diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Grande Seminario 2022 - Corpi esposti

Il corpo esposto della madre tra immaginario e simbolico

[1]*

Prima di entrare nel merito del titolo del mio intervento voglio subito precisare che è a partire dalla mia madre reale, Lidia e dal suo corpo esposto, che affronterò la questione dell’immaginario e del simbolico. Vorrei partire da me, dalla mia storia con lei, dalla tenerezza del suo amore e dalla sua temeraria concretezza. Mia madre non solo mi ha messa al mondo, ma mi ha aperto, consegnato, il mondo. È come se per tutta la fase prenatale e natale si fosse preoccupata di forgiare la chiave giusta per me, una chiave magica, un passe-partout attraverso il quale poter aprire e passare attraverso tutte le porte. È una chiave che mi è sempre venuta in soccorso durante le mie continue rinascite che sono ancora in corso….  Io non mi sono mai sentita “gettata” (Geworfenheit, parola heideggeriana) nel mondo e, forse, è proprio per questo che non ho mai potuto accettare il pensiero heideggeriano della gettatezza e dell’essere per la morte.  Per Heidegger, come ha notato la filosofa e fenomenologa Edith Stein, nella gettatezza l’essere umano esiste senza sapere come sia giunto all’esserci e, proprio per questo, ciò che gli si apre di fronte è l’abisso del nulla. La sua lettura critica di Essere e Tempo è quella di non aver saputo individuare nella gettatezza la creaturalità dell’essere umano, per Edith Stein invece l’essere gettato presuppone sempre un gettante, la creatura presuppone sempre una madre. Una relazione indissolubile da cui poi trarrà le conseguenze di quel fenomeno dell’empatia ben prima che le neuroscienze confermassero da un punto di vista strettamente scientifico questo legame fondante.

Ecco cosa scrive in un saggio del 1936:

L’essere umano è indicato come gettato. In tal modo si esprime in modo eccellente che l’uomo si trova nell’Esserci senza sapere come vi è arrivato, che egli non è da sé né per sé e non può aspettare dal proprio essere alcun chiarimento sulla sua origine.  Perciò non si può porre la questione dell’origine a partire dal mondo. Si può tentare ancora di metterla a tacere violentemente o di considerarla senza senso, tuttavia essa emerge sempre inevitabilmente, e in modo sempre nuovo, dalle caratteristiche presenti nell’essere umano e richiede un essere in sé fondato, che sia essere di questo essere umano, in sé senza fondamento, che deve essere fondato, qualcuno che getti il gettato. Allora la gettatezza si rivela come creaturalità (Geschöpflichkeit)”[2].

Nell’ultimo libro di Rosella Prezzo, dal titolo Trame di nascita, ho trovato la stessa critica a Heidegger quando scrive che: “per Heidegger un’esistenza si configura come autentica solo quando la morte si palesa facendoci percepire la nostra finitudine ma, soprattutto, quando la assumiamo come la nostra condizione più propria. (…) L’esistenza dell’uomo, per Heidegger, si presenta «innanzitutto e per lo più», come ama esprimersi, gettata nel mondo comune dell’esistere quotidiano, dove l’Esserci tende a uniformarsi a quello che «si dice, si pensa, si fa» e in cui «si muore»”[3].

Troppo spesso quando si parla del materno si dimentica che nella scelta (o non scelta) di essere madre, come pure nella volontà di non essere madre, alla base ci sono sempre delle relazioni: quella tra madre e figlio/a e quella fra la donna e la storia. Tra madre e figlio/a sia nella fase prenatale (in cui si è un corpo solo e allo stesso tempo divisi) si crea l’incipit del nostro vivere sociale così come c’è la relazione che successivamente accompagna la vita di tutti noi e determina molto della nostra dimensione relazionale. Tuttavia, in questa lettura espansa, la scelta della donna inevitabilmente influenza anche la storia sia quando crea che quando sceglie di non farlo: creare significa porre in essere una nuova realtà che esiste nel “con” e, in quanto tale, il “corpo esposto” della donna influenza il divenire della storia come la sua relazione con il passato.

