimere la verità di un’esperienza vissuta, a cui altri possono far riferimento in modo che si trasformi in un tessuto significativo di pensieri e di figure circolanti.

Il primo impulso a ragionare sui bisogni è venuto dalla presenza insistente del virus. L’interdipendenza di elementi biologici e storici, che ci ha fatto sperimentare, ha portato alla coscienza i legami non voluti di scambio inconsapevole con germi, batteri, animali, vegetali e in genere con i luoghi che abitiamo. Sono aspetti della nostra vita che indirettamente conoscevamo, ma che non erano stati rielaborati al livello profondo dell’immaginario corporeo. Così che la dipendenza dai luoghi, dal mare, dalla terra, dal cielo, dal mondo animato e inanimato, e da esseri-soglia tra vivente e non vivente è diventata qualcosa di sentito e ha acuito la consapevolezza che ciò che è necessario agli esseri umani sta in uno scambio continuo e per lo più invisibile con le necessità di altri esseri. Per questo il legame con tutti gli esseri è una delle chiavi più importanti per leggere l’esperimento politico, esistenziale, medico provocato dal contagio del virus durante la pandemia.

Non ci sono nel libro se non pochi accenni a come i bisogni più vitali siano emersi con violenza durante la guerra tra Russia e Ucraina incominciata nel febbraio 2022. Sono annotazioni aggiunte a fine scrittura, perché il seminario si è concluso prima dell’inizio della guerra. Comunque le guerre, che così crudelmente ci pongono davanti ai bisogni primari, sono indirettamente un insegnamento doloroso di ciò che è essenziale per la vita umana e non umana e ci riportano alla radice materna del vivente, che nei conflitti armati viene non solo perduta, ma disprezzata.

Questa dunque la genesi del libro. Vorrei ora portare l’attenzione su quello che ne considero il nucleo centrale, che rivoluziona la prospettiva abituale sui bisogni. Si tratta dell’invito ad accoglierli come un modo vitale e simbolico della nostra esistenza, non considerandoli soltanto in vista della loro soddisfazione. Certo, soddisfarli fa parte della vita, ma interpretarli solo da questo punto di vista significa mancare all’esperienza complessa che i bisogni ci fanno vivere. È come se noi volessimo immediatamente riempire un vuoto per recuperare o inventare una pienezza senza buchi in una sequenza meccanica bisogno-soddisfazione. Mentre sappiamo bene che non è così e che nel bisogno che abbiamo, ad esempio, di un’amica, di un amico sono in campo il senso della libertà reciproca, la sperimentazione di una vita, il desiderio di confrontarsi su ciò che è essenziale nel procedere dell’esistenza, il piacere della presenza, la prospettiva di un aiuto, l’accettazione della lontananza. Uno degli esempi più evidenti è il bisogno di cibo. Certo c’è la preoccupazione e la necessità di averne, ma attorno al cibo c’è anche il viverne l’esperienza, la preparazione, il gustarlo, l’occasione di incontro. E comunque sempre, anche quando si è in solitudine, è legato ad un rito, che implica la sospensione del tempo del lavoro.

In questo modo, aggirando il paradigma di un tempo lineare e ripetitivo di mancanza-soddisfazione-mancanza, l’invito è di prendere consapevolezza e di sostare nei varchi che si aprono nell’esperienza del bisogno. Ad accogliere quei vuoti che ne punteggiano l’esistenza e che, solo se non vengono riempiti subito per l’ansia, schiudono altri tempi trasformativi e imprevisti, come spiega bene Maria Josè Gil Mendoza nel suo testo. 

Sicuramente sono più le donne che gli uomini ad avere un sapere dei bisogni. Per tanti motivi, tra i quali una maggiore vicinanza delle donne alla cultura materiale del cibo, del corpo, della cura. Eppure tutto ciò non ha trovato una valorizzazione simbolica all’altezza della ricchezza di conoscenze che le donne ne hanno. Per lo più le figure correnti della cultura contemporanea ruotano attorno alla riproduzione della vita materiale affidata ad una funzione femminile-materna, che si estende a tutti i lavori di cura, e a cui però non viene riconosciuta inventiva, piacere, desiderio, capacità di creare nuove forme simboliche nella pratica stessa. Per ciò trovo così importante questo libro perché mostra diverse pratiche relative ai bisogni, che hanno in comune la capacità di cogliere le potenzialità di queste esperienze e di trasformarle in percorsi esistenziali e politici imprevisti. Ci insegna l’arte di agire con giustezza nei confronti dei contesti dove si è. Fa accedere ad un’altra concezione dell’esistenza, ad una pienezza d’essere che accoglie la dimensione di mancanza propria dei bisogni e sta alla loro realtà anche dura, ma la inserisce in pratiche sperimentali, politiche ed esistenziali condivise, come scrive Giovanna Borrello. Si pensi anche soltanto alla creazione di nuove pratiche negli ospedali e nelle scuole nel periodo più duro della pandemia, quando non c’erano mezzi adeguati per affrontare la situazione e le regole abituali erano del tutto saltate.

Spero che già si capisca che non c’è nulla di ascetico nel cuore di questo libro, né viene proposta una diminuzione del godimento della vita. È giusto il contrario. Come scrive Antonietta Potente, i bisogni veri – nella loro necessità – sono quelli che intensificano il nostro rapporto con gli altri e in questo modo moltiplicano le possibilità della vita. E così María-Milagros Rivera Garretas parla del bisogno di sentir piacere, che permette che venga rinnovato il senso profondo di integrità di sé e che si rimanga fedeli alla vita. Misura fondamentale in particolare per le donne, pena la nostra libertà. 

