Dentro la torre di Babele
La mia terra è la mia lingua materna
siamo nomadi
veniamo da lontano
In cerca di riparo
in una capanna
caverna
casa
tutta la vita in cammino
in braccio a nostra madre
nel silenzio della fatica
nell’incanto del parlare
le nostre mani raccolgono
i frutti della terra
le nostre mani dipingono
immagini nelle caverne
le nostre mani stringono
le mani del vicino
le nostre mani donano
quel poco che sappiamo dare
siamo ospiti
siamo di passaggio
lasciando deboli tracce
delicate le nostre orme nella sabbia
invisibile la parte spirituale
talvolta Impercettibile l’amore
instabile il legame
siamo finiti in questa torre di Babele
assurdi grattacieli
toccano sfere inviolabili
costruzione potente
claustrofobica presenza
pensiero unico
lingua obbligata
lontana dalla vita, dal corpo
dal respiro delle piante
degli animali a noi vicini
Vorrei ringraziare le amiche di Diotima che hanno parlato prima di me, soprattutto Diana che ha esposto la riflessione sulla “lacuna” e “laguna”, i confini incerti, un mescolamento di terra e acqua.
Con il mio discorso vorrei esporre più l’aspetto prettamente linguistico dell’oltrepassare i confini stabiliti della lingua unica. Mi chiedo anche che tipo di rapporto abbiamo con la terra, quale rapporto ha la lingua con la terra, in particolare la lingua materna.
Mentre anni fa il discorso sulla lingua materna aveva anche lo scopo di riportare alla dignità piena il lavoro della madre nel crescere una bambina o un bambino insegnando loro le basi della lingua e del pensiero. Oggi sappiamo che tutte quelle affermazioni più filosofiche sono state provate dalla scienza linguistica.
Quindi sappiamo che la lingua materna è indispensabile per lo sviluppo sano di ogni essere umano ma altrettanto che l’esperienza multilingue porta a uno sviluppo sano di bambini e bambine. Comunque, la lingua materna non è mai lingua unica del potere bensì lingua singola della singola donna e della sua assolutamente personale visione del mondo circostante.
La torre di Babele, antico mito biblico, e probabilmente ancora più antico, ci parla di un’unica lingua all’origine e un unico pensiero. Ma già in questo caso il testo sacro ci mette in guardia dal pericolo di una lingua e un pensiero unico (Genesi 11: 8,9).
La confusione delle lingue doveva essere, comunque, una punizione. Di conseguenza la diversità pure una punizione.
Noi invece sappiamo oggi che la “confusione delle lingue” è stato l’inizio di un cammino nuovo, più ricco e più gioioso, talvolta anche più conflittuale. Sappiamo anche che l’origine delle lingue resta un enigma di difficile soluzione ma non ci interessa più di tanto in quanto le nostre società sono tutte plurilingui da tempi remoti.
La presenza di innumerevoli lingue è normale. Anche se, all’inizio, ci stordisce, alla fine sappiamo che è una ricchezza, che i tanti punti di vista ci fanno uscire da una gabbia concettuale e ci portano oltre “le mura del nostro giardino”.[1]
Quando viaggio sui treni regionali sono immersa in un mondo di voci per me incomprensibili ma sentendo la tonalità delle espressioni mi sento come a casa, come nomade anch’io che ha l’occasione di partecipare a un suono più vasto, di entrare in una dimensione come spirituale.
Quanta letteratura è stata scritta da persone di doppia cultura e lingua!
La LETTURA[2] del 13 ottobre 2024 ha dedicato, in occasione della fiera del libro di Francoforte, alcune pagine “alle letterature tedesche”, cioè a quei libri premiati che sono stati scritti in tedesco da autrici e autori provenienti da altre culture. Perciò la lingua non è patrimonio esclusivo di un solo paese.
Ma tutte le persone che entrano in questa cultura la praticano e la sviluppano a loro volta.
Scrive Alessandra Iadicicco:
La cartografia della letteratura tedesca di oggi rivela confini quanto mai fluttuanti, si allarga ad accogliere infiltrazioni e scambi fra culture profondamente differenti, disegna un paesaggio non già de-territorializzato, de-localizzato, bensì aperto alle realtà più disparate, un vero e proprio pluriverso.
