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per amore del mondo Edizione 20 - 2024/2025

Femminismo ed ecologia

Ecologia spirituale: cosa è e perché potremmo averne bisogno

Sempre più frequentemente, negli ultimi anni, si sente parlare di ecoansia. Il periodo storico in cui siamo lentamente precipitati è confusionario e disordinato da più punti di vista: le grandi istituzioni continuano a fallire il loro compito di gestione e tutela della collettività, alimentando le grandi crisi sociali e ambientali che di minuto in minuto fratturano la realtà in cui viviamo. L’escapismo non è più contemplabile. Di fatto, non abbiamo alternative concrete a quello che più ci spaventa, e che, se ignorato ulteriormente, rischia di trascinarci giù, in un fondo buio e ostile. Il concetto stesso di connessione è sempre meno comprensibile, offuscato dal sentimento di inquietudine scaturito dai bruschi mutamenti ambientali, conseguenza del “dolore climatico” che ci travolge, consapevolmente e inconsapevolmente.

L’ecoansia, termine relativamente recente, è generalmente anticipatoria: chi ne soffre vive tormentato da un sentimento di preoccupazione e inquietudine per via degli sconvolgimenti climatici e delle minacce ambientali cui soccombono tutte le creature viventi. I sintomi sono diversi, e tra questi ci sono: impotenza e pessimismo, affanno, catastrofismo e, nei casi peggiori, anche grave depressione. È dimostrato che lo stress che dipende dai cambiamenti climatici ha conseguenze fisiche e mentali non indifferenti, che a volte sfociano anche in comportamenti aggressivi e violenti. Nell’era viva dell’Antropocene, in cui non è più possibile tornare indietro e in cui gli estremi eventi calamitosi continuano a modificare l’ambiente che ci circonda, pare assurdo che esista ancora un dibattito sull’esistenza del mutamento climatico. Le conseguenze di queste tragedie ambientali sono catastrofiche, e questo accade soprattutto perché ancora si fatica a delineare un da farsi, un protocollo di sicurezza e prevenzione che possa quantomeno attutirne l’impatto.

Se da una parte c’è chi pensa sia troppo tardi per invertire la rotta di questo barcollante viaggio verso il baratro, dall’altra, come scrive anche l’antropologo culturale Vito Teti nel libro Il risveglio del drago – in cui viene raccontato cosa accadde prima, durante e dopo la terribile frana che rase al suolo Cavallerizzo, un paese arbëresh in provincia di Cosenza, compromettendo per sempre la piccola comunità albanese – “ci sono persone e gruppi che non si rassegnano all’evidenza […] che non si arrendono a un futuro di sfruttamento, guerre devastanti, stravolgimenti climatici, grandi migrazioni, preludio alla fine o alla scomparsa di intere popolazioni […][1]. Mary Evelyn Tucker, co-fondatrice e co-direttrice dello Yale Forum on Religion and Ecology, specializzata in religioni asiatiche, nel suo articolo intitolato Why The World Needs Spiritual Ecology[2], sostiene che una delle risposte più sensate alla crisi climatica potrebbe essere l’ecologia spirituale. Questa pratica, se estesa e messa in atto dalla maggioranza della popolazione, potrebbe aiutare a sistemare le cose e allineare tutti i sistemi viventi grazie al potere curativo della relazionalità. Ma di che si tratta esattamente? Quando si può parlare di ecologia e spiritualità insieme?

Tucker descrive la spiritualità ecologica come lo strumento perfetto utile a sbrogliare il nostro coinvolgimento generale con il materialismo consumistico e, aggiungerei, l’asfissiante evoluzione tecnologica del capitalismo. Questa pratica, che ha alla base la presenza e la consapevolezza attiva e passiva del mondo circostante, può “ritenere noi e la materia creativa dei vibranti processi evolutivi”. Solo così si potrebbe riaccendere la fiamma della risonanza relazionale tra noi e i nostri simili, umani e non umani (o più che umani, come specifica Tucker). Nel libro intitolato The Demon-Haunted World: Science as a Candle in the Dark, Carl Sagan scriveva:

La scienza non è solo compatibile con la spiritualità; è una profonda fonte di spiritualità. Quando riconosciamo il nostro posto in un’immensità di anni luce e nel passaggio delle epoche, quando cogliamo la complessità, la bellezza e la sottigliezza della vita, allora quella sensazione di euforia e umiltà combinate, è sicuramente spirituale. [3]

