Il coraggio dell’autenticità, restiamo umane di fronte alla deriva digitale
A distanza di dieci anni dalla prima lettura, negli scorsi mesi ho riletto il saggio di Diotima “Il profumo della maestra. Nei laboratori della vita quotidiana”, nato dall’esperienza del Grande Seminario del 1997, intitolato “Saperi e sapori dell’esperienza”. Ritengo che la lettura di questo testo possa offrire a tutte le lettrici e a tutti i lettori del 2025 importanti spunti di riflessione sulla società in cui viviamo, sulla nostra modalità di stare in relazione e sulla necessità di valorizzare la differenza femminile in tutti i contesti di vita e di lavoro.
Dagli anni Novanta del secolo scorso ad oggi si è verificata una profonda e pervasiva trasformazione della nostra modalità di comunicare, di stare in relazione e di vivere le professioni. Negli ultimi decenni abbiamo vissuto e stiamo tuttora vivendo una vera e propria rivoluzione digitale, che ha portato ad uno sconvolgimento di molti aspetti della nostra vita personale, relazionale e professionale. Siamo sempre più connessi ma sempre più isolati, abbiamo a disposizione in qualsiasi momento portali digitali in cui reperire qualsiasi tipo di informazione ma siamo sempre più disorientati in questo mare magnum di dati. Possiamo accedere a servizi online, chiedere informazioni tramite e-mail o porre le nostre domande ad un assistente virtuale, ma il confronto con una persona in carne ed ossa è sempre più difficile. La rivoluzione digitale al servizio dell’efficienza produttiva ha sicuramente apportato vantaggi alla vita quotidiana delle persone ma ci ha resi sempre più distanti, più soli e ha creato lavoratori sempre più frustrati e sotto pressione. Negli stessi anni in cui ha preso piede la rivoluzione digitale, infatti, il mondo del lavoro ha subito anche una profonda trasformazione di carattere neoliberale. Concetti chiave del modello neoliberale come flessibilità, competitività, auto-imprenditorialità ed efficienza si sono spesso tradotti nella realtà concreta del mondo del lavoro in precarietà, dissoluzione del legame solidaristico tra lavoratori, atomizzazione, sfruttamento e sindrome da burnout.
Il filosofo di origine sudcoreana Byung-Chul Han ha approfondito il nesso tra paradigma neoliberale e psiche, offrendo spunti di riflessione molto interessanti. Il modello neoliberale non è solo un paradigma economico ma un vero e proprio ordine sociale, culturale e psichico che impone al soggetto il raggiungimento di determinati obiettivi di produttività e di efficienza come imperativi interni. Nel modello neoliberale viene a mancare la distinzione tra sfruttato e sfruttatore, il servo e il padrone di hegeliana memoria si fondono in un unico soggetto di prestazione, imprenditore di sé stesso, sottomesso al “dogma neoliberale della libertà”[1]. Secondo Byung-Chul Han, “il regime neoliberale nasconde la propria struttura costrittiva dietro l’apparente libertà del singolo individuo, che non si concepisce più come soggetto sottomesso ma come progetto da plasmare”[2]. La “costrizione alla libertà” tipica del modello neoliberale presuppone la rottura del legame sociale e la rottura del legame solidaristico tra lavoratori, l’atomizzazione degli individui e l’attribuzione totale delle responsabilità di fallimento o di successo sul solo individuo. Il soggetto di prestazione neoliberale, privato della relazione e caricato di tali grandiose ed irrealistiche aspettative su sé stesso, non ha gli strumenti per affrontare il proprio fallimento e precipita in condizioni di esaurimento emotivo e burn-out: “l’essere umano depressivo è un animal laborans che sfrutta se stesso- e lo fa volontariamente, senza costrizioni esterne. È al contempo predatore e preda”[3].
A mio avviso la lettura di un testo come “Il profumo della maestra” nel 2025 può offrire importanti spunti critici per riuscire ad elaborare e proporre nella pratica quotidiana una modalità altra di stare in relazione, che si sottragga alla pervasività del paradigma individualista, performativo e sempre più standardizzato tipico del modello neoliberale. Questo testo ricorda al lettore del 2025 il valore insostituibile della relazione autentica, la saggezza del sapere femminile che nasce dalla praxis e dall’esperienza. Una ricchezza che nessun dispositivo digitale, nessuna procedura burocratica standardizzata e nessuna intelligenza artificiale potrà mai neanche lontanamente avvicinare. In questo testo ho ritrovato esperienze di donne coraggiose, che hanno saputo portare sé stesse, la propria differenza sessuale, la propria creatività e la propria originalità all’interno delle professioni svolte, dando vita a vere e proprie azioni trasformative sul contesto che le circonda.
