diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Filosofe

Intervista a Gabriella Fiori

*Questa intervista, riprodotta qui con il permesso, è stata originariamente sollecitata e pubblicata su Attention, rivista statunitense sulla vita e l’eredità di Simone Weil. Versione tradotta in inglese: https://attentionsw.org/weilian-lessons-from-abroad-michela-dianettis-interview-with-gabriella-fiori/

Ringrazio profondamente Stefania Andreini, figlia di Gabriella Fiori, per aver reso possibile questa intervista trascrivendo le parole di Fiori e collaborando con grande dedizione a tutto il processo di trascrizione e di traduzione dell’intervista.

Dianetti: Mi permetta di iniziare dicendo quanto sia onorata di avere questa opportunità. I suoi lavori sono stati molto importanti per me, fin dal primo giorno della mia formazione universitaria quando ho scoperto Simone Weil.

Lei ha avuto una vita intellettuale incredibile. Nell’ambito degli studi weiliani in Italia è stata forse la principale figura di riferimento.

Dianetti: La sua Biografia è stata preceduta da due altre monumentali, rispettivamente quella di Jacques Cabaud e di Simone Pétrement. Rispetto a queste, qual era il suo obiettivo nello scrivere una nuova biografia?

Fiori: Il mio obiettivo nello scrivere una nuova biografia si è manifestato nel tempo. Mi è sempre piaciuto scrivere, come pure leggere, libri di donne, da sola o insieme a mia madre, la quale, appassionata della Francia, mi insegnò il francese da quando avevo sei anni. Volevo capire attraverso la sua vita in un periodo particolarmente drammatico (ma quale periodo non lo è?) della nostra storia di esseri umani, una donna, non essenzialmente scrittrice ma pensatrice, idealista, che ha vissuto in sé il dramma del nostro tempo cercando come capirlo e risolverlo, basandosi sulla storia nelle sue vicende di pensiero e di azione ma in modo suo originale, con intuito di genio e tenerezza di donna.

Io volevo presentarla nel suo essere totale, nella sua personalità di ragazza particolare, raccontare le sue esperienze in modo che fosse una creatura accanto a noi. Ecco, assolutamente, che lei fosse tra noi.

Mia madre mi portò a Parigi, città che aveva visitato nella giovinezza, quando avevo diciannove anni. Ho cominciato a pensare a scrivere qualcosa su Simone Weil (forse una introduzione e commento a scritti suoi) diversi anni dopo, nel 1970-71. È dopo il primo convegno informale sulla Weil, ai primi di giugno del 1972, che l’idea di una biografia si precisò. Seguirono anni di incontri affascinanti, di solito d’estate, d’autunno o nelle vacanze pasquali perché insegnavo inglese alle scuole medie. Intanto per lettera parlavo di Simone Weil con un’amica francese, Hélène Vetch, che avevo conosciuto nel 1953 a Oxford, al Wadham College, dove seguivo un corso di letteratura inglese del British Council.

Dianetti: Lei ha scritto di aver basato il suo lavoro “unicamente su testimonianze di persone che l’hanno conosciuta e sulle sue opere.” E tra queste figure ci sono nomi eccezionali, tra cui André Weil, Padre Perrin e Simone Pétrement. Cosa può dirci sulla storia di questi incontri? Come ha lavorato con loro?

Fiori: Ho pensato che solo dei testimoni di vita, amici o avversari, potevano darmi una risposta, dato anche che tutto in Simone Weil è vita quotidiana nella sua angoscia, nella sua impaziente volontà di sapere.

I primi incontri con André Weil si sono svolti nel 1976.

André Weil non avevo coraggio di andare a trovarlo, l’idea di incontrarlo mi dava soggezione. “È duro” mi avevano detto. Mi incoraggiò molto a farlo una loro cugina, Raymonde Nathan, che, rimasta orfana di madre aveva passato l’infanzia e l’adolescenza presso i Weil e voleva molto bene ai due fratelli; mi disse: “Vada, vada, con le persone come lei André non sarà mai duro, vedrà che si troverà bene” e allora andai a trovarlo nella casa di rue Auguste Comte, che dà sui giardini del Luxembourg. Intravedevo gli alberi dalla porta finestra. André era seduto a un lungo tavolo, aperto davanti a lui un libro russo; era un uomo molto piacente, il suo viso respirava grande intelligenza. Alla parete di destra una piccola libreria chiusa, a due piani, conteneva tutti i libri e le carte di Simone. Il colloquio fra noi durò un’ora buona, ma lui non parlò quasi per nulla, mi fece tante domande e fra una domanda e l’altra aspettava con calma la mia risposta; io ero molto intimidita, davo queste risposte e le sentivo ascoltate con grande rispetto; quando uscii dalla visita ero commossa e stordita, non sapevo bene come era andata, così risposi a un amico che me ne chiese notizia. Lo dovevo sapere un anno dopo, quando tornai a Parigi e gli telefonai. Egli mi rispose festoso: “Ah, è tornata!” e subito mi invitò ad andare a trovarlo. La volta successiva, più di un anno dopo, ancora gli telefonai per dire che ero tornata a Parigi e lui mi rispose con una affettuosità, uno slancio… come un vecchio amico: “Sono tornata. –  Oh bene!” e mi invitò subito a colazione da loro; da allora sono spesso andata a trovarli, sono stata anche loro ospite in campagna. André era molto curioso di tutto, come un giovane, e l’intelligenza, la grande intelligenza, lo rendeva molto bello e quando venne a pranzo in casa mia a Firenze con sua moglie Eveline la prima cosa che fece fu un giro del giardino dove grandeggia una magnolia centenaria; voleva rendersi conto di tutto, faceva domande, non finiva più, sulla mia vita, sulla mia famiglia, e mi colpì il grande rispetto con cui lui ascoltava le parole della mia figliola minore, che allora era piccola, dodicenne. Per venire a casa mia era sceso dall’Abbazia di San Miniato al Monte, dove aveva ascoltato un concerto. Un’altra volta andammo a visitare il monastero benedettino di Rosano, dove le monache celebrano tuttora la liturgia in latino, e rimase sempre a occhi chiusi durante la Messa; pensai che volesse rivivere Simone. Ci andammo nella mia ‘500: ancora oggi non capisco come abbiamo fatto a entrarci tutti e cinque. Andammo anche a visitare un’altra comunità di monaci, a Gricigliano, dove allora c’erano i benedettini di Fontgombault. Era una bella giornata, nitida di sole e d’azzurro. André e io camminavamo lungo le mura del convento sulle foglie secche che scricchiolavano sotto i nostri passi. E André mi disse: “Mia sorella voleva cambiare il mondo, ma il mondo non si cambia, bisogna sopportare; le soluzioni sono due, o ci si suicida o ci si adatta al mondo”.

