diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 20 - 2024/2025

Grande Seminario 2023 - Trame invisibili della realtà contemporanea

Alla ricerca del ritmo nell’altalena del vivere  

Premessa

Sono tempi di grande pena e di spietatezza quelli in cui viviamo, spesso manca il respiro e si sente il peso della rocciosa compagine sociale. Capita, può capitare di non lasciarsi sopraffare dal subbuglio delle spinte disaggregative e dalle trafitture delle dure schegge di disumanità trovando una via, un passaggio mediante immagini che soccorrono nell’arrestare il flusso di pensieri negativi, nel contenere l’inquietudine e lenire le ferite procurate dai colpi. Immagini che a volte arrivano dalla cronaca della realtà contemporanea, a volte rimbalzano dalla pagina di un libro, dalla scena di un film, dall’universo dell’arte, a volte appaiono in veglia o in sogno.

Si tratta di immagini che non apportano nessuna forma di consolazione, ma danno una dimora alla tristezza e all’afflizione, come scriveva Etty Hillesum, e hanno il pregio di lasciar scorrere linfa vitale, di lasciar intravedere nella sosta presso di sé, nel riposo in sé stessi, possibilità di transiti nuovi e inusitati attraverso il fitto mistero del vivere e del convivere. A queste immagini non sono estranei i miei tentativi di non restare invischiata nel disordine generale di una società della dismisura, di non acuire la dose di assillo, di non cadere nella monotonia e nella noia di mediazioni meccaniche, di non rimanere nel recinto dell’io, e nondimeno desidero rimuovere gli intralci ingombranti e abbandonarmi ai momenti di arresto che preludono alla chiarezza e alla consapevolezza.

A queste immagini si connette la mia ricerca faticosa – spesso incompresa o fraintesa – di disattivare una certa fissità e di riattivare fiducia nelle pratiche politiche delle donne con le quali sono in relazione – mi riferisco alle amiche della Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale di Palermo, con le quali condivido un percorso politico pluridecennale.

Talvolta mediante la libera concentrazione, non la fantasticheria, su queste immagini si placa sia pure parzialmente l’ansia continua dettata dalle forme di comunicazione oramai in gran parte non più in presenza che spengono il desiderio di partecipare e si attutisce quel sentimento di deplorazione, quell’indignazione incontenibile per le ingiustizie sociali, per le disgrazie quotidiane alle quali assistiamo e per le sventure incombenti da ogni dove che fanno perdere letteralmente la testa. Succede così che ansia, deplorazione e indignazione rientrino nei giusti limiti e che lo sguardo dell’attenzione a lungo esercitato si posi sul dolore come si posa sulla gioia, e si senta che quel dolore non ammala ma trasforma, se lo si «porta, sopporta, risolve, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima», come scriveva nel suo Diario Etty Hillesum.[1]

Queste immagini ospitano con levità la mia esperienza di donna, per un verso consapevole del proprio andirivieni da un mondo di donne e uomini nel quale quanto più ci si affaccenda tanto più si annaspa e, per l’altro verso, cedevole alla spinta di ritrarsi di continuo da uno spazio troppo pieno in uno spazio non di isolamento o di fuga o di dimenticanza, bensì in una solitudine scandita da trasformazioni latenti che accompagnino il desiderio di un vivere disteso e non proteso, non teso al raggiungimento di qualcosa, ovvero in una solitudine che permette di tornare ad accogliere nel modo più sereno possibile il corso della realtà, senza catapultarsi nelle illusioni impotenti o nel delirio di una sorta di onnipotenza.

Una condizione d’esistenza nella quale a tratti è data nell’ora dell’evento che accade l’apertura di spiragli che consentono di percepire i ritmi biologici – il ritmo del respiro, la dualità espirare-inspirare, e il ritmo del cuore – e di lasciarmi invadere ancora una volta dal ritmo della natura e dal ritmo del cosmo, che dischiudono visioni terapeutiche di bellezza. Una condizione d’esistenza nella quale e con la quale nello scorrere del tempo ci si aggancia e riaggancia al mondo, a quel libero gioco altalenante degli slanci verso l’alto e delle spinte verso il basso, il gioco del vivere, che restituisce il piacere e il sapore del convivere e ridà l’energia necessaria a ravvivare la fiducia nelle relazioni in una pratica di ascolto, la fiducia nella politica.

