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per amore del mondo Edizione 20 - 2024/2025

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Immaginarsi altrimenti nella pratica di dialogo filosofico

Riflessioni su Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza fra irreale e reale.

Il primo Grande Seminario di Diotima a cui partecipai fu nel 2019. Arrivai direttamente da Roma a Verona, giusto in tempo per seguire l’intervento della professoressa Chiara Zamboni, che in quel periodo mi stava aiutando via e-mail nella stesura della mia tesi magistrale su Weil e Rilke, incentrata sul pensiero del limite. In quell’intervento, Zamboni parlava di Simone Weil e dell’idea di dare voce all’inesprimibile dei sofferenti come atto politico. Quelle parole piantarono un seme che avrebbe preso forma, qualche anno e un dottorato arzigogolato più tardi, nella mia tesi di dottorato: Against Unreality. A Literary Ethics of Attention to Suffering with Simone Weil, Iris Murdoch, and Elsa Morante[1].

L’espressione «lotta contro l’irrealtà», che Luisa Muraro utilizza nell’Introduzione a Esistenzialisti e mistici[2] di Murdoch, viene estesa da lei anche a Weil e Virginia Woolf. Nella mia tesi, io l’ho estesa anche a Elsa Morante che definisce l’irrealtà come «l’oppio dei popoli», la cui cura è «un esercizio di eroica difficoltà»[3]. Weil per prima descrive l’irrealtà come la tendenza umana a forzare le cose in un ordine di significati, nella logica del potere e della forza. Scrive: «Noi siamo nell’irrealtà, nel sogno. Rinunciare alla nostra situazione centrale immaginaria […] significa svegliarsi al reale, all’eterno, significa vedere la vera luce, ascoltare il vero silenzio»[4].

Nel volume di Diotima ispirato al Grande Seminario del 2007, le autrici declinano i concetti di reale e irreale in modi differenti, pur muovendosi all’interno di uno stesso orizzonte di senso. Nell’introduzione al volume, Wanda Tommasi definisce il reale «come risorsa, come apertura di un passato attraverso cui possa fluire altro da ciò che è già dato, normalizzato, prescritto»[5]. Marina Terragni, per contro, sovverte i termini: l’irreale è ciò che ci consente di

uscire di strada, di esperire la vera realtà. Chiama, infatti, «allegra irrealtà» quel «non-ancora-reale»[6] da immaginare. E conclude: «Fare politica oggi non consiste forse anche nell’invenzione o nella valorizzazione di pratiche che ci permettano di non perdere i contatti con ciò che dall’irrealtà chiama e chiede di diventare reale?»[7].

In queste pagine vorrei riflettere su ciò che queste autrici chiamano attenzione: una pratica che porta l’invisibile nel regno del visibile, e del suo possibile esercizio in pratiche collettive come la Philosophy for Children nella concezione di Ann Margaret Sharp, come spazio politico e di esercizio della virtù democratica.

Weil e Murdoch insegnano che il modo in cui prestiamo attenzione, e ciò a cui prestiamo attenzione, plasmano la qualità morale di ognuno e costituiscono lo sfondo rispetto al quale prendiamo decisioni. La nostra prospettiva, o il modo in cui “leggiamo la realtà” per dirla con Weil, determina le costellazioni di valori a nostra disposizione, poiché ciò che vediamo, e i valori che scopriamo nel mondo, costituiscono la rete entro cui le nostre azioni possono dispiegarsi.

L’attenzione è dunque un arretramento dell’ego per lasciare spazio alla realtà dell’altro da noi, alla «realizzazione che qualcosa di diverso da se stessi esiste»[8], precisa Murdoch, poiché la realtà è normativa ma infinitamente varia, e dunque è l’opposto dell’io e della sua fantasia (o immaginazione compensatrice per usare le parole di Weil) e non si piega alle nostre proiezioni. Murdoch scrive che «l’attenzione è lo sforzo di contrastare questi stati illusori»[9], e che «a opporsi al sistema in questione è l’attenzione alla realtà ispirata dall’amore e fatta di amore»[10]. Da questa prospettiva, il reale non è mai pienamente dato, ma va continuamente scoperto, o meglio, immaginato attraverso uno sforzo attento che lo faccia emergere. E questo immaginare nel segno dell’attenzione è un gesto politico.

