diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 3 - 2004

Strano ma vero

Congratulazioni per Elfriede Jelinek!

È stupefacente che Elfriede Jelinek abbia ricevuto il Premio Nobel per la letteratura. Poiché siamo abituati alla lucentezza dell’alta tiratura, al pensiero ridotto a uno slogan, allo spettacolo in serie è meraviglioso che venga premiata la sua letteratura minore. Per un momento vince la gioia sulla “disperazione” di cui ci parla la premiata. Prontamente le viene attribuito un carattere malinconico, la sua opera inserita in una tradizione nichilista. Risuona in queste parole il risentimento di chi mal sopporta il suo tener fermo al pensiero negativo.

Lo sguardo della scrittrice è implacabile. Jelinek ci racconta la vita insopportabile nella sua insopportabilità. La sua virtuosità linguistica è terribilmente bella. I giochi di parole sono divertenti finché il loro crescendo non illumina la tragedia. Ciò che rende la lettura inquietante è il suo procedimento metonimico. Jelinek restituisce il senso letterario delle parole. I codici dell’ordine simbolico vigente astraggono dall’esperienza concreta; la definiscono, la classificano, la normalizzano. Jelinek rovescia la dinamica, focalizza la situazione concreta. La citazione dello stereotipo svela l’aggressività in esso contenuto, l’uso dei modi di dire smaschera la violenza dei modi di fare. La sua grandezza si manifesta nella capacità di risignificare la cronaca, di rendere percepibile nella banalità provinciale la crudeltà globale.

Ci si lamenta delle difficoltà della traduzione. Le allusioni, le sfumature, le polivalenze sarebbero difficili da rendere in un’altra lingua. Infatti, le “contiguità idiosincratiche” della Jelinek esigono una traduzione in contesto. Tuttavia, sconvolgente non è la sua retorica ma lo sono le associazioni che essa provoca, l’inevitabilità con cui ri-appaiono gli spettri di un passato mai elaborato e i mostri di un presente terrorizzato. Il suo linguaggio è tanto violento quanto le impronte nazionaliste, antisemitiche e razziste dell’ordine politico-sociale.

Una volta diceva: “A me in quanto donna non è concesso un estremismo nella descrizione.” Nella prima reazione alla notizia di aver ricevuto il Premio, Jelinek ribadisce la differenza: lei sarebbe stata scelta “anche in quanto donna”. Seppure fosse, l’aggiuntivo andrebbe valorizzato positivamente. Con Elfriede Jelinek viene premiata la donna che sa segnare la differenza sessuale nella pratica del suo pensiero, della sua scrittura e del suo agire politico. Lei denuncia l’ordine fallo-logocentrico ma non compiange la donna umiliata e oppressa dal dominio maschile e tanto meno l’esalta come l’altra dall’uomo. Jelinek non tace sulla complementarità femminile, sulla complicità dell’emancipazionismo; scrive, invece, degli eccessi sado-masochistici provocati dall’ordine sociale in vigore, dell’impossibilità della donna di vivere la sessualità, del fallimento di esprimere il proprio desiderio. Il rapporto tra Erika e sua madre nel romanzo reso famoso dall’omonimo film La pianista, racconta la deformazione della relazione madre-figlia nella società (post-) patriarcale. Il tentativo da parte della critica di ridurre questo motivo del romanzo a una faccenda biografica è troppo facile oltre che arrogante. Il presunto impudico autobiografismo della Jelinek non esiste, esiste invece l’intreccio tra il personale e il pubblico su cui la scrittrice in sintonia con il pensiero femminista propone la riflessione.

Troppe volte la proposta è stata respinta. La voglia della scrittrice non provoca il godimento che il lettore s’aspetta e il rancore non trattenuto dell’insoddisfatto si scatena ogni qualvolta si offre la possibilità, anche dai commenti al premio schizza la diffamazione. Di conseguenza, Jelinek ha deciso di sottrarsi. Il suo rifiuto di confrontarsi con il grande pubblico, più cannibalesco che letterario, è comprensibile. Chi la conosce è testimone della sua generosità nella relazione, chi la legge sa quanto offre nella sua scrittura. Il suo modo di protestare non ha bisogno dell’agorà mass-mediatica: c’è tutto e molto di più nei suoi testi. Mi auguro che trovi la forza di scrivere ancora.