Ricordo che quando ponevo a mia madre le domande circa il prima e il dopo della mia nascita la incalzavo con domande del tipo: ma prima che nascessi dov’ero? Quale è la mia origine? Che cos’eri tu prima che nascessi io? Esistevi già o sei nata con me? Le sue risposte mi rimandavano sempre al suo ventre e al suo cuore e mi diceva: tu sei uscita di qua, e mi immaginavo questa pancia piena d’amore da cui ero venuta fuori io. Dunque, per me l’enigma della mia origine era tutta in quel corpo che sprigionava nutrimento non solo fisico ma anche affettivo, sensoriale, tattile. Con mia madre la percezione in cui ero immersa era proprio il contrario della gettatezza, piuttosto era quella di una carezza, del “trattenere a sé” attraverso l’avvolgimento prima nella pancia e poi nell’abbraccio fisico e vocale. Come dice Luce Irigaray nell’Elogio del toccare la cancellazione della madre e soprattutto la mancata elaborazione della relazione con lei è all’origine della nostra cultura che dà una versione neutra della relazione e impedisce l’equilibrato sviluppo dell’energia umana. Scrive che “… l’energia umana non può servire solo per crescere, come accade, o almeno come sembra accadere, nel mondo vegetale. C’è un’energia relazionale che deve essere appresa, che deve essere educata poiché umana. Questo tipo di educazione è ancora assente nella nostra cultura[4]”. In un altro passaggio ci ricorda che “il tatto prende parte a tutte le nostre percezioni sensoriali, a tutte le nostre relazioni esistenziali, nonostante la nostra cultura sia dominata dalla vista, dal guardare a”[5]. In effetti, il legame con mia madre è stato sempre una questione di pelle, di tatto, di scambio intuitivo attraverso un’esposizione senza difese dei nostri corpi.

Non posso dire che dal punto di vista temporale mia madre in quanto tale sia nata con me, essendo io la seconda delle sue figlie. So però che in qualche modo è nato con me il suo consenso all’essere madre e questo, chiaramente, è una delle cose più importanti e belle, ma di una bellezza carica di dolorose conseguenze su cui abbiamo dovuto riflettere, ciascuna a suo modo, sia io che mia sorella maggiore. Ciò, infatti, ha avuto e ha tuttora, come potete capire, molti effetti sulle nostre vite e sulla nostra relazione. Certamente, il fatto che il suo consenso all’essere madre sia nato in un certo senso con me, non comporta che io c’entri qualcosa in tutto questo. Sin da bambina ho colto questa contraddizione per quanto mi piacesse vivere come un “privilegio” impagabile il sentirmi la figlia desiderata e voluta. In cuor mio però sapevo che questa cosa non dipendeva da mie doti particolari ma semplicemente dal fatto che avevo avuto fortuna e che ero nata nel momento giusto, quando lei era pronta a dirmi sì. La prima contraddizione con cui ho dovuto fare i conti è stata dunque quella dell’essere voluta e dell’essere nata, proprio io, assolutamente per caso.

Vi racconto questo perché da una parte le donne che mi hanno preceduto mi hanno insegnato che il partire da sé serve per andare altrove (e non per sostare solo presso di sé) e, dall’altra perché sulla madre, sul corpo delle madri, si sono consumate le peggiori ingiustizie e proprio per questo penso sia uno dei nodi filosofici (oltre che psicologici) più pregnanti. Non è un caso ovviamente che la mia seconda monografia sia dedicata alla cancellazione della madre e all’anima perduta dell’Europa proprio nel momento della nascita ufficiale della storia della filosofia[6]. In Senza madre il tema è la cancellazione della madre avvenuta nella Grecia del 450 a.C. in coincidenza con la nascita della filosofia. Il titolo del libro richiama i versi della tragedia di Eschilo, Le Eumenidi, in particolare la difesa che Apollo pronuncia di Oreste, il matricida. Oreste non deve essere punito per l’assassinio di Clitennestra, e ciò perché ha agito secondo il comando dell’oracolo di Delfi: devi vendicare tuo padre Agamennone. Certo, è un matricida, ma la madre è solo il ricettacolo, è “custode che accoglie e custodisce il germoglio” gettato da colui che è il vero generatore, il Padre. L’essenza dell’uomo, ciò che lo caratterizza come uomo, non è nell’essere stato generato da donna, anzi, è quella di essere stato generato dalla terra, garanzia fondativa di quell’autoctonia della cittadinanza democratica ateniese su cui ha lavorato magistralmente la storica e filologa francese Nicole Loraux[7].