La politica a cui mi riferisco è estranea alle concezioni passate e correnti, alle procedure burocratiche, agli obiettivi e alle finalità, alla gestione amministrativa dello sfruttamento degli esseri umani, all’accaparramento vorace dell’immaginario umano e delle risorse naturali, perché mette al centro non il potere ma la pratica della mediazione, ovvero, come suggerisce Lia Cigarini, il processo in una situazione data «attraverso cui alla fine si arriva a una decisione [benché non sia una decisione, ma un’opera di discernimento] che essendo comune non richiede a nessuno di ubbidire a un altro», né richiede l’unanimità. Essa scaturisce infatti dalla «giusta articolazione […] che media gli elementi della situazione e dà loro un ordine». Si tratta di una mediazione vivente, come la chiamaLuisa Muraro,[2] che viene riconosciuta e accettata, scrive Cigarini, «per la sua efficacia e non per la posizione da cui è formulata [sebbene a chi la formula si riconosca autorità simbolica]. E la sua efficacia è la sua giustezza, la sua capacità di essere giusta con i vari elementi e desideri implicati».[3]

Si tratta di una pratica, e di una pratica di parola che richiede tempo perché l’articolazione ordinata di tutti gli elementi e desideri implicati dia luogo a giustezza, e capita spesso che sia necessario questo tempo prolungato, questa durata, perfino quando si ha l’impressione che vi si arrivi in modo immediato. Una pratica di parola fondata sull’esperienza e sull’acquisizione di un linguaggio che sappia dire pensieri inesprimibili attinenti alla verità, intendo la verità legata all’«amore reale per un oggetto reale» e in quanto tale «qualificazione del giusto e del bello».[4] Di questa politica delle relazioni, politica della mediazione, che mette al centro la verità legata all’«amore reale per un oggetto reale» e in quanto tale «qualificazione del giusto e del bello» avrebbe bisogno la contemporaneità. Mediante questa politica si potrà sovvertire la logica dominante del potere che ruota intorno all’esercizio della forza, e modificare la bilancia a bracci uguali della giustizia in una bilancia a bracci disuguali, vale a dire convertire l’imparzialità in parzialità.

1. L’immagine dell’acrobata

Tornerò più avanti sul binomio efficacia-giustezza, ora e qui scelgo di dare inizio allo scambio estraendo dalla borsetta dei tesori non la farfalla volteggiante nella sala del Monte dei Pegni di Napoli – che chiude il racconto Oro a Forcella di Anna Maria Ortese[5]–  bensì il trapezista di Wislawa Szymborska, perché l’immagine donataci dalla poeta polacca ha l’energia di insinuarsi da tempo e spesso nel mio modo di percepire sussulti e ripieghi, nel mio andirivieni sospeso dal mondo e pur sempre nel mondo.

Parto da me, ora, qui, in questo seminario nel quale grazie alla fiducia delle amiche di Diotima da me ricambiata cerco a tentoni le parole per tradurre il sentimento di spaesamento e disorientamento dal quale volentieri rifuggo, cerco le parole per non aggirare il sentimento implicato dal gravitare del desiderio –non del godimento – intorno a un centro vuoto. Una traduzione che sento necessaria alla scommessa di non recedere da ciò che ho guadagnato in libertà, non recedere dal perseverare nella ricerca creativa di un senso nuovo della realtà, sulla via degli scambi in presenza, del ricorso a nuove letture di figure di scambio, sulla via del realismo femminile, sapendo benissimo di vivere in una contemporaneità dove si corre il rischio della cancellazione della differenza sessuale, del riemergere di un neutro post-patriarcale, dell’imporsi della demolizione dell’umano in forme apparentemente nuove rispetto alle catastrofi del passato.

Leggiamo insieme il componimento L’acrobata tratto dalla raccolta Uno spasso apparsa a Varsavia nel 1967.

Da trapezio a

a trapezio, nel silenzio dopo

dopo un rullo di tamburo di colpo muto, attraverso

attraverso l’aria stupefatta, più veloce del

del peso del suo corpo che di nuovo

di nuovo non ha fatto in tempo a cadere.

Solo. O anche meno che solo,

meno, perché imperfetto, perché manca di

manca di ali, gli mancano molto,

una mancanza che lo costringe

a voli imbarazzati su una attenzione

senza piume ormai soltanto nuda.

