diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Pratiche di insegnamento

Il Laboratorio tesi di laurea all’Università di Verona

Antonia De Vita, Wanda Tommasi, Chiara Zamboni


Invenzioni sociali per la scrittura

Antonia De Vita

Dritto e rovescio

Scrittura e invenzioni sociali sono due termini che vorrei mettere in relazione e combinare assieme con l’intento di far emergere come le invenzioni sociali potenzino i gesti scritturali e, viceversa, come la scrittura delle invenzioni sociali rappresenti un potenziamento delle stesse. Si tratta infatti di un circolo virtuoso che è interessante presentare al fine di mostrare come sia le pratiche sociali inventive, sia le pratiche di scrittura, abbiano in comune la capacità simbolica di generare condivisione, quello spazio politico elementare che permette un guadagno individuale e collettivo assieme. C’è infatti una dimensione pubblica che le accomuna, un elemento che le rende entrambe visibili e tuttavia rimanda a qualcosa di non disgiunto da un interno. Interno proprio della solitudine della scrittura e dei moventi delle invenzioni sociali, che avremmo la tentazione di chiamare dimensioni private se questo linguaggio non avesse il grave limite di riproporre una dicotomia poco feconda. 

Le pratiche sociali e di scrittura alle volte portano con sé la competenza a tenere assieme un interno e un esterno, moventi e motivazioni molto intime e soggettive con dimensioni sociali e politiche. La relazione tra scrittura e invenzioni sociali possiamo quindi leggerla, è la mia proposta, per dritto e per rovescio: mettendo l’accento prima sulle pratiche inventive legate alla scrittura e poi sulla nominazione e sulla scrittura di pratiche inventive.

Prima di entrare nel vivo e soffermandoci ancora un po’ nei dintorni della tematica, vorrei subito affiancare all’idea di invenzione sociale, che presto andremo ad approfondire, quella di movimento, inteso sia in senso letterale che simbolico e sia nel senso corrente di movimento sociale che nel senso più ampio di movimento di corpi, idee, combinazioni. 

Cosa intendo per invenzioni sociali? Ho in mente quei processi che nascono come risposte creative ai bisogni e come espressioni di esigenze soggettive che tuttavia sanno sprigionare risposte valide anche per altri e altre e che nel loro farsi creano un tessuto sociale prima inesistente. 

Nel caso della scrittura, tra dritto e rovescio, sono stata guidata da una domanda che poi si è rovesciata: quali possono essere le invenzioni che creano nuove condizioni per promuovere e cambiare di segno alla scrittura di una tesi di laurea, di un libro, di un articolo scientifico? E al rovescio: come la messa in parole di pratiche inventive, che nascono dall’interno dei movimenti della realtà, potenzia le pratiche stesse rendendole narrazioni orientanti oltre le pratiche stesse? 

Scrittura e invenzioni sociali nell’università: il Laboratorio tesi 

Per entrare nel merito delle invenzioni sociali e del loro stretto legame con la scrittura e viceversa, racconterò l’esperienza del Laboratorio tesi all’interno dell’Università di Verona, un modo per introdurre le invenzioni sociali per la scrittura che in questo caso riguardano il contesto universitario e la pratica di scrittura della tesi. 

È stato infatti affrontando la prima esperienza significativa di scrittura incontrata nella formazione universitaria che nel mio percorso si è presentato il legame necessitante tra scrivere, in questo caso una tesi di filosofia, e inventare pratiche sociali che avessero la capacità sia di soccorrere e sostenere questa esperienza sia di reiventarla almeno in parte. 

Partendo dall’oggi, da quello che ancora è e può essere il Laboratorio tesi dell’Università di Verona, posso dire che nell’esperienza collettiva sedimentata in questi due decenni tra laureande/i e docenti abbiamo capito che anche il genere “tesi di laurea” può essere ripensato alla luce della domanda se esistono pratiche che riorientino il linguaggio delle tesi e l’idea che abbiamo di comunità scientifica.

Nelle università italiane spesso le occasioni di scrivere sono poche e ci si ritrova in fondo al percorso a dover affrontare lo sforzo della tesi di laurea con la sensazione che l’impresa della scrittura sia tutt’altro che facile e che la condizione dominante sia quella di un’esperienza solitaria benché in relazione con un docente, una docente. Quel che manca infatti di frequente all’esperienza della tesi non è la relazione significativa con un interlocutore/interlocutrice, quanto piuttosto un contesto capace di contenere tutto ciò che questo primo esercizio di ricerca e di scrittura messi assieme portano con sé: aspirazioni a fare bene, reali difficoltà di scrittura dovute spesso allo scarso esercizio, occasioni di confronto e scambio, mancanza di orientamento su come debba essere fatta una buona tesi, desiderio di laurearsi presto ecc…

Così pensavamo da studenti quando, giunti alla fine del percorso di studi, ci ritrovavamo con il compito di scrivere un numero cospicuo di pagine senza poterci più appoggiare alle oramai consolidate strategie per superare più o meno bene gli esami. A questo punto della formazione universitaria viene infatti richiesto uno sforzo personale e una capacità di ricerca differente, più matura. Le stampelle vanno abbandonate e bisogna dare prova di sapersi muovere tra autori, testi, ricerche empiriche e altro, con una buona dose di autonomia e di capacità critica. Questa aspettativa istituzionale contribuisce a creare un immaginario attorno alla tesi di laurea che oscilla tra l’avventura tanto attesa – “finalmente potrò dire qualcosa di mio” – e la prova impegnativa e a tratti inquietante, “come farò a scrivere centocinquanta pagine?”. A nutrire questo immaginario concorre l’estemporaneità dell’esperienza della scrittura in molte Facoltà. L’università italiana, anche nelle Facoltà umanistiche, poco incoraggia in tal senso, e l’appuntamento finale con la tesi spesso trova impreparati le/gli studenti. 

Con queste preoccupazioni comuni sulla scrittura della tesi e in un contesto universitario con alcuni tratti di singolarità che presto descriverò, vent’anni fa – nell’ormai lontano Anno Accademico 1993-94 nella Facoltà di Filosofia dell’Università di Verona Luisa Muraro e io, – ero la sua prima laureanda – demmo vita al Laboratorio tesi. La dimensione di “creazione sociale” della relazione tra una docente e una studentessa diventò qualcosa di concreto e di condivisibile anche per altre e altri.

Dopo la fase iniziale Luisa coinvolse altre sue colleghe come Chiara Zamboni e Wanda Tommasi che condividevano con lei l’esperienza della Comunità filosofica femminile Diotima. Quando molti anni dopo divenni docente a mia volta coinvolsi due colleghe, Federica de Cordova e Anna Maria Paini, che presero parte al Laboratorio tesi per diversi anni. Da qualche anno lo sto portando avanti con le mie laureande di Scienze Pedagogiche in una versione meno creativa perché non più basata sulla relazione tra una studente e una docente. La base resta la condivisione di uno spazio sociale tra (me) docente e le studenti (che si laureano con me): uno spazio e un luogo meno innovativo ma ancora utile e interessante. In questo tempo lungo si sono quindi succedute nel Laboratorio tesi, dopo il suo momento augurale, come è naturale che sia, fasi diverse. 

Il Laboratorio nacque nel contesto della Facoltà di Pedagogia e Filosofia, con l’intento di costituire un luogo di confronto e di scambio sulle problematiche legate alla scrittura della tesi di laurea e alla condizione di solitudine nella quale questa esperienza è spesso vissuta. 

Attraverso un incontro mensile di circa due ore e mezzo il Laboratorio tesi era proposto principalmente a studenti di area umanistica con un approccio non tecnicistico alla tesi ma incentrato su discussioni che affrontano i vari problemi concreti e simbolici che si presentano nel corso della scrittura: individuazione di un taglio, rapporto con gli autori e con i testi, articolazione di un lavoro sul campo. E ancora: discontinuità nel lavoro di tesi, perdita del filo della scrittura, crolli di motivazione, difficoltà nella relazione con il/la docente che conduce la tesi etc.

Prima di entrare nel merito di alcune interessanti pratiche che nel corso di questi anni il Laboratorio ha attivato, vorrei spiegare in che senso il Laboratorio tesi ha rappresentato con semplicità ed efficacia una invenzione sociale nel contesto universitario. Un contesto, quello dell’allora piccolo e giovane Ateneo di Verona, che presentava già una condizione peculiare dovuta all’avvio, in quegli anni, di un movimento denominato “movimento di autoriforma dell’università”1.