Fui anche loro ospite in una piccola casa che avevano affittato vicino a Parigi; c’era un giardinetto coi bossi e noi stavamo sempre lì, oppure passeggiavamo nel bosco vicino. Allora (eravamo nel 1988) c’era la biografia sempre presente fra noi e lui mi faceva domande sui vari capitoli. Molto legato alla moglie Eveline, donna serena e riposante, le stava sempre accanto. Eveline morì all’improvviso, troppo presto.

André mi disse che valeva la pena venire a Parigi per sentire me, perché aveva molta fiducia in quello che dicevo e proprio un affetto, che sentivo vero. Mi ricordo, che parlai alla FNAC insieme a un certo numero di studiosi e lui era nel pubblico; era appena stato pubblicato il mio secondo libro su Simone, che uscì prima (1987) in Francia e poi, nel 1991, in italiano. Lo aveva letto subito e gli piaceva molto, e questo mi fece molto piacere. M’invitò a colazione in un grande magazzino insieme a un altro studioso. Com’ero felice di tutto questo! Fu l’ultima volta che ci vedemmo di persona nella vita.

Dal primo piano del convento di Aix-en-Provence padre Perrin, praticamente cieco, per accogliermi scese svelto come un topolino il grande scalone dal passamano in marmo centinato. Nella sua camera studio notai il letto a baldacchino nero: come testiera, un drappo nero dove un grande sole rosso di tramonto affondava nel mare. Con lieta efficienza (e quella fu la sua qualità che più mi colpì) mi fissò in quattro e quattr’otto tutti gli incontri che desideravo: la giornata da Gustave Thibon, suo amico (hanno scritto insieme Simone Weil telle que nous l’avons connue), con Jean Ballard, inventore e direttore della bella rivista Cahiers du Sud, dove Simone Weil ha scritto splendidi articoli. Era onorata e ascoltata, ma sempre in discussione; le riunioni avvenivano nella soffitta dove lei sedeva all’angolo di un lungo divano. Conobbi anche Marcelle Ballard, la bella moglie di Jean, che dovevo rivedere anche dopo la morte di lui – mi parlò di una Simone molto dolce, china sulla culla della sua figlia lattante nel 1942. La collaborazione ai Cahiers du Sud fece sì che Simone cominciasse a essere più conosciuta.

E mi parlava con una forza, padre Perrin…  – era praticamente cieco ma non ci se ne accorgeva per niente, era più attivo di noi che ci vediamo. Mi ha colpito questo spirito organizzativo, pratico. Mi disse tante cose. Non era punto patetico, o lezioso, non era nel suo carattere… Molto intelligente.

Simone Pétrement andai a trovarla a Enghien-les-Bains. Era stata compagna di Simone Weil al Liceo Henri-IV, e poi alla Normale, e poi anche verso la fine della vita di Simone Weil quando i Weil erano sfollati in montagna sopra Marsiglia, e questo impegno della biografia era per lei da sempre un impegno di vita e di amicizia profonda. Ha fatto un lavoro di grande responsabilità e serietà ed era considerata dall’editore molto difficile da accontentare. Stava in una vecchia casa, un villino grande con giardino. C’era in lei una difficoltà a parlare del suo lavoro. Aveva assolto un compito importante, mantenuto la promessa fatta ai genitori Weil. Ora era come sfinita. In fotografie della sua giovinezza l’avevo vista molto carina e vispa, l’espressione di una intelligenza sfavillante, ma in quel momento stentava anche a servire il tè. Ebbi l’impressione di una donna sofferente che aveva bisogno di calma (eppure non era neanche troppo anziana, era del 1907, io l’ho conosciuta mi pare nel ‘74). Aveva una governante severissima che mi guardava male, temeva che io la stancassi troppo e non vedeva l’ora che me ne andassi; mi ricordo questo atteggiamento, manifestato anche con parole su una vecchia scala di legno che portava al primo piano della casa. Fu una visita un po’ malinconica, per la verità. Simone Pétrement però era contenta di avere assolto il suo compito, aveva mantenuto la sua promessa di scrivere su questa grande amica; il suo lavoro è assolutamente serio e attendibile e molto formativo, descrive la giovinezza di Simone così bene, la scuola… Eppure, Gilbert Kahn, anche lui un amico e compagno di scuola di Simone, un po’ più giovane (era nato nel 1912) e studioso importante della Weil disse che il modo in cui la descrivo io, che non l’ho conosciuta, era più vivo, questa era la sua impressione.

Dianetti: Nell’Appendice a L’Europa di Simone Weil, intitolata Storia di un’amicizia, lei parla di ‘un fuoco weiliano’, negli anni 50, ‘intorno alla scrittrice Cristina Campo, con Gianfranco Draghi psicoanalista-scrittore-artista, il poeta Mario Luzi, oggi scomparsi, e la saggista Margherita Pieracci Harwell’. Può dirci qualcosa in più su questo gruppo di weiliani italiani? Ha mai avuto diretti contatti con loro?

Fiori: Non solo, ma conoscenza, amicizia nel tempo più o meno prolungata, tranne che per Cristina Campo. Con lei solo lettura dei suoi testi perché il reciproco desiderio di incontrarci era stato sempre impedito dal caso. Un’amica comune, Marcella Amadio, figlia di musicisti come Cristina, mi trasmise il suo desiderio di conoscermi personalmente, ma non fu possibile. Meglio così: sono più contenta di averla conosciuta nell’essenza della sua scrittura originale e profonda perché l’hanno detta anche “sferzante” nel giudicare e questo non mi sarebbe piaciuto affatto. Fu tra i primi intellettuali a sentire il valore di Simone Weil e la sua importanza nel nostro tempo. Ha visto giusto nel tradurre Venise sauvée in cui la città è salvata dalla sua bellezza e Jaffier, il congiurato che fa il sacrificio di sé nell’abbandonare gli amici per essere strumento di salvezza, è un esempio per ognuno di noi nei confronti dei mali del nostro tempo. È Cristina Campo a farci conoscere meglio la religiosità di Simone Weil, anche se si mostra troppo rigida ed esigente nei confronti della sua cultura (o mancanza di cultura) cattolica, ciò che, secondo lei, le ha impedito di aderire completamente alla Chiesa e alla liturgia, con il battesimo. Quando le rimprovera di ignorare nozioni elementari di teologia e di ascetica dimentica che Simone Weil, fino al dialogo pieno di amicizia con padre Perrin, ha fatto la sua formazione soprattutto da sola, educata dai genitori e dal fratello nell’agnosticismo più completo, salvo la sua frequentazione della figlia di Jacques Copeau, Hedwig (in religione soeur François) che ho conosciuto monaca benedettina in una comunità vicino Parigi.

