diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Fuorigioco

Dialogo su Donne e Sport

Laura Minguzzi: Ho accettato la proposta di Gioia Virgilio di discutere alla Libreria delle donne il libro Donne e sport, da lei curato con Silvia Lolli. Con Gioia Virgilio abbiamo vissuto un periodo importante della storia del femminismo italiano a Bologna, alla fine degli anni settanta. Insieme abbiamo realizzato una ricerca sui travestimenti, a partire dall’analisi delle nostre fotografie, interpretate collettivamente nel gruppo “La Strettoia”. Una pratica politica a partire da sé che pubblicammo in una brochure confezionata a mano dalle sei autrici, dal titolo Equilibrismi. Parole e Immagini. Ecco io ancora oggi la ricordo così, appassionata giocatrice di tennis e attenta alle relazioni e all’immagine della donna nello spazio pubblico. Con questo libro Gioia ha allargato questa pratica al mondo dello sport, anche a chi come me lo conosce poco e con la coautrice Silvia Lolli al mondo dell’educazione e della formazione. 

Dalla mia posizione di spettatrice mi ha coinvolto il taglio scelto dalle autrici: in primo piano i racconti delle atlete, i loro singoli e singolari percorsi e l’attenzione particolare dedicata alla rappresentazione del corpo femminile nei media, nei social, nella stampa. C’è una profonda necessità di raccontarsi e di un confronto aperto sul  senso delle narrazioni e delle vicissitudini.

L’incipit è un invito a non dimenticare la genealogia e riconoscere le origini e ci rammenta che a Milano comincia la storia del calcio femminile.  A Milano si gioca l’11 giugno del 1933 la prima partita ufficiale allo stadio Fabio Finzi.  E’ una vera passione che dilaga. Fondatrici del gruppo delle calciatrici sono tre sorelle, Rosetta, Marta e Giovanna Boccalini. Segue la formazione di una squadra ad Alessandria e il desiderio di un amichevole fra le due squadre. Due giorni prima arriva lo stop. Un editoriale pubblicato sul Littoriale vieta il calcio alle donne, secondo la volontà del nuovo numero uno del Coni di allora, il cui capo, Achille Storace, era anche segretario del partito Nazionale Fascista.

Emerge dalle prime pagine un’esplicita differenza di approccio delle giovani donne sportive, fin dagli inizi: il piacere per il gioco in sé e la sfida all’immaginario maschile della “immorale donna pubblica”. “La verità era che più giocavamo e più ci piaceva farlo e del resto proprio non ci importava”. [1]  

Riassumo brevemente le riflessioni sul calcio da Parterre di Sara Bigardi nel n° 16, 2019 della rivista online Diotima Per Amore del mondo: “In Italia la grande svolta, l’esplosione del calcio femminile sarà dopo i Mondiali di Francia del 2019”.

 Da Note di un metodo Analisi dei vissuti delle calciatrici, della genialità dell’allenatrice miss Milena Bertolini e creatività del gioco orizzontale che si vede dal parterre, della tecnica come pratica con i riferimenti al teatro e al tempo/luogo del prima, del durante la partita e del dopo nello spogliatoio come luogo della differenza sessuale dei corpi e dello scambio relazionale, che crea appartenenza e fa società.

 Le autrici di Donne e Sport ci mettono di fronte all’evidenza che il corpo delle donne è da sempre un corpo politico.

Cos’è per te lo sport? E’ una domanda che Silvia Lolli, insegnante di educazione fisica rivolge agli studenti e studentesse in un dibattito pubblico.

La faccio mia e ripenso alle molte palestre con piscina che nella mia vita ho frequentato. Mi piace nuotare e ricordo in modo particolare il piacere che ne traevo  negli anni in cui ho lavorato in una scuola sperimentale con una grande piscina olimpionica, dove andavo molto volentieri dopo la fine delle lezioni. Era una sorta di rito purificatore per liberare la mente dalla fatica del mondo dedicandomi totalmente anima e corpo al piacere della fatica delle vasche che percorrevo a bracciate. Mi accorgevo che questo “rito” favoriva il pensiero. Quello che oserei dire corrisponde al “sincretismo di esserci” di cui ha parlato Sara Bigardi, intervenendo online nel corso della serata.

Rivolgo la stessa domanda a Daniela Santoro, amica del gruppo Le Compromesse, con cui ho scambiato queste riflessioni:

Daniela cos’è per te lo sport?

Daniela: Forse il primo termine che la mia mente associa allo sport è “comunione”. La verità è che lo sport ha lasciato dei solchi travagliati nella mia vita, che tutt’ora cerco di rimarginare. Eppure, non posso che sorridere pensando a quel periodo, al di là delle negatività che mi hanno colpito. Quando penso allo sport penso alle mie compagne di squadra, all’odore del cloro e al rumore delle ciabatte negli spogliatoi che si alternava a risate e schiamazzi. Penso al dolore delle gare ma al piacere di incontrare quelle amiche che riuscivo ad abbracciare solo in quelle occasioni. Più che dal nuoto, dagli allenatori, tutto quello che ho imparato è grazie alle mie compagne di squadra, grazie a quei sentimenti forti che ci riempivano il cuore nelle fasi più formative della nostra pre-adolescenza, grazie a quelle relazioni fatte di cuffie rotte nei momenti peggiori e occhialini dispersi. Probabilmente, se non ci fossero state loro avrei abbandonato i lidi dell’agonismo ben più tempo prima…

Oggi possiamo affermare che esiste una misura di donna nel calcio o in altri sport?