Anche l’Italia annovera fra i suoi autori ed autrici numerosi nomi stranieri come, per esempio, la poeta nigeriana Sandra Faith Erhabor e la poeta croata Melita Fercovic. Entrambe fanno parte del nostro gruppo di “Poesia dal mondo” nato a casa di Ramìa molti
anni fa. La lingua che usano segna significativamente la sorgente dalla quale le poesie si originano. Najat Rezki, per esempio, scrive poesie in arabo quando fa spazio ai propri sentimenti che riguardano il passato, traduce poi in italiano i suoi testi, mentre scrive in francese quando le poesie esprimono di più il suo sentire esistenziale attuale.[3]
Molte poete straniere scrivono generalmente in italiano. Si vede che la lingua straniera è un favoloso spazio di libertà.
Quando gli immigrati possono raccontare la propria storia nasce in noi una maggiore empatia con loro.
Anche il gruppo di narrazioni di Casa di Ramìa[4] ha questo intento.
Mi ricordo la tragedia di Cutro del 26 febbraio 2023 quando morirono più di 100 persone. Il fatto, comunque, mi aveva colpito profondamente solo quando sentivo che a bordo si trovava una donna attivista e giornalista con suo marito e i tre figli.
I morti senza volto non ci commuovono e i migranti senza storia si possono trattare come dei numeri ma le persone che hanno potuto raccontarci le loro vicende trovano casa nel nostro cuore.
Comunque, la lingua unica esiste davvero e unisce tutta l’umanità. Ciò che riguarda la vita delle cose essenziali è uguale in tutte le lingue. Se vado in Giappone o in Russia, per esempio, in una famiglia, imparo benissimo la lingua perché sui processi vitali, del corpo, della vita quotidiana siamo molto vicini. Soprattutto nella lingua materna.
Si potrebbe affermare che la lingua materna è uguale dappertutto, uguale nella sua struttura semantica, cioè quel substrato di senso sottostante che non è solo un sapere linguistico e delle civiltà storiche ma un sapere multimodale, cioè incarnato.[5]
Mentre l’intelligenza artificiale si basa su un sapere esclusivamente linguistico, cioè si nutre esclusivamente di testi, milioni di testi scritti, la lingua materna si nutre d’esperienze multisensoriali attraverso il corpo ed è per questo che differisce completamente dal linguaggio artificiale.
Questa caratteristica della lingua materna, di essere uguale per tutte, ci rende più facile l’incontro fra donne straniere e italiane., come lo pratichiamo anche a Casa di Ramìa.
Vi racconto a questo proposito un mio ricordo di quando ero giovane studente dell’università e stavo facendo un viaggio in Persia. Appena arrivata all’università avevo conosciuto molti ragazzi stranieri, fra i quali anche Shapur Sadegolvaad, proveniente da una piccola città non lontana da Teheran. Lui mi aveva pregato di andare in visita alla sua famiglia e di portare di persona i suoi saluti. Mi aveva dato anche una lettera da consegnare a sua madre.
Certo quando si trattava di scendere dall’autobus in questa città di nome Qazvin tanto lontana e tanto diversa mi era mancato il coraggio di fare la visita alla famiglia di Shapur e solo al ritorno ho dovuto darmi coraggio per affrontare una situazione così diversa per una turista come me.
Suonata la campana la porta si aprì e una donna di 50 anni mi seppellì di discorsi gioiosi e mi abbracciò con entusiasmo. Mi tirò dentro questo spazio fresco e fiorito e mi presentò tutta la famiglia, soprattutto la balia che avevo il compito di salutare molto calorosamente.
Così cominciò il nostro dialogo senza sapere la lingua dell’altra. Allora decisi di raccontare in tedesco tutto quello che sapevo di Shapur e loro di controcanto mi raccontavano il loro vissuto con il figlio.
Fare il nome per intercalare era importante e molti segni con le mani oltre a una faccia molto espressiva. In questo modo siamo riuscite a capirci anche senza conoscere la lingua dell’altra.
Già la voce trasmette significato.
Sono convinta che la donna non ha radici ma vive nelle relazioni.
Eva Maria Thüne, nel suo saggio “Desiderare la lingua d’altri”[6] afferma che le donne hanno un rapporto con il territorio diverso. Citando Monica Farnetti dice: “i ricordi sono sempre e rigorosamente localizzati, strettamente dipendenti da una geografia personale e da una concezione affettiva e quasi antropomorfica dello spazio.”[7]
Questa concezione deriva, a mio avviso, dalla prima infanzia quando siamo in braccio a nostra madre o di altri famigliari e ci viene indicato “guarda” ciò che ci circonda. Sono le parole e i gesti di chi ci spiega quello che vediamo che colorano affettivamente il nostro rapporto con la terra.