Parlare di scienza e di spiritualità in un unico discorso è, purtroppo, ancora un tabù della società occidentale. La frattura che si è creata tra questi due immensi emisferi di esistenza è paradossale, quasi incoerente: la crisi ecologica non può infatti non essere considerata una crisi spirituale. In un articolo per Atmos, la giornalista Willow Defebaugh fa riferimento alla cultura indigena, che – al contrario delle popolazioni occidentali – da sempre tiene unito un nucleo pulsante costituito da questi due estremi apparentemente opposti. L’etnobotanico Jonathan Ferrier, parlando dello stile di vita Mino-Bimaadiziwin, condiviso da più tribù indigene, quali algonquin, ottawa, saulteaux, ojibwe e potawatomi, afferma: “I popoli indigeni sono molto scientifici, è solo che la nostra scienza include il cuore”[4].

Questo stile di vita è circolare, e ha alla base un principio fondamentale: ogni relazione è sacra e comporta il riconoscimento dell’energia vitale che si nasconde nella relazionalità, che è sempre considerata spirituale. Ferrier parla di equilibrio ecologico:per vivere bene è assolutamente necessario mantenere un rapporto autentico con la terra, tanto da investire emotivamente, mentalmente e spiritualmente su di esso. Mino-Bimaadiziwin significa quindi che per vivere questa vita non possiamo che imparare tramite il rapporto con la terra, che ci offre una conoscenza di noi e di essa sempre più ampia.

In dialogo con Mary Evelyn Tucker, la filosofa Carol Wayne White spiega che l’ecologia spirituale, strettamente correlata al naturalismo religioso, si basa su una percezione moltitudinale della realtà, in cui studi scientifici, valori religiosi e idee filosofiche si incastrano costantemente tra loro. In questa visione, la natura è la realtà ultima, pertanto spodesta gli esseri umani dalla gerarchia di cui loro si sono dichiarati apice inarrivabile. Secondo White, la spiritualità è un modo autentico di riflettere, sperimentare e immaginare la propria relazione con tutto ciò che è, a prescindere dalla sua forma. In questo senso, ecologia e spiritualità non si possono separare l’una dall’altra: gli esseri umani sono a loro volta organismi naturali, e si inseriscono in un ecosistema molto più ampio di quello che siamo abituati a considerare, che non è assolutamente antropocentrico e che comprende tutto ciò che può essere compreso in questa “entità vivente che chiamiamo Terra”[5].

Defebaugh, come Carl Sagan, sostiene fermamente che scienza e spiritualità siano più simili di quanto si possa pensare. Entrambe pratiche devozionali, queste discipline consistono in una concreta messa in atto dell’assoluta adorazione e curiosità nei confronti della vita. La loro separazione non può che portare ad una comprensione limitata della realtà, troppo poco attendibile o esageratamente macchinosa. Per apprendere i meccanismi dell’universo che ci circonda è necessario che entrambe queste discipline vengano tenute in conto in egual misura e che non vengano separate l’una dall’altra, così da avere un quadro più accurato e dettagliato del “tessuto che lega insieme tutti i nostri destini”[6].

La filosofa Caterina Diotto, nel saggio Ouroboros. Femminismo, Ecologia, Ecofemminismo[7], scrive che il tema della coscienza ambientale germina intorno all’Ottocento, anche se è nel Novecento, in particolare dagli anni ‘70, che gli ambientalisti iniziano a focalizzarsi sulla capacità di resistenza della Natura sotto il dominio e l’influenza dell’attività umana[8]. Da questo momento in poi la riflessione ambientalista si occupa specificatamente di alcuni punti fondamentali: in primo luogo viene messa in discussione la scissione interna al soggetto tra pensiero e materia[9], cioè la divisione in binari definiti di modelli tradizionali per coppie oppositive, come ad esempio natura e cultura, soggetto e oggetto, essere umano e natura, essere umano e animali[10]. È sulla base di questo binarismo che si sviluppa l’antropocentrismo, per cui gli esseri umani si sentono legittimati a sfruttare le risorse terrestri in maniera illimitata e incontrollata in quanto ‘’esseri superiori’’. Per il pensiero ambientalista, questo atteggiamento di separazione, indipendenza e superiorità rispetto al mondo naturale è nocivo e non consente lo sviluppo di una maggiore consapevolezza della Natura e di ciò che significa realmente essere umano.