La vertigine ci assale quando proviamo solo a pensare per un attimo al mistero di quel passaggio nel corpo materno e solo la fiducia ci costringe a non retrocedere e ad amare senza condizioni ciò di cui non sappiamo nulla. Nel corpo della madre è custodito un segreto che ci pone da sempre di fronte a un abisso, a un buco della nostra conoscenza. I filosofi lo hanno mal sopportato e si sono inventati altre dimensioni pur di sottrarsi alla realtà di quell’antro così angoscioso al cospetto della loro pienezza, autonomia e indipendenza. E sappiamo anche oggi che ciò non riguarda solo i filosofi. Forse loro avevano solo previsto ciò che sarebbe stato.

Nel mio piccolo ho dunque cercato di rendere giustizia in qualche modo a mia madre e a tutte le madri e l’ho fatto intrecciando la filosofia al femminismo perché, come ci ricordava Angela Putino, il femminismo è sempre una questione di giustizia. Si trattava per me di trovare le parole di mia madre e delle madri, rendere visibile e dare valore al loro sapere molto spesso veicolato senza l’uso di troppe parole (anzi, veicolato soprattutto da silenzi), in mia madre per lo meno il mutismo è stato sempre eloquente e carico di senso. Ciò che vedevo svalutato era per me qualcosa di assolutamente prezioso e pieno di valore. Le sue intuizioni, la sua diffusa percezione che le consentiva di comprendere e di capire le cose oltre ciò che davano a vedere, erano infallibili, per quanto tacciate come cose assurde e, a volte, considerate al limite della pazzia. Ancora una volta si trattava di qualcosa che riguardava il corpo e che lo attraversava fino a rendermelo trasparente. Una consapevolezza corporea, una visceralità che mi ha fatto da guida nella conoscenza del mondo, nell’amore infinito per la natura e nella piena percezione dell’esistenza di tutto ciò che mi stava di fronte. Mi ha trasmesso un sapere che precede la manifestazione del contenuto di sapere (quel “so che è così” cui mancano le dimostrazioni oggettive e quelle “certezze evidenti” che hanno fatto arrovellare molti filosofi). Senza alcuna certezza mia madre ha sempre saputo chiamare le cose con il loro nome e mi ha insegnato che il rapporto alla verità è sempre complesso e complicato e che bisogna fare uno sforzo per capire veramente le cose, che bisogna “inclinarsi” su di esse e sugli altri e non proiettare i nostri pregiudizi verticali, che guardano dall’alto in basso. A lei devo l’educazione all’attenzione e all’attesa paziente che non è affatto un’educazione alla soggezione. La passività o ricettività attiva, come Maria Zambrano mi ha insegnato poi da un punto di vista filosofico, ha un valore politico e umano di primaria grandezza. Inclinazione, come scrive Adriana Cavarero, è una postura opposta a quella verticale e apre a una costruzione ontologica della soggettività a partire da una fondamento relazionale e altruistico[8]. La postura fisica rispecchia dunque quella mentale e affettiva. Così, senza mai aver letto una riga di Hannah Arendt, Maria Zambrano o Adriana Cavarero, mia madre ha sempre saputo senza saperlo tutto ciò che vi è di essenziale e l’ha messo in pratica.

Beatrice Hastings scrive che le madri evitano di spiegare alle giovani donne le trappole che si nascondono nella maternità e l’ipocrisia attraverso cui le costringono, in nome delle apparenze, a sottostare a una forma di schiavitù pur di preservare un prestigio sociale che però poi si riversa negativamente su tutte le donne[9]. Per quanto la sua analisi spietata sia perfettamente comprensibile e condivisibile, a dispetto di ciò che qui scrive, io sono stata educata da mia madre alla libertà femminile, a quella libertà che lei avrebbe voluto per sé e che in un certo senso è riuscita a guadagnare dalla relazione con me, sua figlia. Credo che il rapporto con la madre sia forse la cosa più complicata e imprevedibile che noi donne possiamo sperimentare. Sono rare, credo, le donne che hanno avuto una relazione completa e di pieno affidamento alla madre, una reciprocità del sentire che sbanca ogni possibile opacità. Io, in questo, mi considero molto fortunata perché ho avuto questa relazione. Sin da quando ero adolescente (e non sempre capivo, al punto che mi sembrava una cattiveria da parte sua spiattellarmi davanti agli occhi tutte queste amare verità) mi diceva e mi mostrava la fallacia di tutte quelle prigioni dorate in cui le donne acconsentono a essere intrappolate inseguendo un sogno che il più delle volte non è il loro, per poi scoprire che in ogni prigione, seppur dorata, si vive nell’infelicità. Mi ha trasmesso l’importanza cruciale sia dell’emancipazione, quella materiale, economica, che della mia realizzazione in quanto donna, facendomi intendere che la parola “ambizione”, così tanto denigrata, può equivalere a un volersi bene, a un rispettarsi. Insomma, mi ha sostenuta fino in fondo nella costruzione di quella che doveva essere la “mia” strada. Per lungo tempo questa mia strada non prevedeva l’arrivo di figlie o figli, poi, ad un certo punto la svolta e la decisione di averne. La meraviglia di mia madre che non se l’aspettava e la messa a disposizione di un ulteriore sostegno di presenza e di cura nei miei confronti. 

