Il fragile confine tra il sacro e l’esperienza comune della natura
In geologia il tempo profondo rappresenta la vastità temporale che precede l’umanità. Parliamo di oltre 4 miliardi di anni in cui la Terra si è formata, attraverso lentissimi o repentini cambiamenti, ed è diventata il complesso pianeta di cui oggi siamo parte. Questa scoperta, tutto sommato recente, ha portato uno sconvolgimento non trascurabile nell’immaginario umano e ha, ultimamente, coinvolto anche il mio. Voglio qui fare un passo in più, cioè non solo considerare il tempo profondo come ciò che precede l’umanità ma semmai raccontare di come sentirmi coinvolta nei processi di metamorfosi della Terra, il prendere sul serio la partecipazione a questo tempo insieme ad altre componenti viventi e non viventi, sia diventato per me significativo e abbia arricchito l’esperienza di nuovo senso.
Propongo quindi una riflessione su come l’incontro con le rocce possa aprire alla dimensione del sacro e il sapere guadagnato su queste rocce possa supportare tale accadimento, purché si preservi il mistero che ci avvolge insieme agli elementi minerali, animali e vegetali nella storia della Terra.
Continuerò presentando delle osservazioni su un contesto estrattivo (cioè di estrazione mineraria).
Qualche tempo fa, leggendo testi riguardanti naturalisti che hanno lavorato tra Sei e Ottocento, ho scoperto la presenza di alcuni luoghi in Italia la cui osservazione è stata importante per la nascita della geologia come scienza moderna e per capire alcuni funzionamenti della Terra, mi riferisco soprattutto al territorio dei Campi Flegrei. Leggere questi studi e osservare le tavole commissionate dai naturalisti ai pittori che li supportavano nell’osservazione (in cui erano presenti vedute, riproduzioni di rocce magmatiche, campioni di lava vetrificata, di crateri estinti e di altri ancora fumanti) ha avuto un effetto particolarmente attrattivo su di me. Per la prima volta capivo che quei sassi, quei materiali, quei paesaggi erano ricchi di informazione. Sono stata avvolta da un senso di nostalgia, come un bisogno di essere in quei luoghi, tanto da frequentarli non appena avessi del tempo libero dal lavoro. Solfatara, Monte Nuovo, Astroni, Miseno, ma anche le pendici del Vesuvio, i dintorni dell’Etna. Una volta immersa in quel paesaggio vulcanico, dove si percepisce la perpetua forza creatrice e anche trasformatrice della natura, insieme alla connessione che questi vulcani e dunque queste terre hanno tra loro, ho provato la sensazione di essere molto prossima a qualcosa di grande e misterioso e, allo stesso tempo, qualcosa che si rivelava come reale. Sono stata totalmente coinvolta, nell’immaginario, dal processo profondo dei movimenti geologici, del corpo maestoso e mutevole della Terra, insieme alle teorie e alle cosmologie che quei naturalisti hanno elaborato.
È questa porzione di realtà, che per lo più rimane oscurata quando siamo presi dalle nostre faccende umane, che qui vorrei illuminare: quella dello snodarsi della storia della Terradi cui anche io e voisiamo parte, insieme agli altri elementi naturali, a cui le rocce ci rinviano.
Sappiamo che l’attività dei vulcani nel corso del tempo è ciò che ha forgiato le nostre terre (ed è qualcosa che condividiamo con altri pianeti), e che però questo tipo di attività, sulla Terra, ha dato origine alle condizioni che hanno reso possibile il vivente. Raccogliere un frammento vulcanico rosso ruggine, dall’aspetto ferroso, un assaggio delle viscere del nostro pianeta (che contiene un nucleo di ferro) può quindi aprire al mistero del nostro esserci.
