Cercare il nostro pezzo di cielo dentro di noi
Riflessioni sul terzo libro di Diotima: Il cielo stellato dentro di noi. L’ordine simbolico della madre (La Tartaruga edizioni, Milano 1992)
Tra miseria simbolica e identificazioni mimetiche, le donne di Diotima ci invitano a diventare noi stesse, a cercare il nostro pezzo di cielo dentro di noi. Né fuori, né sopra ma nell’interno, nelle cavità del nostro corpo e della nostra mente sapendo, con fiducia, che sprigioneranno un altro tipo di forza e apriranno a un altro tipo di ordine. Per quanto dal titolo avrei dovuto pensare a Kant, rileggendo questo libro che, ricordo, è stato pubblicato più di trenta anni fa, mi sono venute in mente delle pagine straordinarie di Husserl sulla “crisi” e sulla necessità dell’umanità di rinascere al suo spirito più autentico e vero. Le donne di Diotima, nella loro comunità pensante, si sono messe alla ricerca del loro essere autentico, rifuggendo dal già dato e da tutti quei modelli imposti dagli uomini, che hanno costretto le donne in ruoli prestabiliti e impedito loro di rimettersi in gioco ogni volta di nuovo. Il loro spirito è profondamente filosofico seppur inaudito alla stessa filosofia. Non solo perché sanno, agendo qui una piena consapevolezza, che l’attenzione alla realtà di ciò che sono produce sempre spostamenti, ma anche perché ci e si riconducono all’origine delle nostre e delle loro madri. Con sguardo fenomenologico, libero dalle incrostazioni e dalle sedimentazioni dei giudizi e dei pregiudizi, sospendendo una tradizione mortificante e avvilente, guardano all’origine a partire dal loro punto di vista e scoprono così che nuovi avvistamenti sono possibili, che è possibile inventare altri saperi e nuove forme d’essere. All’attrazione dell’uniformazione a un’immagine sociale che chiede sempre compromessi, al fascino di sedersi sul carro dei vincitori e di farsi a loro volta potenti, le donne di Diotima ci chiamano a puntare sull’evento della libertà che, seppur povero di potere, è sprigionamento di potenza massima. Una richiesta enorme, controcorrente e necessaria. Oggi come allora.
A partire dal primo saggio di Luisa Muraro, L’orientamento della riconoscenza, emerge quanto poco sappiamo parlare delle madri e di quanto la nostra cultura consideri ciò nell’ordine delle cose. Ripercorrendo il racconto di Amy Tan, Il circolo della fortuna e della felicità, si sofferma sul legame irrappresentabile e privo di narrazioni tra madre e figlia che comporterà anche l’oscuramento delle relazioni femminili, quelle tra donna e donna. Una relazione lasciata nell’invisibilità e nel mutismo e, dunque, nel non esistente. L’immaginario sociale è vero che appare sovraesposto ad una cultura materna, ma esso non è l’espressione dell’esperienza reale e vissuta delle donne. Così ne resta privo e le donne vivono da millenni nel disorientamento e in balìa di poteri che sottintendono la negazione delle donne, quali soggetti muti della storia. Donne accondiscendenti e silenziose ma anche donne che hanno introiettato la parola “giusta”, quella che imita la voce del padrone o del capo e che nulla sposta. Entrambe, scrive Muraro, sono senza rapporto simbolico con l’origine. Le donne vivono dunque nella perdita o nell’accumulo di un finto guadagno e chi ci perde non sono solo le donne ma l’intera civiltà.
La nostra, infatti, non è una cultura che si orienta nella riconoscenza ma solo nel riconoscimento. Così come non è una cultura che si orienta alla generosità del dispendio di sé ma all’egoismo di uno scambio di natura solo economica, quella che fa leva sul tornaconto. Questa la miseria più grande e più subdola: ovunque sentiamo parlare d’amore eppure viviamo nella sua assoluta mancanza. Ciò alimenta e mantiene saldo il primato della legge del padre. In lui siamo invitate a riconoscerci e a far dipendere l’immagine di ciò che siamo e delle parole che diciamo. La politica delle donne ha rotto l’incantesimo e ha spinto per una risignificazione radicale dell’esperienza femminile libera da ogni fantasia e fantasticheria maschile. Come quella, ad esempio, del marchese di de Sade che vede nell’emancipazione delle donne l’adesione al piacere maschile, la spartizione di una paritaria perversione che richiede, alla giovane ragazza, di schernire la propria madre per essere vincente nella sessualità maschile. Nessuna luce, per quanto flebile, gli ha fatto intravedere che il piacere femminile non ha nulla a che vedere con quello suo e dei suoi amici. E nessuna luce ha fatto intravedere a lei che quella “povertà” della madre (il suo non contare nulla) è in realtà la ricchezza più grande, la sua unica possibilità di una vita autentica, in fedeltà a sé stessa.
