diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Ho letto: Discussione a partire da Vivere Dio qui e ora di Wanda Tommasi

Il segreto delle amiche di Dio

*Articolo apparso sulla rivista Segno 447-448/2023

Le sottili riflessioni intorno al “filo del mistero” intonate con tracce di luce da Antonietta Potente, una delle teologhe contemporanee più ancorate all’esperienza esistenziale, compongono un preludio avvincente al libro fresco di stampa di Wanda Tommasi, Vivere Dio qui e ora (Paoline, 2023), che si propone non solo di fornire alle lettrici e ai lettori vie  accessibili ad alcuni dei benefici della sapienza delle mistiche del nostro tempo, ma altresì di rendere assimilabile e praticabile dai comuni mortali, credenti e non credenti, almeno uno dei loro insegnamenti: “vivere nel presente con pienezza, apprezzandone ogni momento e non rifuggendo dal qui e ora con fughe immaginarie né con preoccupazioni per il futuro” (p. 13) – una esortazione che potrebbe farci evadere dalla prigione della  confusione e dello stordimento, in cui pressoché tutte/i, volenti o nolenti, ci troviamo rinchiusi. 

Un filo del mistero

Questo volume densissimo ci coinvolge nella grande impresa ad alto rischio alla quale Wanda Tommasi si espone e che viene da lei compiuta  agevolmente e agilmente grazie alla conoscenza ormai sedimentata di  pressoché tutte le donne prese in considerazione – la medica svizzera Adrienne von Speyr (1902-1967), l’assistente sociale francese Madeleine Delbrêl (1904-1964), la filosofa francese Simone Weil (1909-1943), la scrittrice olandese Etty Hillesum (1914-1943), la poeta Cristina Campo  (1923-1977), la bibliotecaria fiorentina Antonella Lumini (1952). Su alcune di queste amiche di Dio (dal titolo di un livre de chevet di Luisa Muraro) l’autrice di Vivere Dio qui e ora, che fa parte della comunità filosofica femminile Diotima e che ha contribuito a elaborare il pensiero della differenza sessuale, ha infatti scritto fin dagli anni Novanta numerosi saggi e libri fondamentali. 

Nelle “tenebre del nostro tempo” caratterizzato dallo sradicamento, dalla perdita della spiritualità, dal tramonto – sotto più di un aspetto definitivo – di una “civiltà religiosa”, intriso di forme esasperate di culto di sé, ovvero egocentrismo e narcisismo, ha un senso tornare a proporre il filo del mistero che è la trama dell’esperienza mistica? Ha un senso suggerire di accostarsi al segreto che riguarda non solo quel che chiamiamo Dio ma la vita stessa, come suggerisce Antonietta Potente nella prefazione? L’intento di Wanda Tommasi è per l’appunto di “raccorciare la distanza” tra la mistica “intesa come un insieme di esperienze estatiche, eccezionali, appannaggio di poche e di pochi” (p. 38) e la nostra quotidianità, i nostri saperi, le nostre esperienze. A suo giudizio, noi tutti facciamo delle esperienze estatiche: talvolta siamo rapiti fuori noi stessi da un amore, da una passione politica, da un’esperienza estetica, dalla passione della conoscenza. In tutti questi casi […] capita di dimenticarci di noi stessi perché siamo presi da qualcos’altro che ci attrae, ci seduce e ci affascina al punto che il centro di gravità non è più in noi, ma in altro (p. 39). 

Nel libro non si trascurano ovviamente le esperienze estatiche infelici, quell’andare fuori di sé a causa di patologie soprattutto psichiche, e vi si dà valore in quanto, al pari delle estasi felici, esse non precludono comunque il passaggio a uno stato di quiete, di equilibrio armonioso, di non dualismo. 

Le estasi felici: quattro condizioni

Quali sono dunque le condizioni che potrebbero permettere di individuare le esperienze estatiche felici? Wanda Tommasi ne elenca alcune adducendo esempi legati al pensiero e alla vita delle autrici prescelte, come del resto fa per ogni asserzione, fedele in questo da un lato a un procedere metodico e dall’altro a un tessuto emotivo che trasuda dal piglio spedito, pur niente affatto sbrigativo, e nel quale sotterraneamente pulsa con una certa trepidazione la vita, il segreto più intimo del vivere. La prima delle condizioni è il dimenticarsi di sé, la morte dell’io, ovvero in termini filosofici ripresi da Simone Weil, l’impersonale, ciò che è sacro in ogni essere umano, ciò che coinvolge l’essere umano nella sua interezza, corpo e anima, dunque il nostro desiderio perenne di bene, la nostra  aspettativa inesauribile che gli altri non ci facciano del male. A questo proposito Wanda Tommasi segnala giustamente la prossimità tra impersonale e politica delle donne nella pratica del partire da sé, “che è sì un cominciare da sé, con il massimo della propria singolarità, ma è anche e soprattutto un allontanarsi da sé per incontrare altre e altro, divenendo estatiche per una passione politica senza progetto, senza rappresentanza, senza delega” (pp. 39-40). 