Il movimento di autoriforma dell’università intendeva promuovere un cambiamento dall’interno, a partire da sé come docenti e in relazione con altre, altri, assumendo come orientamento la valorizzazione delle pratiche buone già esistenti oppure da creare, nel tentativo di non appiattire la vita universitaria facendola coincidere con l’università come istituzione, con le sue regole impersonalmente stabilite e continuamente modificate dalle riforme dall’alto e dall’esterno. L’idea di fondo dell’autoriforma era, ed è, che la qualità della “vita universitaria”, più che dalle condizioni dettate dalle norme e dalle routines istituzionali, dipende da noi, dai comportamenti che sappiamo agire e mettere in circolazione nel contesto universitario. Dando la precedenza al partire da sé a quanto di significativo si può fare per sè e per gli altri se si accetta di trovare misura nelle relazioni vive, il contesto stesso si ri-crea, assume un nuovo senso e nuove configurazioni. La qualità dell’università è fatta anche e soprattutto dalla qualità delle relazioni tra docenti, studenti, personale amministrativo, ecc., da spazi e tempi che possono essere valorizzati, ripensati, inventati nuovamente (la ricerca, la didattica, l’amministrazione) o anche semplicemente usati in modo diverso e investiti di un senso differente. Partire da ciò che dipende da noi, dal buono che già esiste, da una presa di responsabilità propria e collettiva, crea nuove condizioni di vita e qualità sociale, che non vanno delegate unicamente ai cambiamenti dipendenti da altro e dall’alto2. Una tensione questa, tra riforma dall’alto e autoriforma “dal basso”, che credo debba rimanere sempre viva. Come hanno dimostrato anche le mobilitazioni studentesche che si sono succedute nei decenni, non c’è riforma possibile senza autoriforma, perché non c’è istituzione universitaria senza vita universitaria. 

Ho introdotto il movimento di autoriforma attivo negli anni Novanta nel periodo di creazione del Laboratorio tesi nelle Facoltà di Lettere e Filosofia per introdurre l’idea che alcune invenzioni nascono nei contesti dove c’è un humus, un terreno coltivato affinché possano emergere dimensioni creative. L’humus già attivo era stato preparato dalla presenza dalla fine degli anni Ottanta, nell’allora quasi neonata Università di Verona, della Comunità filosofica femminile Diotima. Una comunità nata dalla passione femminile per la filosofia e dall’esercizio di una pratica politica e filosofica del partire sé e dell’autorità femminile che ha alimentato una produzione di pensiero femminile rubricato come pensiero della differenza sessuale molto significativa, che ha intenzionalmente eletto il contesto universitario come suo centro principale di attività. Questa “produzione” di pratiche e di pensiero femminile è circolata nelle aule universitarie, ha modificato spazi fisici e simbolici, come una corrente a volte visibile, altre volte invisibile; un vento di idee e di pratiche libere e relazionali che ha reso quell’ università singolare e in un certo senso unica nella sua segreta ispirazione creativa. 

Dove c’è circolazione di pensiero e di pratiche nate da moventi personali ma in grado di intercettare altri desideri, di proiettarsi in una dimensione che trascende i singoli, si produce infatti un movimento che può portare con sé risvolti inventivi, come nel caso in questione. Un movimento di relazioni tra studenti e studenti e studenti e docenti che ha saputo dare una risposta nuova e particolare alla necessità di scrivere la tesi di laurea come tappa conclusiva del percorso di studi. 

Il genere letterario tesi di laurea e la comunità scientifica

Quando il Laboratorio tesi di laurea è nato sotto la spinta della necessità inventiva di alcune laureande in relazione con una docente ci siamo subito misurate con l’immaginario universitario: cos’è una tesi di laurea e/o cosa deve essere? Un immaginario che non sapevamo neanche di aver ereditato ma che orientava le nostre fantasie e spesso sbarrava la strada alla dimensione inventiva della scrittura della tesi. Avevamo in mente quello che nella pratica del Laboratorio abbiamo chiamato il “genere letterario tesi di laurea”, una produzione accademica in piccolo con il forte limite di voler imitare ricerche vere e proprie di studiosi con un’ampia e consolidata esperienza di ricerca e di scrittura. Dentro e dietro alla misteriosa tesi cosa c’era? Cosa conteneva quello strano formato di libro in similpelle, meglio se di colore blu con scritta oro, in cui tante pagine di “linguaggio accademico” si susseguono a formare il tomo tanto faticosamente scritto che quasi per certo nessuno, oltre al relatore e a chi ci vuol bene, avrebbe letto? Il tomo, con la sua brutta copertina in finta pelle sarebbe finito – di questo tutti eravamo certi – in qualche sconosciuta stanza insieme ad altri tomi inutili. Inutili perché per il genere tesi di laurea non ci sono lettori particolarmente interessanti e non esiste una vera comunità scientifica che offra una misura sociale del lavoro svolto. Queste mancanze, in buona parte non consapute, contribuivano a dare corpo al Laboratorio tesi e al suo essere per tutte/i noi innanzitutto una piccola comunità scientifica, un luogo di interlocuzione e di relazione a partire dal quale era possibile attivare desideri differenti sulla tesi che “scrostassero” significati e pratiche consolidate. Quei significati e quelle pratiche che rischiavano di debilitare questo momento importante della vita universitaria depotenziandolo a esperienza priva di relazioni e di contesto.

Nei primi anni di Laboratorio la decostruzione del destino della tesi di laurea ha coinciso con l’esercizio immaginativo di cosa avremmo voluto fosse la nostra tesi di laurea e con l’impegno a concretizzare con il nostro lavoro e con quell’esperienza di crescita almeno qualcuno dei desideri che ci abitavano. Della lista dei desideri ricordo quelli ricorrenti: fare una vera e propria esperienza di ricerca seppur limitata, scrivere una tesi che si leggesse con piacere e non solo per pochi addetti ai lavori, dare un piccolo contributo originale nell’ambito degli studi oggetto della tesi, fare della tesi una tappa di crescita (e un rituale di congedo dall’università) che fosse d’aiuto per il futuro.

Scrostare il “genere tesi di laurea” significava dunque per noi lavorare principalmente su due elementi: sulla lingua utilizzata per la tesi, che non ricalcasse lo stereotipo della ricerca dotta ma priva di spessore soggettivo, e sul taglio da dare al tema trattato affinché potesse abbinare al rigore scientifico le tracce del percorso, al tempo stesso singolare e relazionale, della/dello scrivente. Trovare modalità per intrecciare rigore scientifico ed esperienza soggettiva nel lavoro di tesi impegnò molte discussioni e fu forse proprio attorno a questa ricerca di misura nuova che il Laboratorio tesi diede il suo contributo: da un lato a decostruire e dall’altro a inventare una lingua per scrivere una tesi di laurea meno ingessata nei canoni della scrittura accademica e più vicina al percorso di pensiero e di scoperta personalmente attuato. La ricerca di nuove modalità di scrittura si è nutrita del contesto rappresentato dal Laboratorio e ha goduto delle misure concrete da esso offerte. Il Laboratorio tesi era infatti un luogo sia di confronto, e talvolta di scontro, sia di relazioni che rappresentavano in qualche modo una sorta di comunità scientifica di riferimento. Ricordo con precisione quanto importante fosse far leggere le pagine della tesi a lettori/lettrici del Laboratorio e a persone appartenenti ai nostri contesti di vita. In modo elementare si usciva dal solipsismo della scrittura e si dava alla tesi un respiro che la rendeva una scrittura per farsi leggere, una scrittura per un pubblico interessato, composto da specialisti e lettori comuni che restituivano all’autrice, all’autore, la sensazione e il sentimento di una preziosità, per quanto piccola, del proprio lavoro di tesi. Farsi leggere serviva anche a rendere solenne il gesto della scrittura e a farne una pratica di ricerca socialmente condivisibile e condivisa. 

In questa prospettiva sociale avevamo in mente di scrivere tesi che potessero interessare e che potesse essere bello leggere non solo per i pochi specialisti ma per la nostra piccola società di riferimento e comunità scientifica allargata: i compagni e le compagne del Laboratorio, le docenti e le persone che a vario titolo avevamo coinvolto in questo processo. 