È da questo punto di vista che posso dire con certezza di non aver mai vissuto nel “mito” di mia madre, ma che l’ho invece vissuta come “luogo/corpo” di verità, come luogo/corpo di trasmissione di amore. L’ho sempre vista, nel bene e nel male, in tutte le sue enigmatiche ambivalenze. La sua capacità di mostrarmi le contraddizioni relative anche al suo essere madre e del che cosa questo aveva significato e comportato per lei (i suoi sacrifici, il suo mettersi da parte come donna, il suo rinunciare ai suoi più profondi desideri, di realizzazione personale, per quanto non abbia mai smesso di lavorare), sono stati elementi che hanno contribuito a farmi capire subito l’ipocrisia del mondo sociale in cui viviamo e di stare totalmente dalla sua parte. Ma non solo: attraverso di me (ma più che di me direi della relazione d’amore con me) mia madre è nata a sé stessa ed è riuscita, nonostante tutto, a essere, per dirla con le parole di Maria Milagros Rivera Garretas, non più portatrice della volontà del padre. Non è stato facile per lei. Le è costato molto perché è dovuta andare, in senso letterale, contro sé stessa attraverso un lavoro di decolonizzazione interiore per discendere nelle profondità più abissali del proprio sé, per attivare un lavoro di contrasto alla finta simmetria costruita dal mito del matrimonio, un lavoro difficile di smascheramento contro una società che non ha mai veramente accolto il desiderio doppio e strabordante delle donne e delle madri, il doppio sì) e le ha procurato cicatrici e ferite che sono ancora iscritte, per quanto oggi sicuramente lenite, nella sua anima. Io da figlia le ho viste tutte e ho cercato di prendermene cura, di stare, senza retrocedere, nella sua contraddizione che è, inevitabilmente, anche la mia e che mi costringe a “continuare l’opera di mia madre”. Espressione che traggo da un piccolo e straordinario scritto di Luisa Muraro, in cui è messo l’accento sull’importanza della competenza femminile nelle relazioni e nel lavoro simbolico della creatura piccola: “La donna che diviene madre lo diventa in rispondenza a qualcosa che fa la creatura già nel ventre materno. Già nel ventre materno questa creatura sta facendo questo lavoro simbolico, con la sua semplice presenza, non lo fa ancora con delle invenzioni, poi quando verrà alla luce, comincerà a farlo anche con delle invenzioni”[10].

