diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 20 - 2024/2025

Femminismo ed ecologia

Guadagni dall’intervista a Ivone Gebara

Mariateresa Muraca

Nel riflettere su ciò che ho guadagnato dall’intervista con Ivone Gebara, mi vengono in mente, più che contenuti, processi che hanno riguardato il nostro incontro. Ero molto emozionata all’idea di dialogare con lei e, quando all’inizio ci siamo presentate, mi è venuto spontaneo dichiararle che la considero una mia “ancestrale” nel mio cammino in Brasile – paese in cui oggi vivo stabilmente. La parola ancestralidade qui è molto presente, proviene dalle spiritualità e dalle tradizioni di matrice africana. Fa riferimento a memorie interrotte e legami spezzati dalla violenza del colonialismo, della deportazione e della schiavitù, che sono operanti nell’esperienza personale e collettiva spesso inconsapevolmente, ma che attraverso processi di presa di coscienza possono affiorare e, in alcuni casi, diventare riferimenti esplicitamente assunti. In termini più generali, l’ancestralità è un intreccio di vite, influenze e relazioni così complesso che è impossibile da portare alla luce completamente, ma a cui possiamo dire “grazie” per il nostro presente, per il punto in cui ci troviamo.

Quando, nel 2012, sono arrivata in Brasile con l’intenzione di condurre la mia ricerca di dottorato sulle pratiche delle donne nei movimenti contadini, che avevo precedentemente conosciuto in una più breve permanenza, il pensiero di Ivone Gebara è stata una chiave essenziale. Sebbene l’Universidade Federal de Santa Catarina, in cui stavo realizzando la co-tutela, fosse riconosciuta a livello nazionale per il dibattito femminista, i riferimenti in cui mi imbattevo provocavano in me uno sfasamento tale, da renderli inservibili per la ricerca. Nel giro di poche settimane avevo iniziato a creare dei legami significativi con il Movimento di Donne Contadine – MMC (Movimento de Mulheres Camponesas) ma avevo l’impressione che stesse da un’altra parte rispetto alle teorie che l’università mi metteva a disposizione. Certamente potevo contare su tutto ciò che avevo imparato con Diotima, prospettive e parole – politica prima, autorità femminile, genealogia, per citarne solo alcune – che ho messo molto in circolo nella mia ricerca. Ma sentivo di aver bisogno anche di riflessioni femministe situate in Brasile, che potessero ausiliarmi nella comprensione delle pratiche politico-educative del MMC.

La teologia ecofemminista elaborata da Ivone Gebara mi è venuta incontro. Innanzitutto perché mi ha legittimato a considerare la relazione con le mie interlocutrici – le donne del Movimento – il punto di snodo essenziale dei cammini e delle deviazioni della ricerca. A questo proposito, nell’intervista, Ivone dice che la sua relazione con le donne delle classi popolari è stata la fonte di tutti i suoi interrogativi filosofici e teologici. Inoltre mi ha aiutato a leggere diverse dimensioni del MMC, tra cui soprattutto la spiritualità ribelle, radicata nella partecipazione, alla quale nel Movimento si dà il nome di “mistica”[1]. In questo senso, Ivone Gebara è un’ancestrale nel mio cammino in Brasile: il suo pensiero mi ha aiutato a fare un pezzo di strada, senza il quale oggi non sarei qui.

L’aspetto ancora più interessante è che nel pomeriggio dell’intervista non ho incontrato Ivone da sola, ma insieme a Chiara, Caterina, Anna Maria e Giulia, amiche di Diotima, che in me mettono in moto vissuti, memorie e visioni altrettanto cruciali nel mio percorso. L’attività di traduzione che ho svolto in quella circostanza chiarisce la mia posizione e può spiegare la mia gratitudine. Mi è già capitato tante volte di tradurre dal portoghese all’italiano e viceversa, per piccoli gruppi e sempre con la finalità di mettere in comunicazione persone, storie e riflessioni. Solo con queste lingue ho una familiarità sufficiente per farlo: l’italiano è la mia lingua materna, il portoghese è la mia lingua di adozione, anche se è la mia lingua prima in campi cui ho avuto accesso solo in Brasile. Ogni volta che mi capita di tradurre, mi sento a mio agio e ne ricavo un grande piacere.