Ogni esperienza è mediata dalle parole soggettive di chi ci insegna a parlare.
Nascere nelle relazioni non sulla terra costituisce il nostro inizio.
La nascita di un bambino/a non avviene in un luogo preciso. Non nasce dalla terra e non cresce nella terra come le piante. Anche se si dice che i bambini nascono sotto le foglie dei cavoli.
I bambini vengono portate dalla cicogna talvolta. Quanta censura rispetto a quell’atto del partorire e del nascere!
I racconti del partorire sono ancora da scrivere.
Ciò che non si racconta non esiste. La linguistica degli atti performativi, di John Austin, e oggi di Judith Butler ci dicono proprio questo che il nominare è un atto performativo che fa vivere un’esperienza che da valore a questa esperienza.
Il parto è la storia di un’esperienza grandiosa. Ma finora rimasto senza parole, anzi taciuta quasi come un atto che ci avvicina al mondo degli animali.
Invece sappiamo che sono le donne che nel parto fanno un viaggio nell’universo.
È un’esperienza diretta del legame che annoda l’umano all’estrema complessità delle altre forme viventi e al loro insieme, in un unico mondo,
[…]
È una conoscenza viscerale del Tutto. [8]
Le nostre radici non si innescano nel luogo. Con una ancora incompleta formazione il neonato esce dall’utero interno ed entra nel grembo esterno fra le braccia di una persona, sempre una madre. Non tocca terra prima che non sia stato abbracciato, curato e avvolto dalla madre.
Il bambino e la bambina entrano da subito nella relazione con lei prima di avere un rapporto con la realtà circostante, prima di avere un rapporto con la sua cosiddetta terra natia.
Difatti sappiamo dalle ricerche che il neonato è capace di apprendere tutte le lingue e prendere per madre una persona qualsiasi che le fa da madre. Questa estrema duttilità della biologia umana ci dimostra anche quanto la terra, dove si nasce, sia piuttosto casuale, determinato certo dalla singola storia personale.
In origine siamo stati nomadi e anche oggi molte di noi provengono da una famiglia immigrata. Non conta né luogo né proprietà della terra, della casa. Siamo nate fra le braccia di una donna che ci fa da madre.
Il neonato è attratto soprattutto dal viso della madre e dalla sua voce, una voce che incanta. Non è interessato a null’altro. Certo al nutrimento che gli viene offerto regolarmente. Non potrebbe sopravvivere senza la persona che lo accudisce continuamente. È la voce, le voci, che lo attraggono e che vengono da quel viso amato e che indirizzano la sua attenzione.
In tutto il mondo sono state scritte delle ninne nanne e delle filastrocche per divertire quel piccolo orecchio incantato.
Chi non trova una madre, o chi per essa, che parli al neonato sarà infelice a vita e avrà sempre difficoltà ad esprimersi.
Chi invece nasce in un altrove che non è casa sua non avrà necessariamente problemi nella vita. Nascendo sempre nelle relazioni abbiamo tutto quello di cui abbiamo bisogno. Perciò un bambino del Ghana che nasce a Verona sarà felice come se fosse nato ad Accra. La terra non ha nessuna incidenza.
Non avere terra sotto i piedi non vale per i piccoli.
Naturalmente se nasce in una famiglia tormentata avrà problemi come i bambini delle famiglie disfunzionali italiane. Poi forse esiste anche una differenza fra figlie e figli maschi. Forse le ragazze si inseriscono più facilmente in contesti diversi e sono spesso più brave a scuola. Certo, fargli mancare la lingua materna è anche il cibo tradizionale avrà invece conseguenze infauste. In questo modo restiamo legate al cerchio materno: la bocca che parla e che nutre.
Ma non solo. La lingua materna crea la fiducia primaria senza la quale non potremmo crescere. Tutte le parole indicano una cosa sicura, sono semplici indicazioni della realtà circostante e del corpo con le sue sensazioni e delle relazioni: non c’è doppiezza, non c’è dubbio.
Di fatti, si sa che i bambini non capiscono le metafore. Solo a partire da 6 anni e molto di più verso i 14 anni (Valentina Bambini)[9]. La lingua materna non insegna il gioco del doppio. Prima mette le basi al riconoscimento univoco della realtà. Le metafore, al contrario, sono un gioco complicato d’immaginazione e di relazioni complesse fra gli elementi. Le metafore sono un gioco prettamente linguistico, spesso molto arbitrario e pieno della cultura
patriarcale del nostro mondo. Già Luisa Muraro nel suo Maglia o uncinetto[10] ci aveva messo in guardia rispetto alle metafore.