Dalla posizione di chi ha scritto la tesi dall’interno di questo contesto inventivo posso sottolineare un elemento significativo: in quel periodo inaugurale del Laboratorio, vissuto attivamente e intensamente, vennero prodotte tesi che ricevettero un’ottima valutazione e fecero un po’ di strada anche oltre il momento della discussione: premi, pubblicazioni, presentazioni etc…Il merito è da attribuire in parte alle autrici/autori e alle docenti che conducevano le tesi e in parte al contesto creativo rappresentato dal Laboratorio: esso aveva attivato un processo virtuoso di generazione di idee, relazioni, pensiero, scambio, confronto, misura della scrittura che faceva sì che chi vi si trovava coinvolto ne uscisse più capace e intelligente. L’effetto di autorizzazione a trovare modalità di scrittura della tesi rigorose ma al tempo stesso personali, che ci veniva dal Laboratorio come comunità scientifica viva, e una forma di autorità sociale circolante ci rendevano infatti singolarmente più convinti, coraggiosi, autorevoli rispetto alle nostre ricerche, che nel loro piccolo avevano l’ambizione di essere non solo dignitose ma anche interessanti per un pubblico più ampio. 

Nel nostro contesto sperimentavamo l’importanza, per la ricerca, dell’istanza dell’autorità simbolica e della comunità scientifica. Dell’importanza dell’autorità simbolica o sociale e della comunità scientifica nella produzione umana di sapere sapevamo già, conoscendo la storia del pensiero filosofico e scientifico. L’autorità incondizionata di Aristotele per i medievali e le disavventure di personaggi come Galilei condannati dalla Chiesa cattolica come da una comunità di pensiero egemone, sono esempi estremi della rilevanza di queste due dimensioni. Queste istanze non sono estranee a nessun segmento della ricerca scientifica e investono anche la tesi di laurea che, seppure in modo particolare, è considerata una tappa della scrittura accademica al punto da avere come riferimento un vero e proprio genere di scrittura, oggetto di numerosi libri/guide pratiche che spiegano passo passo obiettivi, criteri, procedure e strategie. Un genere che, come ho cercato di mostrare, può essere ripensato lì dove esiste un contesto che sa attivare processi inventivi capaci di riaprire l’esperienza della scrittura della tesi a significati e a misure che non sono già tutte stabilite dai canoni vigenti, e dove esiste una comunità scientifica, per quanto piccola, in grado di autorizzare questo ripensamento e di sostenere vie sperimentali di ricerca della scrittura personalmente coinvolgenti. 

Parlare in prima persona o esserci nella scrittura?

Il desiderio di esprimere la propria soggettività nella tesi di laurea è stato un punto cruciale nella storia del Laboratorio tesi. Sulla scia dei guadagni del pensiero femminile l’istanza di esprimere nella scrittura la soggettività ci appariva un elemento chiave per scrivere tesi con un valore scientifico “ampliato”, capace cioè di tenere in sé un linguaggio che portasse le tracce della soggettività di chi scrive. Tuttavia ampliare il recinto della scientificità della tesi per includervi la soggettività significava propriamente trovare una nuova misura, o dosaggio o prospettiva per il genere tesi di laurea. Negli ormai numerosi libri dedicati a come scrivere una tesi e nelle varie istruzioni per l’uso che circolavano nelle nostre università, immancabilmente ritorna il punto dell’impiego dell’io, della prima persona singolare, nella scrittura della tesi. La lettura dominante a questo proposito sostiene che nella scrittura di una tesi non va usata la prima persona, essendo considerato l’uso dell’io inappropriato al linguaggio scientifico. Si dà per scontata una sorta di identificazione tra l’impiego dell’io e l’espressione della soggettività, quest’ultima da sacrificare in nome della scienza perché laddove c’è linguaggio scientifico non c’è io e viceversa. Dalla pratica del Laboratorio tesi è tante volte emerso che il desiderio di apportare soggettività nella tesi non si identificava con la mera presenza dell’io nel testo né con il dare spazio ad una dimensione personale in senso stretto. La soggettività di cui sto parlando ha a che fare con il dare valore nella scrittura ad un sapere dell’esperienza che può emergere infatti dal taglio personale che sappiamo dare alla tematica trattata, al modo in cui riusciamo a entrare in dialogo con autori e autrici scelti per la nostra ricerca, a come riusciamo a relazionarci con “l’oggetto della ricerca”, che smette di essere dall’altra parte, ed entra in una dinamica differente, nella quale i recinti così definiti e delineati lasciano il posto a soglie più mobili e porose. A queste condizioni le domande soggettive che portiamo nel lavoro di tesi sono qualcosa di molto più potente e significativo di un semplice o ingenuo impiego dell’io e vanno ad allargare il perimetro della scientificità piuttosto che a depauperarlo. 

Nel Laboratorio tesi le figure di continuità sono sin dall’inizio le docenti che vi partecipano. Per la natura della loro condizione gli studenti vivono l’università per un certo numero di anni e se le cose procedono bene la tesi è l’ultima tappa prima di lasciarla. Così la presenza delle laureande e dei laureandi nel laboratorio è legata ai tempi di realizzazione della tesi e porta dunque con sé il segno della transitorietà. In questo transitare dei laureandi e delle laureande nel Laboratorio tesi molte piccole sapienze guadagnate negli anni vengono rilanciate per i nuovi e le nuove arrivate. I guadagni teorici e pratici acquisiti nel tempo sono rinnovati o rinominati o approfonditi, a seconda delle occasioni e delle situazioni. Alcune questioni di fondo riemergono: ad esempio l’importanza, soprattutto nella fase iniziale dell’impostazione della tesi, di cercare/trovare una domanda soggettiva. Individuare una domanda di ricerca, abbiamo visto negli anni, è molto utile per decidere un taglio all’interno della tematica o della problematica prescelta. Di taglio nella ricerca e di domanda soggettiva abbiamo parlato moltissimo nel Laboratorio tesi, per anni e sempre in maniera differente, sempre ribadendo tuttavia che è vitale per un buon lavoro di ricerca, e quindi anche per un buon lavoro di tesi, entrare nel territorio prescelto portando le nostre inquietudini e domande e trovando un accesso personale che permetta, almeno un poco, di allargare i confini del già conosciuto e arricchirlo, o perfino di modificarlo, con nuovi apporti.

La scrittura, come spiega bene Flannery O’ Connor, è entrare nel “territorio del diavolo”3, un territorio che si presenta denso di mistero, di non conosciuto e forse di non conoscibile. La dimensione misterica della scrittura credo che emerga con forza nell’esperienza della tesi di laurea, perché oltre all’interesse per la tematica trattata e alla relazione con il docente o la docente, la tesi di laurea rimane – anche nei nuovi ordinamenti universitari che ne ridimensionano l’importanza (tesi triennale o tesi magistrale) – un momento iniziatico con un suo carico di pathos. Un patire che tiene insieme tutto: dimensione scientifica ed esistenziale, confronto/scontro con sé stessi e con la possibilità di poter dire qualcosa di proprio entrando in un dibattito aperto già da altri, darsi un metodo, perdersi e ritrovarsi, trovare in sé la forza per sedersi a tavolino e trascorrere ore e ore cercando parole e idee, combinandole assieme sensatamente etc. 

Il pathos, nelle sue molte facce, è anche la passione per un gesto che conclude una fase di formazione per aprirne altre, e, nelle esperienze più formative ascoltate al Laboratorio tesi, è inseguire un proprio filo di ‘voler dire’ che ci fa sperimentare l’emozione di ‘poter dire’. Nei primi anni del Laboratorio tesi, quando l’abbiamo avviato per rispondere in primis ad un nostro bisogno di laureande/i, spesso ci capitava di parlare delle nostre tesi come dei nostri e delle nostre innamorati/e tanto era l’entusiasmo da un lato ma anche il patimento, lo sconforto e la solitudine che questa esperienza ci faceva vivere. Credo che il mistero connaturato all’esperienza di scrittura abbia a che fare con la possibilità e la capacità di entrare e stare nel territorio del diavolo, dove dimensioni non solo razionali possono trovare spazio e alla volte sopraffarci, avvinghiarci e liberarci. È con i nostri demoni che la scrittura fa i conti, pagina per pagina, a ricordarci che questa esperienza ci riguarda profondamente e ci chiama ad una nostra espressione ed espressività. 