Penso qui agli scopi di Simone Weil: universalismo individuale. Sapersi strumento e averne coscienza in ogni minima azione pensiero sentimento della propria esistenza: Venezia salva è esemplare in questo senso. Venezia è salvata da sé stessa e Jaffier si sa mero strumento di realizzazione di questa salvezza. Tale universalismo weiliano passa dall’europeismo. Ed è stato Gianfranco Draghi, europeista convinto, colui con il quale ho avuto molti incontri, una conversazione curativa insieme ad altre persone che mi sono care, Rita Biancalani e Leonello Rabatti. Rita Biancalani, una mia amica-allieva del corso “La via femminile alla scrittura come cammino di individuazione delle donne”, da me inventato e che è durato 20 anni, dal 1989 al 2009.

Draghi lo avevo conosciuto diversi anni prima, forse prima che uscisse la mia biografia Weil (18 giugno 1981). Aveva tenuto conferenze sull’idea europea a Firenze, conferenze che mia madre frequentava. Questa volta andai a cercarlo io, abitava a Settignano, perché mi avevano detto che si era occupato della Weil appartenendo al gruppo di Cristina Campo della quale era anche amico e ammiratore. Allora era diverso dal Gianfranco Draghi degli anni ‘90. Distinto, di ottima famiglia (salutava con un lieve inchino), un po’ compassato, era diventato lo psicoanalista più famoso di Firenze; contento e diffusore di contentezza nel suo lieto abbandonarsi alla sua mensa circondata di ospiti – c’erano anche giovani madri che avevano accanto la carrozzina col bimbo lattante. Non ricordo però nessun riferimento a Simone Weil nella sua conversazione né allora né poi. È strano: quando eravamo da lui noi tre, Rita, Leonello e io, Simone Weil pareva presente, respirante insieme a noi. Gianfranco Draghi ci ha lasciati a 90 anni nel 2014. Mi accompagnò all’ultima cerimonia religiosa in una piccola chiesa sopra Fiesole l’attuale abate di San Miniato al Monte, suo amico.

Draghi e Mario Luzi avevano discusso a lungo su chi di loro per primo avesse portato La Pesanteur et la Grâce appena uscito e avidamente letto a Parigi (1947) a Cristina Campo. Non si sa e non si è mai saputo quale di loro due sia stato. E Cristina Campo vide in quel libro (e fu la prima a farlo in Italia) come una ispirazione pedagogica per la vita dello spirito. Oggi in un recente convegno fiorentino (25 marzo 2017), di cui sono usciti gli atti nel dicembre 2021, una studiosa chiama la Campo “un classico dello spirito”.

Mario Luzi amava la mia biografia e ogni volta che poi nel tempo è uscito qualcosa sulla Weil – l’ultima volta per delle giornate al Centro Coscienza di Milano, nel 1993 – e c’incontravamo a una conferenza dove me l’ero portato dietro proprio per darglielo, me lo strappava letteralmente dalle mani, impaziente di leggerlo. Per questi miei studi weiliani soprattutto volle presentarmi all’Università di Belfast dove andai a tenere un corso d’italiano nel 1987.

Margherita Pieracci Harwell (Harwell era il cognome del marito Dwight, segretario americano di Selma Weil, la madre di Simone, purtroppo scomparso troppo presto) realizzò molto giovane quello che per la Campo rimase un desiderio, dato che non sopportava i lunghi viaggi: conoscere Selma Weil. E fu grazie a Selma Weil che incontrò suo marito. Ho visto le istantanee della loro festa di nozze, tenuta in casa Weil, e mi hanno dato emozione e gioia. Io ho conosciuto Margherita al convegno su Simone Weil che si tenne a Cerisy-la-Salle, in Normandia, nel 1974 (allora a Cerisy si tenevano incontri di dieci giorni, le “décades”). Organizzata dall’Association pour l’Étude de la pensée de Simone Weil fu ricca di informazioni, e di presenze, di studiosi consapevoli del valore di Simone. Cerisy ne fu adeguata cornice. Quello fu il terzo colloque dopo i primi due incontri informali, in seguito al secondo dei quali, che si tenne a Le Tremblay-sur-Mauldre, vicino a Parigi, nel 1972, fu fondata l’Association. La principale dote di Margherita come saggista è il grande equilibrio nello stile e nei giudizi.

Dianetti: Ho letto recentemente il suo articolo del 2009 in francese su Cahiers Simone Weil. Può parlarci della genesi del suo interesse per la lettura morantiana di Weil? Fa anche riferimento a una conversazione avuta con la Morante, in quali circostanze e a quando risale?

Fiori: Il desiderio di capire le ragioni dell’interessamento di Elsa Morante per Simone Weil si precisò via via con la conoscenza più approfondita della sua opera. Volli conoscere suo nipote, il quale mi disse che Elsa, malgrado il suo carattere variabile (un giorno adorante, quello dopo ipercritica nei confronti di chiunque), per la Weil non cambiò mai, sempre l’amò con uguale ammirazione. Teneva sempre vicini i Cahiers. Quando uscì la mia biografia la regalava volentieri (questo mi disse un attore suo amico). Diceva: “Bisognerebbe essere come voleva Simone; ma non ci si fa”. Le volli telefonare per per informarla di un convegno sulla Weil organizzato dall’Association pour l’Étude de la pensée de Simone Weil, che ne tiene ogni anno. Lei mi rispose che non sarebbe venuta. Aveva un tono sostenuto, nessun guizzo di entusiasmo, non ricordo nessun commento al mio libro. Non capii il perché di quell’atteggiamento e ne fui un po’ raggelata. Non ricordo esattamente quando avvenne, forse nei primi anni Ottanta. Quanto alla genesi del mio interesse per la lettura morantiana della Weil penso sia stato lo stupore, perché io trovavo Elsa Morante troppo diversa dalla Weil. Anche il nipote, il quale mi parlò della fedeltà d’amore, d’ascolto, della zia per Simone, non ne capiva troppo il motivo. Elsa Morante era difficile nello scegliere le persone e nell’amarle. Per Simone l’amore durò tutta la vita. L’ho sentito col tempo. Il poemetto Il mondo salvato dai ragazzini, nel quale Simone compare come una dei “felici pochi”, fu rivelatore in questo senso.

Dianetti: Lei ha tradotto sette romanzi di Iris Murdoch e ha avuto con lei un rapporto di amicizia. Ho personalmente molto apprezzato la definizione che dà di Murdoch come “filosofa-romanziera inglese di cui tenere conto”, “una continuatrice dell’opera weiliana.” Nella biblioteca personale di Murdoch a Kingston, ho trovato il suo libro, Une femme absolue, con la dedica seguente: “So often remembering our good time together, through her books. With Simone Weil, beyond time and space, friendly”.

Può dirci qualcosa riguardo al suo primo incontro con Murdoch? Dove e quando ha avuto luogo, e in quali circostanze? E potrebbe dirci di più sulle vostre conversazioni su Weil?

