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Wanda Tommasi, Luisa Muraro: una donna geniale

20 Luglio 2026

Conobbi Luisa Muraro nel 1983, quando, su sua iniziativa ma con la collaborazione fattiva di Chiara Zamboni, diede vita a Verona al gruppo “Fontana del ferro” (dal nome della via in cui ci riunivamo): l’intento era quello di commentare il “Sottosopra verde” Più donne che uomini, un documento scritto e pubblicato dalla Libreria delle donne di Milano. In realtà, oltre a leggere e a commentare quel testo, ciascuna era invitata a partire da sé, dalla propria esperienza, dai vissuti, dalle relazioni più significative: tutto questo era considerato politica. Io, che non avevo partecipato alla pratica dell’autocoscienza degli anni Settanta, trovavo strano che la politica delle donne fosse così diversa da quella che fino ad allora avevo considerato tale, quella dei partiti, delle manifestazioni, dei cortei. Imparai lì una nuova accezione e una pratica inedita di politica. La discussione mensile a Fontana del ferro durò circa un anno.

Nel 1984, ebbe inizio l’esperienza di Diotima, all’Università di Verona, con la partecipazione di alcune di quelle che avevano fatto parte di Fontana del ferro e con il contributo importante di Adriana Cavarero, che invece non vi aveva partecipato. Trovandomi sul terreno della filosofia, su cui avevo già lavorato, avendo pubblicato due libri sull’argomento, pensavo che fosse più facile orientarmi, ma non fu così: l’invito di Luisa a non fare riferimento a pensatori già noti, su cui ci eravamo formate, ma a dare valore alle parole delle donne presenti, indicava una strada mai percorsa prima; era come partire da zero. Ma questo invito fu fecondo: cessammo di essere delle ripetitrici del pensiero altrui e cominciammo a conferire autorità al pensiero di ciascuna delle donne presenti.

Faccio questi brevi riferimenti alla nascita di Diotima per avvicinarmi a quella che vorrei definire la genialità di Luisa Muraro, una genialità che è evidente non solo nei suoi scritti, ma anche nella pratica di relazioni di cui lei era capace. Simone Weil, nei suoi scritti, distingue il genio dal talento, e afferma che bisogna incoraggiare il primo e tenere a bada il secondo. Nella mia personale interpretazione, il genio consiste soprattutto nella capacità di accostare fra loro cose o concetti diversissimi fra loro, facendone scaturire una scintilla che fa nascere un senso nuovo; il talento invece consiste nell’abilità di maneggiare nozioni, di destreggiarsi fra concetti orientandosi in modo sensato e rendendosi comprensibili agli altri e alle altre. Sono convinta che noi tutte, ad eccezione di Luisa, fossimo (e siamo) dotate di talento; lei sola era geniale. Come ho già anticipato, questo si nota non solo nei suoi scritti, in cui il colpo d’ala della genialità traspare ad esempio nell’accostamento fra la mistica medioevale e le pratiche del movimento delle donne contemporanee, ma anche nelle relazioni da lei intrattenute nella comunità di Diotima. Luisa era capace di accogliere con attenzione e di rilanciare il pensiero anche di quella meno ascoltata fra noi, valorizzandone il contributo e facendone un patrimonio comune a tutte. Era un gesto di accoglienza e di grande generosità, perché metteva a disposizione di tutte qualcosa che, altrimenti, probabilmente non sarebbe stato neppure notato.