Penso in realtà che la vera misura dello sport sia l’agonismo, per tale motivo vedo veramente con difficoltà la possibilità del crearsi una misura femminile all’interno dei vari compartimenti sportivi. Rimane, forse per questo motivo, ancora un mondo almeno ideologicamente maschile: un mondo di gerarchie, di vinti e vincitori. Quanto meno agli occhi dello spettatore.. È dominato dal maschile proprio per questo sostrato agonico, a mio avviso. Il vero dello sport è quello che non si vede in tv, è tutto quello che si muove a porte chiuse: negli spogliatoi, nelle stanze di albergo in trasferta, è li che nasce la misura femminile. È lì che lo sport diventa veramente formativo, qualità che spesso gli viene appioppata.

Se penso ai motivi per cui io me ne sono sempre tenuta lontana, al massimo guardo le Olimpiadi in tv, è chiaro che l’ho sempre sentito come un campo dominato dal maschile.

Secondo Gioia Virgilio ci sono cambiamenti positivi, c’è oggi un movimento sportivo femminile che ci rende più ottimiste. Porta l’esempio di una pugile, Irma Testa, campionessa mondiale di boxe, la quale racconta il suo percorso di emancipazione da un quartiere napoletano senza speranza per lei.

Ma il calcio femminile è un passo avanti? Non si tratta solo di emancipazione o di parità salariale. “Fissarsi troppo sulla professionalità, sulla visibilità non smuove il pensiero e spinge verso l’omologazione, è meglio non paragonare il gioco femminile a quello maschile”, dice Sara Bigardi.

Mi sono chiesta se il mito del successo nello sport abbia qualcosa a che fare con il caso tragico della giovane promessa della pallavolo suicidatosi a Istanbul dopo la partita perduta dalla sua squadra. Mi ha molto colpito e mi sono interrogata se non significhi forse volere incarnare e rappresentare l’ideale dello sport, farsi carico del negativo che c’è nel mondo maschile, vedere nello sport la realizzazione di un sogno. Ho voluto confrontarmi con Daniela su questo punto perché nella serata in Libreria durante il dibattito avevo sollevato il tema, ma è stato subito banalizzato come una questione d’amore deluso. Daniela invece ha preso sul serio la cosa e insieme abbiamo deciso di fermarci e ragionarci sopra come merita. E ci siamo poste di conseguenza una serie di ulteriori domande.

Cosa significa oggi avere un sogno? Cosa ci dà sicurezza e autostima? Ma è proprio vero quello che ci dicono che lo sport insegna a saper perdere? Ma le donne hanno bisogno di questo insegnamento?

Le donne hanno guadagnato a fatica il loro posto nello sport, in questo senso noi sportive (ormai io ex) viviamo il riuscire atleticamente come una rivincita. Il punto è che continuiamo a cercare la rivincita negli agoni maschili. Ho vissuto sulla mia pelle questo sentimento, questa ricerca incessante di riscatto, forse alla volta di una parità dei sessi che è lontana da quello di cui le donne hanno davvero bisogno: la differenza. Così, alla ricerca di un’equiparazione alla competizione maschile, completamente votata al successo, il fallimento diventa un’onta che porta al martirio: ho fallito io, con me hanno fallito tutte le donne che credevano in me. Quello che in realtà bisognerebbe insegnare alle giovani sportive è che ci si trova davanti a una profezia che si autoavvera. A questo proposito vorrei, infatti, citare Audre Lorde, nella speranza che la giovane donna che legga possa trovare la forza di superare il fallimento sportivo, io personalmente ne avrei avuto davvero bisogno: “Non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone.”

Libere nei corpi non dai corpi. Una frase che mi ha colpita letta su facebook.

Come scrive una giovane studentessa, Bianca Baldassari, in dialogo con Luisa Muraro[2]:

La parità può essere un inizio ma poi si va avanti e si cerca una propria misura che non è quella maschile.. Una misura che è differente che è la differenza dei sessi, propria dei corpi, già prima della nascita. La nostra libertà che ci caratterizza e costituisce non può avere come unità di misura e metro di giudizio i risultati degli uomini, dato che noi siamo differenti ed è giusto sottolinearlo e non deve essere delimitata dai paletti posti dagli uomini ma ci si deve ergere con forza oltre questi limiti per poi soverchiarli, in una costante ricerca di autodeterminazione del proprio sé… Parità e uguaglianza sono due concetti molto diversi.. Parità vuole dire stare dentro confini e limiti non decisi da noi.


[1] Gioia Virgilio, Silvia Lolli, Donne e sport, I libri di Emil, 2021, pp.104-105.

[2] L’inizio di qualcosa di più grande, VD3, 27/03/2023.