Fiori: La prima volta che la vidi direttamente fu a casa mia dove la invitai a pranzo con suo marito John Bayley. Ricordo come entrò: signorile, riservata, in tailleur blu. Affettuosa – impressione di generosità. Allora stavo traducendo The nice and the good. La prima domanda che mi fece, seduta accanto a me, alla mia sinistra, alla tavola ovale, riguardava me: “Quando scriverà qualcosa di suo?” Mi colpì molto. Le piacevano gli occhi di mia figlia Stefania, disse “Wonderful eyes”. A tavola c’era anche mio fratello che simpatizzò sia con Iris che con John.

Nell’entrare in casa mia, dove era la protagonista della giornata, niente di invasivo, di autoritario. Disinvoltura confidenziale, umiltà. C’era anche Grazia Livi, scrittrice e giornalista, mia cara amica, venuta per intervistarla.

1975, Inghilterra… ricordo un declivio verde, alla sommità la sua graziosa casa che mi sembrò posata lì dalle fate. Ero con un amico weiliano che mi accompagnava nelle ricerche. All’interno ricordo la grande hall d’ingresso, velata dalla penombra. Benevola e semplice nell’accoglienza, lei. Le scrissi in seguito che le mie ricerche biografiche sarebbero continuate (avevo l’intenzione di continuarle) su Julian of Norwich, e lei approvò. “Una donna libera che lasciava liberi”, disse.

Dianetti: Lei ha avuto l’opportunità di esperire sia il contesto anglo-sassone che quello italiano per quanto riguarda la ricezione del pensiero weiliano. Quale pensa siano le più grandi differenze?

Fiori: Ricordo soprattutto Patricia Little che conobbi nel 1972 al Tremblay-sur-Mauldre, che poi è stata sempre nell’Association, ha curato una ricca bibliografia weiliana e attivamente collaborato con la rivista Cahiers Simone Weil.

Mentre negli Stati Uniti è attiva l’American Weil Society, che tiene colloqui annuali dal 1981.

Gli inglesi tradussero per prima cosa L’Enracinement, col titolo The Need for Roots (1952), titolo significativo; autore della prefazione all’edizione inglese fu T.S. Eliot, uno dei primi a studiarla, che vide la sua grande religiosità. E Sir Richard Rees, studioso e traduttore di Simone Weil, che Cristina Campo conobbe. Negli stessi anni, in Italia, Adriano Olivetti pubblicava La condizione operaia (1952) e La prima radice (1954) nelle sue Edizioni di Comunità, traduttore Franco Fortini. Invece Attesa di Dio uscì per le edizioni Casini, nel 1954.

La differenza più grande fu forse questa: l’Italia si interessò soprattutto all’esperienza sociale e lavorativa di Simone; gli inglesi pubblicarono ben presto (1965, trad. di Richard Rees) anche le lettere della Weil. Nel succedersi degli anni ho l’impressione che l’interesse anglosassone sia poi divenuto minore di quello italiano; in Italia l’editore Adelphi ha pubblicato praticamente tutta la Weil a partire dalla grande edizione dei Cahiers in quattro volumi, traduttore e curatore Giancarlo Gaeta, poi coadiuvato da Maria Concetta Sala. E in Italia continua una forte onda di traduzioni e saggi, una vivace attività che si è intensificata negli ultimi anni.

Forse la differenza principale consiste nel contatto meno appassionato degli anglosassoni con la Weil.

Dianetti: Come ha ricordato in Storia di un’amicizia, sul concetto di “amicizia” Weil scrive: “L’amitié ne se recherche pas, ne se rêve pas, ne se désire pas; elle s’exerce (c’est une vertu)”.

E direi che questa prospettiva si può estendere anche a Murdoch. Lei stessa ha parlato del suo personale rapporto con Weil in termini di un’amicizia, al di fuori dello spazio e del tempo. Allo stesso modo, ha parlato di amicizia nei confronti di Murdoch, questa volta all’interno delle categorie spazio-temporali. In molti studiosi del pensiero weiliano, e anche del pensiero di Murdoch, sembra emergere una sorta di paradosso: da una parte c’è il bisogno accademico di condurre una ricerca il più impersonale possibile, e dall’altra c’è spesso un coinvolgimento personale molto profondo. Cosa ne pensa di questa problematica implicita nel fare ricerca?

Fiori: La ricerca non si risolve ma va vissuta a mio avviso con pazienza e rispetto. Il coinvolgimento personale è un destino necessario, specie in un caso come la Weil, se no sarebbe storia morta. Sull’amicizia: per me è il sentimento primo anche fra genitori e figli, fra sposi, fra amanti.

Sia il coinvolgimento profondo con la persona di cui si desidera con tutto se stesso fare il ritratto ritrovandola sotto tutti i suoi aspetti, sia la ricerca di una imparzialità che deve essere impersonale sono due qualità indispensabili alla ricerca di una comprensione. Qualità istintive dettate dal desiderio di scoprire una persona amata che ti ha dato tanto, per ringraziarla e diffondere la sua bellezza. Ho detto istintiva, ma non la si può provare per tutti, non la si può forzare, ma perfezionare sì.

Dianetti: È evidente che ancora oggi molti lettori continuino a trovare in Weil una fonte viva, e in rari casi addirittura “una vocazione,” per utilizzare un termine che lei ha usato riferendosi a Morante nel suo articolo del 2009. Lei parla di “amicizie esistenziali”. Allo stesso tempo, sembra difficile evitare di associare la figura di Weil a una certa idea di solitudine, sia nella sua vita che nel suo pensiero. A Gustave Thibon, Weil una volta ha scritto “sono una con cui non è bene legare il proprio destino” Che cosa ne pensa di questa affermazione?

Fiori: Strettamente collegata alla precedente. L’affermazione di Simone proviene dal suo anelito alla perfezione collegato alla sua consapevolezza di avere una missione: vincere il male in sé stessa e nel mondo e salvarlo. Lotta terribile, con chi spartirla? Non restava che andare avanti da soli. L’orgoglio le impediva la speranza.

Questa è la ragione della sua solitudine. La sua violenza è collegata alla tristezza di fronte al male del mondo. Certo che fu sola, come genio e come donna. Aveva un carattere difficile, probabilmente se l’avessi conosciuta personalmente avremmo litigato; io non ce l’avrei fatta a capire i suoi pensieri profetici, che ci nutrono oggi e ci nutriranno per molti anni. Genio-donna: due motivi di solitudine. Irrinunciabile: Simone Weil aveva il genio di una comprensione degli avvenimenti presenti e futuri che la rendeva estranea, incomprensibile agli altri. Come donna poi era resa ancora più estranea dalla sua mancanza assoluta di diplomazia (che condivideva con André, del quale la moglie Eveline diceva “Il n’est pas diplomate pour deux sous”), non era disponibile a nessun accomodamento. Il suo destino e chi poteva condividerlo? Di qui l’osservazione sull’impossibilità di unire il proprio destino a quello di un altro, accentuata da una antipatia per sé stessa come donna.

