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blogGenerazione di idee, Per Luisa Muraro

Barbara Verzini, Un’impresa straordinaria. Per Luisa

20 Luglio 2026

È giugno, percepisco ancora in lontananza i contorni colorati dei tuoi vestiti estivi che mi piacevano tanto e il suono sferzante della tua voce che ti precedeva e annunciava il tuo arrivo. L’ho messa in sottofondo perché, ancora una volta, tu mi possa aiutare a scovare le parole giuste. So che lo continuerai a fare, anche se non ci sei più.

Come si trovano le parole giuste di fronte a qualcosa che ancora non si riesce bene ad afferrare, per la portata enorme che ha sul piano della propria vita e della realtà?

Troppi gli anni e i ricordi, le emozioni contrastanti e straripanti, le immagini che si moltiplicano e abbagliano, illuminando i volti e le mani, vicine e lontane, di così tante donne eccezionali attorno a te, in questa impresa straordinaria che è la politica delle donne. Pensavo di riuscire a farlo appellandomi al cuore, perché di fronte alla morte è da quella posizione che torna a fluire il respiro e la grandezza, nella relazione che è sempre viva, di chi abbiamo amato.

Ma più ripenso a Luisa più capisco che l’unico modo per me praticabile è scrivere dalla pancia, dalla parte più reattiva e più appassionata, ma anche inizio e origine di ogni relazione autentica. Questo significa scrivere attraversando luci e ombre, forse più importanti le ombre che le luci, perché il negativo lavori e non vada a male, come dicevi tu; sentendo tra le dita, come il vento impetuoso, la forza e il clamore delle risate a bocca aperta e delle invettive a denti stretti, l’attrito cocente degli errori di giudizio e delle verità infiammate, lo stesso fuoco delle arrabbiature feroci e dei momenti di grande gioia.

Certo, c’erano anche dei momenti di grande gioia.

Quei momenti magici, per esempio, in cui il pensiero guizzava veloce nel fiume comune e tu sapevi sempre acciuffarlo, con la giusta forza e strategia, nel preciso momento in cui una squama si lasciava intravedere, brillando sul pelo dell’acqua. Occhi scaltri e veloci a cui non sfuggiva niente.

Poco importava interrompere il flusso del discorso, silenziare l’ultima arrivata o la prima, parlare una sopra l’altra, non si trattava di avere spazi uguali di parola o di riconoscimento: non era un esercizio di democrazia ma di eccellenza filosofica; questa la spiegazione dopo uno scontro, l’ennesimo, con i toni nuovamente buoni di colei che, domata la tempesta, sapeva anche, a volte, ritrovare il filo della mediazione e la strada per tornare tutte a casa.

È giugno, in quest’epoca dell’anno Diotima si prepara per il ritiro, ricordo ancora fremere l’emozione dell’attesa e il desiderio di tornare a lavorare per due giorni tutte insieme, quanta fertilità e maestria. Ricordo anche, come se fosse ieri, le tue sgridate per essere sgattaiolate fuori alla sera, quando al mattino ci presentavamo stanche con i segni sotto gli occhi della festa, perché il femminismo è anche fare festa fuori…dall’ordine, dai binari e dai chiostri.

Non seguire la ricetta accademica, sempre identica, ma la misura del quanto basta, un pizzico di sale, un pugno di farina, un sorriso inatteso, la sapienza contadina del buon senso che doveva fare costantemente i conti con l’imprevisto e l’irruzione del reale, dove l’eccedenza di ognuna, i malumori, le antipatie, le simpatie, le disparità e la furia facevano inevitabilmente parte dell’impasto. Ma alla fine, quando si trattava di filosofia, ciò che davvero importava era creare lo spazio affinché qualcosa di vero potesse accadere, questo ci avevi scritto al primo anno di Università.

Conservo ancora quella lettera come se fosse un incantesimo per non perdere l’Oriente insieme alla consapevolezza che se la filosofia non sa parlare la lingua corrente non serve proprio a niente.

In questo sconfinato incrocio-pontile, tremendamente fecondo, tra sapienza filosofica e femminismo, una volta mi hai lanciata in acqua, dicendomi che era tempo di imparare a nuotare da sola. Mi è servito tanto quel gesto radicale, insieme alle tue ombre, per non idealizzarti e non fare mai di una donna monumento, mi è servito anche per poter andare libera nel mondo, per amore del mondo, a partire da me, anche lontana da te, ma sempre nel filo invisibile della relazione e del bene.

Buon viaggio, Cara Luisa.

Articolo pubblicato su L’imprevista

giu 17, 2026