Scrittura delle invenzioni sociali: dalla parte delle docenti

Ho avviato il mio discorso sulle invenzioni sociali nell’università mettendo in risalto l’importanza di un contesto di movimento di idee, persone, relazioni, scambi per far accadere piccole o grandi invenzioni che coinvolgano la scrittura. Ho parlato anche di un rovescio di queste invenzioni sociali al servizio della scrittura stessa: dare risalto alla narrazione delle invenzioni attraverso altra scrittura. Guardare alle invenzioni sociali per il diritto e per il rovescio è un modo di ribadire l’importanza di un felice circolo ermeneutico: un contesto che alimenta la scrittura e una scrittura che restituisce significato al contesto. Credo che in questo tempo storico che non ha dismesso l’importanza della scrittura ma che si orienta sempre più verso una scrittura vicina all’oralità, all’interattività e all’interconnessione, sia importante collegare le pratiche e la loro nominazione in un processo di auto-mutuo aiuto che rivitalizza sia le pratiche inventive sia la loro nominazione. Raccontare, anche se nelle sue linee essenziali, di questa sperimentazione partita dal basso nell’università ha il senso di mostrare quanto la scrittura sia debitrice di un humus e quanto importante possa essere un’iniziativa inventiva su bisogni e desideri attorno a qualcosa di molto concreto come una tesi di laurea. Narrare di questi circoli virtuosi significa mostrare il valore sociale che queste invenzioni mettono in circolazione e incoraggiare ad avviare, lì dove si è e con le necessità e le aspirazioni con cui ci si confronta, dimensioni nuove della scrittura anche scrivendo nuove pagine dell’esperienza.

Ripensando ai processi attivati nel Laboratorio tesi dalla mia attuale posizione di docente che guida le tesi di studenti da molti anni, stando quindi dall’altra parte, posso capire e apprezzare ancora meglio l’importanza di un contesto che sappia non solo contenere ma rilanciare il lavoro congiunto di laureandi e docenti in una dimensione più ampia e condivisa. Un contesto capace di comprendere e di far evolvere nella loro diversità e nelle reciproche relazioni anche trasformative i soggetti in ricerca, i saperi accreditati e quelli in via di elaborazione, il sistema della lingua e la realtà del mondo. Una dimensione che, oltre a sottrarre il percorso di elaborazione della tesi alla solitudine, sappia creare un’onda vitalizzante e creativa per un’esperienza di scrittura che ha pur sempre il carattere di una iniziazione e di un rito di passaggio. Un passaggio per chiudere una fase del ciclo di formazione (e di vita) ma anche per andare oltre, forti di una pratica di cui serbare – e rilanciare – il sapere e il gusto di una possibilità trasformativa. 

Una «penombra toccata d’allegria»

Wanda Tommasi

Prendo a prestito quest’immagine da María Zambrano, la quale rese conto della sua tentazione di abbandonare lo studio della filosofia perché quest’ultima le appariva troppo astratta, algida, lontana dal suo sentire, quando una luce che filtrava dalle tende scure di un’aula universitaria le mostrò una luminosità chiaroscurale, in cui anche lei poté trovare posto, sfiorata da un’allegria che l’autorizzerà in seguito a rendere conto del suo sentire e della sua esperienza nei suoi scritti filosofici.4 Uso quest’immagine per dare corpo ai miei ricordi del Laboratorio tesi di laurea, che si teneva ogni primo martedì del mese nella saletta riunioni del Dipartimento di Filosofia: fra studenti e docenti, in un’improvvisazione dettata dalle urgenze, dalle domande e dai problemi legati alla scrittura, si creava una penombra toccata d’allegria, dalla gioia di trovarsi insieme a ragionare sul come e perché scrivere una tesi di laurea – o qualsiasi altro testo, da parte di noi docenti –, cercando di dare il meglio di sé.

Gli inizi

Il Laboratorio era iniziato, su iniziativa di alcune studenti, fra cui Tonia De Vita, e di Luisa Muraro, allora docente all’Università di Verona. A questa prima fase, io partecipai solo saltuariamente. Ho in mente soprattutto Luisa, la sua presenza autorevole e spesso spiazzante. Di lei, ricordo dei frammenti, dei particolari: la sua cura nel promuovere la capacità delle studenti di tenere presente il pensiero della differenza sessuale e di farlo giocare, anche indirettamente, nella tesi; il suo consiglio, quando le/gli studenti erano in difficoltà con la scrittura, di leggere altri testi, del tutto diversi, che non c’entravano niente con l’argomento della tesi né con la bibliografia, ma che potevano aprire la mente a una scrittura bella, accattivante: Luisa consigliava di leggere poesie o romanzi, per nutrire una scrittura che si era inaridita. 

Ricordo infine un dettaglio. Luisa disse una volta: le studenti scrivono spesso qualcosa del tipo «Io penso che la seconda guerra mondiale sia finita nel 1945», mentre si guardavano bene dallo scrivere «Io penso» quando esprimevano un pensiero proprio, personale, non preso a prestito da altri. Non che sia necessario parlare in prima persona per far emergere la propria posizione soggettiva: spesso, bastano la disposizione del materiale, l’ordine delle citazioni e dei commenti, il confronto con la bibliografia critica, come hanno osservato giustamente, prima di me, sia Chiara Zamboni sia Tonia De Vita; ma autorizzarsi a dire «Io penso» oppure «Quest’esperienza l’ho vissuta io», talvolta è necessario sia nella scrittura della tesi sia in quella di altri testi, da parte di noi docenti, siano essi saggi, articoli o libri. 

Preziosi furono per me quel primo inizio e soprattutto l’autorità di Luisa Muraro. Ne feci tesoro in seguito, quando io stessa, con Chiara Zamboni, Tonia De Vita, Anna Paini, Federica De Cordova e diverse/i studenti, tenemmo a nostra volta un Laboratorio tesi di laurea, diverso dal primo ma altrettanto sperimentale. In questa seconda fase, emerse di nuovo la questione di come far risaltare la propria posizione soggettiva, sostenuta dalla pratica femminista del partire da sé. Non era necessario dire esplicitamente «Io penso», ma il proprio punto di vista poteva emergere diversamente, ad esempio dall’ordine dell’argomentazione. L’ideale appariva anzi – cosa che riusciva più facilmente alle piuttosto che agli studenti –, il fatto di essere talmente affascinate dall’oggetto di studio da dimenticarsi completamente di sé, come ben argomenta Simone Weil nella sua Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio.5 In quest’ultimo caso, il partire da sé non è abbandonato, ma viene declinato diversamente, in un abbraccio amoroso con l’argomento prediletto, tale che la propria soggettività si riversa interamente nell’attenzione rivolta a ciò che sta maggiormente a cuore, trasfigurato in sintonia con il proprio sentire.

Non si può dire “tutto”

Non ricordo la data esatta dell’inizio della seconda fase del Laboratorio tesi: mi sembra che sia cominciata circa quindici anni fa. Ne parlo al passato non perché il Laboratorio non continui ancora a essere vivo grazie alle docenti che insegnano tuttora all’Università, ma perché da quando, circa due anni fa, sono andata in pensione, non ne faccio più parte né seguo più alcuna tesi di laurea. Il primo insegnamento che voglio ricordare, ribadito più volte nel Laboratorio tesi, lo prendo da un filosofo a me ben noto, benché considerato in genere piuttosto ostico, Hegel. Nella Fenomenologia dello spirito, nella sezione dedicata alla «Certezza sensibile o il questo e l’opinione», il filosofo tedesco critica il sapere immediato, che si appella al “questo, qui e ora”, e mostra come queste ultime parole, che vorrebbero rendere conto di un vissuto puntuale, siano in realtà le più generiche del linguaggio, applicabili a qualsiasi situazione. L’immediato ha bisogno, secondo Hegel e anche secondo me, di una mediazione adeguata.6 Hegel afferma inoltre che non si può dire “tutto”, perché questa parola è così generica e universale da suggerire un proposito, quella appunto di dire tutto, senza tralasciare nulla, che di fatto è impraticabile.7 Di questo abbiamo discusso molto nel Laboratorio, insistendo spesso sul taglio da dare alla tesi di laurea: si potrebbe anche segnalare la necessità di attenersi al tema o all’argomento della tesi, senza fare troppe digressioni, ma la parola “taglio” è più pertinente, perché indica che qualcosa, anzi molto, va tagliato, affinché risulti dicibile ciò che è essenziale. Non si può dire tutto: bisogna mettere al centro ciò che più conta, ciò che sta maggiormente a cuore, tagliando via il superfluo. Occorre cominciare da qualche parte, senza voler dire “tutto”, cosa d’altronde impossibile. Vorrei esprimerlo con un’immagine: non si può imparare a nuotare prima di essersi gettati in acqua, e ci si tuffa sempre da qualche parte, da un punto preciso.

Il taglio della tesi, su cui soprattutto Chiara ha sempre insistito molto, delimita l’area del dicibile, e auspicabilmente la amplia, ma al tempo stesso traccia un percorso da cui sono tagliati fuori diversi sentieri secondari, superflui. Di queste digressioni, magari qualcosa potrà poi confluire nelle note, che dovrebbero essere usate non solo per rendere conto della bibliografia critica, ma anche per dire ciò che non può stare nel corpo del testo, ma che può trovare opportuna collocazione appunto nelle note a piè di pagina.