Così è stato anche durante l’intervista a Ivone Gebara. Mentre traducevo, sentivo che l’ascolto accurato necessario, insieme alla riorganizzazione mentale del contenuto e alla ricerca dei modi migliori per renderlo comunicabile, mi affondavano nelle parole, attivando una comprensione profonda, simile alla meditazione. Ma soprattutto, sentivo che la traduzione, nell’accorciare le distanze tra luoghi, esperienze e pensieri che sono fondamentali per me, metteva all’opera processi di ricomposizione del mio essere: come se stessi ricucendomi o rimettendomi insieme. Un’altra parola molto presente in Brasile è saudade. Dicono che sia intraducibile, ma in realtà in italiano abbiamo parole vicine, come “mancanza” o “nostalgia”. Anche se stiamo bene, abbiamo sempre saudade di qualcuno o qualcosa. Mi viene da pensare che la traduzione è un modo per curare la saudade. Da qui il senso di felicità e gratitudine.

Chiara Zamboni

Sono due i punti dell’intervista che hanno continuato a “lavorarmi” dentro.

Parto dal primo. Inaspettatamente, almeno per me, Ivone Gebara ha messo in chiaro una prospettiva per la quale la natura stessa può essere non benigna nei nostri confronti. Porto un esempio che non c’è nell’intervista, ma è presente in un suo testo: un terremoto è decisamente catastrofico per gli umani. La natura può essere un bene ma anche un male. In sintonia con questa posizione, ha portato alcune riflessioni sul concetto di mescolamento di bene e di male, che non possono essere separati e posti in opposizione. Un mescolamento che caratterizza sia la dimensione umana che quella cosmica.

L’idea di un mescolamento di bene e di male non è nuova in sé, ma il passo originale di Gebara è che ne fa un aspetto che deriva dalla interrelazione tra tutti gli esseri, viventi e non viventi.

Lei prende davvero sul serio l’idea della interrelazione di tutto con tutto e questo porta come conseguenza che alla base c’è la relazione ed è questa a creare mescolamento. Se stiamo alle relazioni, i dualismi oppositivi vanno visti a partire da ciò che li mette in rapporto. Le interrelazioni, che creano dipendenze reciproche, sono sempre il primo passo per capire la situazione in cui si è. Questo vale prima di tutto per il dualismo oppositivo di bene e male.

Ivone Gebara sostiene che, se un gruppo agisce per un bene che considera tale, un altro gruppo però può considerare quel bene un male per il proprio gruppo. Agire contro gli agenti tossici per l’agricoltura, ad esempio, è un bene per gli ecologisti e un male per altri. Porto un esempio che non è esattamente quello di Gebara, ma che mi sembra molto chiaro. Due anni fa la comunità europea ha proposto una legge per cui gli agricoltori dovrebbero tenere una parte del terreno di proprietà libero da pesticidi. La proposta di legge andava incontro all’intenzione ecologista che considera un bene limitare l’uso dei pesticidi. Tuttavia i piccoli e medi agricoltori si sono opposti. Sostenevano che soltanto le grandi industrie agroalimentari potevano permettersi di tenere una parte delle loro grandi proprietà senza l’uso dei pesticidi. Loro non potevano. Avrebbero dovuto vendere la proprietà e perdere il lavoro.

Noi siamo interdipendenti gli uni dagli altri, viventi e non viventi. Questa dipendenza reciproca fa sì che ciò che accade a chi ha una posizione diversa dalla nostra ha ricadute sulle nostre vite e viceversa.  Il che non significa smettere di combattere per una causa che consideriamo giusta, ma sapendo che questa non rappresenta un bene assoluto, perché altri con i quali siamo comunque in relazione, se pure in conflitto, la considerano dannosa. L’interdipendenza fa sì che non si possa essere indifferenti né immuni dalle posizioni altre dalle nostre. Infatti le interrelazioni sono costitutive a partire non solo dalle somiglianze, ma anche dalle differenze. Nessun essere basta a sé stesso, nessun gruppo basta a sé stesso. Per questo – lei dice – siamo mescolamento e contraddizione.

E continua: non significa che bene e male siano equivalenti, ma che noi sentiamo l’esigenza del bene, quando percepiamo una mancanza di vita. È tale mancanza di vita ad essere avvertita come un male ed è questa a spingerci verso il bene.

La posizione di Gebara mi interessa molto perché porta una critica all’etica. Sposta l’attenzione all’agire in sintonia con quell’energia generativa che chiamiamo vita, che è impersonale, ma a cui partecipiamo direttamente. L’agire allora non ha necessità di un giudizio etico, ma di un sentire.