Dianetti: Secondo lei che rilevanza ha il fatto che Weil non si sia mai battezzata? Qual è la sua opinione a riguardo?

Fiori: Risponderò con le parole che Paolo VI disse a Gustave Thibon e che Thibon ha scritte nei suoi ricordi: “Mi dispiace di non averla potuta canonizzare perché non si era battezzata”. Un dispiacere grande che condivido profondamente. Sarebbe stata venerata da molti che l’avrebbero invocata a guarire le sofferenze dell’anima assetata di luce.

Dianetti: Lei ha scritto che Weil: “ha conservato (…) tutta la complessità delle sue contraddizioni” Che cosa intendeva esattamente? Può dirci qualcosa in più?

Fiori: La principale, quella del suo grande amore per Cristo e l’impossibilità di farsi battezzare. Forse in questo c’è molto della sua incapacità di darsi felicità, un compiacimento nel sacrificio. Oggi questo mi addolora e trovo che tale capacità di conservare, salvare tutte le sue contraddizioni, sia eccesso di orgoglio, mancanza di speranza.

Che sia stata capace di salvaguardare tutte le sue contraddizioni è collegato al suo carattere e alla sua indipendenza. Se ci penso più a fondo dopo tanti anni, sono triste di questa sua capacità, che le impedì l’adesione alla Messa (restava “sulla soglia” come i catecumeni) e a tutti i riti della fede cattolica in modo da trarne conforto e consolazione alla sofferenza del mondo che la trafiggeva in modo insopportabile. Le mancò la “virtù della speranza”, forse la più difficile da praticare delle tre virtù teologali.

Dianetti: Nel capitolo della Biografia, intitolato “La solitudine a Londra”, lei dipinge un’immagine realistica, anche se cupa, della scomparsa di Weil – ad es. “sepolta nello spazio 79.” Poco dopo la sua morte però, Gustave Thibon l’ha in qualche modo riscattata con il libro da lui curato, che ha permesso poi che la sua figura venisse quasi “santificata”. Che cosa ne pensa di tutto questo? Non le sembra piuttosto lontano da Weil?

Fiori: Il motivo generoso di non volersi separare “dalla massa immensa e sventurata dei non credenti” è quello che rende bello il suo sacrificio e al tempo stesso afferma la sua fede. In questo Simone Weil è unica e suscita gratitudine e commozione. Ciò che le fu ostacolo insuperabile a farsi battezzare fu l’orgoglio della fedeltà a se stessa, ai propri interrogativi che lei vive con violenza.

La trovarono svenuta in camera sua e la portarono al Middlesex Hospital. Aveva lavorato per il mondo, per tutti noi di allora e di oggi ed era l’Enracinement. Malata difficile, scontrosa, il dottor Roberts ci impazziva. Era assai amareggiato per quella paziente impossibile da curare e non ha mai voluto rispondere a interviste su di lei. La lettera che gli scrissi per chiedere informazioni è l’unica che mi sia stata respinta intatta. Dall’ospedale Simone fu mandata ad Ashford, nella campagna del Kent, vicino a Londra. Entrando nella camera a lei destinata disse “Che bella camerina, per morire”. Alla domanda “Religione” sul questionario d’ingresso rispose “sono una filosofa e m’interesso all’umanità”. Il suo era un modo nuovo di interrogarsi su Dio, su Cristo, sulla religione. Nuovo e insieme antichissimo, riallacciato al Medioevo per la bellezza delle cattedrali. Non si sentiva degna di accostarsi alla comunione, anzi non entrava nemmeno in chiesa ma assisteva alla Messa sulla porta, come i catecumeni. Perrin la definiva “mistica ante litteram”. Papa Paolo VI se fosse stata battezzata l’avrebbe canonizzata, e rimpiangeva di non averlo potuto fare. Giuseppe Roncalli, quando era nunzio apostolico a Parigi, disse “Come amo quest’anima” e scrisse una lettera ai genitori di Simone, avrebbe voluto conoscerli. L’incontro non avvenne mai.

Tomba spoglia. Vennero a trovarla amici recenti del lavoro e antichi come Maurice Schumann, e la sua affittacamere che le era affezionata anche per la cura che Simone si era presa degli studi di suo figlio. Il sacerdote cattolico invitato a intervenire perse il treno e non venne. La tomba era nella sezione cattolica, era una pauper’s grave, una tomba nella sezione dei poveri, soggetta a sparire perché altri potevano essere sepolti sopra di lei. A questo rimediò Leslie Paul, che comprò la tomba per 12 sterline. Teologo e poeta, pastore anglicano (quando lo conobbi mi disse di aver fatto lo stesso cammino di Simone), Leslie mi regalò una pianticella di rustifina, che è ancora nel mio giardino. Di lui ci resta l’unica riflessione comprensiva della Simone Weil donna in una poesia, Lady whose grave I own. Qui, dopo l’evocazione di un’impossibile Simone alle prese con mariti e passeggini, scocca la domanda finale che conclude “Ma forse la cosa più pesante da portare fu il portare te stessa?” [Was this the real affliction, / The cross you had to bear, / That you were simply what you were?].

Quando visitai la tomba nel 1975 vi trovai la scritta di uno sconosciuto, “la mia solitudine l’altrui dolore ghermiva fino alla morte” (in italiano), firmata C.M. Non si è mai saputo chi fosse e la scritta adesso è sparita.

Ricordo anche il vecchio signore dolce che veniva ogni giorno a visitare la tomba della moglie. Mi disse che molti visitatori venivano per Simone, “Ah! The brave young lady”.

Anche se non parlavamo troppo della Weil, era come se lei ci aleggiasse intorno, protettiva. Iris Murdoch trovava che Simone voleva “trasformare l’umanità”.

Nell’ultima fase della sua vita francese, Simone Weil a Marsiglia frequentava il gruppo di insegnanti e studiosi il cui padre spirituale era padre Perrin. Una nostra cara amica, Madeleine Marcault, che aveva vissuto a lungo a Firenze perché il padre insegnava all’Istituto francese, il “Grenoble”, che sia mia madre che io abbiamo frequentato, mi ospitò a Montpellier: divenuta cattolica e poi terziaria francescana, mi raccontò di quel gruppo da lei frequentato. Ci veniva anche Simone Weil “aveva un’aria così infelice, come non desiderasse che di morire”. Questo mi raccontò. Dava un senso di inguaribile angoscia, che probabilmente sarebbe ancora tale, di fronte al mondo di oggi. Una tale sensibilità è rara. In questo senso quello che Thibon ha scritto di lei guida alla comprensione che bisogna avere; non è lontano da lei, no; non è lontano perché Simone ha scritto [Écrits de Londres] che la santità è “le minimum pour un chrétien”. Lei che in quella terribile preghiera della Connaissance surnaturelle chiede che le sia tolto tutto per darlo ad altri, aspirava certo alla santità, io penso. Il libro di pensieri weiliani curato da Thibon ebbe e ha il grande merito di mettere in contatto violento con lei; c’era bisogno di questo libro quando uscì, e fu avidamente letto. Ce n’è bisogno ancor oggi. Permise la conoscenza di una pensatrice unica e appassionata, esigente, vera. Mai era stata individuata la pesanteur che tutti ci trascina al fondo e che domina nella terra. E mai così la grâce che discende se preghiamo sulla nostra fame di bene di cui Simone parla ovunque nella sua opera.

