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blog – Generazione di idee, Per Luisa Muraro

Diana Sartori, Metaxù. Il posto della mediazione vivente

20 Luglio 2026

Inesorabile un lutto ci rammenta la condizione di singolarità che segna la vita umana, la perdita è di quella persona, che è proprio lei, unica, solo lei una sola volta, questa, irriducibile, senza sostituzione. Solo l’amore sa forse rivelarlo altrettanto della morte. Come avvertivano i tragici, con la fine si diviene compiutamente un chi, possiamo dire del destino di una vita, della sua felicità o meno. E i ricordi che ci travolgono sono anch’essi necessariamente personali, incontri, parole scambiate, immagini, sentimenti, circostanze, memorie della voce, del movimento vivo, profumi, risonanze, quella volta che… Ah era lei. Tante parole che sono state dette in questi giorni hanno nominato chi era Luisa, non solo per quel che è stata, ha fatto, ha significato oggettivamente per il tempo e il mondo che ha vissuto e segnato fortemente, e sì felicemente, ma anche soggettivamente, testimoniando di quanto la sua presenza, la relazione con lei fosse potente e trasformativa. Luisa non lasciava indifferenti, come non lasciava che l’indifferenza prendesse il sopravvento. Filosofa, pensatrice della differenza, certo, ma differenza pensante, sempre divisa in sé dalla differenza, inquieta e contagiosa matrice e operatrice di differenza.

Anche io sono affollata di ricordi personali, e l’incontro con lei in Diotima ha indubbiamente fatto la differenza nella mia vita, tuttavia non sento che la parola adeguata per questa relazione sia “personale”. Mi viene ovviamente in mente che “il personale è politico” e qualcosa ha a che fare con questo, però le parole che più ho avuto sulla punta della lingua mentre mi sentivo senza parola sono state altre due, la prima la ho già pronunciata ed è singolarità, la seconda è impersonale.

Le due insieme e indissolubili, sono quelle al cui incrocio mi pare ora di rivedere Luisa. È una immagine che mi si presenta come un segno e non mi sfugge quanto sia anche una croce. Le amiche di Dio non mancherebbero di riconoscerlo e probabilmente anche Luisa stessa. Ma un simbolo parla anche a me che fede non ho affatto, e mi interroga, dovrò di sicuro guardarlo a lungo e con più attenzione. Per il momento quel che mi suggerisce di Luisa, del suo modo di stare al mondo, nei contesti, nelle relazioni, della sua autorità soprattutto, riesco a nominarlo riprendendo l’invito dell’espressione che è sua: mettersi nel posto della mediazione vivente.

La singolarità: lei era certo singolare, non comune e involontariamente e volontariamente fuori dalle comuni convenzioni, ma singolarità non significa solo unicità o straordinarietà, né tantomeno come si tende a pensare una personalità con un grande Io. Una singolarità è un punto di discontinuità, come in matematica ad esempio, o un punto critico in fisica. Un punto dove una funzione non è continua e non è derivabile, o un limite di criticità dove può avvenire un cambiamento, una catastrofe che fa passare ad un altro stato o ad un’altra forma. Questo mi richiama l’imprevedibilità e l’inafferabilità di Luisa, la sua qualità davvero rivoluzionaria e la capacità di fare la “schivata”, come la chiamava. Come anche quel che accadeva quando era presente in una situazione: lei la accoglieva e catalizzava spesso in modo brusco e traumatico, producendo un salto di stato e di qualità, quante volte lo ho visto in Diotima. E mi riporta quel che diceva della rivoluzione femminista come anche delle mistiche: che sapevano sprigionare l’imprevisto e l’impossibile.

L’autorità che le si riconosceva era indubbiamente legata a questa sua singolarità, che proprio per quanto sopra sapeva essere liberante, autorizzante e generativa ma nello stesso tempo e proprio per ciò poteva essere traumatizzante al limite della violenza e sempre anche un punto di inciampo e ostacolo, una porta stretta. E si sentiva che si doveva passarci attraverso, perchè lei stava proprio in mezzo. 

