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blogGenerazione di idee, Per Luisa Muraro

Elisabeth Lisa Jankowski, Racconto estivo

20 Luglio 2026

Stamattina, nella grande sala con cucina, mancava Lia.

“Ah sì, era già partita con Laura per andare al mare prima che arrivasse la folla e che all’orizzonte passassero le tante vele e le imbarcazioni a motore”.

Eravamo infatti ormai in agosto e anche se si diceva che i numeri degli altri anni non si erano raggiunti, per i gusti di Lia le spiagge erano troppo affollate, che per spiaggia lei intendeva seriamente solo una piccola baia con qualche metro di sabbia dal nome Martinella perché una volta, parliamo di 40 anni prima, lei e le sue amiche Luciana Castellina e altre e altri, Lucio Magri, il bell’uomo del partito comunista, stavano delle ore sul pontile di legno per fare poi dei lunghi bagni con ampie bracciate di crawl e tuffi nell’acqua azzurra. Non che ora ci fosse il popolo di Salvini a occupare lo spazio con i propri teli da mare, ma anche le famiglie russe o americane che potevano benissimo permettersi l’affitto delle bianche casette in mezzo ai massi così tipici della costa gallurese erano non graditi da lei. Conosceva ancora qualcuno dei soliti frequentatori della Martinella, proprietari iniziali dell’epoca quando il villaggio fu costruito e il “pazzo” Raffael organizzava feste in maschera nel porticciolo. Ma ormai erano vecchi e si trascinavano al braccio di qualcuno fin giù nella baia.

Ecco ora che c’era anche la macchina di Laura, e soprattutto Laura in persona, che era di una disponibilità infinita: generosa, semplice e umile in ogni situazione. Suo marito Stefano la criticava per questo ma lei sembrava insensibile a questi discorsi. Si offriva subito a guidare quando capiva che Lia voleva tanto scendere prima di colazione.

Luisa amava fare dell’ironia sul conto di Lia quando era assente. Anche se loro due erano legate da una salda ma tempestosa amicizia/amore da moltissimo tempo direi ab origine, cioè ab origine del loro pensiero femminista radicale.

“Insegnerà a Laura la direzione del vento,” disse Luisa ridendo.

“Ma credo che Laura non sia una buona allieva a questo riguardo. Confondeva il vento del sud con quello del nord o nordest o sudovest. Sì, c’è gente che non riesce a orientarsi. Ma ho letto che esistono delle popolazioni che non hanno la parola ‘sinistra’ o ‘destra’ ma nominano tutto in base ai punti cardinali. ‘Vado a nord’, dicono, o ‘vado a est’, anche quando sono fuori dal loro ambiente naturale”.

“Lia sarebbe la persona ideale per vivere in queste comunità,” rise Luisa.

“Credo che vivano in Messico o non so dove di preciso o in Australia, forse sono gli Indios, cioè gli aborigeni”, Luisa alludeva alla nostra discussione di qualche giorno prima. Noi occidentali siamo riuscite a fare una classifica di rango usando dei nomi veramente assurdi per popolazioni con la loro propria cultura lingua e storia.”

“Sì, sì, Colombo arrivava in un luogo dell’America del Sud e non sapeva neanche che lo fosse. E invece di chiedere come si chiamava quel luogo imponeva un suo nome, preso naturalmente dal suo libro guida che era la sacra scrittura. Ecco El Salvador, Santa Maria e altre stupidaggini. Ma perché non ha chiesto il nome che quel popolo aveva dato al luogo che era la loro casa natia?

Non riuscirono a finire il discorso quando si sentì il rumore di una macchina e spuntava fuori Lia con i capelli bagnati e i giornali sotto braccio.

Il giorno seguente la stessa scena. Luisa seduta da sola nella sua poltrona abituale e Lia ovviamente non era in casa. In mancanza di una controparte con cui polemizzare si rivolse a me ma con voce più morbida del solito, senza quel pungolo che sempre avevano i suoi commenti o domande o affermazioni perentorie.

“Ho già chiesto a Veronika, ma voglio porre anche a te questa domanda.”

Che onore, pensai fra me e me. Non mi coinvolgeva spesso direttamente nel procedere del suo pensare ad alta voce, tranne che per quel che riguardava le mie mansioni vacanziere che erano tutto ciò che riguardava la preparazione dei pasti. Ero stata nominata “cuoca” fin dalla prima volta e ne andavo orgogliosa. Un compito importante e pretendevo che nessuno s’intromettesse nelle mie scelte. Anche se non era possibile perché Lia aveva sempre qualcosa da ridire. A lei sarebbe piaciuto dirigere i miei lavori ma non se ne parlava proprio. Ero impassibile, anche se facevo a meno di usare curry perché poteva contenere soia per la quale Lia aveva un’intolleranza.