Dunque, da un lato abbiamo l’immaginazione compensatrice, ossia la fantasia derealizzante, l’illusione, il sogno imposto; dall’altro, l’immaginazione creativa, attenta, che apre all’altro e al possibile. Se Murdoch, Cristina Campo ed Elsa Morante fanno dell’immaginazione lo strumento primario di verità, Weil è più severa verso l’immaginazione, riconoscendo però che l’attenzione è creativa, fa emergere le relazioni tra le cose del mondo, e fiorisce nel pensiero analogico.

Oggi soprattutto, sembriamo essere scivolati in un’indifferenza generalizzata che è l’esatto contrario dell’attenzione. L’indifferenza, infatti, non osserva, non discerne, non partecipa: è l’anonimo indistinto. L’attenzione, invece, vede il particolare, e l’universale nel particolare. Implica il prendere una posizione, fa emergere i legami che la separazione implica – perché non c’è separazione senza legame, come ricorda spesso Weil. L’indifferenza impedisce di distinguere il bello dal brutto, il giusto dall’ingiusto; avvolge le giornate in strati opachi di ego, trasformando tutto in un amalgama indistinto, in una ripetizione sterile di sé stessi. Attenzione, invece, è ascolto: occhi che ascoltano, che ricevono il mondo e l’altro.

Ma come ci si sveglia dal sogno collettivo? Weil risponde: attraverso uno shock – fisico, psicologico, estetico che richiama la nostra attenzione, ma anche esercitandola in un apprendistato al reale.

Svegliarsi dal sogno in questo senso non significa cambiare la realtà. Significa cambiare la nostra relazione con la realtà e ciò necessita creare le condizioni, creare spazi per ripensare questa relazione; significa “immaginarci altrimenti” e questo sforzo d’immaginare il possibile è un gesto politico. Una politica che «ha la capacità di nominare e far essere uno spazio potenziale latente nella realtà già quadrettata dal potere»[11].

Per parlare dell’immaginazione creatrice che ci mette in rapporto col reale, Zamboni introduce in questo volume di Diotima la dimensione del gioco. Il gioco dei bambini è uno spazio di potenzialità, del “facciamo che io ero…” che ha come prerequisito la fiducia, o fede, che l’altro con cui si gioca “stia al gioco”, che non si rompa l’illusione. Non si tratta però dell’illusione nel senso dell’allucinazione, del sogno delirante nel segno della forza, ma del tenere insieme una narrazione, che si scopre via via che si porta avanti il gioco con il compagno di giochi o con la madre. Zamboni evoca la dimensione del gioco per parlare delle altre narrazioni che ci circondano, che creiamo, che ci sfuggono, che a volte riscopriamo, e che guidano le nostre azioni, poiché, come scrive: «l’azione singola è orientata da qualcosa che non sappiamo, che però ci guida, che scopriamo via via che lo si inventa. Esattamente come i bambini che scoprono mondi nel gioco a cui hanno dato inizio e che alimentano con la loro immaginazione». Pertanto: «è vero che siamo noi a mettere in gioco creazioni culturali, ma esse diventano autonome da noi e, nel descriverle, via via le scopriamo. È come quando chi scrive parla dei propri personaggi come soggetti singolari,

che, amati, prendono una vita propria. Ed è come nella discussione politica, nella quale è il discorso che ci porta a comprendere certe situazioni che si vanno delineando. Ancora una volta è il dare parola a quest’area terza ciò che riconosce l’inaudito nella realtà, creando significati nella forma dello scoprirli come autonomi da noi»[12].

Questo stare intermedio tra il reale e l’irreale, che Zamboni ritrova nel fare filosofia insieme agli studenti, nell’esplorare insieme significati autonomi da noi, io l’ho ritrovata nella pratica collettiva, attenta, e compassionevole della Community of philosophical inquiry (CPI), in particolare così com’è stata concepita da Sharp. Esplorare e studiare le autrici della mia tesi e il valore dell’attenzione all’interno della loro cornice filosofica mi ha portato a considerare la necessità di creare luoghi in cui praticare l’attenzione. Pertanto, negli ultimi anni di dottorato, ho iniziato a interessarmi a questa pratica di dialogo filosofico, e già prima di approfondirne la teoria educativa, ne percepivo un respiro profondamente weiliano. Solo in seguito ho scoperto che Sharp fu una lettrice attenta di Weil, e che le sue tesi sono intrise del linguaggio dell’attenzione. La CPI, nella concezione di Sharp, è radicalmente contro l’irrealtà, contro il sogno che paralizza, che produce meccanismi di indifferenza, dove non si sente più il reale e viene meno la gioia: quella gioia che Weil definisce “sentimento della realtà”, o quella dei “Felici-pochi” di Morante, santi e mistici di cui anche Murdoch costella i suoi romanzi, o quella del sognatore che si sveglia come Jaffier in Venezia salva.