Riprendo un’espressione usata da Margherita Morgantin e Lucia Vantini al Grande Seminario del 2020, che è di Alda Merini[1] : “Tornerei sui monti d’Abruzzo, dove non sono mai stata”. Ecco, vicino ai vulcani, con il loro sistema di rocce e stratificazioni che vanno dalla lava, al tufo, al basalto, via via che ci si allontana dagli attuali crateri e si raggiungono i luoghi interessati dalle più antiche eruzioni; vicino ai vulcani, dicevo, dove si percepisce la loro azione plasmatrice di terre e di fertile vegetazione, ho sentito di tornare, in qualche modo, ad una terra primordiale, dove tutto ebbe origine e dove non ero mai stata. Eppure, voglio proprio usare il termine tornare perché, grazie ad una intensificazione dell’attenzione e dello sguardo, mi si sono rivelati quei fili che provengono dall’antichità della Terra e giungono fino a noi. Si sono rese manifeste le tracce che collegano, dal passato fino ad oggi, come trame invisibili, gli elementi minerali terrestri agli esseri viventi. Ecco allora perché il mio andare in un ambiente dall’aspetto primordiale è in qualche modo un tornare. Se consideriamo i legami con le forme di vita e gli ambienti ancestrali con cui abbiamo a che fare quotidianamente, infatti, è un po’ come se fossimo già stati presenti l’uno all’altro, ma in maniera solo qualche volta intuita, per lo più inconsapevole.
Per esempio, penso a come si sono formati animali, vegetali e anche minerali nel corso di una creativa e importante differenziazione, ma a partire da un tessuto chimico comune, sviluppando una sempre maggiore complessità. Processo, questo, che pare appartenere anche alla sfera delle pietre (così come gli antichi microorganismi non respiravano ossigeno fino a un dato momento, ma ossidavano ferro, anche il regno minerale si è modificato nel corso del tempo, molte specie si sono formate solo in seguito alla comparsa della massiccia produzione di ossigeno operata dalla fotosintesi o in seno ad organismi viventi). Penso anche ai batteri, le più ancestrali forme di vita, che ancora si sviluppano con noi, nell’apparato digerente, sulla nostra pelle e così via. Secondo la simbiontologia della microbiologa Lynn Margulis, la comparsa della novità nella materia organica, per esempio il passaggio da procariote a eucariote e così via, deriverebbe dalla associazione e collaborazione di batteri, quindi ogni passaggio in termini evolutivi sarebbe opera dei batteri. Prendere in considerazione il ruolo della simbiosi dei batteri cambia la prospettiva e ha addirittura ispirato il termine condividui (da preferire a individui) per ricordare come siamo costituiti dalla collaborazione di innumerevoli organismi.[2]
Impronte di antichi mari abitati, quelli dove la vita è andata sviluppandosi e differenziandosi, poi, si trovano spesso davanti a noi. Basta percorrere, a Verona, Corso Porta Nuova per accorgersi che stiamo calpestando ammoniti dalle dimensioni a volte strepitose. Quella pietra è un’altra testimonianza di un filo che ci lega a questo passato lontano eppure sempre qui; di fili che ci tessono in una dimensione comune di trasformazione, nel movimento della Terra. Alludono al fatto che stiamo prendendo parte anche noi alla danza delle sue metamorfosi.
Margherita Morgantin, nella sua relazione sul progetto VIP (Violation of Pauli Exclusion Principle) Sopra la montagna, sotto la montagna, svoltosi presso i laboratori di fisica del Gran Sasso, aveva parlato del suo percepire una azione nell’invisibile. Questo agire rimaneva appunto impercettibile nell’esperienza comune in quanto lavorava a livello macroscopico e microscopico. Si trattava dell’influenza della materia oscura e delle microvariazioni rilevabili solo da sofisticati strumenti nell’isolato ambiente roccioso interno al Gran Sasso. Quindi un agire rilevante, eppure troppo grande e troppo lontano nel caso della materia oscura o troppo piccolo e troppo vicino, nel caso delle microvariazioni, per essere comunemente colto dai nostri sensi e tenuto in considerazione dal nostro pensiero. Ma in qualche modo ci riguardava, sosteneva Margherita. Lo stesso vorrei dire dell’invisibile che ci coinvolge nella profondità della storia della Terra, accennato dalla visione di questi ambienti rocciosi primordiali di cui parlo. A livello macro, penso ai grandi movimenti tettonici, geologici, convettivi del nostro pianeta, che avvengono su larga scala ma per lo più in tempi lunghissimi e in modo nascosto. Ancora di più alla trasformazione dei materiali lavici o sedimentari, insieme agli elementi chimici e a flora e fauna di un luogo, in pietra e meravigliose cristallizzazioni in una sorta di rimescolamento, evidente nelle stratificazioni della roccia. A livello micro, penso all’impercettibile attività degli esseri più antichi, i microorganismi che ci compongono, consentendoci di essere vivi e di funzionare. Questo invisibile in azione ha una sua realtà e una sua forza che ci include e ci mostra come in relazione con tutti gli elementi naturali. La percezione di questa integrazione, per me, ha a che fare con il sacro.
