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blogGenerazione di idee, Per Luisa Muraro

Delfina Lusiardi, Cara Luisa

20 Luglio 2026

Cara Luisa,

mentre ti stai allontanando da questo mondo sento il bisogno di scriverti una lettera per avvicinarmi con leggerezza a te, che stai “entrando leggera”, come dicevi di Guglielma, in uno spazio senza confini come era il tuo cuore appassionato. Tutto quello che ho letto dopo la tua morte testimonia quante siamo a provare gratitudine per i doni che ci hai fatto con la tua presenza.

Una lettera mi aiuta ad avvicinarti senza azzerare la distanza che considero la cifra della mia relazione con te.

Ricevo notizia della tua morte da Luisella Maioli, l’amica di Mantova che moltissimi anni fa è venuta a Verona con Claudia Albini per chiedermi di fare qualcosa di simile al lavoro che tu facevi nella comunità di Diotima. Se ho detto sì alla loro richiesta, da cui è nato il laboratorio che sta durando da più di vent’anni, è perché vedendoti all’opera ho imparato come si poteva attingere a quella profondità del sentire che autorizza una donna a trasformare in parole la verità che fa resistenza a venire alla luce.

Ho avuto bisogno di tenerti nel mio silenzio per molti giorni dopo la tua morte, lasciando che la densità di quella distanza decantasse e nella trasparenza il debito contratto con te si rivelasse in tutta la sua grandezza.

Vicina negli anni, avrei potuto esserti amica, ma sentivo che non la prossimità dell’amicizia tra donne avrebbe reso feconda la nostra relazione. Sentivo che solo una distanza, una distanza di sicurezza, era necessaria per salvare il legame con te e la mia libertà di divenire la donna che sono. Diversa da te, altra da te. Proprio come nel rapporto della figlia con la madre, non ho mai ceduto alla tentazione di metterti al posto di mia madre, come tu stessa raccomandavi. Non avrei mai potuto cedere a quella tentazione grazie alla madre che mi ha cresciuta a quella libertà con amore, autorizzandomi ad essere diversa da lei, ad andarmene da casa con serenità per vivere la mia vita.

La morte dissolve le ombre che oscurano i legami. Tu mi ha insegnato che si possono riconoscere queste ombre entrando nel nostro punto cieco, per vedere ciò che non si lascia vedere. Nel lavoro di Diotima hai mostrato come ci si può spingere fino a quel punto e come attraversarlo con l’aiuto di altre per rischiarare le oscurità che si nascondono nelle relazioni femminili.

A “mettere in parole l’esperienza che non ha parole” è stato il tuo insegnamento, uno dei doni più grandi che ho ricevuto da te: la tua voce torna viva nel ricordarmelo adesso che te ne stai andando. Nel ricordarmi ciò che tu indicavi come lavoro di pensiero necessario per le donne perché “il negativo non andasse a male”. Anche questo ci hai insegnato, a non buttare via niente, come nel laboratorio di Mantova abbiamo cercato di fare comprendendo la necessità di far tesoro anche degli incontri dove il conflitto latente o palese rendeva difficile procedere. A cercare ciò che di prezioso era nascosto nella pietra in cui stavamo inciampando. In questo lavoro con te, che sentivo maestra, mi è apparso chiaro quale avrebbe potuto essere il mio compito. Vedendo all’opera la pratica maieutica con la quale animavi gli incontri di Diotima, mi sono sentita autorizzata ad agirla. Ad agirla a modo mio, riconoscendo in me quell’attitudine della levatrice che mi ha resa felice nell’insegnare filosofia a donne e uomini giovani prima e, poi, nell’accompagnare altre donne in quel processo di chiarificazione interiore che alleggerisce il cuore liberando il sentire dalla sua opacità, negli incontri che il femminismo ha reso possibili.

Il nostro legame si è nutrito della gioia che gli incontri tra donne risvegliano in me quando sento che circola amore, l’amore generato dall’amicizia che sa guardare con pazienza le cose. Proprio quell’amicizia che qualcosa ha impedito fiorisse con te. Forse la mia soggezione nei tuoi confronti mi impediva di rompere il ghiaccio quando mi trovavo in circostanze che avrebbero potuto favorirne la nascita. Anzi le temevo; in quelle occasioni sentivo che non potevo scalfire quel qualcosa che ci impediva di essere amiche. Con te, non era “l’ombra della madre” a fare da ostacolo, ma altro, a cui non ho saputo dare un nome. Un’ombra, forse, destinata a restare senza un nome da proporre a chi ama fare lavoro di pensiero.

Siamo due ombre nel sogno in cui ti incontro per l’ultima volta.

Il sogno arriva alcuni mesi fa, appena dopo la chiusura della mostra che celebra i 25 anni de “Il segno nell’acqua”, una delle invenzioni più felici che alcune di noi, donne di Brescia che hai conosciuto, ci siamo donate assecondando il bisogno dei gesti creativi che si esprimono nel disegno e nella pittura e che ad un certo punto della nostra vita ha voluto farsi sentire. Sono anche i giorni in cui si tiene a Milano, in Cattolica, il convegno Come quando si accende la luce, dedicato a te e alla tua opera.  

Nel sogno siamo all’esterno di un’aula dove si svolge un convegno – come quello, dedicato a te –, che (paradossalmente) te ne stai fuori a parlare con me. Del nostro parlare non ricordo altro se non l’espressione automoderazione femminile (parole tue con le quali chiedevi a ogni donna di prestare attenzione al desiderio che la muove, di ancorarsi alla sua radicalità). Ma è soprattutto l’allegria che circola tra noi, là fuori dall’aula, a restare viva al risveglio. Un’allegria in cui sento, fortissima dentro di me, la tua presenza. Forse è così che una maestra continua a restarlo per sempre, anche dopo la morte?

È con questa allegria che mi sono trovata, nel giorno successivo al sogno –  mentre ci scambiamo messaggi frettolosi di WhatsApp che fanno rimpiangere il tempo in cui erano le lettere ad arricchire l’amicizia – a rispondere a un’amica che mi chiedeva di segnalarle una filosofa che potesse intervenire a un convegno sul disarmo per spiegarne le ragioni. E io l’ho invitata a non asservirsi alla passione maschile per la guerra, anche quando questa passione si traduce nel lottare contro. Le ho segnalato che altre sono le strade da battere per “smilitarizzare la mente” di tutti, donne e uomini. Strade che lei stessa conosceva e percorreva da tempo.

Cara Luisa, è questo che sei venuta a ricordarmi nel sogno? A non cedere all’automoderazione femminile, tanto più nel tempo della vecchiaia, in cui ci troviamo a fare i conti con ciò che la nostra vita lascia in eredità mentre ce ne andiamo da questo mondo.