Insegnare e imparare. Autorità

Sedute intorno al tavolo della saletta riunioni, in una specie di cerchio, studenti e docenti ci scambiavamo opinioni, domande, pratiche sperimentate da qualcuna e proposte alle altre: c’era un’autorità circolante, non detenuta prioritariamente né tantomeno esclusivamente dalle docenti, ma che spesso emergeva da qualche studente più avanti nel lavoro di tesi e talvolta anche dalle/dai principianti. L’improvvisazione era sempre all’ordine del giorno: non c’era una scaletta prefissata, tranne che nelle riunioni in cui le/gli studenti, prossimi alla discussione ufficiale della tesi, esponevano liberamente il contenuto e il taglio del loro lavoro, sottoponendosi alle critiche e alle domande di tutti i partecipanti.

Personalmente, ho imparato molto dal Laboratorio tesi, sia dalle colleghe sia dalle/dagli studenti, soprattutto riguardo alla mia pratica di scrittura. Certo, una tesi, come ogni saggio o libro, si scrive da soli, anche se la propria mente è affollata dai pareri di altre/i – studiosi, critici, amiche, ecc. –, ma nell’elaborazione della tesi si è almeno in due: la laureanda e la docente. Questa relazione è fondamentale. Anche quando le laureande non erano “nostre”, ma erano seguite nella stesura della tesi da altri colleghi esterni al Laboratorio, e magari venivano lì anche per lamentarsi del cattivo rapporto che avevano col loro docente, noi le abbiamo sempre rimandate al loro insegnante, raccomandando loro di contrattare con lui/lei migliori condizioni di scambio, di esporgli i dubbi e le difficoltà che portavano al Laboratorio. Non ci siamo mai “sostituite” al/la docente responsabile della tesi, ma ne abbiamo sempre rispettato e rafforzato l’autorità. L’autorità risiede nella relazione, e non si può minare l’autorità di qualcun altro, intromettendovisi indebitamente, così come non si può esautorare l’autorità che i genitori si vedono riconosciuta dai loro figli. 

Una delle pratiche più feconde emerse dal Laboratorio era quella di tenere un “diario”, parallelo alla stesura della tesi vera e propria, in cui riversare le proprie idee allo stato grezzo, così come venivano, anche se strampalate e approssimative, con la fiducia che da quel brogliaccio sarebbe emerso qualcosa che si sarebbe poi potuto spendere, almeno in parte, nel corpo della tesi.

Un altro consiglio utile affiorato nel Laboratorio era quello di far leggere la propria tesi a qualche amico, fidanzato, o alla madre, in breve a lettori non specialistici: sono convinta, come Chiara Zamboni, che, quanto più una tesi riesce a comunicare a persone non esperte della materia, tanto più risulti valida, incisiva ed efficace. Questo infatti era apprezzato anche dai colleghi più “tradizionalisti”, i quali, forse perché annoiati da un modello di tesi di laurea “accademico”, che in realtà non esiste, erano colpiti dalla grande capacità comunicativa di alcune tesi particolarmente sentite e vive.

Come si cucina una tesi di laurea

In un periodo in cui imperversavano diversi manuali su come scrivere una tesi, fra cui quello celebre di Umberto Eco,8 anch’io mi dedicai a redigere, per le/i partecipanti al Laboratorio, un opuscoletto su Come si cucina una tesi di laurea. La metafora culinaria dominava quel breve testo, che io fotocopiavo di volta in volta per le laureande del Laboratorio. Dietro, c’era l’intuizione di fare tesoro di un’arte prioritariamente femminile, quella di cucinare un cibo, per confezionare al meglio una tesi: occorrono gli ingredienti giusti (alcune idee, la bibliografia, ecc.), ma alcuni servono e sono preziosi, altri si possono scartare e buttare via, come si è già detto a proposito del “taglio”. Quel libriccino era gustoso, divertente, ironico: probabilmente l’avevo scritto in un periodo, per me ciclicamente ricorrente, di leggera euforia. In seguito, giudicandolo io stessa, a mente più lucida, troppo stravagante, cancellai tutta la parte divertente, lasciando solo i criteri finali, piuttosto seriosi, utili per le note e per la bibliografia. Queste ultime due paginette, nient’affatto gustose, le passai alle mie laureande, sperando di non dover spiegare ogni volta a ciascuna come dovesse regolarsi con le note e la bibliografia. Fatica inutile, quest’ultima: quelle paginette nessuna le leggeva, e io dovevo correggere direttamente sulla tesi in fieri sia le note, spesso approssimative, sia la bibliografia. Il che dimostra che, come ogni relazione, anche quella fra docente e studente è sempre più efficace di un testo succinto di istruzioni per l’uso, sia pure scritto con buona volontà.

Fa parte del tuo lavoro!

Per circa trentadue anni ho corretto tesi di laurea. Salvo alcune eccezioni, per la verità poco numerose, le quali mi lasciavano sempre estasiata sia per la correttezza del linguaggio sia per la lucidità del pensiero, in genere le prime prove di scrittura, i primi paragrafi o capitoli delle tesi erano per me piuttosto sconfortanti: talvolta quei testi non solo erano raffazzonati, con idee confuse e approssimative, prese a prestito da chiunque, ma lasciavano anche parecchio a desiderare per ciò che riguardava il linguaggio; la lingua italiana vi era spesso maltrattata malamente. Io, che, prima di lavorare in Università, avevo insegnato per circa dieci anni italiano nelle scuole secondarie superiori, come deformazione professionale acquisita tendevo a correggere innanzitutto la forma, i periodi che non stavano in piedi, in cui mancava la proposizione principale, gli errori di ortografia, ecc. Ero così presa da questa correzione del linguaggio, necessaria prima di tutto per me stessa, per rendermi leggibile un testo altrimenti davvero indigesto, che quasi non mi accorgevo degli errori concettuali, che pure spesso c’erano e che sarebbe stato mio compito precipuo rettificare. 
Quando mi accingevo alla correzione di tesi di questo tipo, la quale durava per giorni interi, mi ripetevo ogni volta, per darmi la forza di affrontare quei testi approssimativi: «Anche questo fa parte del tuo lavoro, sei pagata per questo!» Inutile lamentare carenze nella padronanza della lingua, le quali ai miei tempi si acquisivano già alle scuole elementari. Il problema era lì – qui e ora –, davanti a me, con studenti che si stavano per laureare e che non avevano ancora imparato a scrivere correttamente. In molti casi, questa iniziale fatica era in seguito ripagata: se insistevo con le correzioni, notavo che quasi sempre, dall’inizio alla fine della stesura della tesi, c’era stato un miglioramento sia nell’uso del linguaggio sia nella capacità di pensare, essendo le due cose strettamente legate fra loro.

Ho una grande riconoscenza verso Chiara Zamboni. In diversi momenti, avrei voluto abbandonare il Laboratorio, perché – mi dicevo –, oltre alla fatica improba della correzione delle tesi, mi sobbarcavo pure il Laboratorio per parlarne. In tutti quei momenti di crisi, Chiara mi ha sempre spronata e convinta a rimanerci. In effetti, aveva ragione lei; il Laboratorio mi ha ampiamente ripagata del mio lavoro di correzione solitario, in cui io, giudicante, mi sentivo sempre a mia volta giudicata: da chi? Dal Super-io? Dall’Accademia? Dai colleghi? Da Dio? Chi lo sa!

Come ho già detto, il Laboratorio era all’insegna dell’improvvisazione e dell’imprevisto: magari perfino la studente che faceva più fatica a scrivere portava lì un’idea inaspettata, una domanda pertinente, un’osservazione acuta, e io imparavo da lei, in quel contesto, talvolta più di quanto io stessa avrei potuto insegnarle nel faccia a faccia degli incontri periodici nel mio studio. Fra imparare e insegnare c’è una sinergia, come ho già detto, e nel Laboratorio tesi c’era davvero un’autorità circolante, che nutriva le/gli studenti, ma che arricchiva anche me, tirandomi fuori, anche se solo temporaneamente, dal mio senso di pochezza e d’irrimediabile – e forse salutare – imperfezione. Rari momenti di grazia, che non duravano a lungo, ma il cui ricordo permane ancora e che mi colma tuttora di gratitudine.

Scrivere la tesi di laurea. Una pratica trasformativa

Chiara Zamboni

Come scrivere una tesi di laurea avendo come desiderio la ricerca filosofica e contemporaneamente la fedeltà alla lingua materna?