Roccia
È la roccia a fare da tramite verso questa rivelazione, ad alludere senza svelare completamente la più ampia trama della vita avvolgendoci in essa. La roccia è come uno scrigno, nelle sue stratificazioni custodisce la storia di mondo vivente e non vivente insieme. Questa sostanza solida e dura, considerata generalmente inerte e immutabile, è il corpo della Terra, dunque soggetta a cambiamenti insieme al mondo animale e vegetale.
Recenti intuizioni della mineralogia ci sostengono nell’immaginare e sentire questo intreccio, questa circolarità o reciprocità tra sfera vivente e non vivente, ambiti che vengono di solito considerati separatamente. Alcuni scienziati, infatti, (penso al gruppo di ricerca diretto da Robert Hazen[3]) parlano di una evoluzione minerale, cioè dell’idea che i minerali si siano trasformati nel corso della storia del nostro pianeta, andando a costituire strutture sempre più complesse e diversificate (proprio come è accaduto agli organismi) in relazione all’ambiente e alla vita biologica. Molte delle undici mila specie mineralogiche catalogate negli ultimi anni sono infatti il prodotto diretto o indiretto dell’interazione con il vivente: consistono nella metamorfosi creativa di materiale organico oppure si forgiano in seno a specie animali o vegetali. Alcuni esempi comunemente riconoscibili ne sono la calcificazione del corallo o il famoso marmo botticino di Brescia, un carbonato di calcio le cui caratteristiche macchiette bianche sono materiale organico fossilizzato, trasformazione di materia vivente in antichi mari. Ciò che accade è che le componenti organiche vengono incorporate e mescolate con gli elementi minerali, dando origine a qualcosa di nuovo. Ecco perché la Terra viene considerata il pianeta con la più vasta geodiversità o diversità mineralogica: proprio grazie alla circolarità tra mondo minerale e mondo vivente. D’altra parte anche la vita, secondo questi recenti studi, fin dalle sue origini è dipesa dal regno minerale: non solo i primi batteri erano litotrofi, cioè si nutrivano delle sostanze minerali del pianeta (essendo queste l’unica energia chimica disponibile prima della fotosintesi), ma essa potrebbe essere emersa proprio in prossimità di superfici solide rocciose anziché, come spesso si è pensato, in un brodo primordiale. Si è visto, infatti, come siano presenti microorganismi anche in luoghi insospettabili, come nelle profondità delle sabbie desertiche o presso rocce incontaminate nelle miniere di oro, oppure presso i crateri vulcanici.
Esiste poi una connessione tra materia non vivente e vivente nella fisica di Ilya Prigogine ed Isabelle Stengers[4], che hanno visto nelle strutture dissipative (strutture che si allontanano dall’equilibrio andando verso il caos), la capacità della materia di diventare in qualche modo ricettiva al contesto caratteristica che appartiene al mondo vivente – e raggiungere una auto-organizzazione.
Ecco allora che abbiamo aperto in molti modi un inatteso legame di parentela[5] tra noi e la roccia.
Cave
Questo legame di parentela si trasforma in amicizia quando ci accorgiamo che la roccia non è solo in montagna o vicino ai vulcani, ma compagna delle nostre comuni azioni: è piano d’appoggio dentro alle nostre case, colonna delle chiese, pavimento delle strade di città (penso al lastricato romano che qui a Verona è basalto, ovvero la pietra che prima di tutte ha formato la crosta terrestre, di origine vulcanica, proveniente dai Colli Euganei). Per alcuni, la roccia è oggetto di ancora maggiore prossimità, in quanto al centro del loro lavoro.
Adriana Giannini racconta che Lynn Margulis, per studiare i batteri, raggiungeva un certo lago, si spogliava e si tuffava spingendosi a nuoto fino ai rami di quercia acquatica alla quale si avviluppavano le colonie di briozoi. L’esperienza era ancora più intensa nei giorni di pioggia e vento. Sentiva che aggrappandosi ai rami in acqua si instaurava un rapporto di intimo contatto tra il proprio corpo e la meta della sua ricerca, quindi affermava: “Se non prendi coscienza con tutta te stessa, non capirai mai!”. È così che quel lago è diventato caro per lei, tanto che vi sono state gettate le sue ceneri.[6]
Riprendo questa figura per dire che proprio facendo esperienza con tutta me stessa dei luoghi vulcanici che ho studiato e descritto (immergendomi quasi in solitudine, con la fatica del corpo per raggiungerli e fotografarli, osservandoli tenendo a mente le interpretazioni di naturalisti e scienziati), ho intuito intimamente qualcosa che da allora porto sempre con me. È avvenuta una trasformazione nel modo di vivere e di guardare le rocce che si estende a quelle con cui ho da sempre una familiarità, quelle vicino casa, come se questo rapporto avesse acquisito una qualità nuova.