Con faticosa leggerezza,

con paziente agilità,

con calcolata ispirazione. Vedi

come si acquatta per il volo? Sai

come congiura dalla testa ai piedi

contro quello che è? Lo sai, lo vedi

con quanta astuzia passa attraverso la sua vecchia forma e

per agguantare il mondo dondolante

protende le braccia di nuovo generate?

Belle più di ogni cosa proprio in questo

proprio in questo momento, del resto già passato. [6]

Una trama di silhouettes si squaderna in una successione di fessure dello spazio delimitato di un circo durante l’esecuzione di una serie di esercizi al trapezio: a un rullo di tamburo segue il silenzio, lo stupore trapassa l’aria. Esse, queste figurette che appaiono e scompaiono, intessono dinanzi ai miei occhi visioni e saperi: meno che solo, l’acrobata dal corpo mancante di ali, l’acrobata imperfetto, è costretto a voli imbarazzati che si librano su un’attenzione senza piume. I voli e l’attesa sono permeati da “faticosa leggerezza”, “paziente agilità”, “calcolata ispirazione”:  mediante un acquattarsi,  un accovacciarsi proprio degli uccelli, un rannicchiarsi quatto quatto tipico dei bambini, l’acrobata si prepara a spiccare il volo, congiura dalla testa ai piedi contro quello che è, ordisce con astuzia espedienti ingegnosi, così da passare attraverso la vecchia forma e agguantare l’attrezzo facendo presa su quella porzione di mondo dondolante davanti a sé con le braccia di nuovo generate.

La poeta coglie il gesto nell’istantanea del protendersi delle braccia, e ce lo restituisce nell’espressione di una bellezza guizzante, che «come ogni cosa bella ed effimera» è proprio per questo stesso «eterna»,[7] come scrive Cristina Campo. Una bellezza guizzante che assale e trapassa il corpo, la mente, l’anima e che sia pure in rari momenti è dato di assaporare subitaneamente. Siamo in uno spazio chiuso, la sala di un circo, probabilmente gremita di spettatori: [8] il procedere dell’acrobata è mediato dallo sguardo dalla poeta che coinvolge me come, suppongo, chiunque legga questi versi. Non c’è alcuna immedesimazione, non c’è alcuna interpretazione da parte di Szymborska, nondimeno dentro di me colgo nella figura dell’acrobata una sorta di lezione filosofica, cioè una lezione di vita. Siamo tutte/i acrobati imperfetti, ma ci è dato – da un appiglio a un altro appiglio nella vita quotidiana, da un gancio all’altro nell’interiorità – di accedere a un’attenzione senza piume nell’istante e di tendere alla perfezione. Si può procedere convergendo sull’aggiramento dei nostri limiti, in ogni caso restiamo nei limiti della nostra creaturalità.

Quali suggerimenti possiamo fare nostri al fine di scovare a nostra volta espedienti ingegnosi per ancorarci al mondo instabile che è dentro e fuori di noi, dato che fin dalla nascita siamo in co-presenza, dato che esistiamo singolarmente ma pur sempre in contesto nei diversi ambienti, e – fatto primario della condizione umana – giacché ancor prima della nascita siamo in una relazione duale con la madre che ci porta in grembo?

Vorrei soffermarmi sui dispositivi dei voli imbarazzati dall’effetto magnetico almeno su di me: “faticosa leggerezza”, “paziente agilità”, “calcolata ispirazione”.  Una leggerezza acquisita attraverso la fatica che è legata agli sforzi di volontà, un’agilità raggiunta con la determinazione della pazienza non sollevano in me dubbi o perplessità, so per esperienza che cos’è questa fatica, che cos’è questa pazienza non solo nel rapporto con me stessa ma anche in relazione alle altre/agli altri; ciò che afferro e non afferro è una calcolata ispirazione.