Una posizione critica e rischiosa, per lei, per noi, per i contesti e le relazioni, davvero, l’autorità poteva diventare pesante, ingombrante, faticosa, o trasformarsi in altro, indurre acquiescenza ad esempio, oppure mitizzazione. Sono pericoli connaturati all’autorità che può essere confusa e travisata, e che essendo sempre incarnata e personale può appunto trasformarsi o essere interpretata come il tratto di protagonismo proprio di un grande Io. Anche nel femminismo a volte è accaduto, con ricadute deleterie, di vari tipi tra cui annoverare conflitti distruttivi, accuse di tradimento e appropriazione di un bene comune in nome proprio. Non nel caso di Luisa, per quanto lei stessa ne abbia nominato il fantasma rispetto alla propria scrittura e alla sua “scena interiore” in rapporto a quanto guadagnato nella pratica con altre. La sua autorità pur inseparabile dalla sua singolarità e dal saper trovare le parole in un “passaggio interiore” intimo che metteva in pratica in un modo inconfondibile il partire da sé, era tutt’altro da quella presunta di chi mette avanti la propria persona.

E vengo così alla seconda parola: impersonale. Ecco ho sempre percepito un tratto impersonale in lei, e a questo credo si possa riportare, proprio insieme alla singolarità, la peculiarità e qualità dell’autorità che le veniva riconosciuta. Qualcosa che veniva e puntava oltre la sua “persona”, che le urgeva, la inquietava, la spingeva e scuoteva e spostava e anche orientava. Prima, fuori e più grande di sé o delle preoccupazioni del sé. Qualcosa di ignoto e ancora da essere che chiedeva inesauribile ancora e sempre di riprendere il lavoro di dare senso all’essere, come di portarlo all’essere, come diceva. E non sarebbe accaduto se non mettendosi in mezzo, proprio lì all’incrocio in carne ed ossa.

Luisa medianica a volte mi dicevo sorridendo, Luisa ha segreti che non conosce, chissà che li scopra grazie a noialtre anche per me, per tutte. Medianica magari no, ma certo intermediaria questo sì in prima persona, ma non da sola e non solo per sé. C’è un concetto greco caro anche a Simone Weil, quello di metaxù, ciò che sta in mezzo e fa il passaggio anche se è magari quel che pare frapporsi e fare il limite. Luisa intermediaria, quante volte ha raccomandato la mediazione vivente, quanto la ha inseguita nell’esperienza delle mistiche, quanto la ha vissuta lei stessa nelle pratiche del femminismo, quanto si è messa proprio lì in mezzo al passaggio per altro. In nome di altro. Per cui è un nome Ordine simbolico della madre.

Concludo su questo citando un episodio della vita di Teresa D’Avila, cara a Luisa alla quale lo ricordai parlando dopo molti anni della nominazione dell’ordine simbolico della madre nel suo libro e in quello di Diotima poco tempo dopo, e del rapporto tra il pensiero comune e la scrittura in nome proprio. Lei assentì, aggiungendo che si trattava di un punto critico e che aveva a che fare con i possibili conflitti tra donne nelle pratiche del femminismo. Lei stessa riflette su questo tornandoci ripetutamente, specie in Non si può insegnare tutto e in Esserci davvero. 

Ecco l’episodio: Teresa torna al grande convento dell’Encarnacion nominata ora come Superiora, è ormai preceduta dalla sua fama di riformatrice e sa che molte monache le sono ostili o ne temono l’autorità. Alla riunione di insediamento Teresa però si siede su uno sgabello e fa invece collocare sulla sedia della Priora la statua della Madonna con le chiavi del convento in grembo. La vera Superiora, dice, è Lei, la Madre dell’Ordine.