Certo, la sua pratica di relazione non era esente da asprezza, un tratto del suo carattere non facile da reggere. Accadeva infatti, soprattutto nei primi anni di Diotima, che lei attaccasse violentemente colei che osava dissentire: la cosa grave era che quasi tutte le altre si allineavano alla sua autorità indiscussa, cosicché la dissidente aveva contro non solo la potenza di Luisa, ma anche quella di molte altre, con un effetto di schiacciamento micidiale. A me è capitato più volte di essere duramente attaccata da Luisa; dopo un po’ di tempo, mi arrivava una sua cartolina, che magari portava solo la sua firma, non certo delle scuse; ma io l’ho sempre interpretata come un ramoscello d’ulivo, inviato per auspicare pace e come invito ad andare avanti, nonostante tutto. Dopo alcuni anni, ci rendemmo conto che la nostra focalizzazione esclusiva sull’autorità di Luisa era deleteria: da allora in poi, l’autorità cominciò a circolare maggiormente fra noi, con un grande beneficio per tutte. In ogni caso, sia nella valorizzazione di alcuni contributi sia nella critica di altri, Luisa è stata una maestra per tutte, in Diotima, con diversi gradi di vicinanza o di separazione. Io ho sempre sentito di non potermi avvicinare troppo a lei, perché altrimenti mi sarei ustionata; altre si sono regolate diversamente, standole molto vicino. In entrambi i casi, la sua funzione di maestra non è mai venuta meno.

Luisa Muraro ha scritto moltissimo: tanti libri e articoli di grande qualità, in cui il suo genio femminile traspare al meglio. Indubbiamente, il suo libro più importante per il femminismo e per il pensiero della differenza sessuale fu L’ordine simbolico della madre (Editori riuniti, Roma 1991): questo testo fu un punto di svolta fondamentale, che indicò il saper amare la madre come senso dell’essere e come inizio della filosofia, sottraendo le donne all’ordine simbolico paterno delineato da Lacan. Un libro che tuttavia ebbe degli effetti non tutti positivi: alcune lo rifiutarono, perché avevano avuto un rapporto difficile e conflittuale con la propria madre, molte altre lo accolsero entusiasticamente, ma sentirono che con la nominazione dell’ordine simbolico della madre tutto era risolto, non c’era più nulla da indagare. Come se invece il pensiero della differenza sessuale non fosse, come è in effetti, un compito infinto, da interrogare e rilanciare sempre di nuovo, col mutare delle circostanze storiche e politiche e man mano che si trasforma la propria stessa esperienza.

Personalmente, amo di più e provo una grande riconoscenza per gli studi Luisa Muraro su Margherita Porete e sulla mistica medioevale, da cui io stessa ho tratto ispirazione per le mie ricerche su alcune autrici mistiche contemporanee, da Simone Weil a Etty Hillesum e altre. Fra i frutti della ricerca di Luisa sulla sapienza mistica, ricordo solo i due volumi a mio parere più belli: Il Dio delle donne (Mondadori, Milano 2003) e Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio (Mondadori, Milano 2009). Questi testi restituiscono con viva partecipazione il lascito della mistica medioevale, un tesoro di sapienza e di pratiche che è tuttora attuale, o meglio che Luisa sa rendere tale grazie alla sua genialità. Fra le molte perle estratte dal tesoro delle mistiche e messe in evidenza da Luisa, ne ricordo solo due: la consapevolezza che la propria carenza personale può tramutarsi in capienza capace di accogliere l’amore divino, purché sia guidata dall’intelligenza dell’amore; e la convinzione che il reale, che a prima vista sembra impenetrabile, impermeabile e statico, non sia invece indifferente al proprio desiderio; quindi l’invito è quello di non cedere sul desiderio, ma di rilanciarlo sempre, anche quando le condizioni sembrano sfavorevoli e incapaci di accoglierlo.

Ora che Luisa non c’è più, oltre ad esprimere il dolore per la perdita di una donna inimitabile e insostituibile, mi chiedo come sia possibile raccoglierne almeno in parte l’eredità. Non è facile: credo che nessuna possa ereditare tutto ciò che lei ci ha lasciato, con grande generosità e dispendio di sé. Penso che ciascuna di noi, in Diotima, possa ereditare da lei solo qualche frammento di sapienza, intelligenza e acume politico. E sperare che lo Spirito, che, come si sa, soffia dove vuole, e che su lei ha agito sempre con grande forza, aliti talvolta, sia pure in modo più lieve, su qualcuna di noi.

Questo testo sarà pubblicato sulla rivista di filosofia «Materiali di estetica».