Sulla problematica e contraddittoria questione del sacrificio, mi sono tornate preziose le parole di Maria Zambrano quando, a proposito del rapporto tra l’uomo e il divino, fa riferimento a quella relazione universale che ha da sempre preceduto qualsiasi figura e funzione divina: il sacrificio. Mediante il sacrificio, scrive, l’uomo entra a far parte della natura, dell’ordine dell’universo e si riconcilia o si guadagna il favore degli dèi. Seppur rivolto al discorso tra gli uomini e le divinità, il sacrificio è inteso come “atto originario dell’apparizione di una realtà nella sua massima pienezza, inclusa la realtà propria della vita umana”[11]. Ora, tale realtà tutta umana che rende possibile la nostra stessa esistenza, la dobbiamo alla madre. È lei che apre uno spazio vitale dentro e fuori di sé, si fa tramite per l’apparizione di qualcosa che prima non c’era. Se è vero, come scrive altrove, che ogni nascita comporta sempre una ferita, tale ferita rappresenta l’incondizionata offerta di sé, il varco attraverso cui la creatura ora esposta alla luce entra nel fuoco indiscernibile della vita. Anche nella riflessione sulla maternità di Beatrice Hastings ho ritrovato molte cose da me vissute nella relazione con mia madre e nel mio modo stesso di essere madre. Con lei la maternità va ripensata fuori dalle maglie in cui è stata intrappolata dal patriarcato e che è stata profondamente interiorizzata. La maternità non ha nulla a che vedere con il “lavoro riproduttivo” né con la famiglia eterosessuale o meno. La maternità non è una “funzione” ma azione creatrice, potenza artistica che non c’entra nulla con il lavoro comunemente inteso. È proprio questo ad aver fatto da sempre paura e che ha da sempre suscitato molta invidia e molto risentimento dal momento che non c’è alcuna possibilità di pareggiamento. Intendere la maternità come un atto creativo significa, in primo luogo, liberare il corpo delle donne da ciò che le imprigiona in un destino già scritto. Separando il femminile dal materno Hastings mostra come questa pretesa equivalenza non è, in realtà, un fatto di natura ma l’effetto di una volontà politica e culturale che gli uomini hanno sancito e che ha imposto il loro modo di gestire la vita. L’essere madre, sganciata da questa supposta equivalenza, diventa una delle possibilità creative della donna che esprime la sua volontà di fiducia e di affidamento e che attraverso di essa può affermare potentemente la sua storia e la riappropriazione del suo corpo (la stessa cosa la ritroviamo in molti scritti di Lina Mangiacapre[12]). La maternità, così come viene proposta/imposta e vissuta dalle donne, è ciò che più fa da ostacolo alla costruzione di un’identità libera, creativamente concepita al punto da rappresentare una vera e propria seconda nascita. La maternità non può essere vista e vissuta come qualcosa di mortificante per le donne, ma come ciò che immette nel mondo la forma originaria della relazione. Ed è proprio in ragione di questa dimensione della relazione e non della funzione, che la madre non la si può ridurre a un semplice fenomeno biologico riproduttivo, ma a qualcosa che rinvia piuttosto al ripensamento pieno di che cosa significa una potenzialità creativa originaria. Se infatti guardiamo alla produzione artistica, cos’è un’opera senza il suo essere nel mondo? Quante volte ascoltiamo frasi del tipo “l’artista ha donato la sua opera al mondo” ma la domanda è: può esistere un’opera che prescinde dalla sua relazione con il mondo? La risposta è no.  La prima è fra l’artista e la sua opera ma, una volta realizzata, è fra questa e il mondo e alle infinite relazioni che questa creerà con il pubblico, con la critica, con la storia.  La gratuità del dono non fa parte del creare artistico perché l’opera intrinsecamente si apre al mondo nel suo realizzarsi.

Nella dimensione patriarcale il corpo generante è svilito o è messo a profitto fino a essere sacralizzato nella sua “funzione” così necessaria. Ecco perché, come Beatrice Hastings giustamente nota con una certa dose di ironia e di amarezza: “non esiste creatura più lodata a parole e più sprezzantemente trascurata nei fatti della madre. Il culto della Madonna è quello che costa meno di tutti”[13]. Per troppe e buone ragioni Beatrice ha rifiutato per sé la maternità e ha denunciato l’ipocrisia che si nasconde nelle trappole cui può condurre la retorica sul materno. Ma aveva avuto a che fare con l’Africa e aveva visto in tutta la sua bellezza la potente e inaddomesticata potenza del materno. Distrugge la scorza ipocrita costruita ad hoc intorno alla madre per dare avvio a un’opera di “risignificazione” della maternità alla luce della potenza e della libertà femminile[14].

Riprendendo il racconto da cui ho iniziato, ormai più grande e subito dopo aver conseguito la mia laurea in filosofia, ho incontrato all’Università di Barcellona nel 1999 alcune donne di Diotima. Tale incontro è stato un altro elemento importantissimo della mia vita perché mi ha aiutato a tirare fuori ciò che era aggrovigliato nella mia testa. Loro dicevano a ragione, e lo dicono tuttora, che il simbolico va reso visibile e che bisogna trovare vie di fuga dall’immaginario stereotipato che ancora incombe sulla madre fino a imprigionarla o in un’effigie sacra o come contenitore di una mercanzia di grande valore. Anche per loro nel rapporto con la madre c’è un nodo relazionale non completamente elaborato e non completamente detto che va sviscerato a partire da sé e dalla propria esperienza. Non è un caso se è proprio in relazione al materno che sentiamo il bisogno di sciogliere i nodi di un rapporto che socialmente resta impensato, qualcosa che, ciascuna a suo modo, sente di dover capire meglio e che sentiamo di dover riattraversare fino in fondo. Nell’ordine patriarcale è il padre che rappresenta e trasmette il simbolico. Proprio per questo è stato necessario significare l’ordine simbolico della madre, quello che si vive nel rapporto con la madre, lasciando da parte la questione se questo ordine sia altro, parallelo, estraneo o, semplicemente, da costruire. La verità è che il simbolico si vive nel rapporto con la madre, non con il padre né con i figli.