Dialogo filosofico

L’attenzione è una pratica quotidiana, un’abitudine che può essere coltivata. Come sostiene Murdoch, è qualcosa che dovremmo insegnare ai bambini[13]. Simone Weil ritiene infatti che l’educazione debba essere l’arte di orientare l’attenzione degli altri verso la realtà e che «il primo dovere verso gli alunni e gli studenti consiste nel far loro conoscere questo metodo»[14]. Nel suo saggio Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio, Weil pone al centro dell’educazione le idee di desiderio e umiltà, scrivendo che «l’intelligenza può essere guidata soltanto dal desiderio»[15]. La pratica di CPI – cuore del movimento della P4C (Philosophy for children) originatosi con Matthew Lipman e Ann Margaret Sharp – parte proprio da ciò che i bambini vogliono esplorare, fornendo loro autonomia decisionale e assicurando che i partecipanti condividano il desiderio di cercare

la verità su questioni che loro stessi ritengono importanti. Il patto implicito della comunità che intraprende un dialogo filosofico stabilisce il riconoscimento del grande valore delle esplorazioni filosofiche collettive ma allo stesso tempo presuppone la fragilità delle risposte formulate dalla comunità che restano provvisorie e aperte a possibili revisioni future, istillando umiltà a chi prende parte al dialogo. La fallibilità di ogni posizione è messa in conto e abbracciata con rispetto e ricompresa come tentativo di formulare insieme una risposta a una domanda filosofica, in un processo che presuppone un senso di fiducia nella possibilità che gli altri membri della comunità possano rivelarci nuovi aspetti della realtà attraverso le loro esperienze e riflessioni. Sharp, infatti, concepisce la CPI come un esercizio di umiltà in cui si ha l’opportunità di «diminuire il continuo auto-riferimento e desiderio dell’ego bramoso […] mettendo l’ego in prospettiva»[16], dunque un esercizio di decentramento dell’io e di apertura all’altro tramite uno sforzo analogico, attento, e compassionevole.

Mentre l’immaginazione compensatrice tende ad assimilare l’altro a sé, quella implicita nell’attenzione mantiene il rispetto per le relazioni reali tra le cose del mondo. Essa consente di vedere connessioni che l’ego e la disattenzione rendono invisibili. Nella CPI, il facilitatore è costantemente «philosophically self-effacing»[17], poiché è colui che facilita l’andamento del dialogo senza però aggiungere nulla a livello di contenuto al dialogo dei partecipanti. Questi ultimi allo stesso tempo sono coinvolti in esercizi di immaginazione mirati a svelare nuove prospettive e creare connessioni tra idee espresse al di là del loro individuale rapporto con esse. Questo esercizio di messa in parentesi dell’ego si manifesta, inoltre, quando i partecipanti condividono esperienze vissute. Queste ultime costituiscono una parte importante dell’argomentazione che si sta costruendo in risposta alla domanda filosofica esplorata, e non vengono dunque scartate dalla comunità bensì accolte come parte integrante del percorso filosofico. Per questo motivo, momenti di tensione o emotività all’interno del dialogo non richiedono tanto uno slancio empatico dagli altri membri della comunità bensì la distanza che solo la compassione, fondata sulla simpatia e l’attenzione, permette di instaurare. Per Weil, infatti, l’attenzione alla situazione dell’altro “così come l’altro la vede”non implica empatia, ma un pensiero analogico che unisce immaginazione attenta e disposizione simpatetica. Nella mia tesi ho scritto molto sulla differenza tra

