Quando varchiamo per la prima volta la soglia della Libreria delle donne di Milano, non sappiamo esattamente quello che ci aspetta. Io, ricercatrice brasiliana, dottoranda in filosofia, arrivai a quello spazio storico carica di aspettative – e, lo confesso, anche carica della mia percezione da colonizzata, che mi faceva immaginare le filosofe italiane come figure superiori, austere, distanti, irraggiungibili. Che sciocchezza! Il femminismo della differenza, che tanto ammiravo nei testi, era lì, vivo, pulsante, e si presentò a me attraverso due donne straordinarie: Luisa Muraro e Lia Cigarini. Due maniere di essere, due maniere di insegnare, due maniere di abitare il mondo e la politica con il corpo intero.
Luisa Muraro: la generosità che si concretizza nell’incontro e nelle parole
Luisa Muraro è diventata un riferimento per me quando ho capito che non mi bastava più sapere quello che Gramsci o i filosofi contemporanei dicevano sulle donne, come avevo studiato nel mio Master e in parte del mio Dottorato. Io volevo sentire le donne parlare da sé. E quando incontrai i suoi scritti, fui colta da uno stupore profondo: la libertà con cui lei scrive, la sicurezza con cui parla a partire da sé, l’originalità del suo pensiero incarnato.
Luisa aveva capito, insieme al collettivo di donne con cui aveva stabilito una relazione di fiducia, che ormai non poteva “pensare attraverso ciò che dice la maggioranza né attraverso ciò che si stampa nei libri”. Bisognava riflettere da sé sulle cose e cercare di comprenderle. E fu questo che lei fece con una generosità che smonta qualunque immagine della filosofa inaccessibile.
Ricordo come se fosse oggi: era un giorno di festa in Libreria. Fui invitata all’ultimo momento e, con mia sorpresa, una delle prime persone che scorsi fu Luisa. Il mio cuore accelerò. Ma lei fu subito simpatica, mi incluse nella sua conversazione, mi presentò a suo nipote e mi offrì qualcosa di simile a una crocchetta. In pochi secondi smontò l’intera immagine che avevo costruito nella mia immaginazione ancora colonizzata. Mi mostrò che era una persona come tutte!
Poi, nel nostro incontro più significativo – una lunga conversazione innaffiata da vino e stuzzichini, in un angolo della Libreria – Luisa fece ciò che le grandi educatrici sanno fare: percepì le mie insicurezze, la mia paura di essere me stessa, la mia difficoltà ad affermare la mia stessa esistenza filosofica. E, da abile educatrice quale era, si dedicò a prendersi cura della mia autostima. “Perché continui a implorare per avere tanta approvazione esterna?”, mi chiese. “Mettendo a tacere quello che parte da te?”
Fu allora che mi presentò Simone Weil e l’importanza del radicamento come prerequisito per la trasformazione storica della realtà. Trasformare l’esterno con quello che di fatto ci ha trasformato. Una verità vissuta, che viene dal cuore e pulsa nella carne.
Luisa mi invitò ad abitare una prospettiva epistemologica altra: partire da me verso una nuova etica. “Il femminismo non è solo una lotta contro le discriminazioni”, mi scrisse poi per email, “è anche e soprattutto una autoscoperta, il desiderio di esistere essendo te stessa, e la scoperta che il cammino per la propria realizzazione passa attraverso altre donne”. E concluse: “Le donne sono l’umanità, siamo tutte e ciascuna di noi il genere umano di sesso femminile, quello che dà vita a tutta l’umanità. Il mio invito è che tu smetta di guardare fuori di te, ma senta e dica a te stessa: si tratta di me, mi interessa davvero?”
Questo è il metodo di Luisa: una pedagogia della ribellione, della messa in discussione, dell’autonomia, del protagonismo. Una pedagogia che si convalida, tramite il riconoscimento, per mezzo della comunità di donne e dell’autorità che viene dalla genealogia femminile.
Lia Cigarini: una politica che si insegna attraverso il silenzio del corpo
Conobbi Lia Cigarini non lo stesso giorno che conobbi Luisa. Al contrario dell’esuberanza generosa di Luisa, Lia era riservata, silenziosa. Il suo modo corporeo di essere mi rivelò subito i limiti che lei cercava di mettere in chiaro: nessun abbraccio, nessun bacio, nessuna fotografia. A un primo sguardo si poteva interpretarlo come antipatia. Che errore! Col tempo, scoprii che Lia era riservata con tutte le persone, ma la sua principale caratteristica era insegnare – e conquistare – con l’esempio.