Passo al secondo punto che ho guadagnato e che mi sembra profondamente legato al primo anche se non è subito evidente.

Nell’intervista troviamo un racconto di Ivone Gebara riguardo alla domanda “Dov’è Dio?”. Lei parla in generale di una trascendenza immanente, che tiene conto del corpo e della concretezza materiale dell’esperienza femminile. Mi sembra molto chiaro il racconto che troviamo nell’intervista.

Eccolo. Una donna, avendo latte per una sua maternità, si presta ad allattare il bambino di un’altra, che in quel momento non può farlo per un impegno. Sono amiche. Parlando con Gebara della vita e del divino, la donna pone questa domanda, ma Dio dov’è? Non mi sembra sia presente nelle nostre vite. E Gebara risponde, ma non vedi? Nel tuo stesso gesto di amicizia che hai fatto nell’allattare il bambino di un’altra.

Quel che mi sembra essenziale in questo racconto è che Dio è presente nei momenti di intensificazione delle interdipendenze, in cui la vita, che è legame generativo, viene rilanciata. Senza che neanche ce ne rendiamo conto nel farlo. Senza che abbiamo un’intenzione religiosa precisa. Nell’abbondanza di un gesto non obbligato né previsto o calcolato. Dio ha a che fare dunque con l’interdipendenza che è la vita stessa nel suo di più rispetto alla sola necessità. È nella vita materiale che si mostra tale abbondanza, nei gesti quotidiani in particolare di donne. Nell’amicizia, ma anche nell’allegria, che nella vita troviamo accanto alla sofferenza. Nei gesti di bellezza anche piccoli.

Gebara dice di aver imparato tutto questo nel suo continuo dialogo con le donne delle classi popolari di San Paolo del Brasile, la città dove abita.

Giulia Testi

Sono molto grata alle compagne di Diotima per l’incontro con Ivone Gebara; mi riferisco tanto all’incontro con i suoi testi, con il suo pensiero, quanto allo scambio avvenuto di persona, attraverso la conoscenza reciproca e la parola. Di questo scambio ho apprezzato anche lo stile dell’interazione di Ivone, tra dolcezza e fermezza.

Leggendo i suoi testi ho avvertito subito, e con sorpresa, una vicinanza con la concezione della Terra come Corpo Sacro. Di tale definizione vorrei fare tesoro e valorizzare entrambi i termini. La Terra come Corpo rifulge qualsiasi immagine astratta e rimanda direttamente alla materialità, alla concretezza, alla finitezza di questo grande ente, richiamando insieme energia e vulnerabilità. La Terra come Corpo comprende tutte le strutture e le forme di cui si compone (dalla roccia all’acqua, dal magma sotterraneo agli elementi chimici e metallici, tutta la biosfera) ma rimanda anche al movimento. Un corpo si muove, cambia, è generativo, si autoregola: ha, o è, una storia. Il termine “sacro” invita allo stupore e al profondo rispetto del suo funzionamento, evoca l’unità del molteplice mediante l’interdipendenza.

La Terra come Corpo Sacro si arricchisce della nostra presenza, infatti vi prendiamo parte lasciando la nostra impronta. Ci sono degli elementi di responsabilità, e questo è fondamentale, ma non tutto è controllabile da parte nostra. Secondo quanto ho appreso dalla visione di Gebara, come partecipanti a questo movimento possiamo provocare del bene, con piccole azioni situate e gentili, ma, allo stesso tempo, non possiamo che imporre al mondo il nostro “peso”; peso che si fa sentire ad esempio quando ignoriamo le richieste di intervento provenienti da contesti vicini o lontani, o quando, per mantenere alta la qualità della nostra esistenza, favoriamo, più o meno volontariamente, la sofferenza di altri umani e non umani. In tal senso, la ferma consapevolezza di Gebara di essere ad un tempo buona cosa e cattiva cosa, per il mondo, per gli altri, per la Terra, è stata una risposta importante da elaborare. Poter riflettere sull’accettazione di questo limite, che talvolta vivo come contraddizione o con frustrazione, rappresenta per me il maggior guadagno dall’incontro con Gebara.