2. Il nocciolo dell’esperienza

Che cos’è questa ispirazione che non esclude il calcolo nel caso dell’azione di un acrobata che sfida le leggi della gravità sapendo che la gravità esiste?  Si tratta del germe dell’ispirazione che si schiude e sboccia in conoscenza intuitiva grazie all’acquisizione di saperi concernenti una conoscenza razionale? Fatica, leggerezza, agilità, pazienza rimandano nondimeno al corpo, investono il campo sensoriale e percettivo, l’esperienza vaga del mondo; per di più l’ispirazione ha a che vedere anche con la facoltà immaginativa. I versi di Szymborska come quelli di tutti i poeti di primissimo ordine hanno il fulgore della precisione:

una mancanza che lo costringe

a voli imbarazzati su una attenzione

senza piume ormai soltanto nuda.

Con faticosa leggerezza,

con paziente agilità,

con calcolata ispirazione.

L’acrobata è un essere imperfetto che come tutti noi avverte la mancanza di ali, ma questo non gli impedisce di fare leva sul desiderio di ali e di librarsi su un’attenzione nuda.

E come si perviene all’abbandono di ogni protezione, come ci si inoltra in una condizione di abbandono nel caso dell’acrobata volto com’è ad agganciarsi all’altro trapezio nello spazio? La sua calcolata ispirazione è dunque l’esito della combinazione di distinti saperi e generi di conoscenza e di diversi gradi di energia mentale?[9]

A partire dalla mia esperienza di donna traduco così ciò che attraverso questa immagine discerno: si tratta, da un lato, del desiderio di accogliere in modo leggero e cedevole il vivere nel suo fluire che include ogni configurazione mutevole e, dall’altro, del desiderio di affinare nella relazione arrendevole con sé stessi/e e con il mondo la tensione verso l’incondizionato, verso l’impossibile, volgendovi incessantemente l’energia terrestre necessaria al suo nutrimento, un’energia che è materiale e mentale allo stesso tempo.

Questo modo di procedere è possibile a una sola condizione: fissare l’attenzione nella sua interezza nell’atto che compiamo, nell’oggetto al quale ci applichiamo, un atto e un oggetto dell’ordine della realtà. Si tratta dunque di apprendere a esercitare la ginnastica dell’attenzione, un apprendistato che equivale al forgiare sé stessi/e non una volta per tutte ma di situazione in situazione e nello stesso tempo al forgiare altri legami – forgiare nel senso di dare calore e forma conoscendo l’arte del forgiare, una volta che la si è appresa attraverso il corpo, e dare calore e forma senza stare a pensarci come fa un bravo fabbro (taoismo), come fa una brava cuoca.

E nel corso del tempo si prende coscienza della propria modificabilità e dell’irradiamento che questa trasformazione-trasmutazione esercita sulle circostanze e sulle situazioni. E si acquisisce molto, molto lentamente un senso nuovo dell’alterità esterna e interna e si contribuisce a dare un senso nuovo all’esperienza, ciò che siamo, ciò che stiamo vivendo e che viviamo istante dopo istante nei diversi ambienti. Certo, bisogna crederci.

L’esperienza a cui mi riferisco, è bene chiarirlo, ha a che vedere con l’emergere e l’affermarsi a partire dagli anni Settanta di una libera soggettività femminile, che Luisa Muraro chiama atto d’indipendenza simbolica.[10] Dare un senso nuovo all’esperienza soggettiva femminile implica infatti una pratica di trasformazione che riguarda me nella mia singolarità, che coinvolge altresì le relazioni da me intrattenute con il mondo, e fra queste le relazioni politiche, anzitutto con le altre donne e poi con tutti. Essa mette in gioco sia l’ordine delle cose che l’ordine delle parole, sia i rapporti tra la realtà e il linguaggio, sia i momenti di arresto, le soglie tra l’una e l’altro nello scorrere del tempo, gli strappi e i punti di sospensione e i punti di sutura delle ferite sul filo della vita, i passaggi, gli interstizi tra reale e irreale nei quali si insinua il baluginio di una nuova forma d’essere mai definita che sfocia da sé in una nuova forma espressiva, in una rinnovata fiducia nelle parole. Fiducia che ridà luce e slancio al vivere e al convivere; forse si tratta di «rompere ogni schema e trovare una nuova forma d’essere – cioè di espressione – per ogni cosa che sento e penso», come scriveva Virginia Woolf (Diario di una scrittrice, 27 luglio 1934). Di questa pratica di trasformazione non tutto è dicibile, non tutto è nominabile, non tutto è traducibile perché l’esperienza così concepita mantiene, preserva qualcosa di segreto, un segreto germinale, un invisibile che orienta nella trama del visibile a qualcosa di imprevedibile.

