diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 5 - 2006

Il taglio del conflitto. Dove passa la linea dei conflitti nel femminismo?

Presentazione

 

 

Il taglio della differenza, è l’intestazione della nostra home page, sono le parole che dicono la nostra intenzione e la nostra scommessa per il sito e la rivista di diotima.

Scegliendole volevamo certo dichiarare quale sarebbe stato il taglio della nostra impresa, quello della differenza sessuale, ma non era questo il solo senso che sentivamo risuonare in quell’espressione. Ci ricordava come assumere la differenza comporti un taglio nella nostra vita, come pure ci richiamava quel taglio che il femminismo ha saputo storicamente portare nel mondo.  Ma soprattutto quelle parole ci parevano suggerire un metodo per il progetto che stavamo intraprendendo: la differenza taglia la realtà e la apre, e guardare alla realtà dal taglio aperto dalla differenza apre una nuova prospettiva della realtà, ne delinea l’aspetto secondo linee di differenti contorni e conflitti.

Che la scena del mondo sia dominata dal conflitto è tragicamente palese, che questa sia anche la scena di un conflitto simbolico sul mondo altrettanto, meno lo è che la libertà delle donne sia al centro della scena, forse perché che così sia è appunto oggetto di conflitto simbolico. Come pure è conflittuale che cosa sia la libertà femminile, il che pone il senso del femminismo che la ha al suo cuore nello stesso luogo centrale del conflitto.

Sul taglio della differenza sessuale, della libertà delle donne, del significato del femminismo corre insomma anche un taglio del conflitto del mondo. Se il mondo è un campo di battaglia, come ha recentemente titolato Via dogana, anche il femminismo è un campo di battaglia, è terreno di conflitto anche aspro tra donne.

Non è una situazione nuova, numerosissime ricostruzioni da parte delle storiche hanno rilevato come la conflittualità sia congenita al movimento delle donne e hanno avanzato diverse chiavi di lettura e classificazioni, la più nota delle quali è stata quella che ha distinto un femminismo dell’uguaglianza di contro a un femminismo della differenza. E’ questa una distinzione che è stata a più riprese fortemente contestata con ripetuti appelli per il suo superamento e negli ultimi vent’anni sono state spese molte energie nello sforzo di articolare diversamente le differenze di teoria e pratica presenti nel movimento delle donne. Energie spesso mobilitate da un peculiare sentimento di difficoltà femminile nell’affrontare l’esistenza del conflitto tra donne. Alcune oggi rifiutano di usare il termine “femminismo” e parlano di “femminismi”, esito che non sembra sfuggire alla suddetta difficoltà per quanto cerchi di lasciarsi alle spalle l’immagine irenica di una unità omogenea del femminismo. Il femminismo è terreno conflittuale, sì, e per quanto l’accettazione e la pratica del conflitto permanga difficile tra le donne a questa strutturale conflittualità converrebbe approcciarsi innanzitutto guardandosi dalle speculari tentazioni dell’intento pacificatore ad ogni costo da un lato e dall’altro della rimozione del conflitto con l’evitamento del confronto. In entrambi i casi si tratta di soluzioni solo in apparenza, esse mancano la realtà e lo fanno togliendo realtà alla propria prospettiva politica come pure alla politica stessa. Come suggerisce Hannah Arendt la realtà della sfera pubblica, della politica, del mondo, è assicurata dalla presenza e dal confronto di diverse prospettive che dialogano e si confrontono:

 

Determinante non è però (..) che ognuno possa dire tutto ciò che gli pare, e che ogni uomo abbia l’innato diritto di esprimere se stesso così come è. Qui si tratta piuttosto dell’esperienza per cui nessuno, da solo e senza compagni, può comprendere adeguatamente e nella sua piena realtà tutto ciò che è obiettivo, in quanto gli si mostra e gli si rivela sempre in un’unica prospettiva conforme e intrinseca alla sua posizione nel mondo. Se egli vuole vedere ed esperire il mondo così come è “realmente”, può farlo solo considerandolo una cosa che è comune a molti, che sta tra loro, che li separa e unisce, che si mostra a ognuno in modo diverso, e dunque diviene comprensibile solo se molti ne parlano insieme e si scambiano e confrontano le loro opinioni e prospettive. Soltanto nella libertà di dialogare il mondo appare quello di cui si parla, nella sua obiettività visibile da ogni lato. Vivere in un mondo reale e parlarne insieme agli altri sono in fondo una cosa sola (..).

Questa libertà di movimento, che si tratti della libertà di andarsene e di iniziare qualcosa di nuovo e di inaudito, oppure della libertà di comunicare con i molti e di esperire quella pluralità complessiva che è il mondo, non era né è in alcun modo il fine della politica, ciò che si può ottenere con mezzi politici, ma è piuttosto l’effettivo contenuto e il senso del politico in sé. In questo senso politica e libertà sono identiche.. (Hannah Arendt, Che cos’è la politica)

 

Riconoscere la realtà del femminismo come scena pubblica, come spazio politico, come mondo significa guardare realisticamente alle differenze e ai conflitti che lo animano e lo sostanziano.

In forza di questa convinzione abbiamo deciso di dedicare gran parte di questo numero della rivista alla domanda: dove corre oggi il conflitto nel femminismo?

Per cominciare a rispondere abbiamo chiesto aiuto a donne da posizioni, paesi, approcci diversi, donne con le quali siamo in relazione e alle quali ci siamo rivolte per questo rapporto, e non nella pretesa di rappresentare le diverse posizioni. La domanda che abbiamo proposto è stata di delineare dal loro punto di osservazione quel che avvertono come conflitto o conflitti dirimenti tra le donne.

Non abbiamo qui l’obiettivo di tentare una sintesi conclusiva delle risposte che abbiamo avuto, questa non è una conclusione, ma un inizio.

(D.S.)