Anna Maria Piussi

Mi ha colpito molto, nell’intervista, la pacata, profonda, e al tempo stesso vivida autorevolezza di Ivone nell’interloquire con noi a una distanza non solo fisica, ma anche culturale. E dallo scambio ho ricavato, tra l’altro, una chiave per il ripensamento su mie esperienze di ricerca in Brasile, avvenute diversi anni fa. Un ripensamento sulle mie posture di ricerca, e su quanto la volontà e la consapevolezza razionale non sono sufficienti ad andare oltre lo spaesamento e creare una postura di ricerca idonea alle finalità che ci si propone, in quel caso un progetto di cooperazione mirante alla capacitazione di gruppi di donne povere del territorio a farsi autoimprenditrici e produttrici di reddito per sé e per la famiglia. Mancava infatti la dimensione del coinvolgimento corpo-anima che attraverso il sentire riuscisse a mettermi in sintonia con le mie partner di ricerca brasiliane e produrre in me le necessarie metamorfosi. Dal lavoro congiunto di ricerca con le nostre partner brasiliane ricavavo di frequente l’impressione di un certo fatalismo, che mi sembrava portasse alcune di loro (le più autorevoli) a desistere dal combattere per rivendicare diritti e per migliorare le proprie condizioni di vita, come donne e come accademiche, e per quelle delle studentesse e studenti della loro Università. Per non parlare delle condizioni di vita dei gruppi di donne con cui avevamo progettato azioni di empowerment. Annoveravo nel fatalismo alcuni comportamenti come darsi tempo per momenti conviviali, di relax, di piacevolezza, che mi sembrava minassero la produttività del progetto, idea ben radicata in noi partner italiane portatrici di un uso produttivistico del tempo. A volte le vedevo concentrate su se stesse, con gli occhi chiusi, e ora, alla luce delle parole di Ivone, posso pensare che stessero godendo di una trascendenza immanente, di una connessione con il tutto.

L’altro guadagno che ne ho ricavato riguarda in particolare gli esempi fatti da Ivone, della donna di strada a cui piacciono gli orecchini e se li compra, o della festa popolare con molta birra, da cui si ricava una mescolanza di bisogno e desiderio. Esempi che, come lei stessa dice, sono forme di vivere la vita non comprese dalla sinistra che ragiona sempre in termini di carenza. Su questa mescolanza di bisogno e desiderio, di bisogno e piacere, di necessità e libertà, abbiamo lavorato in Diotima (v. il libro L’irrinunciabile. Alla radice dei bisogni, Mimesis 2023). E mi sono ricordata di un passaggio dell’opera di Miguel Benasayag e Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi (Feltrinelli 2004) in cui gli autori sottolineano come, in un tempo utilitaristico e individualistico come il nostro, segnato da crisi e insicurezza, siano vitali il sentimento e la pratica della condivisione, nonché la presa di coscienza dell’utilità dell’inutile, ossia “l’utilità della vita, dell’amore, della creazione, del desiderio”.

Vittoria Ferri

C’è una parola che dopo aver ascoltato l’intervista ha continuato a lavorare dentro di me. Questa parola è contraddizione. Penso che Ivone Gebara sia davvero una pensatrice delle contraddizioni che attraversano la realtà: quella fra gioia e povertà, bene e male, cristianesimo e femminismo, eccetera.

E non è un caso che lavorando, questa parola mi abbia riportato ad un’altra scrittrice a me cara, anch’essa brasiliana (di adozione), e anch’essa pensatrice della contraddizione: Clarice Lispector. Anche lei, come Ivone Gebara, parla di una mescolanza tra i piani di immanenza e trascendenza, di una trascendenza che “abita la materialità della vita”. Anche lei parla della non assolutizzazione del bene e del male, di una mistura, anche se non la chiamava così. La ricchezza di queste posizioni sta nel fatto che esse non portano al relativismo. Gebara ha detto che “non distruggere le foreste è un bene per tutti”: questa è una verità. Eppure, la consapevolezza che viviamo in una continua mescolanza dei piani di bene e male, nella misura in cui ci permette di uscire da una prospettiva dualista, apre il cammino a un desiderio reale, non mosso da manie di onnipotenza, tipiche invece di una prospettiva antropocentrica o ego-centrica. Ho inteso questa posizione più che altro in senso soggettivo. Chiaramente facciamo fatica a immaginarci il bene e il male in sé. Ma è importante anche tenere a mente che dal momento che agisco pensando che ciò che faccio provocherà esclusivamente del bene, questo pensiero mi farà ricadere in quel dualismo che crede che un cammino orientato al bene – come la battaglia per l’ecogiustizia – sia completamente separato da azioni che possono avere, nella materialità vivente delle cose, anche effetti negativi.