La vita di Lia è la storia stessa del femminismo italiano. Lei è stata “testimone e protagonista del movimento delle donne dalla fine degli anni sessanta”. Figlia di un militante comunista, segretaria della federazione giovanile del Pci, portava dentro di sé gli incontri e i mancati incontri tra comunismo e femminismo. Era il legame vivente tra due culture politiche delle donne in Italia.
Lia materializzava nel proprio corpo ciò che le femministe della differenza avevano imparato da Simone Weil e Clarice Lispector. Viveva con tutto il suo corpo la verità della sua lotta. Era lei stessa il radicamento di Simone Weil. Per questo il suo motto – che mi disse direttamente, almeno in due occasioni – era “non credere di avere dei diritti”. Una giurista che non credeva immediatamente nelle leggi, che sapeva che queste esistono davvero solo quando la realtà viene trasformata.
Da Clarice Lispector Lia aveva appreso che “il mondo intero dovrà trasformarsi perché io sia inclusa”. E che tale trasformazione non può essere delegata: “Ci vuole coraggio per avventurarmi in un tentativo di concretizzazione di ciò che sento”. Io ho imparato da Lia principalmente attraverso l’osservazione. Vedevo la sua autorità imporsi attraverso il corpo-sguardo, attraverso le sue mani che tenevano con convinzione la sigaretta, la sua voce grave, le sue ferme prese di posizione che funzionavano come “voti di Minerva” nelle impasse della Libreria. E, specialmente, attraverso la sua presenza costante e quotidiana.
Lia si donava ai diversi collettivi, mantenendoli vivi e mantenendosi viva nella lotta. Era il pilastro del gruppo. Era autorità legittima, in senso femminista. Era saggezza. Era punto di equilibrio quando tutto si agita eccessivamente. Era una difensora della politica, che sempre riportava al centro del tema. Era anche una forza utopica, che non permetteva di desistere dalla costante creazione di nuova realtà, dalla possibilità sempre viva di “un cambio di civiltà”.
L’ultimo mese che frequentai la Libreria, Lia, come se finalmente stesse riconoscendo il mio impegno, si sentì più a suo agio e mi concesse una breve intervista. Ma anche poco prima io avevo già capito: con lei l’apprendimento avveniva attraverso l’esempio, l’esperienza collettiva, la presenza.
Due Vite, un Metodo
Luisa e Lia: due maniere di essere femminista, due maniere di incarnare il pensiero della differenza. Luisa con la sua parola generosa che accoglie e sospinge; Lia con il suo silenzio eloquente che insegna con l’esempio. Insieme, personificano il metodo del femminismo della differenza: un metodo che è, innanzitutto, relazionale.
Nella Libreria e in Diotima circolava autorità femminile. Ogni donna dava valore a ciò che aveva conquistato negli anni, ai suoi progetti futuri, a ciò che pensava e desiderava. E prestava attenzione a quello che le altre dicevano, ai loro desideri, alle loro storie. È questo che Luisa e Lia mi hanno insegnato: l’importanza di partire da sé, di fidarsi della propria esperienza, di costruire le proprie mediazioni, di far circolare le proprie idee – gravide di pratica politica collettiva – nelle comunità di donne.
Ho visto nei loro corpi maturi la materializzazione di tutti i concetti che avevano creato e sistematizzato. Ho visto il femminismo della differenza in atto. Ho visto il loro progetto politico utopico e realista. Ho visto il loro metodo rivoluzionario. E questo mi commuoverà, mi ispirerà e mi trasformerà sempre.
La gratitudine dal Brasile
A Luisa sono grata per avermi adottata come nipote, per i suoi rimproveri amorevoli, per le sue email che mi richiamavano sulla strada giusta, per avermi insegnato che il femminismo è qualcosa in costante costruzione, che richiede coinvolgimento personale, presa di posizione e autotrasformazione.
A Lia sono grata per il suo esempio silenzioso e potente, per avermi insegnato che la politica si fa con il corpo intero, che l’autorità femminile non ha bisogno di grandi gesti, che la presenza costante e quotidiana è già una forma di militanza.
A entrambe sono grata per avermi mostrato – nei loro corpi, nelle loro parole, nei loro silenzi – che la via dell’autorealizzazione passa attraverso altre donne. Che siamo l’umanità. Che partire da sé è l’unica via possibile per trasformare il mondo. E che il femminismo, vissuto bene, è una festa. Con buon cibo, vino, risate e, a volte, rimproveri da nonna. Ma sempre con la certezza che siamo insieme, a creare realtà, politica, relazioni, mondi altri.
Grazie, Luisa. Grazie, Lia.
Che la vostra autorità femminile continui a circolare, a ispirare, a trasformare.
Che il vostro esempio continui a insegnare che il pensiero dell’esperienza è, insomma, l’unica filosofia che vale la pena di essere vissuta.
(Traduzione dal portoghese di Clara Jourdan)