Nella politica delle donne l’intreccio fra pratica della mediazione, che è pratica di parola, e pratica di trasformazione creativa è strettissimo, ma non si tratta di un intreccio nodoso, dato che entrambe sono in contesto e mettono in movimento gli aspetti coinvolti nel contesto che poi finiranno con il coinvolgere altri aspetti fuori del contesto. A questo proposito viene in soccorso Chiara Zamboni: «Queste pratiche non sono progetti che negano la realtà così com’è per disegnare un futuro immaginato in precedenza, applicando utopie per cambiare la realtà. Sono invece processi aperti» nel presente che è «visto come un divenire, nel quale la propria azione è orientata da qualche cosa che non sappiamo, non sapremmo dire, ma che sentiamo che ci vincola nello scegliere via via l’atto giusto, vero. Ed è per questo che si tratta di un processo che si fa facendo, ma non a caso, bensì in modo orientato. Senza tuttavia poter fare un sapere di ciò che ci orienta, che conosciamo e che non conosciamo, in quanto sta in una condizione tra reale e irreale. È come quando, direbbe Simone Weil, scriviamo come se traducessimo da un testo che non conosciamo, ma che ci guida».[11]

È come se inventassimo questo qualcosa scoprendolo, è come se lo scoprissimo inventandolo, suggerisce Chiara Zamboni, è in fondo l’esito di un’attenzione poetica affine a quell’attenzione nuda dell’acrobata di Szymborska.

3. Lettura delle pratiche delle donne

Torno a ciò che afferma Lia Cigarini nell’intervista a Riccardo Fanciullacci, che abbiamo citato all’inizio: «Il movimento delle donne non è un movimento organizzato e non può esserlo» perché

le forme gerarchiche dell’organizzazione politica […] mal si adattano alle nostre pratiche che possono prendersi più tempo di quello di un’assemblea, perché i desideri e le istanze che li muovono emergono e trovano parola secondo un loro ritmo, e poi, però, altre volte, possono tradursi in azioni e iniziative di singole o di gruppi, senza dover passare per trafile burocratiche.[12]

E qui entra in gioco la pratica della relazione, grazie alla quale  i conflitti dovuti a divergenze anche radicali, pur facendo ondeggiare, vacillare, traballare, non bloccano né disgregano – questo è un sapere esperienziale, parlo per esperienza – dato che qualcosa ci vincola, dato che nella cerchia delle relazioni capita che s’imponga il riconoscimento di un’autorità simbolica incarnata di volta in volta in una delle donne del gruppo «per l’efficacia delle mediazioni che ha saputo proporre nel tempo, per l’intelligenza delle situazioni di cui ha dato prova, nonché per la capacità di raccogliere le verità portate da chi non era d’accordo».[13]

Oggi tuttavia avverto una difficoltà che riguarda un venir meno della consapevolezza di ciò che sentiamo, di ciò che succede dentro di noi, eppure questa consapevolezza è fondamentale per trovare nel conflitto apparentemente inscenato nel fuori una mediazione che occupa sì il  fuori ma che passa per il dentro, osserva Cigarini.  Bisogna dunque tornare alla pratica del partire da sé che, suggerisce Wanda Tommasi,

è sì un cominciare da sé, con il massimo della propria singolarità, ma è anche e soprattutto un allontanarsi da sé per incontrare altre e altro, divenendo estatiche per una passione politica senza progetto, senza rappresentanza, senza delega.[14]  

E attraverso questa pratica tornare a interrogare la mediazione che non è un procedimento affidato a qualcuna che media tra due opinioni o punti di vista e stabilisce un accordo tra le parti in vista del superamento della conflittualità, ma un’opera di vero e proprio discernimento dei desideri in gioco, ascoltandone il ritmo, perché solo per questa via si potrà realizzare un’opera di creativa composizione e ricomposizione all’interno di una situazione. Una mediazione dunque qualitativa che risulta tale solo se altre e altri ne riconoscono la giustezza.

Ma che cos’è questa giustezza di un’operazione di discernimento all’interno di una situazione che appare in connubio con la sua efficacia? La mia questione è: quest’operazione di discernimento non è forse inerente a un processo aperto nel presente visto come un divenire, come dice Chiara Zamboni?