Far emergere queste contraddizioni permette di stare dentro alla complessità del reale, tiene alta l’attenzione sulla materia viva che è la terra.

Un altro guadagno per me è stato sottolineare il rapporto con le donne delle classi più povere. Qui in Italia è un punto su cui il femminismo e la politica delle donne devono ancora lavorare. L’intreccio e l’alleanza tra classi diverse, specialmente nelle battaglie ecologiche. Sapere che c’è qualcosa che ci accomuna ma che ci differenzia, che opprimendoci in modo diverso fa nascere pratiche diverse, ma che possono essere rigenerative le une per le altre, dialoganti e, come ha ricordato Gebara, forme inaspettate di gioia.

Caterina Diotto

Sono molto grata dell’occasione che abbiamo avuto di lavorare tutte insieme con Ivone Gebara. È stata un’esperienza particolare, fatta di molti mescolamenti. Prima di tutto di tempi e di spazi: fra due luoghi reali e un luogo digitale, fra diverse temporalità, il pomeriggio e la sera, il passato o il futuro a seconda dello sguardo del proprio presente. E poi fra tre lingue, l’italiano, il portoghese e lo spagnolo in cui molte di noi, io compresa, abbiamo letto i testi. E poi un reincontrarsi e un incontrare: di Mariateresa che è lontana, ma resta vicina, e di Ivone Gebara con cui parlavamo direttamente per la prima volta, ma su cui abbiamo lavorato e di cui abbiamo parlato da un po’ di tempo. Una bellissima serata che mi ha lasciata con tantissimi appunti e la sensazione di essere in un orizzonte grande, un intreccio di pensiero, di lingua e di terra.

Direi che sono due le cose in particolare che mi hanno stimolata e di cui vorrei scrivere.

La prima mi ha regalato un nuovo punto di vista sulla questione dell’antropocentrismo. Come ecofemminista occidentale, sono abituata a pensare che l’antropocentrismo vada decostruito in toto, per giungere all’antispecismo e al riconoscimento di quelle che Deborah Bird ha chiamato “comunità di creature multispecie”, ovvero le comunità di interdipendenza, di relazioni e di affetti di cui siamo già parte. Però come pensatrice della differenza sessuale il partire da sé rimane centrale per il radicamento nell’esperienza. Questo rende facile scostarsi dalle posizioni del postumano perché è una posizione completamente disincarnata. Ma che fare dell’antropocentrismo, del fatto che io sono ecofemminista e (un giorno, è un processo in divenire) antispecista ma qui e ora, incarnata in questo corpo sessuato di questa particolare specie?

Ecco, la posizione di Gebara mi aiuta a vedere il problema da un punto di vista differente: vale a dire che il problema dell’antropocentrismo non è il situarsi qui e ora, non è il partire da sé che inevitabilmente mette in prima fila il proprio modo di percepire il reale, ma la formulazione dell’antropocentrismo stesso. Se l’antropocentrismo in quanto anthropos è inevitabile, la sua coincidenza con l’androcentrismo prima di tutto, ma anche l’idea di una superiorità etica sulle altre specie, o l’idea implicita di un’etica umana come unica etica, non lo sono. Si apre allora lo spazio per pensare un nuovo antropocentrismo, dalle fondamenta del partire da sé verso l’interrelazione con le comunità di creature multispecie.

La seconda cosa che considero un guadagno è il discorso sulla mistura e la dimensione del piacere e della bellezza da un punto di vista etico e politico. Anche se non è un discorso nuovo mi sembra sempre importante ribadirlo, e collegare nuovi punti. La complessità della mistura tiene insieme il fatto che non ci sarà mai una lotta, un’azione sociale o politica, una pratica, che sia un bene per tutti, un Bene assoluto. Se si riequilibrano le parti, chi perde privilegi lo vedrà sempre come un danno e, magari, come una forma di oppressione rovesciata. È quello che sta accadendo con il proliferare dei gruppi per “i diritti degli uomini” (intesi come maschi), la cosiddetta “Manosfere” sui social media e l’ondata di misoginia. Sono tutti fenomeni dove uomini sessisti dichiarano di essere una minoranza perché si sentono oppressi dalle donne che gli “tolgono” diritti. “Diritti” come decidere sul corpo delle donne. Negare questa “perdita” non è un bene per la lotta sociale ed ecofemminista, ma nemmeno antirazzista, antiabilista, decoloniale etc. Eppure c’è come una ricerca di identificazione di queste lotte con un bene morale assoluto. Di conseguenza nel momento in cui si dichiara il male che anche queste lotte portano, sembra che queste siano messe sotto scacco perché se non sono perfette, le loro ragioni non valgono.