Nel luogo dove io sono nata, infatti, il legame con la pietra è persistente. La Chiusa della Valdadige, con il suo suggestivo canyon di roccia e nelle cui sinuosità scorre il fiume, si apre alla vallata. Ecco il mio paese. Le montagne si allargano. E lì comincia il loro uso pratico. Una grande cava di calcare apre la montagna mostrandone la conformazione interna. Negli ultimi dieci anni, la sua vastità è progredita rapidamente, raddoppiando, e forse più, la superficie cavata rispetto ai venti anni precedenti.
La cava sorge davanti alle case. Qui, tra le undici e mezzogiorno, ogni mattina, una sirena annuncia la detonazione della mina. Tutto il paese prende parte all’evento avvisato da questo allarme. D’improvviso il grande boato, i vetri delle case tremano, il fumo si alza dalla montagna. Segue il rumore dello sgretolamento della roccia. Allora si arrestano per un istante le attività degli abitanti: uno sguardo dalla finestra viene naturale, dove si vede la pietra gialla sbriciolare, come una cascata. Il suo fruscio raggiunge ogni casa. Per esperienza dico che non vi è stato mai un giorno che questo evento sia stato inavvertito. C’è come una partecipazione collettiva allo smantellamento della montagna, che lega le persone alla roccia e insieme alla storia di quel posto.
Per alcuni di noi, è ormai qualcosa di triste. La montagna viene portata via, in luoghi lontani, pezzo dopo pezzo, giorno dopo giorno. Ma quella montagna è anche nostra: nostra amica, nostra compagna.[7] . Ed è ancora più preziosa perché conserva nei suoi strati la storia del luogo, un po’ come i nostri documenti o i nostri ricordi.
Nello stesso paese, poi, sorge una zona industriale interamente dedicata alla lavorazione del marmo. Lì, le rocce grezze più belle da tutto il mondo arrivano giornalmente, in blocchi: onice blu dalla Cina, granito alpino, marmi verdi dal Brasile, neri dal Marocco… Tolte le polveri e lucidati, questi materiali, una volta esposti in vetrina, rivelano i loro cristalli, le venature, le gradazioni. Esprimono il meglio della loro bellezza e complessità. Vengono però tagliati e trasformati in oggetti, piastrelle, davanzali o sculture. Migliaia di persone, ogni giorno, si spostano dai paesi limitrofi per prendere parte a questa lavorazione della roccia, che è destrutturazione e insieme valorizzazione della stessa.
Se teniamo in considerazione il problema ambientale causato dall’attività estrattiva (disboscamento, inquinamento delle acque dove vengono riversati i fanghi e i metalli di scarto, smantellamento del sistema di compresenze di cui è fatta la montagna – lombrichi e piccoli insetti che compongono l’humus, funghi, piccoli roditori e mammiferi; animali e vegetali vivi e non più viventi che prendono parte alle trasformazioni del suolo e della roccia) e i pericoli per i lavoratori e per le persone che abitano la zona, allora marmo o pietra diventano parole che vivono come un’espansione o una trasformazione di significato[8]: sono l’intimo pavimento di casa, lastra splendente nelle vetrine delle aziende, sostentamento dei paesi tra Valdadige e Valpolicella. Per alcuni ricchezza, oggetto di lusso da vendere in Oman o in Qatar. Allo stesso tempo, anche polveri di silicio da inalare, liberazione di elementi tossici, rumore incessante dei macchinari, pericolo per mani e piedi nelle fasi di spostamento. E ancora, scarto acido da riversare in fiume, materia sottratta alle montagne. Scavo che riporta all’aria ciò che la terra aveva inglobato al suo interno nel corso di milioni di anni, nei suoi circuiti di riciclo, e messo al riparo da noi. Testimonianza creativa delle rivoluzioni del nostro pianeta, che si esprime oggi attraverso una varietà di strutture, forme e colori. (Di nuovo insisto sul termine “creativa” per indicare come la varietà delle forme e dei colori dei minerali sia il frutto di una interazione originale e sempre diversa tra materiale chimico ed organico). Ogni lastra di marmo è una storia, racconta del luogo e degli esseri che lo hanno abitato, che essa ingloba.