Pur di salvare il sogno

La seconda condizione riguarda l’agire sgravati del carico ingombrante dell’io, ovverossia in termini weiliani l’azione non agente e nelle parole di Teresa d’Avila opportunamente richiamate “fare il poco che dipende da me”, quel poco che noi stesse/i possiamo fare tirandoci così fuori “dall’altalena immaginaria fra un’onnipotenza illusoria e, all’opposto,  una sensazione paralizzante di impotenza” (p. 42) – un oscillare che al giorno d’oggi è foriero di instabilità a ogni livello della sfera personale, delle comunità e della convivenza sociale. Per la terza condizione, che ruota intorno al fare proprio un linguaggio inclusivo di desideri e sogni, del godimento della presenza così come del mistero dell’incontro con  l’altra/o, che mette a fuoco in definitiva l’irrinunciabile, Wanda Tommasi annoda la sapienza mistica all’universo fiabesco appellandosi a Cristina Campo, che con maestria di stile e di tono coglie nelle imprese delle/dei protagonisti delle fiabe l’apertura all’impossibile e una sfida nei confronti della legge della necessità. Vivere Dio qui e ora ne desume una lezione per la vita e ce la presenta con risoluta franchezza: 

Occorre essere disposti a fare qualunque cosa pur di salvare il sogno di una vita migliore, pur di conservare l’orientamento di un desiderio profondo e autentico, che pure si sa difficilmente realizzabile; qualsiasi cosa pur di non tradire ciò a cui si tiene veramente (p. 43).

L’ultima condizione implica la grazia di avere degli interlocutori, la fiducia nelle relazioni con altre/i, e nel caso delle mistiche in modo partico lare nella relazione con l’Altro divino.

Nella seconda parte Wanda Tommasi passa in rassegna con una stringatezza non priva di efficacia alcune forme simboliche della sapienza mistica, quali il consenso – a partire dal  sì di Maria all’angelo riletto da Adrienne von Speyr, quindi la concessione elargita da Core al dio degli inferi nella lettura del mito delineata da  Simone Weil, infine l’accettazione delle nozze con il Mostro da parte di Belinda nell’interpretazione di Cristina Campo; la perdita che è sempre un guadagno nell’economia spirituale e nell’esperienza mistica; infine, la  “capacità di stare in presenza del male senza farsene schiacciare” (p. 61)  esemplarmente raddensata nel “tutto è sempre e completamente un bene così com’è” (p. 62) che Etty Hillesum lancia a noi posteri dal campo nazista di smistamento degli ebrei di Westerbork, un’affermazione che viene accostata dall’autrice di Vivere Dio qui e ora al “tutto sarà bene, e tutto sarà bene, e ogni specie di cosa sarà bene” (p. 64) della mistica inglese Giuliana di Norwich (1342-1416). 

Dio è madre

Wanda Tommasi si avvia alla conclusione ma non prima di aver riproposto l’esperienza mistica di Simone Weil e quella di Etty Hillesum e di richiamare la nostra attenzione sulla preghiera e sulla sua evidente struttura relazionale. Un passaggio che le consente di inoltrarsi nel territorio del mistero trinitario, indagato da Adrienne von Speyr e Simone Weil 

“con una libertà e una confidenza degne di nota” (p. 74). Perfettamente accessibile e praticabile è l’insegnamento che perviene dalla meditazione di Simone Weil sull’amicizia autentica, un legame fondato sul libero consenso, che in quanto tale è imparziale e impersonale e ha il pregio di sfuggire ai pericoli dell’amore fusionale e ai disastri del noi collettivo. Se ne può rintracciare un modello nella “relazione trinitaria, mirabile coesistenza di unione e separazione”, di amore e distanza (p. 80). Nelle ultime pagine del libro si tratteggiano le immagini dedicate da Antonella Lumini (autrice di Dio è Madre. L’altra faccia dell’amore, apparso nel 2016) alla figura materna collocata “al centro della sua riflessione sia esistenziale sia teologica” (p. 83). Avverto qualcosa di limpidamente positivo nel desiderio di Wanda Tommasi di far riemergere la riflessione sulla “maternità spirituale di Dio”, sul “femminile” di Dio, ma quanto al proposito di “dare origine a una teologia della Madre” (p. 84) in tutta onestà non so pronunciarmi. Di sicuro, so di poter condividere con l’amica autrice di Vivere Dio qui e ora questo pensiero di Simone Weil: “Qualcosa di misterioso in questo universo è complice di quelli che amano soltanto il bene” (Quaderni, vol. IV, p. 389). E l’esperienza spirituale delle mistiche del nostro tempo riunite in questo libro ne dà ampia conferma.