Dianetti: Lei ha scritto che la sua Biografia non è tanto uno studio quanto un’immersione, perché Weil è troppo eternamente giovane e violenta (“éternellement jeune et violente”). Questa insistenza sul lato “violento” di Weil appare un paio di volte come quando menziona che Alain le ha insegnato a incanalare la violenza che sentiva in sé stessa attraverso la scrittura. O quando nota che il personaggio di Renaud in Venezia Salva è un ritratto della parte “vulcanica” della sua personalità.

Puoi dirci di più su questo lato di Weil e di come pensa possa aver influenzato la sua filosofia?

Fiori: Troppo eternamente giovane, giovane e violenta. Sì, la sento così. Non è un’esteta, vuole essere chiara, vuole capire, vede il male che si svolge fra due poli, l’indifferenza e l’eccesso di partigianeria, il fanatismo (Alain le è maestro sommo in questo). La sua filosofia è tutt’uno con il suo essere, sensibile e violento. Ripeto: Eveline Weil diceva del marito André “Il n’est pas diplomate pour deux sous”. E così era Simone. Si torna lì “voleva cambiare il mondo”. La sua sensibilità e anche la violenza delle convinzioni che pervadono il suo genio possono aiutarci nella misura in cui vogliamo e possiamo a cambiare il mondo intorno a noi, almeno un poco. Lei voleva che troppe cose cambiassero, e subito. Qui subentrano l’impazienza, e anche un certo autoritarismo: il lato vulcanico della sua natura che è anche molto orgogliosa. “Non si può discutere con lei, vuole sempre avere ragione” disse una volta Lévi-Strauss. Ma trascina, ma parla al nostro cuore e alla nostra mente. È un orizzonte vasto il suo, di molti interessi, sparso per ognuno di noi come una seminagione. È affascinante; fa uscire dai luoghi comuni. Ascoltiamola come e quanto possiamo, sarà un insegnamento nuovo.

Non si può prendere come un oggetto, un tema, porlo davanti a sé e studiarlo. Almeno per me è stato così: si vive con lei, si parla con lei e si soffre insieme a lei delle sofferenze del mondo. Per questo “immersione”. Dalla mia giovinezza, dai 24 anni, dal primo incontro con Attesa di Dio mi ha accompagnata, pian piano l’ho sentito in tutta la vicenda della mia coscienza di vivere. Se ripenso il mio cammino sono sempre stata insieme a lei. Desiderosa di comunicare consapevolezza delle vicende nei rapporti umani, questo sì, nella preghiera, cercando di imparare la sua “attenzione”, grande insegnamento.

La sua attenzione è come un cielo che placa le vette della sua passione di capire, la quale è l’anima del suo vulcanismo, passione appunto. L’attenzione, la quale guida il suo genio a comunicare a noi le sue scoperte; la massima è quella dei “bisogni dell’essere umano” per appagare i quali concepisce il progetto di una nuova Costituzione.

Dianetti: La domanda seguente è della professoressa E. Jane Doering, gliela riporto come lei l’ha scritta a me:

‘Mi interessa il fatto che lei, proprio all’inizio del suo libro su Weil, abbia descritto la morte di Simone Weil come un suicidio, nonostante tutte le altre opinioni spiegate dopo nel capitolo. Questa posizione dà un’importanza all’idea che resta nelle menti degli studenti. Se dovesse riscrivere il suo manoscritto, darebbe la stessa interpretazione a questa morte complessa e ambigua, e perché?’

Fiori: Pare che Simone morisse nel sonno il 24 agosto 1943. Ne fu data notizia ad André che lo comunicò ai genitori.  Sul giornale scrissero che si era lasciata morire di fame. Ed è vero: si è lasciata morire di fame. Diceva continuamente: “Non posso mangiare mentre i bambini non possono farlo a causa della guerra.” Déodat Roché, che l’aveva conosciuta nel periodo di Marsiglia, mi disse quando lo incontrai: “A forza di non mangiare ci si ammala di denutrizione e si muore”.

Il problema col cibo era cominciato addirittura nel periodo finale dell’allattamento, che Selma Weil volle continuare benché malata di forte influenza. Eppure pare che Simone negli ultimi giorni abbia detto: “Se solo avessi una bella pesca succosa, oppure un puré come quello che preparava mia madre, allora mangerei.”

Quando Simone Weil entrò nella sua camera ad Ashford dopo aver fatto impazzire il dottor Roberts, amareggiato dalla sua capricciosità infantile e dal suo non volersi curare (ecco l’angoscia anche della sua solitudine di donna) non c’era più nulla da fare, e lei stessa lo sapeva (“che bella camerina, per morire”). E non dimentichiamo l’impressione che ne ebbe Madeleine Marcault quando la conobbe a Marsiglia: una donna infelice che non desiderava altro che di morire. Non amava la vita; era tormentata dai mali del mondo, dall’impossibilità di cambiarlo.

Per questo comincerei ancora il libro così, dal titolo del giornale. Per il resto credo che noi non possiamo capire, che non potremo mai capire fino in fondo.

Dianetti: Il primo libro di Weil che afferma di aver letto è Attente de Dieu, dietro suggerimento di un amico di famiglia. Questo evento risale agli anni 60? Di quella prima lettura, cosa l’ha toccata di più? Cosa ha lasciato definitivamente il segno e perché?

Fiori: Un nostro amico, l’avvocato Ugo Fortini, grande lettore sempre al corrente di tutte le cose di valore che uscivano, ci parlò di Attesa di Dio, presente in Italia dal 1954. “Libro straordinario di una donna meravigliosa, Simone Weil” lo definì. Egli aveva perduto la moglie Vittoria che rimase vittima di uno dei bombardamenti su Firenze del 1943. Proprio quel giorno era venuta a Firenze con la sorella, dalla campagna dove erano sfollate. Vittoria aveva forte fede cattolica; erano stati innamorati e felici. Ora egli, agnostico, voleva vivere la fede di lei e in Attesa di Dio aveva trovato una compagna nella sua “stessa posizione”. Ce lo spiegò così bene che io, ventiquattrenne, fui commossa nel profondo e desiderai quel libro. Perché, benché immersa nella cultura francese, come ho detto, fin da bambina, non conoscevo Simone Weil. Chiesi a un’amica di cinque anni maggiore di me, ospite da noi per preparare un concorso per l’insegnamento, che voleva farmi un regalo, Attente de Dieu. Non avevo mai letto un libro così, che toccava il fondo del problema della fede e insieme esprimeva fede cristiana.