In secondo luogo, grazie anche alla critica delle incongruenti ideologie di sviluppo (che si fonda sulla virtuale inesauribilità delle risorse in un’ottica di sfruttamento e profitto[11]) e progresso (al contrario, appartiene a una visione politica di miglioramento della condizione umana in senso qualitativo[12]),è in questo periodo di grandi cambiamenti che comincia svilupparsi la nuova concezione della relazione tra esseri umani e natura. Arne Næss, filosofo norvegese, parlava di deep ecology, “ecologia profonda”, ovvero la presa di coscienza della relazionalità interdipendente di ogni essere vivente come veicolo che riconduce al “sé ecologico” o “sé espanso”. Fondamentale per riconoscere l’importanza della sacralità delle relazioni è il legame con il Luogo[13]: per Næss il luogo è un vero e proprio punto di riferimento, una casa dell’anima, in scambio stabile e aperto con l’ambiente circostante.

In modo molto affine alla posizione di Naess, ne Il senso dei luoghi[14] Vito Teti scrive: “Le nostre sensazioni, le nostre percezioni, la nostra memoria, la nostra vita non possono che essere raccontate e rappresentate rispetto a un luogo” e continua, “noi siamo i nostri luoghi: tutti i luoghi, reali o immaginari, che abbiamo vissuto, accettato, scartato, combinato, rimosso, inventato. Noi siamo anche il rapporto che abbiamo saputo e voluto stabilire con i luoghi”.

Il sentimento di affinità e sorellanza con la natura, se è stato esiliato dalla scienza, ha sempre trovato possibilità di esprimersi nel campo della letteratura e della poesia. È quindi a queste fonti che dovremmo ritornare in un’ottica di ecologia spirituale, per riconquistare il senso perduto di quella relazione. La necessità di una collettiva consapevolezza dell’interdipendenza relazionale sopracitata è lampante nelle parole di Anna Maria Ortese in Le Piccole Persone. In difesa degli animali e altri scritti[15]: qui l’autrice denuncia i delitti dell’Uomo e la sua sfacciata arroganza nei confronti della Terra, prende posizione contro lo sfruttamento e il massacro degli animali, contro l’offesa costante alla natura, ormai martoriata e massacrata vittima sacrificale. Anna Maria Ortese è stata una delle prime autrici italiane a comprendere, mettere in pratica e tracciare le radici della “religione della fraternità con la natura”[16]. Per lei, la Natura non era mai stata in alcun modo malevola e ostile nei confronti dell’Uomo, dunque non poteva considerarsi matrigna ma madre, nonché essenziale ubicazione del perdersi, domicilio originario da cui, oggi più di allora, ci si è fin troppo allontanati.

La scrittrice, molto intelligentemente, criticò la meccanicità in cui l’Uomo ha scelto di ritirarsi in nome del progresso e della freddezza intellettuale. Riconobbe, inoltre, ancora prima che questo potesse diventare argomento di dibattito pubblico come lo è nella percezione moderna, che l’Uomo vuole spesso vivere alienato dalla Natura, come un estraneo che ne è servo o padrone[17], e quasi mai figlio o fratello[18]. Proprio questa tendenza non gli permetteva – ed è certo che ancora non gli consente – di capire che tutto ciò che tocchiamo è “meravigliosamente vivo”[19], costituito dalla stessa identica “divina materia”[20] e da una identica capacità di provare piacere e dolore. Tutto ciò che ci circonda, secondo Ortese, è permeato della sensibilità e dolcezza di quello che lei definiva Spirito, dall’uccello al cavallo, dalla bellissima farfalla alla temibile vipera. Tutto palpita, respira, scorre in vita. Tutto è soggetto a una sensibilità unica, e tutto ha bisogno di estrema considerazione e rispetto.

Sulla stessa scia d’amore incondizionato, di necessità di ritorno al primitivo, Mariangela Gualtieri scriveva[21]:


Ringraziare desidero il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo
universo singolare
ringraziare desidero
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità
per il pane e il sale
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede
per l’arte dell’amicizia
per l’ultima giornata di Socrate
per il linguaggio, che può simulare la sapienza
io ringraziare desidero
per il coraggio e la felicità degli altri
per la patria sentita nei gelsomini [...]