All’epoca mai mi sarei potuta immaginare di poter parlare e poi scrivere del corpo esposto della madre, di mia madre. Un tema che seppur da me scelto mi ha messo molto in crisi e che sono riuscita a sciogliere grazie al pensare in relazione con le mie amiche di pensiero e di politica che fanno parte di Studi Femministi[15] che qui ringrazio pubblicamente a una a una, ma anche con altre relazioni feconde e per me preziosissime come quella con Alessandra Pigliaru, Giovanna Petrelli, Laura Colombo, Sara Bigardi (per citarne solo alcune). Ho scelto questo tema così scomodo – e controverso al punto di mettere le femministe le une contro le altre – non solo perché rappresenta per me l’occasione di un riattraversamento profondo della mia relazione con mia madre e, di riflesso, con me stessa e con il mio essere a mia volta una madre di due figlie, Antonia e Francesca, ma anche perché oggi, sul corpo della madre c’è una battaglia di sradicamento e di ulteriore tentativo di cancellazione. Ma le operazioni dell’oggi così come quelle dell’antichità, non la “cancellano” mai totalmente. Voglio dire che i tentativi di cancellare la madre non ne decretano la “sua” morte ma semmai la sua “assenza”. E, come accade per il silenzio che molto spesso dice più di tante parole, anche l’assenza rimanda a un oltre da sé, a una presenza impercettibile che, seppur in forma fantasmatica, di “fantasma”, è pienamente presente. Facendo leva sulla mia esperienza di figlia e di madre, so che è necessario guardare oltre le gabbie mentali e i luoghi comuni per provare a discendere nel cuore di questa relazione carnale, sensoriale, affettiva, politica, intellettuale, che ci offre la chiave per amare incondizionatamente questo mondo e che rappresenta l’a priori di ogni conoscenza.


[1]* Relazione tenuta al Grande seminario di Diotima presso l’Università di Verona il 4 novembre 2022.

[2] Edith Stein, La filosofia esistenziale di Martin Heidegger, in La ricerca della verità, Città Nuova, Roma 1993, pp. 180-181.

[3] Rosella Prezzo, Trame di nascita, Moretti & Vitali, Bergamo 2023, pp. 56-61.

[4] Luce Irigaray, Elogio del toccare, il melangolo, Genova 2013, p. 11.

[5] Ivi., p. 34.

[6] Stefania Tarantino, άνευ μητρός/senza madre. L’anima perduta dell’Europa. María Zambrano e Simone Weil, La scuola di Pitagora, Napoli 2014.

[7] Nicole Loraux, Né de la terre. Mythe et politique à Athenes, Seuil, Paris 1996.

[8] Adriana Cavarero, Inclinazioni. Critica della rettitudine, Raffaello Cortina Editore, Milano 2013.

[9] Beatrice Hastings, Woman’s worst enemy woman, a cura di Maristella Diotaiuti, Astarte, Pisa 2022, pp. 31-32.

[10] Luisa Muraro, Il lavoro della creatura piccola. Continuare l’opera della madre, Mimesis, Milano-Udine 2013, pp. 20-21.

[11] Maria Zambrano, L’uomo e il divino, Edizioni Lavoro, Roma 2001, pp. 33-38.

[12] Lina Mangiacapre, Faust-Fausta, L’Autore Libri, Firenze 1990. Per maggiori informazioni su Lina Mangiacapre, rimando al sito: http://www.linamangiacapre.it/

[13] Beatrice Hastings, Woman’s worst enemy woman, cit., p. 55.

[14] “Immaginiamoci la nostra vera madre. Tutti la vogliamo, e lei vuole noi tutti. Il suo corpo è puro per farci crescere nel suo grembo. Il suo cuore è placido. La sua mente è aperta e la sua compassione abbraccia i figli del prossimo suo. Più rara di qualsiasi mortale è questa madre”, ivi, p. 112.

[15] Studi Femministi è un gruppo di donne attive dal 2019 che lavorano, a partire da una prospettiva femminista, sul nesso arte e politica. Per maggiori informazioni: www.studifemministi.it