Credo invece che contestualizzare le lotte in un orizzonte di complessità, nella mistura che mette in relazione perdite e guadagni su tanti livelli e situa i soggetti in uno spaziotempo tridimensionale sia l’unica via sensata. Dire apertamente che sì, chi si trova in una posizione di privilegio deve perdere il proprio privilegio perché altre, altri e altr* possano vivere dignitosamente sembra un segreto sporco, da non dire mai ad alta voce perché rovina l’immagine del movimento. Invece è proprio necessario, insieme all’accettazione della contraddittorietà intrinseca e inaggirabile.

Ancora più in profondità, la mistura della bellezza e del piacere va a toccare un nodo che risulta ancora molto problematico nelle lotte sociali: la morale della povertà. Rimane ancora molto forte un’ideologia binaria razionalista, che ha radici nell’etica protestante (Max Weber non va mai fuori moda). L’idea, in altre parole, che i soggetti e le comunità impoverite debbano innanzitutto lavorare a qualsiasi condizione per poter uscire dalla dimensione di povertà (implicitamente senza cambiare i rapporti di potere, adattandosi alle dinamiche stesse che l’hanno generata), e che le risorse economiche e di vita vadano razionalizzate in modo assoluto: la bellezza e il piacere non sono per tutte, tutt* e tutti, sono solo per chi se le può permettere, per chi se l’è “meritate” con il lavoro (e il privilegio e l’assimilazione alle dinamiche del sistema). Una scissione netta tra bisogno materiale e bisogno dell’anima, tra lavoro produttivo e tempo improduttivo, dove i secondi sono separati e resi un privilegio esclusivo dei ricchi.

Un’etica del “buon povero”, anche, che molto ha in comune con i meccanismi del white savior. I “poveri” per essere “aiutati” devono incarnare una certa immagine della povertà, essere “buoni poveri”, mentre l’aiuto deve arrivare nei modi e nelle circostanze stabiliti dai privilegiati, dall’alto della loro superiorità etica e morale dimostrata dal loro successo – il favore di Dio, se vogliamo stare molto adese all’etica protestante. Chi non incarna tale immagine subisce la colpevolizzazione della povertà, non merita di essere aiutata, aiutato, aiutat* o ascoltato, ascoltat*, ascoltata. Un’assolutizzazione, in pratica, di un modello etico specifico, che fa il gioco delle dinamiche di disciplinamento proprie del capitalismo (si veda Federici, Calibano e la strega).

Ciò che è escluso da questa interpretazione è l’autorità di ciascuna, ciascun* e ciascuno. L’idea che le persone possano decidere da sé come e dove utilizzare le proprie risorse, che possano godersi il piacere di vivere anche se non hanno quasi nulla, nella mistura, e che non per questo diventino “colpevoli” della propria condizione, anzi. Che la bellezza e il piacere non si meritino ma siano per tutte, tutti e tutt* le creature. Non si accetta che proprio questo piacere sia il segno di un’etica differente e, con essa, della possibilità di molteplici sistemi etici – umani e multispecie. Non si considera il cibo dell’anima, da un lato, e la specificità e gli interessi della cultura del lavoro e della ricchezza a cui si fa riferimento, dall’altro. Nella nostra cultura mediterranea è presente dall’antichità l’idea della ricchezza di vita e del piacere dell’anima prima della ricchezza materiale. È importante non dimenticarla e sapere che i sistemi di potere che cercano di sminuirla lo fanno per il proprio interesse, cioè focalizzare tutte le energie sull’accumulo della ricchezza materiale e sulla produzione capitalista come unico modello di vita buona.

La concezione della ricchezza come possesso materiale è anche molto individualista, come dice Gebara, va perduta la dimensione sociale della condivisione. Mi piace che per questo si torni a ricordare che nel piacere, nella condivisione, nella festa, ci sia una forte componente della resistenza all’oppressione e dello scardinamento dei suoi sistemi di pensiero. Come titolava uno dei libri di Diotima, “La festa è qui”.


[1] Per un approfondimento del tema, rimando all’articolo “Come un seme nella terra. La mistica del Movimento di Donne Contadine (Brasile)”, uscito nel numero 15 di questa rivista.