Andare in direzione di una cultura femminile autonoma, non imitativa, significa disimparare la propria adesione, conscia e inconscia, al mondo dei padri e dei fratelli.
Riscoprire la matrice del proprio inizio, come il titolo che Anna Maria Piussi dà al suo contributo riprendendo una frase di Virginia Woolf, consente la possibilità di attribuire significati nuovi. E i significati sono sempre psicologici e simbolici insieme, hanno effetti reali fuori e dentro di noi. Ecco perché siamo invitate a “pensare attraverso le nostre madri”, a renderle autorevoli non solo al nostro sguardo e nei nostri discorsi, ma al mondo intero affinché si trasformi. “Tenerla presente” come nel saggio di Veronica Mariaux per “renderla presente” nelle nostre mediazioni con il mondo. Una tessitura genealogica a partire dal fondamento affettivo e viscerale e non un suo taglio netto.
Passare dall’autorità paterna all’autorevolezza femminile comporta un passo gigantesco, il salto di un procedere che è sempre molto arduo, come scrive Elisabetta Zamarchi. Tutto rema contro, da ogni parte siamo invitate ad aderire alle istanze dell’ordine patriarcale esistente, ad accettare i suoi valori e le sue falliche misure per essere “vincenti”. E allora, per difendersi e proteggersi da queste mutilazioni esterne e interne, è necessario risvegliare ciò che è rimasto assopito e sepolto, ravvivare la passione dell’ammirazione per l’altra imparando anche a saper stare nell’asimmetria della relazione. Il guadagno è immenso perché riguarda il senso libero di uno stare al mondo che non ha eguali. Come lo è stato quello di Ildegarda di Bingen nei confronti della giovane monaca Richardis, così come ci viene narrato nel racconto di Marirì Martinengo. L’amore tra donne fonda addirittura nuovi ordini e mina la sicurezza narcisistica degli uomini che, infatti, le separano.
La signora della Notte stellata di Angela Putino guarda all’evento puro della libertà femminile che si dà nello scarto, negli spazi imprevisti e marginali che rendono possibili nuove invenzioni. Le donne devono imparare a comunicare la portata di questo evento perché è da questo che si aprono altre forme di sapere e altri modi d’essere. Ciò che negli assetti istituzionali del sapere è considerato extra-filosofico è in realtà pienamente filosofico. Noi che studiamo lo sappiamo da sempre. L’eccedenza femminile non può stare in un’organizzazione discorsiva che ha come suo unico criterio la dimostrazione. Le donne sanno dalla loro ancestrale esperienza che ciò che risulta invisibile, indimostrabile, è vero. Sanno che è così e questo basta. E sanno anche che il sentire richiede un’immersione nelle profondità del proprio sé. Aderire a un sentire già dato, socializzato, può essere garanzia di successo per una donna dentro le istituzioni ma è una sconfitta dentro di sé. E allora la domanda è: come muoversi in modo davvero libero? Come possono le donne restare nel registro della madre del cielo e della terra senza perdersi? Sapendo, scrive Angela, che dalla costellazione del proprio sentire si ottiene una nuova possibilità di creare concetti; sapendo che in ogni cosa ne va sempre di noi e che il parlare tra donne è sempre aderente alla realtà come desiderio d’infinito. Non nella verticalità della parola definitoria ma attingendo dalla sua natura ondivaga e aperta. Con lo sguardo rivolto al cielo la mappa celeste si disegna in noi attraverso un nascere e rinascere.