Quasi tutte le autrici sottolineano l’intreccio tra bisogni e desiderio, mostrando il presentarsi plurale dei bisogni e il movimento singolare del desiderio. Wanda Tommasi articola questa differenza ragionando sulla necessità dei bisogni e sulla libertà che caratterizza il desiderio, che provoca ad un divenire trasformativo. Mi sono chiesta allora quale sia la radice comune di bisogni e desiderio che permette questo gioco reciproco. Credo si debba tornare a quel luogo iniziale della vita, a quella relazione con la madre nella primissima infanzia, che molta parte del pensiero delle donne legge e rilegge come fonte di ispirazione, di senso, di connessione. Una relazione con la madre segnata da una lingua affettiva e sensuale in cui le parole ci hanno dischiuso il mondo tenendo accostati bisogni e desiderio. Lo scambio, a partire dai bisogni della creatura, è stato guidato dal piacere corporeo reciproco e da un desiderio di relazione, che si incarna in gesti e parole e che avvia al movimento infinito della vita. Corpo, affetto, bisogni, parole, desiderio stanno nella lingua materna in un circolo, che soltanto una cultura, che considera secondaria la lingua nata nel legame con la madre, può ritenere di scarso valore. È una cultura – quest’ultima -, che rigetta il tessuto coinvolgente della vita che abbiamo vissuto nell’infanzia e lo scinde in campi e competenze diverse. Allora, come scrive Anna Maria Piussi, vengono creati artificiosamente bisogni specifici e settoriali, considerati solo in rapporto alla loro soddisfazione. Ma c’è di più. La trascendenza infinita del desiderio viene catturata e sviata per dare energia a desideri d’oggetto. I linguaggi valorizzati sono solo quelli operativi e disincarnati, che hanno perso il legame affettivo e primario con gli altri, con il corpo, con la percezione, con la presenza delle cose.

Mi sembra inoltre che le due anime del femminismo, quella più legata al desiderio come leva generativa della politica e quella più attenta ai bisogni del corpo e alla cura degli altri, trovino entrambe nella relazione materna e nella lingua che l’accompagna la propria radice simbolica. È un inizio che hanno in comune e che viene prima di quella cultura che contrappone corpo a linguaggio, bisogno a desiderio, necessità a libertà.

Vorrei concludere questa introduzione con un tema che è sì presente nel libro, ma un po’ di sfuggita, come se fosse qualcosa che già si sa. Vorrei richiamare su di esso un po’ più di attenzione. Caterina Diotto e Anna Maria Piussi adoperano il termine “giustezza” per indicare come muoversi nel concreto quando si tiene conto dei bisogni. Quale misura avere nell’agire. Con “giustezza” fanno riferimento ad un agire in contesto, in cui si opera avendo presente, con tutte se stesse, gli aspetti positivi e negativi, evidenti e sfumati, indeterminati e vari della situazione a cui si partecipa1. Nella sua radice etimologica e nel significato semantico la parola “giustezza” è tanto vicina a quella di giustizia, ma anche diversa. La giustizia è un orientamento dell’anima. Accade però che in tante culture diventi un criterio storico che si propone come valore universale. La parola “giustezza” fa invece riferimento a qualcosa di molto concreto e simbolico allo stesso tempo: implica lo stare aperti con tutti i sensi, con tutta l’attenzione possibile per percepire e così conoscere una situazione e tenerne conto nell’agire. È affidata all’arte della vita, all’esperienza processuale che si ha di un luogo, all’amore per la realtà e a un po’ di saggezza, qualità difficile da definire che ha a che fare con il saper distinguere ciò che è necessario da ciò che è superfluo per far crescere una situazione comune. Ricorda quel “tanto basta”, di cui parla Antonietta Potente quando descrive le lotte per l’acqua in Bolivia, dove la gente ha combattuto per avere l’acqua necessaria, quella di cui aveva bisogno per vivere con una certa larghezza2. Azioni politiche, che non si proponevano di ottenere norme generali per una giustizia distributiva, ma di creare una pienezza di vita condivisa. Mi sembra un riferimento fondamentale, se si vuole capire come agire in rapporto ai bisogni in una situazione concreta con una misura coinvolgente e fluida, che non è possibile formalizzare essendo essenzialmente una pratica che si sperimenta nel processo.

*Diotima, L’irrinunciabile. Alla radice dei bisogni, Mimesis 2023

1 Ritrovo il concetto di giustezza in una intervista a Lia Cigarini condotta da Riccardo Fanciullacci. Lia Cigarini si ferma sulla concezione della giustezza contestuale parlando della politica delle donne che ha posto al centro la mediazione autorevole come ciò che fa ordine nel mondo per la capacità di dire con verità l’esperienza e dare il giusto posto al desiderio. Si veda Lia Cigarini, La politica del desiderio e altri scritti, Riccardo Fanciullacci e Stefania Ferrando (a cura di), Orthotes, Napoli-Salerno 2022, in particolare pp. 324-325.

2 Vedi Caterina Diotto, Mariateresa Muraca, Anna Maria Piussi, Chiara Zamboni (a cura di), Intervista ad Antonietta Potente, in “Per amore del mondo”, n. 18, 2022, https://www.diotimafilosofe.it/per-amore-del-mondo/titolo-rivista-2022.