Dianetti: Ci può dire qualcosa sul suo lavoro di tesi quando era ancora una studentessa?

Fiori: Feci la mia tesi di laurea su Galsworthy, La saga dei Forsyte. La mia Facoltà era lettere e filosofia, indirizzo letteratura contemporanea. Il romanzo mi piaceva particolarmente, il titolo era La saga dei Forsyte come crisi e trasfigurazione del vittorianesimo. Lo trovai da me con l’aiuto del mio compagno di scuola Enrico Andreini, che poi è diventato mio marito, oggi scomparso. Mi interessavano i rapporti umani, era il mio ideale che fossero vissuti profondamente: tutti di amicizia, capirsi, condividere le giornate, le letture, le scoperte, parlare, confidarsi, scriversi lettere. È questo che volevo nella vita e anche con gli autori e le autrici (credevo molto nella scrittura femminile) che incontravo attraverso i loro personaggi. Questo non era molto capito né dal mio direttore di tesi né dal suo assistente. Sono molto soggettiva nel mio modo di lavorare e credo in un rapporto di amicizia con l’autore perché ogni romanzo ne rispecchia il carattere. I personaggi sono per lui amici intimi. È questo che mi guidava nei miei pensieri e nei piccoli ritratti scritti durante l’adolescenza. E che poi mi ha guidata nei miei libri, dalla biografia Weil al libro sulla Ortese.

Dianetti: Ho letto nel suo articolo per Cahiers che il suo libro preferito di Morante è L’isola di Arturo (1957). Le annotazioni di Morante sui libri di Weil sembrano risalire ai primi anni 60, un momento decisamente difficile per Morante a causa della separazione da Moravia e della morte di Bill Morrow. Anche Giorgio Agamben, in un’intervista per Repubblica, riferisce di averla introdotta lui stesso a Weil intorno al 1963/64. Lei parla giustamente di una “preistoria” del rapporto Weil-Morante, pensa però che nel periodo in cui stava lavorando a L’isola di Arturo Morante avesse già incontrato il pensiero di Weil? Moravia, ad esempio, si riferisce a Weil già nel 1952 commentando il film Europa 51 di Roberto Rossellini. Cosa ne pensa di questa ipotesi?

Fiori: La sua ipotesi mi sembra giusta. Europa 51 ritrae una donna dalle scelte weiliane. D’altra parte, il matrimonio di Elsa Morante con Alberto Moravia è stato un’unione profonda; la celebrazione del matrimonio in chiesa da parte del direttore spirituale di Elsa fu da Elsa voluta con forte desiderio. La scelta di approfondire la conoscenza di Simone non è cosa ovvia e comune. Condividerla fra sposi della loro sensibilità mi appare invece naturale.

Dianetti: Leggendo il suo articolo su Weil-Morante, sono stata felice di riscontrare la mia stessa opinione sull’interpretazione che Cesare Garboli dà dell’idea di “pesanteur” in Morante. Questa tendenza di Morante verso “la pesanteur”, l’ha ritrovata anche in Murdoch?

Fiore: Mi pare, se ben ricordo, che la Murdoch dia per scontata la pesanteur, anzi non la consideri nemmeno tale; Iris Murdoch descrive i suoi personaggi e i loro rapporti senza giudicarli. Li presenta nella realtà dei loro sentimenti: c’è la bontà, c’è la cattiveria, c’è la generosità e c’è l’egoismo, anzi più spesso cattiveria ed egoismo che bontà e generosità. Si va avanti nella vita e nei sentimenti (i rapporti umani sono per lei sempre in primo piano) barcollando, sbagliando, fallendo più spesso che riuscendo. Però ci sono anche persone molto buone (come la madre in The Unofficial Rose) che in genere hanno molto da soffrire, perché non ricambiate né capite (alla madre si oppone la figlia adolescente, assai cattiva e ingiusta, come in genere tutte le adolescenti della Murdoch).

Dianetti: Personalmente, credo che ciò che lega insieme Weil, Murdoch, e Morante sia un’affine, come l’ha chiamate lei,“vocazione per la verità”. Ma quale pensa sia la più grande differenza tra la lettura di Weil fatta da Murdoch e quella di Morante? E più in generale, quali differenze maggiori rintraccerebbe tra le due poetiche e tra le due donne?

Fiore: So troppo poco della lettura della Weil di Iris Murdoch. La Morante mi sembra più profondamente presa dalla Weil. Basta leggere la sua poesia profonda e commovente ne Il mondo salvato dai ragazzini. La Weil è una dei suoi “felici pochi” per eccellenza, donna e contemporanea. Può darci molta comprensione della vita intorno a noi, del dolore del nostro tempo, da lei pienamente sofferto, (“sorelluccia inviolata / ultima colomba dei diluvi stroncata”). Elsa vive insieme a Simone Weil, vorrebbe avere la forza di seguire i suoi ideali di vita, “ma non ci si fa”. Iris Murdoch non esprime alcun giudizio morale; in fondo pensa che è impossibile cambiare gli esseri umani, trasformare le vicende di solito soprattutto causate da loro stessi.

Differenze maggiori fra le due poetiche. Trovo che la presenza della natura e degli animali è più forte in Elsa Morante, almeno per quanto riguarda L’isola di Arturo. Della Murdoch ricordo molto di più gli interni delle case e le città.

Differenze maggiori fra le due donne. Elsa Morante ha ancora la freschezza di un’adolescente, più senso della natura e più amore per gli animali di Iris Murdoch, la quale è più cittadina. La Morante è più istintiva della Murdoch (pensiamo ad Arturo, che è lei stessa, e a Nunziata, madre giovanissima, la quale ha per marito un uomo solitario e per nulla affettuoso). Nella vita, Elsa Morante mi appare guardinga e sostenuta, piuttosto malinconica e riservata, decisa nelle sue affermazioni e nei suoi rifiuti (tale la sentii con me al telefono). Per Iris Murdoch ho descritto l’impressione che suscitò in me quando venne a casa mia e poi quando andai a trovarla; è più allegra e spensierata della Morante, molto volitiva nel lavoro di scrittrice e determinata (non la conosco come docente di filosofia). Meno poetica della Morante e meno istintiva di lei.

Dianetti: Perché ha deciso di definire Weil come una “donna diversa?”  In che senso la ritiene tale?