l’empatia e la compassione che si fonda sull’attenzione e su una disposizione simpatetica. Sia Weil che Murdoch, infatti, non usano il linguaggio dell’empatia, poiché quest’ultima richiede uno spazio troppo grande da dare all’io, che si mette dalla prospettiva dell’altro, mentre la compassione e la simpatia richiedono una distanza che non assimila l’altro. Non sorprende che queste teorizzazioni sulla compassione provengano da un certo realismo femminile, come lo definisce Annarosa Buttarelli nella sua conclusione al volume di Diotima[18]. Infatti, vale la pena riflettere su un aspetto linguistico e culturale dell’attenzione e dell’immaginazione compassionevole. Nella nostra lingua, alle donne è imposta l’identificazione con il genere maschile. Raccontiamo le nostre storie al maschile, leggiamo storie di uomini come se fossero neutrali, mentre i lettori uomini raramente fanno lo stesso con i testi scritti da donne. Per noi, l’immedesimazione è una necessità data dalla differenza: abbiamo dovuto imparare a guardare alla situazione dell’altro come l’altro la guarda per capire e per essere capite. Questa forzatura linguistica ha generato un esercizio profondo di compassione, intesa non come empatia ma come pensiero analogico attento.

La dimensione dialogica, interpersonale e immaginativa della CPI premia la sospensione dell’ego con la gioia della scoperta filosofica, resa possibile solo se siamo disposti a immaginare un mondo in cui la voce dell’altro conta, al punto da poter persino mettere in discussione le nostre convinzioni; in questo senso la CPI è una pratica di democrazia e di umiltà.

Per concludere, la CPI è una scuola di immaginazione e di sospensione dell’ego, che richiama l’ideale di attenzione di Weil e Murdoch, in cui l’altro non è solo una curiosità ma una ‘porta’ sul mondo che può far emergere la realtà tramite l’attenzione. È uno spazio politico proprio per questo, in quanto spazio di educazione democratica all’alterità. Sharp è puntuale a riguardo: «bisogna rendersi conto che questo tipo di simpatia o compassione è una virtù democratica»[19].

“Fatti, non parole?”

I valori di un’educazione attenta, specialmente nel promuovere il fiorire umano, e la centralità dell’attenzione nel plasmare il nostro modo di essere al mondo, sono intrinsecamente politici. Nella nostra epoca segnata da una dittatura dell’intrattenimento, il nostro sguardo è spesso mercificato, frammentato, distratto. L’educazione, al contrario, seguendo Weil, è l’arte di orientare l’attenzione degli altri verso la realtà. Il compito

dell’educatore allora non dovrebbe essere meramente didattico in senso tradizionale, ma immaginativo: sognare per i propri allievi le possibilità di un accesso autentico alla realtà. Come scrive Danilo Dolci: «ciascuno cresce solo se sognato»[20].L’etica dell’attenzione in senso weiliano si fonda sul riconoscimento di ciò che è sacro nell’essere umano, ossia la possibilità di non essere uno schermo sulla realtà, di non scivolare nell’irrealtà e di non produrla o perpetuarla.

Un lettore cinico potrebbe chiedersi se di fronte ai nostri tempi non sia più opportuno pensare ad agire rispetto al creare spazi di dialogo filosofico. Tuttavia, come suggerisce Murdoch, per cambiare la realtà occorre partire dalle narrazioni che noi esseri umani creiamo di noi stessi: «l’uomo è una creatura che fa un’immagine di sé e poi comincia a somigliare all’immagine»[21]. Le narrazioni che abitiamo sono matrici di possibilità future: «le parole sono il luogo in cui viviamo come esseri umani e come agenti spirituali e morali»[22], scrive Murdoch. Vi è una sola cultura, quella fondata sul potere delle parole, poiché le parole sono la nostra dimora. Il mondo dei fatti, quando analizzato da un linguaggio sterile e autoreferenziale, è l’irreale: la realtà, al contrario, concerne possibilità da attualizzare attraverso attenzione creativa e spazio dialogico. Le parole ci permettono di immaginare nuovi modi di essere, nuovi linguaggi per abitare e descrivere il mondo. Le parole dell’altro, nello spazio dialogico filosofico, diventano aperture sul reale. In tal modo, si rafforza quella fiducia nell’altro, un bene prezioso in tempi segnati da diffidenza, sospetto e timore di ciò che ci è estraneo. Questo reciproco prestarsi attenzione nella CPI è, in sé, un atto democratico.

Conclusione

La pratica della CPI si propone di preparare ciascun membro a una vita attenta, «animata dalla cura per i valori filosofici, dal desiderio di esperire il reale e da una gioia persistente per ogni suo barlume»[23], favorendo un ridimensionamento dell’ego e una maggiore sensibilità verso i pensieri e le esperienze altrui.

