diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Pratiche di insegnamento

Dedicato ad A.C.

Non ho nessuna foto di lei, neppure una di quelle foto che si fanno in primavera, di solito nel cortile fuori dalla scuola, disponendosi su due file, quelli alti dietro, quelli bassi davanti, un professore o due ai lati, Ricordo dell’a.s. 1977-78 – Classe II B Liceo Classico, e dietro le firme di tutti e di tutte con tanto di svolazzi e cuoricini al posto dei puntini sulle i.

Immagino che, al comparire del fotografo sull’uscio della scuola, si eclissasse con qualche pretesto oppure, senza alcuna falsa scusa, approfittasse dell’occasione per andare a fumare in pace. Anzi, a continuare a fumare da sola, posto che, lo sapevano tutti, anche in classe fumava. All’inizio della lezione, una volta firmato il registro, frugava nella borsa, estraeva il pacchetto di sigarette e una sigaretta dal pacchetto, la lisciava tra le dita, infine la posizionava tra la falange prossimale del medio e quella dell’indice e giocherellava a farla oscillare, spingendo con il pollice il filtro contro il palmo della mano.

L’aula era lunga e stretta, tre sole file di banchi, cui la cattedra era necessariamente quasi addossata. Noi eravamo pochi, perché la classe l’anno precedente era stata falcidiata, eravamo forse in sedici o diciassette, un po’ disorientati dal cambiamento, per metà molto motivati a recuperare quanto più possibile dalla situazione, per metà semplicemente soddisfatti di essere ,sopravvissuti. Si stava tutti vicini, quasi raggruppati attorno all’insegnante di turno: non in virtù di qualche innovativa scelta didattica da parte della scuola, semplicemente per effetto dell’esiguità del nostro numero e della prossimità obbligata della cattedra ai banchi. Lei era una prof nuova, per cui era innocente della carneficina che avevamo alle spalle, come pure della pessima esperienza, da parte di tutti e tutte noi nella classe, con colui che l’aveva preceduta.

Se in classe c’era lei, il grappolo di noi studenti e studentesse pareva cambiare forma e andare naturalmente ad assecondare i suoi movimenti: per esempio verso la cattedra, quando lei sceglieva di sedervisi sopra perché era arrivato il momento di accendere la sigaretta; oppure verso l’ampia porta-finestra che dava sul giardino, quando lei si fermava a guardare fuori, di solito perché era il momento di una pausa, di una concentrazione del pensiero, che lei cercava per se stessa e che induceva in noi.

Fuori, oltre i pochi gradini e il breve camminamento di cemento, cominciava il prato, e oltre il prato una lunga fila di pioppi, già alti allora, ora imponenti. Dietro il muro e l’invisibile acciottolato di Ercole I d’Este, si intravvedeva un brandello di ciò che resta del Barchetto del Duca, ora Parco Massari, di cui racconta Bassani, con la sua ulteriore ancor più alta corona di alberi. Questa aerea prospettiva d’inverno è come tagliata da strisce di nebbia, a volte fin dal livello di terra, cosicché le fronde degli alberi e la cima delle mura di cinta pare stiano galleggiando. In primavera invece questa prospettiva pare una scala che conduce fino all’azzurro del cielo che, sì, anche a Ferrara sa mostrarsi nei toni più intensi, e più di quanto la sua nomea di città grigia non dia a credere. L’azzurro si rovescia sul cotto dei baluardi, delle case, del castello, delle chiese, sottolineando il calore e le sfumature del laterizio. Ogni città ha toni e colori propri, cioè modi diversi di invitare al pensiero.

Se l’apparenza coincidesse con l’essenza, l’umanità non avrebbe inventato la filosofia, e noi ci guardavamo incerti. C’era chi si sentiva sprofondare nel senso di inadeguatezza, chi si guardava attorno spaesato chiedendosi dove fosse finito, chi improvvisava sorrisetti di superiorità, chi temporeggiava e poi coglieva la sfida: sì, proviamo a mettere a fuoco e, insieme, ad allargare lo sguardo. Con lei, guardavamo oltre le pareti grigie dell’aula, attraverso il giallo delle imposte metalliche, più lontano dei cancelli e dei muri che circondavano l’edificio scolastico. Con lei, eravamo invitati a oltrepassare il limite di quell’ora quotidiana dedicata alla filosofia o alla storia, a sfogliare oltre la pagina 97 dove il libro arrivava a spiegare l’argomento, a mettere da parte il manuale – i capitoli, le sezioni, i paragrafi, infine il punto e l’indice con cui il manuale chiudeva – per chiederci cosa c’era davvero da imparare, dove si annidassero davvero le questioni: Non impariamo le risposte, proviamo a smontarle, diceva, Ci servono le domande da cui vengono le risposte, non le risposte.