Nell’ambito scolastico, ad esempio, le esperienze della “bidella” dell’Università di Verona Adelina Eccelli e della maestra elementare Francesca Migliavacca, ci insegnano una modalità altra e originale di vivere la scuola. Adelina Eccelli rappresenta un punto di riferimento per un’intera comunità accademica, una figura di autorità e di supporto capace di oltrepassare qualsiasi gerarchia, di superare i formalismi e le rigidità che spesso caratterizzano gli ambienti accademici. Francesca Migliavacca ha avuto il coraggio di giocare le proprie emozioni nel rapporto didattico con gli allievi, correndo sicuramente il rischio di essere attaccata e fraintesa ma riuscendo a stabilire una modalità relazionale profondamente autentica con i propri piccoli studenti e riuscendo ad esprimere la propria differenza femminile in modo autentico e non standardizzato.
L’infermiera Daniela Riboli porta nella sua pratica didattica l’autorevolezza dell’esperienza, “il sapere della relazione acquisito nelle pratiche personali, professionali e politiche. Ma che si vuole anche fondatore di teoria”[4].
La psichiatra e psicanalista Cristina Faccincani ha il coraggio di entrare in relazione profonda con i propri pazienti, arrivando a lasciarsi toccare emotivamente da loro e a lasciarsi andare in un pianto liberatorio di fronte al pianto di una paziente.
La sindacalista Franca Porto afferma di essere riuscita a farsi strada in un ambiente gerarchico e maschile grazie alla sua capacità relazionale, alla sua tenacia e alla saggezza pratica imparata dalla nonna Romilda. Queste e le altre donne che hanno contribuito al testo, sono portatrici di un’esperienza di libertà femminile che rompe gli schemi patriarcali, che riesce ad imporsi per la sua autenticità e la sua profonda connessione con il sapere dell’esperienza e con l’Altro e l’Altra da me.
La lettura di questo testo ha svolto una vera e propria funzione maieutica in quanto mi ha aiutato a lasciare affiorare e a dare forma ad una serie di pensieri che circolavano da anni nella mia mente ma con cui non ero mai riuscita veramente a fare i conti fino a questo momento. Per anni ho avvertito la sensazione che la mia persona, il mio corpo, la mia originalità non fossero elementi necessari per le attività professionali che svolgevo quotidianamente. A cosa serve avere un corpo, una sensibilità, uno spirito critico o un pensiero creativo quando trascorriamo buona parte della nostra giornata dietro a uno schermo, quando la relazione autentica in presenza viene sempre più minacciata e limitata da una comunicazione a distanza o da una didattica a distanza? A cosa servono la nostra empatia e la nostra sensibilità quando nelle nostre pratiche professionali proliferano procedure burocratiche e formalismi che sottraggono tempo ed energie alla persona in carne ed ossa che abbiamo davanti?
In questa rivoluzione digitale al servizio della razionalità neoliberale i nostri corpi sessuati e pensanti sembrano degradati ad elementi accidentali, ad appendici intercambiabili del dispositivo. Con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale il disegno patriarcale dell’elevazione del neutro maschile a misura universale dell’essere umano giunge al suo supremo compimento. Pensare di interagire, di conversare di qualsiasi argomento con menti asessuate prive di corpi, di materialità e di esperienza vissuta non è più fantascienza ma costituisce già la quotidianità di miliardi di persone nel mondo. Il pensiero filosofico, in particolare il pensiero della differenza, non può non interrogarsi di fronte alla complessità di tale realtà, senza pregiudizi ma in modo profondamente critico. L’epistemologia femminista ci insegna che lo sviluppo tecnologico non può essere considerato come neutrale, né rispetto ai rapporti di forza politici, sociali ed economici né rispetto alla differenza sessuale.
Ritengo che un testo come il “Profumo della maestra” possa costituire un ottimo punto di partenza per aprire una discussione su queste tematiche in quanto nelle testimonianze raccolte nel libro vengono esposte esperienze cariche di significato, da cui trarre insegnamenti preziosi per la nostra quotidianità e la nostra pratica professionale. Il pensiero della differenza può costituire oggi una solida base per orientare la nostra pratica quotidiana e la nostra riflessione teorica in una direzione altra rispetto al paradigma dell’efficienza neoliberale e alla neutralità che ci impone la rivoluzione digitale.
[1] Byung-Chul Han, Eros in agonia, Nottetempo, Milano, tr. it. di Federica Buongiorno 2019, p. 28).
[2] Ivi p. 29.
[3] Byung-Chul Han, The burnout society. Standfords Briefs, Standford, 2015, tr. it. mia pag. 10.
[4] Diotima, Il profumo della maestra, Liguori, Napoli, 1999, p. 67.