Se è tale, allora a orientare l’azione non è la pratica di mediazione, bensì qualcosa che sta a monte, «qualche cosa che non sappiamo, non sapremmo dire, ma che sentiamo che ci vincola nello scegliere via via l’atto giusto, vero»; ebbene, a mio parere, l’atto giusto, vero, che ne scaturisce dipende proprio da questo non so che, da qualcosa che si dà, accade, vincola, s’impone come un esito naturale, graduale, discreto nel dispiegarsi delle possibilità latenti del processo aperto nel presente visto come un divenire. Concordo con Chiara Zamboni: le pratiche delle donne delle quali condivido la politica non rispondono alla logica della finalità, perché se così fosse annullerebbero il potenziale della differenza sessuale. Esse sono forse più affini alla logica cinese della propensione,[15] dello sporgersi in avanti, preceduto – aggiungo – dal lavoro del rannicchiarsi, dell’acquattarsi che predispone all’apertura, sicché ciò che in esse era piegato dentro, implicato, si dispieghi nel corso del tempo. Ma torno alla questione irrisolta: che cos’è la giustezza?

La giustezza nel mio sentire ha a che fare con la «giusta attesa, che è permanere in uno stato di tensione senza intenzione», quello stato di attenzione/ senza piume ormai soltanto nuda dell’acrobata, uno stato totalmente libero dall’Io, come insegna Simone Weil, uno «stato totalmente saturo di vigilanza spirituale», uno stato di vuoto,  come scrive Herrigel,  che permette all’arciere il tiro giusto, o meglio prepara uno stato che fa sì che sia il tiro a tirarsi da sé. [16] Nell’ Introduzione al libro di Diotima, L’irrinunciabile, Chiara Zamboni, sulla scia di Caterina Diotto e Anna Maria Piussi che si interrogano sulla giustezza «nel concreto quando si tiene conto dei bisogni», chiarisce:

La parola “giustezza” fa riferimento a qualcosa di molto concreto e simbolico allo stesso tempo: implica lo stare aperti con tutti i sensi, con tutta l’attenzione possibile per percepire e così conoscere una situazione e tenerne conto nell’agire. È affidata all’arte della vita, all’esperienza processuale, all’amore per la realtà e a un po’ di saggezza, qualità difficile da definire, che ha a che fare con il distinguere ciò che è necessario da ciò che è superfluo per far crescere una situazione comune.[17]

La giustezza è affidata dunque all’arte del vivere sapendo però che il vivere non è un oggetto da indagare, che la conoscenza del vivere non può essere afferrata e definita una volta per tutte; infatti nel vivere noi siamo implicati e coinvolti da sempre, in ogni momento e per sempre. Viviamo, siamo in vita, ma nello stesso tempo sappiamo bene che c’è un divario tra il vivere attaccati alla pura sopravvivenza e il vivere qualificato nelle sue molteplici dimensioni. Mi riferisco alle qualità del vivere che non agevolano l’assuefazione in direzione contraria all’audacia eroica nel raggiungimento degli obiettivi.

L’arte del vivere secondo qualità e non secondo parametri misurabili asseconda al contrario la via impercettibilmente pervasiva della trasformazione continua nella durata, una trasformazione che si dà in risonanza interattiva con i mutamenti interiori, con i mutamenti esterni nel mondo e con i mutamenti connessi all’incessante fluire del tutto nell’universo nel quale siamo immerse/i.

L’arte del vivere, mi suggerisce Weil, si sostiene sul ritmo «della vita del corpo (la respirazione ne misura il tempo)» associato a quello del mondo (rotazione delle stelle)»; occorre «sentire costantemente questa associazione (sentire, non semplicemente sapere) e sentire anche il perpetuo scambio di materia mediante il quale l’essere umano è immerso nel mondo. […] Sentire che la propria durata è anche il tempo del mondo».[18]