Molto di quello che dirò è frutto d’esperienza. Ho seguito per anni tesi di laurea di filosofia all’università di Verona. In più ho partecipato al laboratorio per la scrittura della tesi creato negli anni Novanta da Luisa Muraro e da Tonia De Vita, e che si è concluso nel 2020. In quel laboratorio ho potuto confrontarmi con altre docenti e con studentesse e studenti. Fondamentale il dialogo con le insegnanti per capire le loro pratiche e come loro intendevano la qualità di una tesi. Altrettanto importante ascoltare studentesse e studenti parlare delle loro ansie, dei desideri, dell’angoscia della pagina bianca che si frappone a volte come un muro per l’inizio della scrittura. Dell’utilità di fare o non fare un indice iniziale, in certi casi sentito come una gabbia, in altri come un fare chiarezza interiore.

Abbiamo tanto insistito sul fatto che scrivere una tesi implica molte pratiche diverse. E che su queste pratiche potevamo ragionare assieme, migliorarle e in questo modo conoscere il nostro modo soggettivo di porci nella scrittura in rapporto ai saperi e alla lettura.

Inizio con una piccola pratica curiosa, che mi ha poi fatto tante volte riflettere sul rapporto tra il fare pensiero e i luoghi. Avevo posto questa domanda: dov’è che vi riesce meglio la scrittura della tesi? A casa nel silenzio? In biblioteca? Con la musica nella stanza? E le risposte erano state tante e molto differenziate come a dire che sì, nella molteplicità di situazioni che viviamo, solo alcune sono più favorevoli a fare pensiero e che l’inclinazione è sempre soggettiva. Ma che d’altra parte era bene conoscere il proprio legame tra la scrittura e un luogo per avere una potenzialità in più che riguarda la disposizione del corpo nel contesto.

Certo è una pratica più importante e più generalmente riconosciuta quella per la quale ciò che orienta la scrittura è avere chiaro l’interlocutore a cui ci si sta rivolgendo dentro di sé nello stendere la tesi. È il tu a cui vogliamo dire e da cui desideriamo un giudizio positivo. Cambiando il tu, si trasforma anche la lingua che adoperiamo. Se ci rivolgiamo a chi conosce già l’argomento o comunque ha una competenza specifica di filosofia, allora useremo un certo linguaggio. Se parliamo della nostra tesi ad un’amica che studia tutt’altro, allora useremo un’altra lingua più comune, condivisa, senza termini specifici della disciplina. Più in generale, è molto importante capire la comunità di lettori e lettrici potenziali a cui ci rivolgiamo perché questo ha effetti sulla lingua con cui scriviamo.

A me sembra ovvio che una studentessa o uno studente, che scrive una tesi di laurea, ha come primo interlocutore la o il docente con cui prepara la tesi. Tuttavia questo non è evidentemente così ovvio, dato che molti studenti dichiarano di sentirsi soli nell’elaborazione della tesi e non sanno come e quanto arrischiarsi, mentre se risultasse chiaro che una tesi è scritta certo da uno, ma in rapporto ad un docente che la legge e dà dei consigli, allora la scrittura sarebbe una pratica caricata di minor ansia. Più serena. Per questo tante volte nel laboratorio abbiamo ripetuto che una tesi è il risultato di una relazione tra una studentessa o studente e una docente (o un docente). Una relazione non paritaria, ma fruttuosa quando c’è fiducia. Tuttavia questa relazione a due non è ancora la comunità più grande di lettori.

Premetto che al laboratorio hanno partecipato via via studenti di filosofia, pedagogia, psicologia, antropologia perché in alcuni periodi ci sono stati docenti di queste aree. Mi riferisco a Luisa Muraro, Wanda Tommasi e me, di filosofia, Antonia De Vita di pedagogia, Anna Paini di antropologia e Federica De Cordova di psicologia. Qui mi limiterà a prendere come esempi le scrittura di certe tesi di filosofia, anche se il discorso è simile per le altre discipline.

Nei criteri dell’università il vincolo della dicibilità di un discorso – e dunque della sua scrittura – è dato dal fatto che venga accettato da parte della comunità scientifica. Ma che cos’è comunità scientifica, soprattutto nel caso della filosofia che si propone di parlare di questioni rivolte a tutti, che coinvolgano l’esistenza comune? Se la filosofia – come tutte le studentesse e gli studenti di filosofia per lo più pensano – ha un valore più grande di un sapere disciplinare, allora faranno parte della comunità scientifica non solo gli esperti di filosofia, ma anche una comunità di lettori conosciuti e potenziali molto più ampia di coloro che se ne occupano per professione. Da qui l’invito che nel laboratorio abbiamo espresso affinché le, gli studenti seguissero la pratica di rivolgersi alle persone amiche, che non hanno studiato filosofia, ma possono avere interesse per l’argomento della tesi. E che le coinvolgessero. Ne sono venuti da parte loro racconti d’esperienza interessanti. Non soltanto le amiche e gli amici ma anche tante mamme sono state coinvolte, soprattutto da parte delle studentesse. Certamente – a quel punto – la scrittura della tesi ha preso slancio e uno stile meno involuto, con una lingua più sciolta e aperta9.

Ho sempre considerato particolarmente vitale cercare il linguaggio che potesse essere comprensibile contemporaneamente a chi conosce bene la filosofia e a quelle lettrici e lettori interessati alle questioni, a cui il testo allude. Sperimentare un certo modo di scrivere è una scommessa che va affrontata via via nella pratica. Si prova il linguaggio adatto in ogni nuovo scritto, trasformando il linguaggio filosofico attraverso le potenzialità che la lingua materna offre. 

Quasi sempre, aiutando a scrivere le tesi, mi sono trovata ad affrontare un doppio ostacolo. Si tratta di due tendenze, a prima vista diverse, ma in realtà complementari. Mi riferisco al fatto che una parte degli studenti, sia ragazze che ragazzi, hanno in mente un ideale di scrittura accademica che di fatto non esiste. Nessuno dei docenti universitari di filosofia che conosco, neanche il più legato alla tradizione, l’adopera. È un modello di scrittura asettica, che presuppone una specie di disciplina ascetica di epurazione di quanto di affettivo, passionale, soggettivo può essere detto. Ha sullo sfondo una concezione oggettivante del sapere. Questa immagine di scrittura razionalizzante viene loro evidentemente suggerita da un fantasma di accademia, che esiste solo nella loro mente.

Altri al contrario esprimono il desiderio di essere originali. Di dire finalmente quel che pensano dopo anni di esami ed esami, per i quali hanno dovuto semplicemente ripetere i testi in programma scelti dai docenti. Questo desiderio di originalità è complementare all’ascesi della pura oggettività scientifica. Naturalmente non si tratta di cercare un giusto equilibrio tra soggettività e oggettività. Il fatto è che entrambe queste tendenze sono frutto di un altro fantasma che circola ampiamente nella nostra tradizione culturale: o si è oggettivi oppure si scrive soggettivamente, ma allora che differenza c’è tra una tesi e un diario? Il pensiero femminile ha combattuto questa dicotomia, mostrando che noi siamo sempre all’interno della realtà di cui parliamo, e perciò quel che diciamo ha a che fare con il nostro particolare coinvolgimento in essa.

Di frequente in filosofia si scrivono tesi a partire da testi di grandi filosofe e filosofi. Avviene soprattutto alle studentesse (più che ai maschi) che si innamorino dei grandi testi filosofici, perché sembra loro di trovare le parole esatte di quel che vivono. Allora è difficile per loro fare una tesi perché sembra che Simone Weil – per fare un esempio – abbia già detto tutto e che la si possa solo ripetere. Finiscono per farla propria, introiettarla, esprimendosi attraverso le sue riflessioni, il suo linguaggio. 

Ne parla Wanda Tommasi, descrivendo un’inclinazione femminile all’amore che stravolge, «che trasforma l’oggetto amato fino al punto da farne altro da ciò che era e da strapparlo così alla tradizione, per farlo rivivere nel presente, nell’incandescenza di un’attualità che tutto brucia nella fiamma viva d’amore»10. È un amore che stravolge i libri amati inserendoli in un’esperienza femminile vivente. In questo modo la soggettività si fa più grande, si nutre di quei testi, diventa altra. È un’operazione simbolica delicata quella per cui si riesce a conservare la preziosità di questo passaggio e a rendere comunicabile l’arricchimento avuto, uscendo allo stesso tempo da una condizione soltanto mimetica. 