Non ho quaderni di appunti delle sue lezioni, non ho resoconti di dissertazioni sul tutto e sul nulla né di lunghi monologhi rivolti in realtà a nessuno. Ho pagine piccole di note abbozzate, scritte con la mia disordinata grafia di sempre, citazioni di autori, qualche frase, quasi dei concentrati delle domande emerse dai discorsi in classe oppure dalla lettura di un testo. E attorno al concetto distillato insieme, oppure alla citazione su cui per qualche ragione eravamo inciampati e restati a pensare, tutt’attorno si addensavano le nuvole delle domande del nostro gruppetto. Mi sono rimaste le pagine con i segni interrogativi o le righe vuote di quel che era in sospeso, di quello che per quel giorno, fino a quel momento, quanto meno, non era stato ancora fissato in pensieri precisi, tanto meno tradotto in parole, e tuttavia avevamo individuato e dischiuso. Lei ci incitava, prima con il silenzio e l’attesa, poi, di fronte alle nostre legittime titubanze, con qualche sollecitazione diretta. Dai, Baldoni, che l’hai capito, spiegacelo tu, oppure –eh, non c’è la Mantovani, oggi? per queste cose ha le antenne.

Accendeva la sigaretta. La sigaretta era stretta all’altezza del filtro nell’incavo tra le dita, per cui la mano, portandola alla bocca, andava a coprirle buona parte del viso: il pollice copriva lo zigomo sinistro e le altre dita accarezzavano la guancia destra, lasciando scoperti solo gli occhi. Per noi, era il segnale di una sospensione, di un passaggio in cui potevamo recuperare le considerazioni che ci erano sfuggite o sfruttare l’occasione di buttar giù un’osservazione tutta nostra, di osare un pensiero anche noi. Con la destra prendeva l’accendino e per un attimo pareva concentrata solo su questo gesto, tesa ad assaporare il primo tiro della sigaretta. Socchiudeva gli occhi, in quel momento forse soltanto per difenderli dal fumo.

Ma subito lo sguardo tornava a posarsi sui nostri fogli che si riempivano di scarabocchi, oppure sui nostri tentativi di sfuggire, guardando fuori e interrogando il fogliame agitato dei pioppi. Subito il suo sguardo veniva a cercare il nostro, che si sollevava a chiedere aiuto, o ascolto, da lei. Gli occhi restavano socchiusi, e diventavano ancor più piccoli, ancor più penetranti di quanto già non fossero quando il volto era disteso: acuti, vivacissimi, mobili eppure capaci di inchiodare l’espressione altrui a un momento, a un’esitazione o a uno scarto, al cenno impercettibile di una decisione del pensiero. Sorrideva, un po’ complice dei nostri dubbi, un po’ sorniona per l’incongrua enormità di fronte cui ci aveva posto.

Non ricordo spiegazioni dettagliate di autori o di problemi, non ricordo sproloqui eruditi e magari anche sottili su qualche aspetto di Kant o sulle buone (o cattive) ragioni di Hegel. Ricordo l’invito a leggere un testo, breve, denso, a ripercorrerlo con attenzione. Ricordo la sua attesa di fronte al nostro impegno a comprendere, la sua curiosità di ascoltare quali osservazioni potessimo sollevare e rivolgere al testo, a noi stessi, magari agli altri tra noi, non a lei: Perché lo chiedi a me, Righetto, se hai i termini della domanda, hai quelli della risposta. Si faceva tramite di un percorso che lei si limitava a indicare e che lasciava a noi eventualmente imboccare e percorrere.

Mai materna, nel senso di quella sollecitudine appiccicosa, non di rado compensativa d’altro, che le insegnanti a volte riversano sugli allievi. Sempre materna, nel senso dell’attenzione alla relazione, ai moti della mente e all’efficacia del dialogo. Mai dimentica che trasmissione ed elaborazione procedono congiunte, ad ogni età e ad ogni latitudine.

Espirava il fumo lentamente, incurante delle obiezioni che la sua abitudine avrebbe potuto provocare e che in quegli anni, d’altra parte, nessuno si sarebbe mai sognato di sollevare. La lieve cortina che residuava dal suo modo di inspirare aleggiava nell’aula, così come la nebbia fuori, tra il cortile e il muro su Ercole d’Este. Le cose non sono come appaiono, altrimenti non avremmo bisogno di filosofia.