I bambini conoscono, invece la dimensione reale e magica, cioè la realtà concreta e lo sviluppo antropomorfizzato verso altre realtà, nelle quali per esempio gli animali parlano e la luna ti guarda durante la notte.
Non si può sottolineare mai abbastanza quanto sia necessaria la lingua materna. Troppo spesso sento dire come rimprovero: “ma a casa parlano la loro lingua”. Faccio appello ai servizi sociali e alle maestre di dare spazio alla lingua materna, qualsiasi sia.
È importantissimo valorizzare le loro conoscenze di due lingue.
L’esperienza primaria
L’esperienza primaria crea anche una mappa inconscia del mio primo territorio, soprattutto relazionale. In seguito, la mappa fa rinascere il territorio natio stesso e tutte le sensazioni ad esso collegate: il profumo, l’odore, la luce, i sentimenti, i suoni, sempre mediati da una persona. Non abbiamo mai un rapporto diretto, per esempio con gli odori o con i colori o altro ancora. È la madre che ci indica, che ci spiega, che valorizza, che interpreta con le parole ciò che si presenta davanti all’occhio della bambina. Le madri che parlano sviluppano maggiormente la memoria anche visiva dei bambini.
L’esperienza primaria è così incisiva perché tutti i sensi, tutto il corpo, vi partecipano ed è indelebile.
Questo rapporto con la madre non definirei come “buono”, la madre non è “buona” e non “ama” ma dalla relazione necessario nasce qualcosa che poi chiamiamo “buono” e “amore materno”.
Potrei leggervi la bella poesia di Sandra Faith “Supreme madri”.[11]
Poi, nel mio caso personale, la mappa mentale si è sviluppata, a partire più specificamente dal collocamento della mia casa d’infanzia: alta, vista sul verde, fiume nelle vicinanze che non si vede. Ora, inconsciamente, sono sempre in cerca di un collocamento simile per essere felice. In questo modo mi porto dietro casa mia ovunque io vada.
Tutte le cose mi porto dietro in modo de- materializzato. Le metto nelle poesie, nei testi, nei dipinti. Non occupano spazio. La mia casa resta vuota ma piena di presenze care.
La lingua materna lavora in questo modo: l’esperienza crea una mappa di parole e di sensazioni che ogni volta porta con sé l’esperienza primaria.
Poi la lingua corrente si sviluppa a partire da questo setting. Nel suo libro The Power of Language, Multilingualism, Self and Society Viorica Marian di origine moldava[12] ci spiega che il bilinguismo non conosce un binario doppio, quando uno si apre e l’altro si chiude, ma che attiva sempre tutte le parole, esperienze ed emozioni contemporaneamente come un sasso che si getta nello stagno e che crea una serie infinita di onde circolari.[13]
Nella lingua, cioè nelle lingue, anche le esperienze traumatiche riaffiorano. Faccio presente che il libro La Babele dell’Inconscio, lingua madre e lingue straniere nella dimensione psicoanalitica di Jacqueline Amati Mehler, Simone Argentieri e Jorge Canestri[14] ha detto cose fondamentali rispetto all’argomento.
In genere, con l’ingresso nell’altra lingua, riusciamo a superare i limiti posti dalla gabbia dell’Uno. Ogni esperienza linguistica e corporea che facciamo lascia delle tracce indelebili nel nostro sistema mentale. Ci guidano verso un’apertura a 360 gradi.
Normalmente, se le lingue che incontro non sono condizionate da un giudizio negativo. Si potrebbe fare numerosi esempi presi dalla realtà politica del passato e del presente.
Le lingue considerate primitive come, per esempio, quelle degli abitanti originari di un territorio, le lingue senza potere contrattuale, le lingue con suoni molto diversi alle nostre orecchie.
Dice giustamente Ardenne Rich[15] già nel 1976 nel suo libro Nato da donna:
Nel nostro secolo numerose idee antiquate convivono nell’enclave del loro status privilegiato:
– la superiorità dei popoli europei e cristiani;
– ritenere il diritto della forza superiore ai rapporti interpersonali;
– considerare l’astratto più avanzato o più civile del concreto e del particolare;
– pensare che l’uomo possieda – intrinsecamente -valori più elevati rispetto alla donna.[16]
E aggiungerei che la lingua materna di molte popolazioni sia meno complesso, meno intelligente, meno sviluppata di altre o della nostra.