Per restare nel suo registro è necessario anche riordinare le cose, rimetterle a posto. Così Diana Sartori ripercorre il suo bisogno d’ordine che è un bisogno di senso perché sa che “nel caos nulla è riconoscibile”. Nel contrasto di una tradizione che ha messo le donne dalla parte del disordine, della materia da ordinare e sottomettere, ci parla di un ordine antichissimo e profondamente attuale. Appoggiandosi alle riflessioni di Simone Weil e di Hannah Arendt, Diana traccia una linea di contatto e di continuità tra il riconoscimento dell’autorità e il bisogno di ordine. Un ordine inaudito che nasce dall’esperienza femminile della tessitura, in cui fili molteplici e ingarbugliati vengono disposti in una trama unitaria. Molteplicità e relazione dell’attività ordinatrice che non conosce violenza e che, al contrario, s’impone attraverso l’arte sapiente dell’intreccio, come quella che vediamo in alcuni arazzi di epoca medievale. Figure simboliche di questa attività erano le Moire poi spodestate dall’ordine del nomos. Da ora in poi l’unificazione si avrà a colpi di coercizione e con richieste di fedeltà attraverso una cieca obbedienza. La storia è un susseguirsi di ingiustizie provocate in nome di quell’ordine. Per cambiarne il corso bisogna ritrovare quella forza ordinatrice originaria, recuperarne il senso più profondo alla luce di questa straordinaria esperienza femminile.
Attingere da tutte queste esperienze per tessere nuove vie. Così Chiara Zamboni interroga le vie del simbolico come se stesse passeggiando per le vie di una città. Ci invita a fare un esperimento di prossimità. Se i filosofi si sono fermati a riflettere sull’origine del linguaggio, sul suo come, Chiara sposta la questione sul chi. È il chi è nostra madre. Dal centro alla periferia la memoria della nostra origine è sempre presente. Ma la presenza, attraverso il linguaggio, può essere veicolata in tanti modi. Sta a noi capire come accostare le parole le une alle altre sapendo che da quell’accostamento ne andrà di una differenza essenziale per il significato che diamo alle cose e a noi stesse. Perché ciò che diciamo riguarda sempre la realtà ed è radicato innanzitutto nel nostro corpo.
Infine, a chiudere il cerchio di questo lavoro prezioso di comunità, Letizia Comba ci racconta della sua amica indiana e della necessità di creare ponti di collegamento, di trovare forme di condivisione e di scambio vero e autentico tra le alterità. Ciò che ci accomuna universalmente è il fatto di essere nate/i da una donna. Questo solo fatto, riconoscerlo nella sua potente verità, apre a un altro senso del nostro stare al mondo. Ci fa fare i conti con l’assoluto femminile, con la sua matrice trasformatrice, come scrive Ghiti Thadani. Dalla verticalità della legge del padre che crea pareti divisorie alla circolarità delle costellazioni femminili che creano connessioni e che cambiano i parametri del possibile.
È solo dal cambiamento, infatti, che vengono nuove possibilità. Ce lo dice, in chiusura del libro, Giannina Longobardi. Ci dice che il cambiamento è qualcosa che ci riguarda nel profondo e che dobbiamo essere sempre disposte a rimetterci in gioco, lasciare che l’imprevisto di ciò che siamo ci sorprenda. È facile ricadere nei meccanismi che ci hanno rimpicciolito per millenni, è facile cadere nella trappola di una posta in gioco al ribasso che si presenta illusoriamente al rialzo. Fare davvero una comunità femminile è qualcosa di arduo, bisogna tenersi strette nella distanza e darsi fiducia nell’assenza di certezze e di parametri. Non c’è vero mutamento se non si distingue il tipo di ordine e di autorità che si vuole per sé e per il mondo. Non c’è cambiamento se si resta all’interno di un immaginario che, seppur in nome di un avanzamento emancipatorio del femminile, invita le donne a contendersi uno spazio all’interno di una ripartizione del potere che resta immutata nella sua forma e nella sua logica. Spesso assistiamo a questa scena in cui le donne, finalmente al potere, credono di aver varcato una soglia decisiva. In realtà non c’è stato alcun varco proprio perché sono lì per la loro indifferenza all’autorità femminile. L’emancipata – come scrive qui lucidamente Giannina – che percorre la sua via priva del riferimento ad autorità femminili, tende all’omologazione e rimane, nei fatti, subordinata all’autorità maschile. Depotenziamento massimo delle risorse che invece si dovrebbero coltivare per avere un radicale cambiamento. Se la struttura del potere resta la stessa, possiamo solo constatare che nulla di nuovo si profila all’orizzonte.
Con Diotima sappiamo invece che l’agire di concerto è la vita pulsante di ogni comunità. Solo riconoscendo l’autorità femminile nella sua precisa specificità si avrà un reale cambiamento. Questo Diotima ce lo ha detto, insegnato e mostrato e, a distanza di trent’anni, io le ringrazio innanzitutto per me, per mia madre, per le mie figlie e per tutte le donne che verranno e vorranno ascoltare.