Fiore: A tale mio parere contribuì quello della sua cugina psicoanalista, Raymonde, che, rimasta orfana di madre ben presto, visse molto tempo in casa Weil; a Simone faceva assai pena che avesse perduto la mamma e la sentiva come una sorellina sfortunata da proteggere. Quando però nell’adolescenza cominciò a parlare di balli e vestiti e desideri propri alle ragazze in generale “con lei non se ne poteva parlare” e non le interessavano affatto.

Il suo genio le dava fin da giovanissima pensieri vasti, nutrito dalla sua sensibilità, sempre più la ispirava a voler cambiare il mondo. Con il contributo della sua volontà che si cominciò a formare quando, dopo il primo giudizio di Alain su di lei (mentre restituiva i compiti corretti disse “Ho qui un compito illeggibile” e le tese il suo) per cui si costruì una buona calligrafia (dall’aria infantile) usando anche fiammiferi carbonizzati. Nei suoi Cahiers troviamo riferimenti a geni maschili, p. es. Leonardo che in francese chiamano “Vinci”. Le sue scelte di vita, fin dalla prima, il farsi operaia, all’ultima, proporre di farsi paracadutare in Francia per una missione pericolosa, indicarono sempre il suo voluto trascurarsi come donna. Alain, che l’ha avuta come allieva al Lycée Henri-IV per la preparazione all’École Normale Supérieure, l’ha definita “di gran lunga superiore a tutti quelli della sua generazione”.

Diceva che per fare andar bene un matrimonio occorrono due santi o almeno uno. “Mia sorella voleva cambiare il mondo” questo mi aveva detto André. Per questo, consumò fino in fondo la sua breve vita e sentì l’urgenza di lasciarci una nuova Costituzione mondiale, per scriverla si faceva richiudere nel suo ufficio a Londra.

Dianetti: Mi sembra che critiche di sentimentalismo, pessimismo e masochismo, da un lato, e di misoginia, dall’altro, siano state rivolte contro tutte e tre le pensatrici (Weil, Murdoch e Morante). Inoltre, nei romanzi di Morante e di Murdoch le donne sono spesso rappresentate come cose, animali o piante. Come rispondere a chi ha visto nel pensiero di Weil, di Murdoch o di Morante idee masochiste e misogine incompatibili con la lotta contemporanea?

Fiore: Simone Weil vive con attenzione continua le sue scelte fondamentali e assai uniche per una donna della sua condizione sociale, es. il lavoro in fabbrica. Farà di questa realtà in tutti i suoi particolari la base del suo progetto di una nuova Costituzione mondiale. Vive della sua idea e ne nutre i suoi ideali di ristrutturazione del mondo. L’idea di Simone Weil è che la debolezza è la vera forza, in questa accettazione della condizione umana, connessa alla sopportazione del dolore. La debolezza è perdono. “La lotta contemporanea per l’uguaglianza” non interessa a nessuna delle tre pensatrici, le quali seguono tutt’e tre decisamente, mi sembra, la via prescelta, piena, specialmente nel caso della Weil, di difficoltà per le donne. Esprimere la loro visione del mondo, questo preme loro e lo fanno a tutti i costi.

Dianetti: Sempre rimanendo su questo tema, di Weil lei ha scritto che ‘la sua figura mitica di donna è la Violetta di Venise Sauvée’. Ci dica di più.

Fiore: Violetta, mitica figura di donna, dalla Weil protetta e accarezzata come un bel sogno, fa parte della sua femminilità profonda, io credo. Ciò che nella vita non poteva e non doveva essere.

Dianetti: Alla presentazione di un libro una volta lei ha parlato, in modo molto murdochiano, dell’aridità del nostro tempo e ha fatto riferimento all’idea di “meraviglia”. Può sviluppare per noi questo pensiero sulla meraviglia in connessione all’idea weiliana di “attenzione”? E sul rapporto tra disattenzione e aridità?

Fiore: Vivere con “attenzione” significa scoprire la “meraviglia”, cioè dare vero ascolto all’interrogazione continua che cose, situazioni e persone ci pongono. Non è facile, ma ci possiamo provare. La vita ci mette perennemente alla prova in questo senso. ogni incontro, anche fuggevole, è una scoperta. Pena l’indifferenza completa, che si connette all’aridità più totale. E ci rende partecipi dell’aridità nel sentire, nel parlare e nell’agire (sordità e cecità). Anzi, possiamo accrescerla o diminuirla.

Dianetti: Per concludere, ha qualche consiglio per giovani studiosi del pensiero weiliano che si ritrovano nel tentativo di parlare di trascendenza, del valore assoluto della giustizia, del Bene, e della bellezza in un mondo che sembra esserne sempre più distante?

Fiore: Continuare a studiarla, a prendere da lei coraggio malgrado tutto, per amare e desiderare il Bene, vincere il male (superficialità, ignavia, pessimismo) per prima cosa dentro noi stessi, al fine di avere o aumentare la consapevolezza della presenza di tanto male nel mondo. Questo è opera dell’attenzione e della sensibilità nell’osservazione del mondo, nella conoscenza di se stessi e degli altri. Riconoscere la propria cultura e capire le ragioni del gusto letterario e artistico, del passato e del presente. Per costruire giorno per giorno, con pazienza, un futuro migliore.

Riferimenti bibliografici

Campo, Cristina. Sotto falso nome. Milano, Adelphi, 1998

Cristina Campo: la disciplina della gioia : con le lettere a John Lindsay Opie, a cura di Maria Pertile e Giovanna Scarca. Villa Verucchio, Pazzini, 2021

L’Europa di Simone Weil: filosofia e nuove istituzioni, a cura di Rita Fulco e Tommaso Greco. Macerata, Quodlibet, 2019

Fiori, Gabriella. Simone Weil: biografia di un pensiero. Milano, Garzanti, 1981 (3. ed. 2006)

Fiori, Gabriella. Simone Weil: una donna assoluta. Milano, La tartaruga, 1991

Fiori, Gabriella. Simone Weil: une femme absolue. Paris, Éd. du Félin, 1987

Fiori, Gabriella. Anna Maria Ortese, o dell’indipendenza poetica. Torino, Bollati Boringhieri, 2002

Fiori, Gabriella – Graziosi, Mariolina – Marchetti, Adriano. Simone Weil: poesia e impegno. Milano, UNICOPLI, 2003

Negri, Federica. La passione della purezza: Simone Weil e Cristina Campo. Padova, Il Poligrafo, 2005

Perrin, J.-M. – Thibon, Gustave. Simone Weil, telle que nous l’avons connue. Paris, La Colombe, 1952

Weil, Simone. Gateway to God. Ed. by David Raper with the collaboration of Malcolm Muggeridge and Vernon Sproxton. London, Fontana, 1974 [contiene la poesia di Leslie Paul]