La linguistica ci dice invece che tutte le lingue presentano la stessa complessità nell’affrontare la vita quotidiana e del pensiero. Certamente in modo diverso.
L’apprendimento, quando non è accompagnato da costrizione e giudizi, è sempre un evento felice come lo era già l’apprendimento della lingua materna. Anzi ogni vero apprendimento ci riporta a quei momenti felici quando abbiamo appreso le basi del nostro pensare. Un bambino o una bambina non si stancano mai di apprendere. Sono felici di sentire e di poter dire parole nuove anche inizialmente storpiate.
Forse è la scuola, che in qualche caso ci ha allontanato da questo entusiasmo naturale.
Dal punto di vista cognitivo sappiamo ormai che l’apprendimento della lingua o spesso delle lingue ha un effetto molto positivo per lo sviluppo cerebrale della mente infantile.
Ma soprattutto il bilinguismo è un apprendimento sociale. Sembra banale ma bisogna sottolinearlo con forza.
È la lingua dell’altro che mi coinvolge con la sua vita, le sue emozioni, i suoi pensieri e mi permette di provare empatia nei suoi confronti. Per la nostra civiltà attuale e futura è necessario il bilinguismo: che l’israeliano ebreo sappia la lingua palestinese, che l’altoatesino di lingua italiana sappia la lingua tedesca e viceversa, che il finlandese di lingua svedese sappia la lingua finlandese, ecc.
Non capisco una coppia sposata, per esempio, tedesca e italiana oppure giapponese e italiana, oppure ucraina e italiana, dove uno dei due non capisca neanche minimamente la lingua dell’altra. Come si fa rispettare e capire una persona senza comprendere almeno un po’ la lingua dell’altra. A Casa di Ramia abbiamo il progetto One to one, dove la straniera impara l’italiano ma dove, almeno idealmente, l’italiana impara anche un po’ la lingua della donna straniera. Parlare con la lingua dell’altro diviene il paradigma di una nuova sensibilità trasformativa che porta dentro di sé la voce dello straniero offrendole dimora, generando così in sé stessi, nella propria lingua, una nuova voce, dice Mahmud Darwish.
La lingua dell’altro, per noi più spesso, dell’altra, non è una lingua di carta ma l’esito felice di un incontro con un’altra persona. Non somiglia a quell’inglese imparato nei corsi di lingua ma è un idioma che ha il timbro specifico di una voce e la colorazione emozionale di tutte le parole che descrivono un paesaggio che non si trova su nessuna carta geografica. Ma che torna alle sorgenti della lingua materna.
La narrazione materna e paterna e dei nonni
Ho appena letto che uno dei leader più influenti della AFD, Björn Höcke, è cresciuto con i nonni cacciati via dalla Prussia orientale [17]. Questa popolazione ha la nomea di ultraconservatrice e revanchista. Avrà sentito a casa discorsi politici ultraconservatori.
L’infanzia non è solo il regno della lingua materna ma anche il regno delle narrazioni in lingua materna. Sappiamo che le nostre scelte politiche generalmente non si allontanano molto dalla nostra tradizione famigliare. I racconti contano. Non siamo mai del tutto liberi di pensare. Non conta solo l’esperienza. I racconti dei nostri famigliari creano una rete fitta di percorsi per il nostro futuro. Una mia amica è cresciuta in una famiglia dove si raccontava moltissimo. Il padre, marinaio da giovane, parlava di viaggi intorno al mondo, di popoli diversi, di una natura esuberante e, in gegnere, di bellezza del mondo. Perciò a lei da piccola era cresciuto il desiderio di conoscere tutti questi mondi favolosi e nella sua mente si erano creati dei percorsi ampi/delle mappe intorno a tutto il mondo. Il suo quartiere periferico di città industriale era solo uno dei tanti luoghi nei quali lei si immedesimava.
La madre invece raccontava storie di vite vissute, di parenti e vicini e di colleghe di lavoro, quasi sempre con una nota affettuosa: la bontà delle persone. Con queste storie lei riuscì a imparare a discernere, a crearsi una direzione etica, a fidarsi delle persone.