Come si coniuga, allora, questo sapere sulla roccia con l’aumento dell’attività estrattiva che ha preso dimensioni vastissime in tutti i continenti negli ultimi decenni, e lo smantellamento di questi scrigni di informazione, per essere trasformati in oggetto d’uso (penso anche ai metalli e ai minerali sempre più richiesti dall’elettronica) o bene di lusso?
Esiste infatti una contraddizione importante: da un lato, come si è detto, l’attività estrattiva massiccia è problematica in termini ambientali e per la vita di lavoratori ed abitanti delle zone di scavo.[9] Dall’altro lato, è proprio grazie a questa attività di apertura della montagna, alla distribuzione del suo materiale nelle nostre città, alla maestria professionale guadagnata dai marmisti e dai cavatori, che possiamo apprezzarne la bellezza dei materiali e percepirne la complessità che ho appena mostrato, avvicinandoci al mondo minerale.
Non posso dire se sia bene o male togliere queste rocce dai luoghi in cui il movimento invisibile in azione le ha poste. Voglio dunque restare nella contraddizione che ho suggerito, sostenendo però che forse un utilizzo locale, non intensivo delle cave, potrebbe risultare più equilibrato. Proprio il rapporto di vicinato e di amicizia con la roccia potrebbe aiutare a cavare quanto basta, perché gli abitanti vedono cosa accade alla montagna e così possono prendere la misura di quanto farlo. Geologi ed imprenditori potrebbero consultare gli abitanti e tenerne in considerazione il parere, in un’ottica di condivisione; così come hanno fatto, in altri contesti, alcuni imprenditori illuminati come Adriano Olivetti.
Quello che però mi interessa, qui, è sottolineare che la roccia può accennare al sacro. Proprio questo sentire può aprire al desiderio di incontrarla, la roccia, senza possederla o fermarne la trasformazione. Quando il sacro ci si rivela per un istante, la roccia viene preservata dalla distruzione. Nasce un’amicizia. Una prossimità tra noi ed essa. Sentiamo che stiamo partecipando a qualcosa di più grande, insieme.
Ecco il fragile confine tra l’esperienza comune della natura e il sacro.
Fanno parte dell’esperienza comune avere oggetti di pietra in casa, lavorare in una segheria di marmo, camminare in Corso Porta Nuova. Quando ci fermiamo all’esperienza comune, possiamo lasciarci prendere dall’assecondare una produzione sempre crescente o considerare questo materiale solo nel suo valore d’uso. La complessità della roccia che ci avvolge, rimane come indifferente, non percepita. Sento allora che qualcosa rimane inascoltato. È il darsi della montagna, per la sua vasta ferita in mezzo al bosco. Ma anche per il suo aspetto interno di bellezza raffinata. Per le sue stratificazioni, che rivelano a uno sguardo denso di immaginario, un comune essere parte di processi lentissimi e poderosi, insieme a tutti gli elementi naturali.
Sento invece che qualcosa è salvo se faccio leva su questa esperienza di senso che offre la percezione del sacro.
Vorrei terminare con un breve racconto. Dopo aver lavorato sulle rocce, come ho detto, riscoprendo la relazione tra le persone e il mondo minerale, mi è capitato questo. Un giorno, a casa della zia, noto una vecchia cornice con l’immagine sbiadita di una santa. “Che cos’è?” chiedo. “Tuo nonno faceva il minatore, cioè colui che sparava la mina in cava. Allora la nonna aveva appeso in cucina questo quadro di Santa Barbara, protettrice dei minatori.” Mi piace pensare a questo quadro di Santa Barbara come intermediario tra la nonna e il nonno, mentre erano distanti. Lei a casa, lui esposto al rischio della detonazione. In contatto per mezzo della santa: la nonna ogni giorno glielo affidava.
Allora concludo con una espressione di Gregory Bateson: “la più ricca conoscenza dell’albero comprende sia il mito che la botanica”[10]. Lo stesso vale per la conoscenza della roccia, per dire questo intreccio tra mondo umano e minerale, tra me e la pietra.