4. Alla ricerca del ritmo nell’altalena del vivere

La giustezza ha a che fare, abbiamo visto, con la giusta attesa. Si tratta di un attendere che, accolgo le parole di Simone Weil, «implica tutta la tensione del desiderio, ma senza desiderio, una tensione accettata in perpetuo».[19] A questo attendere – che è «passività del pensiero in atto»,[20]  che «significa obbedire al tempo»[21] – si propende. Su questo attendere ci si sporge mediante la pratica dell’attenzione che prepara alla compresenza di un’attitudine progressivamente sempre più ricettiva e di un’attitudine sempre più attiva nello sguardo immobile, attitudini che sono sì necessarie al compimento dell’azione giusta, ma vincolanti sotto un aspetto: non bisogna mai «cercare il bene nell’azione. È questo l’insegnamento della Giītā».[22]  A questo attendere si lega altresì l’intimo distacco di una parte dell’anima dai frutti dell’azione. La pratica dell’attenzione è infatti una tecnica trascendente che via via trasforma il modo di vivere, di stare al mondo, di convivere, e questa trasformazione che coinvolge il nostro essere nella sua interezza ci fa volgere verso un passaggio.

Con faticosa leggerezza,/ con paziente agilità,/ con calcolata ispirazione potrà capitarci infatti di passare nel presente, nell’ora e qui, dal mettere al centro il nostro io al de-centrarci, dall’amare le altre e gli altri da cannibali[23] all’amare «nel prossimo la fame che lo morde e non il nutrimento che in lui ci è offerto per calmare la nostra fame»,[24] dal voler prendere possesso delle cose belle all’amare alla dovuta distanza ciò che è bello di per sé. Il passaggio è nel nostro inclinarci, chinarci, piegarci, e lasciarci trapassare da una forma di amore che implica momenti di sospensione e di arresto durante i quali «restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare».[25]

La nostra condizione di esistenza abbandonata nel tempo è caratterizzata da un susseguirsi di strappi, di momenti di lacerazione che covano momenti di equilibrio, da un susseguirsi di momenti di arresto silenziosi, momenti di attesa nei quali si accumula energia e che preludono all’equilibrio come limite tra due squilibri, una lamina sottile sulla quale si avverte per un istante un equilibrio e subitaneamente si percepisce che si tratta di un equilibrio che non è stabile e che torna ad essere squilibrio – è questa la condizione del nostro vivere. Simone Weil scopre probabilmente durante l’esperienza in fabbrica la differenza fra la cadenza dettata dal tictac di un orologio e il ritmo; così annota in una pagina di un suo quaderno:  

CHE COSA DEFINISCE IL RITMO? Non si definisce per la regolarità. Il tictac di un orologio non ha ritmo. Si definisce per i suoi arresti. […] Il ritmo come μεταξύ. Punto di contatto tra il reale non-esistente e il divenire. Qualcosa di sensibile, la cui realtà non è che relazione. Interamente passato e futuro, e dà solo il presente. Uniforme e non-ripetizione. Fonte di un’energia che eleva. Equilibrio come istante, come limite tra due squilibri.[26]

E un poco più avanti stabilisce un’analogia:

Come la serie fa passare nell’ordine della conoscenza dal limitato all’infinito – dalla terra al cielo – così il ritmo nell’ordine del desiderio e dell’azione. Parentela tra la serie e il ritmo. Ambedue, unione dell’immobile e del mobile. Polo. Filo a piombo. Bilancia. Non si può penetrare il segreto di questa grazia, ma lo si può circoscrivere. Vi è qui un fatto irriducibile, una constatazione, un’esperienza.[27]

Il segreto di questa grazia che riguarda la vita stessa è dell’ordine dell’invisibile che disfa, scioglie, libera nel visibile mentre tempra e addolcisce, e rende il mondo meno inospitale e le relazioni umane più rincuoranti. Lo si può constatare, è un’esperienza. L’esperienza di Simone Weil, per esempio, la cui vita non separabile dal suo pensiero suggerisce l’arte di sentire in modo lucido, ovvero l’arte di sentire e non semplicemente sapere «che la propria durata è anche il tempo del mondo». E per fare un altro esempio, l’esperienza di Etty Hillesum, che in tempi angosciosi inventava scoprendola, scopriva inventandola un’arte del vivere in questo mondo come se si vivesse in una fortezza inespugnabile da ogni agente esterno, pur vivendo «nella realtà che ogni giorno porta con sé». Così leggiamo in una delle pagine del suo Diario:

Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro povero corpo. Lo spirito viene dimenticato, s’accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in modo sbagliato, senza dignità e anche senza coscienza storica. Con un vero senso della storia si può anche soccombere. Io non odio nessuno, non sono amareggiata. Una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito. Se sapessero come sento e come penso, molte persone mi considererebbero una pazza che vive fuori della realtà. Invece vivo proprio nella realtà che ogni giorno porta con sé. L’uomo occidentale non accetta “il dolore” come parte di questa vita: per questo non riesce mai a cavarne fuori delle forze positive. […] Si deve anche essere capaci di vivere […] senza niente. Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare, e abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera. [14 luglio 1942][28]     


[1] Diario 1942-1943, cit., edizione diretta da Klaas A. D. Smelik, testo critico stabilito da Gideon Lodders e Rob Tempelaars, trad. dall’olandese di Chiara Passanti e Tina Montonee dei brani in tedesco di Ada Vigliani, Adelphi, Milano, 2012, p. 705.

[2] Luisa Muraro, Al mercato della felicità, Mondadori, 2009, p. 137.

[3] Intervista a Lia Cigarini di Riccardo Fanciullacci, in  La politica del desiderio, p. 525.

[4] «Quaggiù è possibile amare soltanto gli uomini e l’universo, vale a dire la giustizia e la bellezza. Di conseguenza la verità è una qualificazione del giusto e del bello»(Simone Weil, Quaderni, a cura di G. Gaeta, IV, Adelphi, Milano, 1993, p. 382. Cfr. a questo proposito le riflessioni di Wanda Tommasi, Effetto notte, in L’irrinunciabile, pp. 28 sgg.

[5] L’immagine della farfalla, che mi è saltata in mente durante il ritiro di Diotima del 4 giugno 2023, appartiene al racconto incluso nella raccolta di Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, Adelphi, Milano, 1994, pp. 63-71.

[6] Wisława Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1915-2009), a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano, 2009, p. 251.

[7] Cfr. Cristina Campo, Lettere a Mita, a cura e con una Nota di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi, Milano, 1999, [8 ottobre] 1970, p. 245.

[8] Segnalo a questo proposito un componimento apparso nella sua prima raccolta Per questo viviamo del 1952 dedicata a Gli animali del circo  che ha ben altra tonalità (Wisława Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1915-2009), cit., p. 15).

[9] Così annota Simone Weil: «I tre generi di conoscenza e i tre gradi di ENERGIA mentale. Dal meno fisso al più fisso: fantasticheria – calcolo – contemplazione…» (Quaderni, a cura di Giancarlo Gaeta, II, Adelphi, Milano, 1985, p. 96).

[10] Luisa Muraro, La schivata, in Diotima, Immaginazione e politica, Liguori, Napoli, 2009, p. 9.

[11] Chiara Zamboni, Immaginazione giocosa e l’altra faccia del mondo, in Diotima, op. cit., p. 30.

[12] Lia Cigarini, op. cit., p. 320.

[13] Ibid., p. 322.

[14] Wanda Tommasi, Vivere Dio qui e ora, Paoline, 2023, pp. 39-40.

[15] Sulla logica cinese della propensione indagata dal filosofo e sinologo francese François Jullien si veda https://www.juragentium.org/books/it/jullien.html

[16] Riguardo a Herrigel sono debitrici allo scritto di Gabriele Usberti, Sulla giustezza di un’azione, apparso nel fascicolo «Teatro e Storia: orientamenti per una rifondazione degli studi teatrali», Il Mulino, Bologna, anno IX, n.16, 1994, pp. 259-85.

[17] Chiara Zamboni, Introduzione, in Diotima, L’irrinunciabile, Mimesis, Milano, 2023, p. 11.

[18] Simone Weil, Quaderni, a cura di G. Gaeta, I, Adelphi, Milano, 1982, pp. 261-62.

[19] Simone Weil, Quaderni, a cura di G. Gaeta, IV, Adelphi, Milano, 1993, p. 137.

[20] Ibidem, p. 122.

[21] Ibidem, p. 136.

[22] Quaderni, II, cit., p. 235.

[23] Cfr. Quaderni, IV, cit., p. 334.

[24] Ibidem, p. 336.

[25] Loc. cit.

[26] Quaderni, I, cit., p. 348.

[27] Ibidem, p. 353.

[28] Diario 1942-1943, cit., p. 718. 

https://www.youtube.com/watch?v=AXFeY4-5eSY