L’irrinunciabile e la disposizione

Il filo conduttore del laboratorio – l’insegnamento principale – è stato invitare le, gli studenti a mettere a fuoco e dirsi quale fosse l’irrinunciabile, cioè che cosa volevano assolutamente che fosse presente nella loro tesi. Dell’irrinunciabile aveva parlato soprattutto Antonia De Vita e poi era rimasto il tema su cui abbiamo più insistito tutte noi docenti. Già anche solo individuare che cosa doveva esserci in modo inaggirabile nella tesi per poter sentirla all’altezza del proprio desiderio aveva la capacità di porre la scrittura della tesi in una prospettiva piuttosto che un’altra. Creava distanza nei confronti della pensatrice amata, perché inevitabilmente se ne metteva in evidenza alcuni aspetti più di altri. Ciò permetteva di scostarsi dalla letteralità, per cui alcune studentesse desideravano portare tutto, ma proprio tutto della filosofa prescelta nella scrittura. 

È un buon primo passo per mostrare il taglio della tesi, per cui alcuni temi sono essenziali, mentre altri sono secondari e possono essere tagliati via. Tralasciati. 

Un’altra pratica per mantenere una fedeltà alla filosofa o filosofo amati e allo stesso tempo scostarsi senza rimanere incollati al testo in forma mimetica è stata l’invitare a disporre il testo della tesi per blocchi. Blocchi trasferibili e nuovamente assemblabili secondo un gusto giusto dell’insieme.

Solo poi mi sono resa conto che, facendo così, stavo suggerendo la pratica molto antica della dispositio. Mi riferisco alla disposizione delle parti di un discorso, che è molto importante per lo svilupparsi di un pensiero nella sua articolazione. Perché mettiamo un certo pensiero proprio agli inizi? E perché un altro subito dopo? Che connessioni facciamo tra l’uno e l’altro? Sono connessioni implicite oppure possiamo esplicitarle11?

Quello che ho imparato lavorando con le studentesse e gli studenti è che c’è un rapporto molto preciso tra una certa intenzione di significare e la scelta di una determinata disposizione del discorso piuttosto che un’altra. 

Porto un esempio. Per molte, dopo una prima difficoltà ad iniziare, sembra che poi quello che scrivono sia incollato necessariamente alla questione come una seconda pelle. Che sia l’unico modo possibile per scrivere quel che hanno capito. Ho in mente una studentessa che ha scritto una tesi interessante su Carla Lonzi. Metteva sulla pagina quel che le veniva in mente e poi il pensiero successivo, accostato. Questo processo per associazioni secondo il percorso di idee esattamente così come le veniva in mente, era l’unico percorso che poteva seguire nella scrittura. L’immediatezza delle sue associazioni era per lei garanzia di autenticità. In questo si sentiva in sintonia con lo stile di scrittura di Carla Lonzi nel suo diario Taci, anzi parla.

Ora, il lavoro che abbiamo fatto assieme è consistito nella presa di coscienza che la fedeltà all’immediatezza delle associazioni, “che vengono in mente una dopo l’altra”, può diventare sicuramente uno stile di pensiero e di scrittura, se però lo si pratica con consapevolezza, scegliendolo per differenza da altri percorsi di ragionamento, che hanno scansioni e organizzazioni del discorso diverse da questa. Allora diventa una scelta che ha senso in rapporto all’argomento. Se assunta con intelligenza, trasforma la costrizione in una libertà di pensiero. È così che si ha una scrittura filosofica in sintonia con quel che si sente di dover dire.

Luce Irigaray, ad esempio, ha portato questo stile associativo – basato su passaggi fluttuanti – ad una grandezza filosofica, che tutti le riconoscono. Lo ha praticato in modo da decostruire ironicamente i testi della tradizione maschile, da allargare l’ambito delle questioni che le stavano a cuore, e alludere a nuovi contesti senza definirli e senza oggettivarli. Questo tipo di scrittura è evidente soprattutto in Speculum. L’altra donna. Facendo una scelta consapevole di questo stile, lei l’ha mostrato come una delle chiave più importanti del suo percorso filosofico12.

Il punto centrale è come trasformare una certa inclinazione nel disporre il discorso in qualche cosa d’altro e di simile: in un preciso percorso di scrittura che corrisponda profondamente al movimento di pensiero. Qualsiasi testo ha una organizzazione implicita o esplicita. Meglio allora saperlo e disporlo ad arte e con cura in modo da restituire il movimento vivo del ragionare, piuttosto che lasciarlo al caso, senza consapevolezza né amore. 

I ragazzi, per lo più, hanno un rapporto più distaccato con la scrittura e quel che leggono. Per le ragazze è più complesso perché oscillano tra l’amore per il testo e il desiderio di esprimersi soggettivamente. È difficile convincerle che alcune pagine che mi hanno portato in lettura possono essere modificate senza tradirle. Il mio modo di persuaderle è che le grandi filosofe e i grandi filosofi hanno seguito alcuni stili piuttosto che altri e che questa è stata la cifra del loro pensiero. Non c’è stata da parte loro strategia fredda e convenzionale, ma una ricerca di quella disposizione che era in sintonia intima con quel che andavano dicendo e scoprendo.

È in questa chiave che spesso le ho invitate a leggere i grandi testi filosofici. Simone Weil, ad esempio, ha come motore del suo procedere l’analogia. Sosteneva che esiste una analogia tra più piani della realtà, posti in relazione con un piano incommensurabile agli altri. Questo era un tema centrale della sua filosofia e, se si va a vedere cosa fa per costruire i suoi testi, si vedrà che il motore è quello dell’analogia tra i blocchi tematici trattati, sempre in rapporto a qualcosa di incommensurabile ad essi13. Hannah Arendt invece usava la tecnica del riciclo per scrivere. Come sostiene Lorena Fuster, Arendt tesse il suo discorso filosofico, muovendosi per tagli, dando spazio a frammenti, senza mai avere l’intenzione di raccoglierli sintetizzati in una unità. I suoi testi sono come degli orditi di una quantità enorme di frammenti14. Per questo ricicla, cioè dà nuova vita, un nuovo ciclo, a figure, immagini, estrapolandole dal contesto nel quale sono nate e inserendole in testi che non le prevedono. In questo senso dà molta importanza alle storie viste come parabole, come immagini enigmatiche che portano un loro senso segreto, continuamente da interrogare. Questo le permette di scrivere testi di frontiera, al confine tra la filosofia, la teoria politica, la biografia, la critica letteraria15. Simone Weil e Hannah Arendt sono state due donne libere, due donne che hanno pensato. E questo le ha portate a trasformare le forme del linguaggio pur restando all’interno del linguaggio di tutti.

Devo dire che ancora più efficace nel guidare studentesse e studenti a trovare il proprio ritmo nello scrivere è stato parlare di alcuni precisi stili filosofici che avevo visto via via affiorare in tesi già ormai concluse di studenti come loro. Ho imparato con il tempo ad andare incontro e ad aiutare l’inclinazione soggettiva ad un certo procedere del discorso filosofico piuttosto che un altro. A volte proprio arrendendomi alla loro inclinazione. 

Ho visto soprattutto ragazze individuare nei testi della grande filosofia alcune immagini chiave, ruotanti attorno a parole fondamentali. E poi le ho viste costruire la tessitura della tesi come a raggiera, avendo al centro queste immagini. Ad esempio “attenzione” o “malheur” in Simone Weil, “le viscere” in María Zambrano, e così via. Come se vi fosse una intensità visionaria e rivelativa in tali immagini, che orientano poi il pensiero in una certa direzione. E per loro è essenziale seguire queste immagini, da cui si irradiano percorsi, per poter scrivere in modo vivo e inventivo16.

Qualche volta mi hanno chiesto di scrivere almeno alcuni capitoli in forma di dialogo, perché questo costituiva per loro la forma più autentica di pensiero. Si tratta di mostrare il pensiero come un processo a più voci non mai del tutto concluso, tessuto di obiezioni, aggiunte, conflitti.

In più ricordo una studentessa che ha scritto una bella tesi su Ingeborg Bachmann, e non riusciva a portarmi delle pagine, se non trovava il ritmo musicale del pensiero nello scriverle. Era il ritmo per lei l’unico elemento che poteva tessere la disposizione del discorso. Ed effettivamente altrimenti era nel caos di pensiero ma anche esistenziale. La vedevo ora passare dal caos alla felicità del ritmo che orientava il senso, disponendo il discorso, e poi di nuovo perdere ritmo e scivolare in un disordine angoscioso, dove non capiva più qual era la sua intenzione. Che cosa voleva dire. Del resto il ritmo non è solo un elemento musicale, corporeo, del significante, ma è la prima sintassi del pensiero.