Bibliografia
Bateson Gregory, Bateson Mary Catherine, Dove gli angeli esitano, trad. it. Di Giuseppe Longo, Adelphi 1989
Diotto Caterina, “Orientarsi con l’eco” in Diotima, L’irrinunciabile. Alla radice dei bisogni, Mimesis 2023
Druckaroff Elsa, Maternità nell’Antropocene, uno sguardo di donna. Una lettura di Distanza di sicurezza, di Samanta Schweblin, in “Per amore del mondo”, Rivista di Diotima, n.19, 2023
Giannini Adriana, Lynn Margulis, la scoperta dell’evoluzione come cooperazione, L’asino d’oro, 2021
Haraway Donna, Chtulucene, trad. it. di Clara Durastanti e Clara Ciccioni, Nero ed., 2019
Hazen Robert, Breve storia della Terra, trad. it. di Allegra Panini, Feltrinelli, 2017
Margulis Lynn, Simbiotic Planet, Basic Books, 1999
Morgantin Margherita, “L’azione nell’invisibile”, in Per amore del mondo, Rivista di Diotima n. 17, 2020
Prigogine Ilya e Stengers Isabelle, Tra il tempo e l’eternità, trad.it di Carlo Tatasciore, Boringhieri 1989
Usher Phillip John, Exterranean. Extraction in the Humanist Anthropocene, Fordam University Press, 2019
Zamboni Chiara, Sentire e scrivere la natura, Mimesis 2020
[1] Margherita Morgantin, “L’azione nell’invisibile”, in Per amore del mondo, Rivista di Diotima n. 17, 2020. Alda Merini, Il bacio, recitata da Alda Merini all’interno della versione musicale del testo interpretata da Giovanni Nuti, in Il muro degli angeli, Album 2017.
[2] Elena Gagliasso e Francesco Remotti, “Siamo individui o condividui? Un incontro tra biologia e antropologia”, in Dialoghi di Pistoia, 25 maggio 2019.
[3] Si veda Robert Hazen, Breve storia della Terra, trad. it. Allegra Panini, Feltrinelli, Milano 2017.
[4] Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, Tra il tempo e l’eternità, trad. it Carlo Tatasciore, Boringhieri 1989
[5] Questo termine è preso in prestito da Donna Haraway, Chtulucene, trad. it. di Clara Durastanti e Clara Ciccioni, Nero ed., 2019.
[6] Adriana Giannini, Lynn Margulis, la scoperta dell’evoluzione come cooperazione, L’asino d’oro, Roma 2021, p. 127.
[7] Caterina Diotto mi ha aiutato a pensare alla relazione con la montagna in termini di amicizia. Nel suo saggio Orientarsi con l’eco, racconta della sua amicizia con il mare e del suo bisogno di sapere “come sta il mare”, vivendo ora lontano da esso. Caterina Diotto, “Orientarsi con l’eco”, in Diotima, L’irrinunciabile. Alla radice dei bisogni, Mimesis, Ariccia (Roma) 2023.
[8] Anche Elsa Druckaroff accenna a qualcosa di simile quando parla della nuova eco di immagini che porta con sé la parola “campo”. Se un tempo significava salute, pascolo selvaggio, forza argentina, oggi porta con sé una venatura di pericolo e tristezza, dati i problemi legati alla coltivazione della soia. Troviamo queste riflessioni nell’articolo Maternità nell’Antropocene, uno sguardo di donna. Una lettura di Distanza di sicurezza, di Samanta Schweblin, in “Per amore del mondo”, Rivista di Diotima, n.19, 2023.
[9] Viene dato spazio a questo problema nel film Antropocene, l’epoca umana di Jennifer Baichwal, Edward Burtynsky, Nicholas De Pencier, 2018 e in particolare nel lavoro fotografico di Edward Burtynsky. Si veda anche Phillip John Usher, Exterranean. Extraction in the Humanist Anthropocene, Fordam University Press, New York 2019. Si tengano presente anche le frequenti lotte contro le miniere dell’America Latina (Per esempio Las mujeres del silencio hanno inscenato diverse proteste performative negli anni, fuori dal quartier generale delle compagnie minerarie di Andalgalà, Catamarca, Argentina) e quelle contro le miniere di carbone in Germania.
[10]Gregory Bateson, Mary Catherine Bateson, Dove gli angeli esitano, trad.it. Giuseppe Longo, Adelphi, Milano 1989, p. 301.