Il libro di Diotima da cui sono partita per questa riflessione insegna che per cambiare la realtà dobbiamo cambiare il nostro rapporto con la realtà, e che il resto segue. Ciò richiede attenzione e uno sforzo immaginativo che mostri l’altro come possibile porta sulla realtà e alleato contro l’irrealtà. Come scrive Tommasi, «il confine fra reale e irreale appare estremamente labile: per questo, il contatto con la realtà – con l’autenticità di noi stessi e degli altri e con la pienezza della presenza del mondo alla nostra esperienza – è un bene prezioso e sempre più raro»[24]. Questo spazio di confine custodisce una patente “rilevanza politica”, in quanto spazio di “soglia” dove diviene possibile «rompere l’isolamento che relega i vissuti individuali di sconfinamento nel disagio psichico in una privatezza priva di parole»[25]. Lo spazio del dialogo filosofico è uno spazio di soglia che custodisce questo valore politico, contro “l’illusione di onnipotenza” che incalza oggigiorno, favorendo un ‘immaginarsi altrimenti’ al di fuori “dell’ordine quadrettato del potere”.


[1] Michela Dianetti, Against Unreality: A Literary Ethics of Attention to Suffering with Simone Weil, Iris Murdoch, and Elsa Morante. Galway: University of Galway. PhD diss, 2024. https://researchrepository.universityofgalway.ie/entities/publication/bf58b72a-d6f0-4519-8325-8b5b1d503adb

[2] Luisa Muraro, “Introduzione” in Iris Murdoch, Esistenzialisti e mistici, Il saggiatore, 2014, p. 22.

[3] Elsa Morante, “La canzone egli F.P. e degli I.M.” in Il mondo salvato dai ragazzini, Einaudi, 1968, p. 121.

[4] Simone Weil, Attente de Dieu, Fayard, Paris 1966. Citata nella traduzione di Giancarlo Gaeta, La libertà di pensare le cose come sono, “Lo straniero”, n. 1, 1997, p. 94.

[5] Wanda Tommasi, “Introduzione” in Diotima, Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza fra irreale e reale, Liguori Editore, 2009, p. 1.

[6] Marina Terragni, “C’è politica all’Esselunga”, in Diotima, cit., p. 57.

[7] Ivi, p. 58.

[8] Iris Murdoch, Metaphysics as a guide to morals, Penguin Books,1994 p. 215, (traduzione mia).

[9] Iris Murdoch, Esistenzialisti e mistici, cit., p. 329.

[10] Ivi, p. 352.

[11] Chiara Zamboni, “Immaginazione giocosa e l’altra faccia del mondo” (espressione ispirata dall’intervento al Grande seminario del 2008 di Ida Dominijanni), in Diotima, cit., p. 31.

[12] Ivi, p. 19.

[13] Vedi iris Murdoch, Metaphysics as a guide to morals, cit., p. 73 e 337.

[14] Simone Weil, “Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio” in Attesa di Dio, Adelphi ebook, 2008, p. 107.

[15] Simone Weil, “Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio”, cit., p. 106.

[16] Ann Margaret Sharp, “Self-transformation in the community of inquiry” In In a Community of Inquiry with Anna Margaret Sharp: Childhood, Philosophy and Education, ed. Maughn Gregory & Megan Laverty, Routledge, 2018, p. 50 (traduzione mia).

[17] Ann Margaret Sharp, “A letter to a novice teacher”, cit., p. 90 (traduzione mia).

[18] Annarosa Buttarelli, “Politica dell’altro mondo” in Diotima, cit., p. 118.

[19] Ann Margaret Sharp, “The role of intelligent sympathy in educating for global ethical consciousness”, cit., p. 232, (traduzione mia).

[20] Danilo Dolci, Il limone lunare, Laterza, 1970.

[21] Iris Murdoch, Esistenzialisti e mistici, cit., p. 102.

[22] Ivi, p. 249.

[23] Michela Dianetti & Lucy Elvis, “From Desiring to Inquiring: ‘Setting the Stage for Attention’ Through Philosophical Dialogue.” Attention (E-Journal on Simone Weil), 2025.

[24] Wanda Tommasi, “Soglia” in Diotima, cit., p. 69.

[25] Ivi, p. 70.