Luisa stava seguendo altri filoni di pensiero. Era triste per la morte di suo fratello, il maggiore, che aveva aperto le danze della sparizione e sarebbero seguiti tutti i 12 fra fratelli e sorelle, una dopo l’altro. Poi, la sua cara amica belga, con la quale aveva frequentato l’università gesuita e con la quale aveva fatto i primi passi nel suo tedesco. Dorothea era ricoverata per gli ultimi mesi in un ospizio con accanto il suo amico/amore e Luisa sapeva che presto sarebbe morta per le sue innumerevoli malattie. A ciò si aggiungeva che al nostro più antico amico sardo, Salvatore Bua, gli avevano diagnosticato un tumore ai polmoni che ormai aveva già invaso gran parte dell’organo e anche metastasi nel cervello.

Luisa non sopportava l’idea che qualcuno fosse destinato a soffrire e morire nel dolore. Pretendeva cure palliative prima possibile.

“Ma tu”, riprese il discorso, “anche per la conoscenza di altre culture che hai, cosa pensi della fine della vita e di come si può meglio affrontarla?”

Rimasi un po’ stupita della domanda, così diretta, senza preamboli, stamattina a stomaco vuoto.

“Ma non so”, balbettai, e dopo una pausa di riflessione:

“Non ne so niente”.

“Posso solo guardare i casi specifici e vedere come si sono svolti.”

La parola ‘svolti’ mi dava subito fastidio. Odiavo talvolta il mio italiano da straniera che non riusciva a trovare delle parole più appropriate. E proseguii:

“Ricordo mia suocera che una volta, andando con suo figlio a trovare una parente affetta da tumore, gli confidò: ‘Se dovesse succedermi non voglio saperlo’. E così fu. Lei si ammalò e noi tutti a fingere che ci fosse un domani. Mi ero accorta quanto fosse difficile vivere senza parlare del futuro e mentire. Rinunciammo a parlare di tutto ciò che nominava come comuni progetti, si tentava di ridurre al minimo il parlare dei mesi seguenti. Ci si sforzava di parlare del qui ed ora, un continuo esercizio zen.

Diverso era stata la fine di mio padre. Lui, da quando era stato costretto a fare il mozzo su una nave transoceanica, e a sopravvivere al tifone che stava devastando il Giappone, non aveva più paura di niente. Mi sembra. No, non è giusto. Fu dopo che ebbe trovato mia mamma, la sua amata moglie, che stava come una colonna nella tempesta, che mio padre non ebbe più paura di niente. Credo neanche della morte. Era molto anziano ma in perfetta salute, mi sembrava, e prima di trasferirsi nella casa di riposo aveva regolato tutte le sue faccende e, soprattutto, quelle che riguardavano me e mio fratello. Nella sua nuova casa all’inizio aveva ancora fatto dei tentativi di socializzare, di partecipare, per esempio, a un corso di ginnastica ma nella notte in cui io stavo arrivando per festeggiare con lui il Natale lui ha fatto un ictus e di lì a poche ore, sono convinta che fosse un suicidio, se si può dire così, in un uomo di 97 anni, (avrà preso delle medicine che hanno accelerato la fine) per lui era conclusa tutta la sua vita.

Sì, voleva tornare dalla sua amata moglie. Sapeva che lei lo aspettava, anche se lui non era eccessivamente religioso, credeva comunque a questo incontro. Perché, semplicemente, una trama così forte, durata tutta una vita, non poteva non proseguire.

“Le persone,” conclusi, “che tornano da una persona amata hanno una morte più leggera, può essere una moglie o un marito già defunto, oppure un figlio oppure in molti casi, mi sembra di capire che vogliamo tornare a casa, a casa vuol dire tornare al tutto, alla condizione iniziale che contiene ancora la sostanza della nascita. Forse vogliono poi rinascere.
Mia mamma, già confusa nei pochi giorni prima di morire, voleva tornare a casa. Io la consolai dicendo che doveva ancora restare un po’ all’ospedale, ma poi capii che non intendeva casa nostra, ma la casa di sua madre.
Anche mia zia, poco prima di morire, parlò di sua madre; del bel viso che aveva, la descriveva nei minimi dettagli: una bella faccia tonda e la pelle liscia tenera come una bambola.
Mi sembra che si voglia tornare all’origine, ritornare nel grembo materno o, comunque, restare in relazione. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci accompagni per attraversare il grande fiume.
Tutti i popoli hanno un’idea di vita che prosegue, anche se in altra forma.
Come si fa ad affermare che siamo soli e che dopo la morte non ci sia più niente, anche se non crediamo in Dio. Qui parliamo della religione naturale che ci suggerisce questa visione. Siamo per fortuna visionarie”.

Luisa stava pensierosa nella sua poltroncina con la tazza del caffè in mano. Non si era mossa neanche una volta.