I racconti e le esperienze vissute e interpretate dai racconti creano un tessuto, dei basamenti, un mondo che resterà sempre presente anche se in forma diversa. Come le parole delle diverse lingue che abbiamo imparato si riaccendono ogni volta che vivo un’esperienza simile. Non che non si possa andare oltre.
Ma occorre una consapevolezza che è data dal racconto stesso. In molte famiglie non si parla. Specialmente nelle famiglie che hanno subito un trauma: l’Olocausto o la cacciata dal proprio paese.[18]
Non si vuole far soffrire i propri figli. Ma l’assenza di parola trasmette un orrore che, se rimane inespresso, entra nel sentire sordo dei figli e può creare grande sofferenza.
Oppure come dice Margherita: la mancanza di parola crea delle immagini come linguaggio diverso ma sempre linguaggio, più indeterminato, alle volte più astratto, che tiene lontano le emozioni che trasmettono solo dolore e buio.
Il filosofo coreano Byung-Chul Han che vive e insegna in Germania fa presente nel suo testo La crisi della narrazione[19] che la vita moderna non conosce più narrazioni ma solo trasmissione di informazioni.
Dalla mia esperienza invece risulta che tutte quelle donne e uomini che sono arrivati faticosamente da noi hanno un bagaglio infinito di narrazioni e ne sono felice. La narrazione presuppone uno scopo nella vita, un desiderio di cambiamento, un discernimento dei fatti vissuti.
La narrazione delle donne straniere coinvolge anche chi non viene da lontano e far crescere il desiderio di raccontare a sua volta la propria storia.
Raccontiamo allora la nostra storia!
Ma in che modo? Con le parole sentite nell’accademia, lette nei romanzi o con quale lingua?
Il bel libro di Antonietta Potente e Maria-Milagros Rivera Garretas, Quando Lei viene, La scrittura ispirata, ci indica la strada: deve essere una scrittura ispirata. Quando siamo in silenzio, nel sonno, nei momenti ispirati la parola ci visita, non dipende da me.
L’attenzione alla realtà aiuta a trovare questo momento.
Ne abbiamo bisogno perché Milagros dice: Noi donne ci ammaliamo per mancanza di senso.[20]
[1] Oltre il giardino, titolo del film di Hal Ashby (1979), citato da Diana Sartori nella conferenza d’apertura del Grande seminario 2025.
[2] La lettura, inserto del Corriere della Sera. Articolo di Alessandra Iadicicco del 13 ottobre 2024.
[3] Najat Rezki, Poesie senza confini, Amazon e-book, 2024.
[4] Il gruppo di narrazioni nasce a Casa di Ramìa e viene guidato dalla scrittrice Susanna Bisoli.
[5] Valentina Bambini, docente di linguistica all’università di Pavia.
[6] Chiara Zamboni (a cura di), Il cuore sacro della lingua, Il Poligrafo, Padova 2006.
[7] ivi, p. 91
[8] Adriana Cavarero, Olivia Guaraldo, Donna si nasce, Mondadori, Milano 2024, p. 44.
[9] Valentina Bambini, Il cervello pragmatico, 2017.
[10] Luisa Muraro, Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sull’inimicizia tra metafora e metonimia, nuova edizione, Manifestolibri, Roma 2017.
[11] Sandra Faith Erhabor, Non smetterò mai di scrivere…, Tabula Fati, Chieti 2025, p. 28.
[12] Viorica Marian, The Power of Language, Multilingualism, Self and Society, Penguin Books, Londra 2023.
[13] Ivi p. 28.
[14] Jacqueline Amati-Mehler, Simone Argentieri, Jorge Canestri, La Babele dell’inconscio. Lingua madre e lingue straniere nella dimensione psicoanalitica, Raffaello Cortina editore, Milano 2003.
[15] Adrienne Rich, Nato da donna. La maternità come esperienza e istituzione, nuova edizione, Oscar Mondadori, Milano 2024.
[16] Ivi p. 7.
[17] Vertriebene aus Ostpreußen, 12 bis 14 Millionen Deutsche.
[18] Vedi anche la conferenza di Magherita Morgantin del Grande Seminario 2024.
[19] Byung-Chul Han, La crisi della narrazione, Einaudi, Torino 2024.
[20] Antonietta Potente, Maria Milagros Rivera Garretas, Quando Lei viene. La scrittura ispirata, Edizioni indipendenti, 2024.
Video:
https://univr.cloud.panopto.eu/Panopto/Pages/Viewer.aspx?id=3199de5e-39cf-4462-bca6-b229012ae85f