Il divino di cui Gualtieri parlava – che rimanda allo Spirito di Ortese e, di conseguenza, all’ecologia spirituale – è un tema ricorrente in tutta la sua produzione poetica. Profondamente devota alla bellezza persistente del mondo crudele in cui è cosciente di vivere, Mariangela Gualtieri non chiude mai le porte alla leggerezza e all’ardente dolcezza delle cose del mondo. Nella sua ultima raccolta, pubblicata per Einaudi nel 2024 con il titolo di Ruvido Umano[22], c’è un’intera categoria di poesie intitolata Selvatico sacro[23]. Il nome racchiude sia l’amore viscerale dell’autrice nei confronti della Natura, sentimento che sembra più “naturale” e spontaneo della Natura stessa, sia il suo profondo rispetto per la sfera sacra delle cose terrestri, di tutto quell’“enigma felice, voce senza voce”[24]. Per Gualtieri amare la vita anche quando non si ha lo stomaco per sopportarla[25] è essenziale, ma lo si può fare in maniera fluida solo ritornando alla Madre, alla Natura. Aprendo una finestra sulla sua esperienza, offre quello che sembra un invito implicito ai lettori, quindi scrive[26]

Portare questo me respirante fra respiranti
piante da cui questo respiro viene.
Prendere questo bene.
Reggere tutto il bosco sulla testa per adorazione.
Cosa è qui che tace così forte
e che tacendo investe la persona e la doma
e la persona inginocchiata poggia la fronte
su tutto il fresco della foresta e dalla testa
esce il dolorante fragore.

In maniera analoga, è bene citare l’autrice statunitense Mary Oliver, in particolare Wild Geese, in cui davanti alla natura delle cose non c’è bisogno di essere buoni, o di camminare sulle ginocchia per infinite miglia in cerca di redenzione, perché l’unica cosa importante è lasciare che l’animale innocuo che noi esseri umani siamo ami quello che sceglie di amare, mentre le wild geese, le oche selvatiche, migrano verso casa, e il mondo si dispiega e offre alla nostra immaginazione[27]

You do not have to be good.
You do not have to walk on your knees
for a hundred miles through the desert, repenting.
You only have to let the soft animal of your body
love what it loves.

È a questa immacolata concessione che dovremmo tendere. Approfondire il concetto di spiritualità ecologica sullo spettro infinito del tempo che ricollega tutte le esperienze degli esseri viventi di questa Terra serve a chiunque abbia (o voglia avere) un minimo di coscienza di se stesso e di ciò che lo circonda. Come ribadito da Mary Evelyn Tucker, questo tipo di spiritualità ci riavvicina alla meraviglia pura – la stessa di Ortese, Gualtieri e Oliver –, delineando così il confine tra noi e le numerose dipendenze facilmente reperibili che ci circondano, per ricordarci che viviamo in un universo estremamente complesso e stratificato di cui facciamo parte e di cuidobbiamo avere cura.


[1] Vito Teti, Il risveglio del drago. Cavallerizzo: un paese mondo, tra abbandono e ricostruzione, Donzelli Editore, Roma 2024, p. 7

[2] Mary Evelyn Tucker, “Why The World Needs Spiritual Ecology”, in Atmos n. 9, 2024

[3] Carl Sagan, The Demon-Haunted World: Science as a Candle in the Dark, Headline Book Publishing, London 1997, p. 32

[4] Willow Defebaugh, “Heaven on Earth”, in Atmos, 2021

[5] Ibidem

[6] Ibidem

[7] Caterina Diotto, Ouroboros. Femminismo, Ecologia, Ecofemminismo, in La filosofia e la crisi ecologica. Atti della Winter School 2021/2022 a cura di Raoul Kirchmayr e Beatrice Bonato, p. 4

[8] Ibidem

[9] Ivi, p. 5

[10] Ibidem

[11] Ibidem

[12] Ibidem

[13] Ivi, p. 6

[14] Vito Teti, Il senso dei luoghi, Donzelli editore, Roma 2024

[15] Anna Maria Ortese, Le Piccole Persone. In difesa degli animali e altri scritti, a cura di Angela Borghesi, Adelphi Edizioni, Milano 2016

[16] Ivi, p.135

[17] Ivi, pp. 83-84

[18] Ibidem

[19] Ibidem

[20] Ibidem

[21] Mariangela Gualtieri, Le giovani parole, Einaudi Editore, Torino 2017, p. 115

[22] Mariangela Gualtieri, Ruvido Umano, Einaudi Editore, Torino 2024

[23] Ivi, p. 26

[24] Ivi, p. 28

[25] Ellen Bass, Mules of Love: Poems, BOA Editions 2002

[26] Ivi, p. 29

[27] Mary Oliver, Devotions: The Selected Poems of Mary Oliver, USA Penguin Books 2020, p. 347