Osservare queste differenze tra i diversi stili di pensiero è assolutamente affascinante. Si scopre così che non c’è un unico pensiero che può essere espresso con diversi ritmi, stili, ma ci sono diversi ritmi, stili, linguaggi, che sostengono processi diversi di pensiero. Quando vedo una tendenza chiara, che si sta formando nella tesi delle studentesse, le invito a ragionarci. Per i maschi è un po’ diverso. Solo a volte esprimono un desiderio preciso di stile di scrittura. Per lo più sono presi dal loro argomento. Quando scelgono intenzionalmente uno stile, in genere è quello di ordinare il testo in aforismi numerati, come nei testi di Wittgenstein: mi sembra una strategia che interiormente permette loro una grande libertà associata ad un bisogno di ritmo ordinato di pensiero. Quasi matematico.

La scrittura di una tesi come via di trasformazione è legata al prendere coscienza delle scelte inconsapevoli e immediate, per trovare uno stile di disposizione del pensiero, non arbitrario, ma in un intimo legame con quel primo e iniziale movimento.

Elogio delle note

Sembrerà strano che ora per concludere io vada a difendere l’uso della bibliografia secondaria, cioè la lettura di testi di studiose e studiosi sull’argomento scelto, e l’uso delle note. Entrambe sono infatti richieste rituali da parte della scrittura accademica, considerate noiose e imposte dall’accademia. Perché – molti studenti obiettano –, se ci si occupa del pensiero politico di Hannah Arendt, bisogna leggere gli autori che hanno scritto su di lei negli ultimi anni? Non è sufficiente la lettura personale e il dialogo con la docente o il docente? Non è lei o lui a garantire? Non è una perdita di tempo? E perché le note, se non per dar conto di questi altri lettori, in fondo inutili rispetto alla lettura in prima persona di Hannah Arendt?

Leggere gli studiosi che parlano degli argomenti che una studentessa o uno studente affrontano nella tesi fa conoscere il pensiero di donne e uomini che si sono interessati a fondo e con passione a quel che li coinvolge nel lavoro di tesi. Quanto più si ascolta quello che loro hanno da dire, tanto più si coglie la propria singolare differenza nell’affrontare il tema e quel che si vuole dire. Perché l’intenzione che ci guida non è sempre chiara e la comprendiamo per vicinanza e differenza da altri che ne hanno parlato. Inoltre questa pratica insegna a tener conto che c’è un dibattito pubblico in corso e che il mondo pubblico è molto più ampio e si muove indipendentemente dal singolo, fino a quando non si interviene in esso con il proprio contributo.

Le note allora sono lo spazio per dare conto di tutto questo. È nelle note che indichiamo a chi ci legge chi è per noi una fonte importante per il nostro discorso. Mary Daly, una teologa statunitense, ha indicato nelle note come proprie fonti non solo i testi di grandi teologi e teologhe, ma anche certe conversazioni con amiche, avvenute in luoghi casuali – non deputati al pensiero ufficiale – come a casa sua o camminando per strada. È questo il modo che lei ha scelto per far capire che la comunità di pensiero, che l’ha sostenuta simbolicamente e con cui è stata in dialogo, non è fatta solo di testi riconosciuti come importanti nella disciplina, ma di conversazioni al caffè, a casa, quando queste sono state la via per capire aspetti essenziali di ciò che le stava a cuore17.

Riconoscere dentro di sé con esattezza che cosa e chi è stato effettivamente importante per il pensiero che si va facendo nella scrittura e darne conto pubblicamente in un testo dà una grande autonomia nei confronti delle richieste accademiche, che indicano le fonti solo nei limiti della disciplina. Segnalare pubblicamente tali fonti, sia quelle più correnti ma soprattutto quelle anomale ma fondamentali per sé, è una delle condizioni per un pensiero libero. Ho tanto ripetuto con chi scriveva la tesi che le note sono uno spazio che si può gestire tranquillamente mostrando i percorsi fatti, raccontando da che cosa venga materialmente il proprio sapere, quali siano state le conversazioni più importanti per capire come orientarsi. 

Per ciò in conclusione metto come nota simbolica a piè di pagina di questo testo che ho scritto la fonte più importante del mio discorso, cioè le conversazioni al laboratorio tesi di laurea non solo con le docenti ma anche e soprattutto con le,gli studenti, che via via si sono avvicendati per poi laurearsi. Ho ancora in mente i loro visi, le loro voci, assieme alle osservazioni, dubbi, racconti di pratiche, desideri.

1 Testi che parlano di autoriforma o ad essa ispirati: Gruppo delle studentesse Ilmatar, L’università di tutte noi, Università di Verona 1992; Antonietta Lelario, Vita Cosentino, Guido Armellini (cur.), Buone notizie dalla scuola. Fatti e parole del movimento di autoriforma, Pratiche, Milano,1998; Luisa Muraro, Pier Aldo Rovatti (cur.), Lettere dall’università, Filema, Napoli 1996.

2 De Vita Antonia, All’università: qualità sociale e vita associata, in Anna Maria Piussi, RemeiArnaus (cur.), Università fertile. Una scommessa politica, Rosenberg &Sellier, Torino 2011.

3 Flannery O’ Connor, Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere, minimum fax, Roma 2003.

4 Cfr. María Zambrano, Verso un sapere dell’anima, tr. it. a cura di Rosella Prezzo, Raffaello Cortina, Milano 1996, p. 4: «Non comunicai a nessuno la mia decisione di abbandonare lo studio filosofico, finché un giorno indimenticabile […] entrò un raggio di luce attraverso una tendina nera. […] Il professor Zubiri stava spiegando […] le Categorie di Aristotele. In un attimo mi ritrovai, non tanto presa da una rivelazione folgorante, quanto pervasa da qualcosa che si è sempre più rivelato più adatto al mio pensiero: la penombra toccata d’allegria. E allora, in silenzio […] si dischiuse, a poco a poco, come un fiore, la sensazione che non avevo forse alcun motivo per abbandonare la filosofia.»

5 Cfr. Simone Weil, Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio, in Ead., Attesa di Dio, tr. it. a cura di Maria Concetta Sala, con un saggio di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano 2008, pp. 191-201.

6 Cfr. Georg W. F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, tr. it. di Enrico De Negri, La nuova Italia, Firenze 1996, pp. 61-69.

7 Cfr. ivi, p. 69.

8 Cfr. Umberto Eco, Come si fa una tesi di laurea, Bompiani, Milano 1977.

9 Ricordo che nelle discussioni del laboratorio questa questione era stata posta proprio agli inizi, quando il laboratorio era guidato da Luisa Muraro, che aveva particolarmente a cuore il pensare in forma nuova il riferimento alla comunità scientifica e la modificazione dei criteri per pensarla, passaggio necessario per trasformare la scrittura di tesi, o comunque una scrittura che volesse essere scientifica in forma allargata.

10 Wanda Tommasi, Di madre in figlia, in Aa. Vv., Diotima. Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, Liguori, Napoli 2002, p. 13. 

11 Cfr. Roland Barthes, La retorica antica, trad. it. di Paolo Fabbri, Bompiani, Milano 1972, pp. 89 – 108. 

12 Si veda Luce Irigaray, Speculum. L’altra donna, trad. it. di Luisa Muraro, Feltrinelli, Milano 1977.

13 Cfr. Simone Weil, Quaderni, vol. 1°, a cura di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano 1982, pp. 200 – 201 e Ead., Quaderni; vol. 2°, a cura di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano 1985, pag. 185.

14 Su questa inclinazione di Arendt a collegare frammenti per costruire un testo, Fina Birulés scrive che Arendt riprende e trasforma la tecnica del collage di Benjamin. Cfr. Fina Birulés, Una herencia sin testamento: Hannah Arendt, Herder, Barcelona 2007, pp. 184 – 186.

15 Cfr. Àngela Lorena Fuster Peirò, La imaginaciò arrelada. Una proposta interpretativa a partir de Hannah Arendt, tesi doctoral, Universitat de Barcelona, settembre 2010.

16 María Zambrano parla delle immagini che condensano e irradiano in particolare in María Zambrano, Note di un metodo, a cura di Stefania Tarantino, Filema, Napoli 2003, pp. 92 – 94.

17 Vedi ad esempio nella nuova introduzione ad Al di là di Dio Padre la nota 1, dove fa riferimento ad una conversazione telefonica avvenuta nell’agosto del 1984 e la nota 22, dove si riferisce ad una conversazione in presenza avvenuta a Boston sempre nel 1984 e dove, parlando con lei, Suzanne Melendy nominò per la prima volta l’idea di Margine come situato tra mondi, che Daly riprende nel testo. Cfr. Mary Daly, Al di là di Dio Padre trad. it. di Donatella Maisano e Maureen Lister, Editori Riuniti, Roma 1990, pp. XXXI – XXXII.